10 min read

Durante uno di quei momenti morti e di encefalogramma piatto – ovvero l’intervallo di Fiorentina-Cagliari – leggendo qualche statistica mi sono improvvisamente reso conto che un giocatore che ho sempre osservato da lontano con un mix di curiosità e simpatia, sta dominando la scena in Inghilterra. Romelu Lukaku è arrivato a 21 reti, superando il capocannoniere Kane e sopra a gentaglia del calibro di Diego Costa, Ibrahimovic, Alexis Sánchez e Agüero.

Non seguendo assiduamente l’Everton ci ho voluto vedere più chiaro approfondendo la situazione, e ho scoperto che quest’anno Lukaku si è trasformato in un’entità che mette soggezione con la sua sola presenza, che segna gol di classe a giro, che usa continuamente il piede debole, che colpisce in ogni zona del campo e che, sostanzialmente, spacca le difese in due come noci di cocco marcite sotto il sole caraibico. Insomma, come successo a Belotti in Italia, Romelu ha svestito i panni del giovane e timido parzialmente incompreso trasformandosi in una bestia assetata di gol.

Vero Nueve

Se ci troviamo davanti alla classica stagione fortunata o all’esplosione definitiva di un prospetto fin troppo chiacchierato e negli anni vittima della sindrome-Depay – ovvero: il nuovo giovane fenomeno pronto a mettere a ferro e fuoco un campionato europeo a scelta, fallendo – ancora non si può affermare con certezza. Ma almeno un dato resta certo: Lukaku, a 23 anni, non ha mai raggiunto questo livello agonistico, sia alla voce realizzazioni che a quelle inerenti leadership e maturità di gioco.

Se per una parte di carriera dava la sensazione di un elefante in una cristalleria, quest’anno si è trasformato in un pugile che danza sulle punte e colpisce di precisione. Farfalla e ape, insomma.

Senza perdere per strada quella potenza in corsa che l’avvicina più ad un giocatore di football americano lanciato in campo aperto verso il touchdown, Lukaku si sta evolvendo in un numero 9 puro, capace, però, di ampliare il bagaglio di giocate e l’attitudine al gioco collettivo all’interno di un contesto equilibrato e pragmatico come quello disegnato da Rambo Koeman. Colui che appariva come un centravanti sorpassato dal tempo e dalle evoluzioni tattiche e di gioco, è invece oggi uno dei migliori esempi di come lavoro, applicazione e idee chiare siano elementi basilari per un affinamento complessivo del talento.

Basta analizzare i principali cannonieri dei migliori campionati europei per intuire l’unicità del nove dei Toffees: Belotti, Higuaín, Icardi, Dzeko, Kane, Costa, Cavani, Falcao, Messi, CR7, Suárez, Aubameyang, Lewandowski. Sono questi i grandi nomi che primeggiano in Europa alla voce gol; nessuno tra questi ha le stesse caratteristiche fisiche di Lukaku, sia alla casella peso – con una cifra monstre di 95 chili – sia nella tipologia di fisico: un monumento alla pura potenza muscolare. In altre parole, Romelu si muove in bilico tra l’essere un freak e l’essere il portatore sano del superamento del concetto stesso.

Avete mai visto uno col fisico di John Coffey de “Il Miglio Verde” pennellare punizioni di classe a giro? Io no.

Nel suo modo di finalizzare c’è un’armonia bizzarra, come se si trattasse di un gigante troppo sviluppato per il gioco ai massimi livelli eppure capace di segnare con lucidità nella lettura della singola occasione; la potenza innata è spesso accantonata in favore di una tecnica di tiro pulita ed essenziale e di una ricerca del posizionamento più corretto rispetto agli sviluppi dell’azione offensiva. Parafrasando il celebre motto di Twin Peaks: “Lukaku non è quello che sembra”. E questa stagione fuori dall’ordinario lo sta dimostrando.

Il set di movimenti e il raggio d’influenza del belga in campo si sono ampliati, come se si trattasse di un nuovo stadio evolutivo ormai necessario alla specie del centravanti per sopravvivere ad ogni latitudine. In 27 presenze in Premier, oltre ai 21 gol citati, sono già 6 gli assist, ma su tutto risalta una media di 1,6 key passes a partita, sintomo di una tendenza maggiormente associativa nel suo stile di gioco in fase di possesso e, in generale, nello stare in campo; dato ulteriormente corroborato dai 26 passaggi effettuati in media nei 90 minuti, anche se la voce pass accuracy lascia in eredità un modesto 65,4%. Insomma, come preventivabile, il tocco non è propriamente quello del palleggiatore.

