Se è vero che lo sport (e quindi il calcio, anche) altro non è che la rappresentazione di una battaglia entro limiti di violenza contenuti, l’antica arte del duello trova la propria sublimazione in uno dei momenti emotivamente più intensi che possono caratterizzare una partita: il calcio di rigore.

Una sfida psicologica prima ancora che tecnica tra tiratore e portiere fatta di sguardi, intenzioni e mistificazioni che si rinnova a qualsiasi latitudine e in qualunque contesto senza apparenti, o comunque apprezzabili, differenze. Non fa eccezione un match pomeridiano di quarta serie olandese dello scorso marzo.

Per uno dei duellanti la scena è di quelle familiari, già vissuta più di un centinaio di volte, anche se è passato un po’ di tempo dall’ultima, ma per l’altro, tale Jorn van Lunteren, è l’occasione irripetibile per avere qualcosa di non ordinario da raccontare ai propri figli “Allora ragazzi, vi ho già detto di quando feci gol al miglior portiere di sempre?” (Nei racconti, si sa, le iperboli si sprecano).

Mentre un centinaio di tifosi assiepati dietro la porta ha messo l’abito buono alle proprie emozioni per un evento sicuramente inusuale, il ventitreenne fantasista del Jodan Boys prende la rincorsa e calcia a mezza altezza, alla sua destra, come Maldini nella semifinale di Euro ’00. Sfortunatamente per lui anche l’esito è lo stesso: Van der Sar impassibile intuisce e para.

Quell’aria apparentemente distaccata, quasi annoiata, da buon impiegato che sta semplicemente facendo il suo dovere, è la stessa che lo ha accompagnato nel corso dell’intera carriera. In quel braccio destro alzato meccanicamente è invece racchiusa tutta l’esperienza del cacciatore consumato, l’esca in cui la preda, per la natura impari della sfida, non può far altro che cadere.

È l’ultimo atto della carriera di un ormai quarantacinquenne, durata due decadi e che tra trionfi e cadute ha consegnato il nome del portiere orange alla storia. Una chiusura non prevista dopo il ritiro ufficiale del 2011, uno spin-off casuale e inaspettato capace di regalarci un lieto fine al limite della sdolcinatezza.

A Noordwijk, paese di venticinquemila anime dell’Olanda Meridionale, la sfida tra la squadra locale e il Jodan Boys si era caricata di un’attesa imprevista già da una settimana: il recordman di presenze con la maglia della nazionale olandese Edwin Van der Sar sarebbe tornato in campo nella squadra dilettantistica che aveva visto i suoi esordi sul finire degli anni ’80, per sostituire il portiere infortunato. Il resto lo hanno fatto la sua classe immutata e la realtà che spesso si diverte ad essere più scontata di una commedia romantica. Con buona pace del povero Van Lunteren.

Solo per dovere di cronaca, sarà poi Mo’ Bellahcen a trafiggerlo per l’ultima volta, con un tocco di rapina da due passi dopo una serie di rimpalli, garantendosi, lui sì, un aneddoto da tramandare.

Non possono esserci dubbi sul fatto che Van der Sar debba rientrare nella cerchia dei portieri più forti di sempre, essendosi elevato a figura iconica del calcio europeo per almeno quindici anni. La sfortunata parentesi juventina ha finito per incidere fortemente sulla percezione della sua grandezza soprattutto dalle nostre parti, ma lo status di vera e propria leggenda che si è guadagnato in patria e in Inghilterra e una bacheca personale che lo consacra come il secondo portiere più vincente di sempre dietro al solo Victor Baia(!), gli assicurano un posto di riguardo alla tavola dei migliori.

E pensare che il suo sogno giovanile era semplicemente quello di dedicarsi al commercio al dettaglio.

Ijskonijn

Non credo di soffrire di megalofobia, la paura delle cose grandi e sovradimensionate rispetto al normale ma passeggiando sul ponte Alexandre III a Parigi mi è capitato di provare un’insolita sensazione di straniamento, quasi di vertigine, probabilmente dovuta a quei rapporti fuori scala delle colonne, statue e marciapiede, acuita se possibile dall’imponenza del palazzo simbolo dell’esposizione universale del 1900 che si trova proprio ad una delle estremità: il Gran Palais, testimonianza massima della mai nascosta megalomania francese che almeno in questo caso va di pari passo con una notevole mancanza di fantasia nel dare un nome alle cose.

Una sensazione che mi ha riportato con la mente a una quindicina di anni prima.

Il ricordo del mio primissimo incontro con Van der Sar è tuttora abbastanza nitido, vuoi per l’importanza della sfida che semplicemente per il fatto che dopo centoventi minuti sarebbero stati i suoi 197 centimetri a decidere la finale di Champions League di Roma: l’ultimo ostacolo tra la Juventus di Lippi e il trionfo.

Non che avessi chissà quali metri di giudizio per valutare le abilità di un portiere, ma la sensazione di pericolosità (tradotto, nello specifico, in capacità di poter parare un rigore) di quel lungagnone toccava picchi elevatissimi. Probabilmente dipendeva soltanto dalla situazione psicologica del momento e chiunque si fosse trovato al suo posto avrebbe sortito lo stesso effetto ma il solo fatto che occupasse il doppio dello specchio della porta rispetto a Peruzzi era sufficiente per far impennare il tasso di soggezione ben oltre il livello di guardia.

