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È notte fonda ormai e Gianfranco, come di consueto, percorre la Torino-Piacenza con il suo carico di quaglie. La luce della luna piena rende più piacevole del solito il viaggio del camionista piemontese, che ha ormai superato Asti e sta raggiungendo a velocità sostenuta Torino, la sua ultima destinazione. Il viaggio di Gianfranco viene però bruscamente interrotto a Villanova d’Asti. A lato della strada, accartocciata sul guard-rail, brucia una Porsche gialla; al centro della strada, volto al plenilunio, giace un corpo inerme. Gianfranco mantiene la calma, accosta e sposta dalla carreggiata quel corpo esanime, per poi chiamare i soccorsi. Lui, Gianfranco Professione – camionista che trasporta quaglie – ha appena salvato la vita a “mister 65 Miliardi” Gianluigi Lentini.

A pochi passi dal chilometro 13 dell’A4, 24 anni prima, una famiglia di emigranti dal Sud Italia dà alla luce Gianluigi Lentini. Un’infanzia passata nella campagna piemontese, tra il fumo denso delle industrie, il sole che picchia sulle villette a schiera e gli infiniti campi di Carmagnola e Villastellone. Corre più veloce di tutti Gigi Lentini, capelli lunghi e scuri e maglia granata del Torino come fosse la sua seconda pelle; a 10 anni è già nelle giovanili, fa il suo esordio nemmeno 17enne, prima del ritiro punitivo ad Ancona.

Per Luigi Radice quel cavallo pazzo che vola sulla fascia è troppo sicuro di sé, così arrogante da poter essere un problema per la squadra; un’esperienza in serie B può aiutare il ragazzo a diventare uomo ancor prima che giocatore. Trentasette presenze raffinano il talento cristallino di Gigi Lentini che alla prima stagione in Serie A, guidato da Emiliano Mondonico, colleziona 34 presenze condite da 5 gol, ritagliandosi a 18 anni un ruolo da protagonista nell’estemporanea ribalta granata di inizio anni ’90.

“Sì, devo dire di aver fatto un bellissimo gol e sono molto contento, ecco. M’è venuto Battistini incontro, sono stato fortunato a fargli il tunnel, e poi a tu per tu con Zenga sono stato molto freddo”.

La stagione successiva è coronata da un inaspettato terzo posto storico in Serie A ed una finale di coppa UEFA.

“Credo che esista una sola società al mondo che perde delle finali così. Questa qua è il Torino. Siamo maledetti, non so che dire”– è il commento del capitano Roberto Cravero al termine della finale di ritorno di Coppa UEFA; per tre volte i pali dell’Amsterdam Arena risputano in campo il desiderio di Lentini e compagni di alzare un trofeo internazionale dopo aver eliminato il Real Madrid in semifinale.

La finale di coppa Uefa è l’ultima partita di quel Torino: gravi problemi finanziari mettono in ginocchio il presidente Borsano, che è costretto a fare cassa; lasciano il Filadelfia Cravero, Benedetti, Bresciani, Policano e Martín Vazquez, ma soprattutto il 20enne Gigi Lentini.

I tifosi del Torino non digeriscono la cessione, dopo solo due stagioni l’ala della periferia torinese era già un idolo per la curva Primavera; Lentini si accasa al Milan diventando il calciatore più pagato di sempre. In un colpo solo Lentini diventa il traditore che abbandona la squadra che lo ha cresciuto e lanciato e l’emblema dei troppi soldi che girano nel mondo del calcio: “Un’offesa alla dignità del lavoro” per l’Osservatore Romano.

“Non volevo lasciare il Toro – cerca di giustificarsi “Mister 65 Miliardi” – Berlusconi mi mandò a prendere due volte con l’elicottero, e la prima volta gli dissi no in faccia, a casa sua. Non andai là per i soldi. Il Toro non poteva fare a meno di vendermi, quei miliardi servivano a Borsano.“

Lentini diventa il capro espiatorio di un calcio sempre più caratterizzato dall’esborso di cifre immorali e fuori controllo; il calcio giocato passa in secondo piano, oscurato dalla trasformazione in “Bad Boy”, almeno per i giornali, dell’ormai ex idolo della Filadelfia: belle donne, Porsche decapottabili, vestiario da dandy e vistoso orecchino al lobo con brillanti.

Si inizia addirittura a parlare di Lentini come cattivo modello sociale, cattivo esempio per i ragazzini, nonostante Gigi cerchi di gettare acqua sul fuoco delle polemiche:

“Mi sento una persona normalissima, che ha la fortuna di guadagnare certe cifre. Un modello positivo, i modelli negativi sono i drogati”.

(credits: vice.com)

Paradossalmente, nonostante i 7 gol in 30 presenze e la vittoria di uno Scudetto e una Supercoppa Italiana, l’esordio di Lentini con la maglia rossonera non è all’altezza delle aspettative, rimane l’incompleto ed arrogante “Easy-Rider” del Milan: “Ho vinto dopo anni di calcio, e per questo voglio dedicarmi interamente questo scudetto”.

La stagione successiva assurge a vero e proprio bivio, dopo un’annata discontinua ed altalenante, il Conte di Carmagnola doveva dimostrare se effettivamente era in grado di elevarsi ad uno status di “giocatore più pagato del mondo, ma meritatamente”. Le premesse sono ottime, nella preparazione estiva Lentini è migliorato vistosamente dal punto di vista atletico (“Mi sentivo un leone, nei test nessuno aveva i miei valori in quel Milan in quanto a velocità, potenza, tecnica, resistenza.”), ed ha ormai superato i difficili rapporti con la curva granata e con i giornalisti.