Opposta, invece, è la percezione nell’osservarlo senza palla: nelle fasi più statiche di gioco in cui il possesso avversario si sviluppa, a volte dà l’impressione di uno di quei grandi predatori della savana che necessitano di ore di riposo per poi scatenare le proprie energie in improvvisi slanci di velocità mista a potenza. La prossemica è pigra: difficilmente lo si vede impegnato in azioni di pressing orientate sull’uomo, Lukaku modula la sua presenza in funzione dello sviluppo successivo, tende a pensare al calcio come a un gioco di azione e reazione, si proietta già nell’immediato futuro: ovvero il miglior posizionamento per colpire una volta riconquistata la palla dai compagni.

Perché sarebbe operazione miope se tralasciassimo il rapporto tra Lukaku e il calcio, il modo in cui il gigante belga concepisce la sua figura all’interno del gioco. Ha un modus operandi oltremodo professionale, calcolato nel dettaglio, minuziosamente studiato con l’approccio del nerd; cozzando così con quel suo allure da super-eroe muscolare tutto potenza ed istinto. Come dichiarato in una lunga intervista al Telegraph, da circa 18 mesi Lukaku studia alla lente d’ingrandimento ogni singola azione delle sue partite, e non solo, si fa inviare un file ad hoc riguardo i difensori avversari che incontrerà la settimana successiva. Non si tratta della tipica analisi-video di squadra ma di un servizio speciale, ritagliato su misura, che lo stesso centravanti ha fortemente voluto e che ha appaltato ad un’azienda francese specializzata in video-analisi sportive.

Via Twitter se la prende un po’ perché su Pro Evolution non hanno fatto l’upgrade alle sue abilità, data la stagione di fuoco. Be strong, Romelu.

Sotto la corazza estetica à-la P.E. Baracus dallo street-style che strizza l’occhio al rap, infatti, si nasconde un perfezionista ossessionato dai miglioramenti e dalla volontà di successo. Un tratto distintivo che è evidente in ogni sfumatura del suo pensiero: quando rilascia dichiarazioni è costantemente focalizzato sul suo sviluppo, sul suo modo di giocare, sulla necessità atavica di progredire attraverso l’assorbimento di concetti e punti critici; non c’è mai spazio per l’intangibilità o per qualcosa che superi la dimensione agonistica. Le sue frasi sono spesso concise, nette e perentorie come quelle di un capo tribù: suscitano l’impressione di una saggezza profonda e di una consapevolezza estrema della sua condizione di bomber che non può più rallentare.

“So che al momento sto facendo bene, davvero bene. Ma voglio essere ancora migliore. Voglio dimostrare al pubblico che con il lavoro, il duro lavoro, puoi arrivare ovunque tu voglia. Il lavoro è la parola-chiave, per me è tutta questione di lavoro.”

Un richiamo assillante alla parola “work”, che appare continuamente nelle sue frasi, quasi si trattasse di un mantra interiore da ripetere senza sosta, in modo che acquisti sempre più forza e centralità. È forse questo il segreto alla base dell’esplosione di un centravanti tanto iconico quanto atipico: uno che alla violenza del grimaldello preferisce la stoccata secca e precisa nei sedici metri, uno che dall’alto del suo 1,91 segna di testa sfruttando la tecnica più che la potenza esplosiva del suo fisico. A meno che non sei il club che l’ha comprato come giovanissima promessa e poi riciclato dopo fugaci apparizioni e una fiducia mai davvero concessa. In quel caso, Lukaku si trasforma in una sorta di rinoceronte che carica in corsa: impossibile da arginare.

Ci ho pensato, e sono giunto alla conclusione che questo gol al Chelsea dovrebbe essere visto con I Zimbra dei Talking Heads in sottofondo: stesso ritmo sincopato nell’incedere, stessa sensazione di forza primitiva.

Didier dreaming

Se esiste una sola figura che Lukaku ha sempre idolatrato e posizionato su un ideale piedistallo delle sue aspirazioni, quella è Didier Drogba. Ex compagno al Chelsea, amico, modello, figura di riferimento nell’interpretazione del ruolo in campo e nell’aura di determinazione che accompagnava ogni gol dell’ivoriano. Fin dagli esordi in Belgio, il classe ’93 guardava a Drogba e alla sua epopea Blues come si può osservare una di quelle figure dalla mistica ancestrale: capace di guidare il Chelsea fino alla conquista della Champions, straordinario nel marchiare con le sue giocate ogni snodo cruciale della stagione, leader e simbolo di una nazione e di una nazionale improvvisamente sul tetto d’Africa.

Forse è proprio questa l’ossessione che guida il Lukaku esplosivo di questa stagione: avvicinarsi al suo idolo, imitarne le gesta in campo ma soprattutto lasciare un segno indelebile del suo passaggio intorno a Goodison Park: diventare il simbolo di un club e di una tifoseria. E i numeri stanno favorendo questa narrazione: l’Everton, oggi, è riconosciuto come “the best of the rest”, ovvero il miglior club sotto i sei big della Premier. Merito dei gol di Lukaku e di un allenatore che ha fatto di tutto per trattenerlo ed elevarlo al centro dell’universo tattico toffee: Ronald Koeman.

L’ex libero oranje, infatti, si sta affermando come tecnico intelligente, capace sia da un punto di vista gestionale che tattico, facendo germinare le sue idee attraverso una proposta di gioco flessibile, ragionata e propositiva, senza il dogmatismo della zona totale che contraddistingue alcuni ex Lancieri formati nell’officina tattica olandese. È lui l’uomo chiave dietro l’ottima stagione dei Toffees e la consacrazione di Lukaku grazie ad un 4-2-3-1 elastico che spesso si trasforma in 4-4-1-1 e perfino in 3-5-2, votato ad un’adattabilità al singolo avversario che ricorda da vicino la scuola tattica italiana.

Un abito tattico cangiante, capace di schiantare i Citizens 4-0 a Goodison Park come di fermare altre big come lo United e segnare un tratto di discontinuità rispetto ad una Premier dai moduli rigidi, con l’eccezione dei grandi tecnici stranieri al vertice. Ricerca dello spazio e sfruttamento dei corridoi interni con i centrocampisti; gioco lungo a sfruttare la fisicità di Lukaku, sia per risalire immediatamente il campo che per fare incetta di seconde palle sulla trequarti avversaria sfruttando la rapidità in conduzione delle ali; costruzione diretta e verticale che passa dalle catene laterali Baines-Mirallas/Coleman-Barkley, e una compattezza in fase di non possesso orientata a far scivolare il possesso avversario verso le linee laterali intasando la zona centrale.

Il capolavoro dell’anno di Koeman arriva proprio contro Guardiola, uno che a proposito di dogmatismi e filosofia tattica olandese potrebbe scrivere un trattato epocale. Da notare che la sblocca Lukaku, con la freddezza del grande attaccante d’area, oltre ad un’esultanza Mark Bresciano-style sotto la curva.

Non si tratta di una rivoluzione né di una filosofia troppo strutturata o raffinata, ma il lavoro di Koeman è quello di un tecnico attento ai dettagli e versatile nelle proposte, che vede l’adattamento della propria squadra al singolo piano-gara come un elemento di garanzia, che, soprattutto nell’arco del 2017, ha portato i suoi frutti col raggiungimento in classifica dell’Arsenal al sesto posto. Perché poi in attacco qualcuno che può sfruttare velocità in campo aperto, potenza, freddezza e presenza in area di rigore per convertire in gol il volume di gioco degli esterni, c’è. Per quanto ancora, però, non è dato saperlo.

Nonostante i messaggi d’affetto e i virgolettati perentori riguardo la sua comfort zone edificata sulle rive del Mersey, infatti, Lukaku ha appena posticipato la firma su un rinnovo contrattuale che pareva già chiuso, rimandando ogni decisione alla fine del campionato. Inoltre il suo procuratore non fa dormire sonni tranquilli a Koeman e tifosi, sapendo che di nome fa Mino Raiola. Certo è che, dopo una stagione come questa e con la determinazione feroce di giocarsi almeno una Champions da titolare, Lukaku, alla soglia dei 24 anni, fronteggia lo snodo cruciale di una carriera finora al di sotto delle enormi aspettative generate in giovanissima età. Sarà finalmente capace di seguire le orme del suo mito?