“Magari diventerò per il Milan il mito che avrei voluto essere per il Toro: anzi, più grande.”

Si infrangerà tutto sul guard-rail di Villanova d’Asti la notte del 3 agosto 1993: Lentini, in seguito ad un triangolare a Genova corre verso Torino con la sua Porsche gialla, nonostante gli fosse stato montato il ruotino di scorta a causa di una foratura. Lo schianto è inevitabile, il ruotino esplode, la Porsche si frantuma fuori strada, Lentini resta in coma per due giorni. Un incidente mortale, che per fortuna non uccide l’uomo, ma solo il grande campione pronto alla consacrazione: la carriera di Gigi Lentini si accartoccia e brucia nella Porsche gialla in quella notte di agosto.

La reazione dei quotidiani nei giorni successivi è grottesca, pare quasi che un episodio del genere fosse inevitabile, come se Lentini fosse volato troppo vicino al sole sciogliendo le sue ali di cera.

“Gigi Lentini, l’eccentrico dandy che ha capito di notte, su un’autostrada deserta, quanto sia gratificante, pur se faticoso, vivere alla luce del sole. Non prendetela come una favola. È solo la fine di un brutto sogno, e l’inizio di un’avventura. Che porterà laddove Lentini e il destino, uniti indissolubilmente dal rogo di una Porche gialla, vorranno.” (Roberto Beccantini, La Stampa del 30 dicembre 1993)

Non è più il Lentini di prima

Il recupero dall’incidente è lento e faticoso, ma dal punto di vista umano Lentini è totalmente cambiato, ne esce ridimensionato e consapevole che, probabilmente, gran parte del suo potenziale rimarrà inespresso, bruciato dalle fiamme della sua Porsche: “So perfettamente che dipenderà da me tornare il giocatore di una volta, addirittura meglio se possibile. Io darò tutto, anche perché vorrei contribuire a uno scudetto in cui credo e vorrei prendere parte a un Mondiale che mi affascina”.

Salta tutta la stagione 1993/94, osservando i suoi compagni trionfare in Champions per 4-0 contro il Barcellona di Cruijff dalla tribuna; torna a discreti livelli nella stagione successiva, ma nella partita più importante dell’anno entra ad appena cinque minuti dalla fine: “Ero sicuro che avrei giocato la finale di Coppa dei Campioni 1995, Milan-Ajax a Vienna. Invece Capello mi tenne fuori, lui non dà mai spiegazioni. Crollò tutto. Persi la voglia, sbagliai. Quella sera è finita la mia carriera“.

A 20 anni di distanza sembra quasi ironico come sia proprio Capello ad introdurre così Lentini: “Giocatore di grande talento, diventerà in assoluto una stella europea.”

In un certo senso la carriera di Lentini finisce davvero a Vienna, le esperienze successive sono altalenanti e problematiche, lascia Milano dopo aver definitivamente rotto con Capello, per tornare a lavorare con Mondonico, questa volta a Bergamo, all’Atalanta: “Se dovesse andare male vorrà dire che quel maledetto incidente mi ha davvero portato via tutto. E a quel punto potrò anche smettere di insistere e fantasticare”.

È un Lentini totalmente diverso quello di Bergamo, quasi rassegnato, consapevole di essere soltanto l’ombra del Lentini “Easy Rider” di Milano e Torino; fa in tempo a giocare una partita in nazionale contro la Bosnia, una “presenza premio” col senno di poi, per poi essere abbandonato anche da Arrigo Sacchi. A 28 anni Lentini smette di fantasticare, decide di tornare a casa sua, a Torino, dove riesce ad ottenere una promozione in A, sempre con il suo secondo padre Mondonico, per poi essere retrocesso la stagione successiva. Chiude la sua carriera professionistica a Cosenza, dove diventa una bandiera per aver deciso di seguire, in seguito al fallimento della squadra, i rossoblù anche tra i dilettanti.

Infine torna davvero a casa, nelle sue campagne piemontesi dove è nato e quasi morto, dove nonostante tutto si è visto il miglior Lentini di sempre; tira avanti giocando fino a 40 anni nelle serie minori, per pura passione; la stessa passione che paradossalmente gli è mancata durante gli anni da Mister Miliardo, messa in secondo piano dal suo essere un ragazzino strafottente, sicuro che tutto, in campo e fuori, gli fosse dovuto.

“Prima o poi il pallone si sgonfia e tu torni ad essere un comune mortale come ce ne sono tanti”; il pallone di “Mister 65 milioni” si è sgonfiato troppo presto, stroncato dal destino avverso, o forse solo tradito dal suo hybris, dalla sua tracotanza, dal suo sentirsi immortale.

Oggi gestisce una sala da biliardo a Carmagnola, con molti dei vecchi amici di una vita; senza mai guardarsi indietro, consapevole che sia finito tutto troppo in fretta: troppo veloce per i difensori in campo, ma troppo veloce fuori dal campo. “Ti capita mai di pensare a quei momenti e dirti: se non fosse successo dove sarei arrivato?” Risponde: “Sì, mi capita. Mi capita, però rispondo subito… dicendo che alla fine sto bene, e che devo essere contento così”.