Nonostante il fisico fin troppo asciutto, ricordava un buttafuori all’ingresso di una discoteca: impassibile, glaciale, quasi distaccato, eppure pronto a punirti al minimo sgarro. Non ne parò nemmeno uno alla fine, intuendone inutilmente quattro su quattro e toccando addirittura quello di Padovano, il terzo, complici le esecuzioni impeccabili di Ferrara, Pessotto e Jugovic ma tanto mi bastò per considerarlo un campione, già dalle primissime occhiate. Qualche anno dopo le mie convinzioni a riguardo vacillarono e non poco, ma andiamo per ordine.

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Quella del ’96 era la seconda finale consecutiva per l’Ajax di Van Gaal, la squadra con più hype del continente molto prima che si sapesse cosa fosse precisamente l’hype: ci sono Kluivert, Davids, Litmanen, Reiziger&Bogarde, Kanu, Overmars e ovviamente VdS, eletto l’anno prima miglior portiere d’Europa, dopo soltanto due stagioni da titolare.

Lo sviluppo calcistico di Edwin è stato infatti piuttosto tardivo, soprattutto se raffrontato agli standard di precocità tipici dell’Eredivise: non era un predestinato e soltanto una serie di fortunati eventi, come non di rado succede all’origine delle grandi storie, gli ha permesso di iniziare una carriera ad alti livelli. Fino a sedici anni gioca ancora attaccante nel Foreholte, squadra locale di Voorhout, il paesino nel quale è nato il 29 ottobre del 1970 e nel quale vorrebbe aprire un negozio una volta ottenuto il diploma commerciale. Spostato tra i pali, nelle giovanili del Noordwijk ad allenarlo trova Ruud Bröring, fortunatamente per Edwin grande appassionato di carte e di giuste compagnie.

Durante l’abituale partita settimanale con l’allora giovane assistente dell’Ajax Luis Van Gaal, entrambi insegnanti di educazione fisica, Bröring suggerisce al collega, che aveva appena confessato di essere alla ricerca di un portiere, il nome di Van der Sar. Sul taccuino del futuro tecnico dei lancieri ci sono altri promettenti numeri uno, ma dopo un paio di provini la scelta ricade proprio su VdS.

Più che le doti tra i pali ad impressionare Van Gaal furono la capacità di guidare la difesa e soprattutto l’abilità nel giocare coi piedi, elemento imprescindibile e focale nell’idea di calcio che l’Ajax stava mutuando dai dettami di Michels per rilanciarsi ai vertici del calcio europeo.

Una doppia sessione giornaliera di allenamenti specifici sotto lo sguardo attento e particolarmente interessato del sergente olandese tuttavia non è sufficiente al ragazzo per trovare spazio, tanto che a metà stagione chiede di andare in prestito al Den Haag, non proprio la squadra più ambita in circolazione. Richiesta non soddisfatta, comunque. Ancora una volta sembra essere il caso il miglior alleato di Edwin, capace di tirarlo fuori dalle sabbie mobili dell’anonimato per farlo finalmente esordire il 23 aprile ’91, contro lo Sparta Rotterdam.

“Ero tranquillo in panchina. Poi Menzo si fa male e il tecnico mi fa “tocca a te”. Ero nervosissimo, paralizzato quasi. Mentre entravo in campo potevo sentire la gente dire “e questo chi è?”. Non lo sapevo neanche io. Poi comunque giocai dieci gare di fila, non dovevo essere andato tanto male!”

Le ottime prestazioni nel finale di stagione dove subisce soltanto una rete e la promozione di Van Gaal al posto di Beenhakker, al contrario di quanto la logica potesse suggerire, non cambiano le cose e anche nel 1991/92 la gerarchia che lo vede stabilmente dietro a Stanley Menzo è marcata. L’Ajax intanto, dopo aver eliminato il Genoa, conquista la Coppa Uefa nella doppia finale col Torino, quella della celebre sedia al cielo di Mondonico, gettando solide basi per un futuro trionfale, ma Van der Sar non gioca mai.

Il trend non sembra mutare neanche l’annata successiva almeno fino al quarto di Coppa Uefa tra Ajax e Auxerre, il vero turning point della sua carriera. In Francia Menzo condanna di fatto i Lancieri all’eliminazione con due goffi interventi che spianano la strada ai bianchi di Roux: prima valuta male una conclusione, poi smanaccia direttamente in rete un calcio d’angolo chiudendo di fatto la propria esperienza ad Amsterdam e aprendo le porte all’era Van der Sar, che già dalla partita seguente si impossessa della titolarità, senza più mollarla per le sei stagioni successive.

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Essere un giocatore dell’Ajax in quegli anni rappresenta già di per sé una seria ipoteca sul proprio futuro, ma Edwin ci mette del suo, imponendosi come un portiere rivoluzionario, tanto bravo con i piedi che tremendamente efficace tra i pali. Ribattezzato Ijskonijn, “coniglio di ghiaccio”, per via delle orecchie a sventola e della concentrazione apparentemente inscalfibile, il biondo che sembra uscito dalla matita di Uderzo in tre stagioni e mezzo conquista prima una Coppa d’Olanda, poi tre campionati consecutivi tra il ’94 e il ’96, impreziositi dalla Champions vinta a Vienna sul Milan e l’Intercontinentale. In altre parole: tutto.

La sua crescita è esponenziale, confermata anche nel triplo confronto contro i campioni in carica di Capello dove tiene sempre la porta inviolata risultando decisivo su Simone nella finale al Ernst Happel Stadion, prima della rete di Kluivert. A Tokyo contro il Gremio si prende addirittura le copertine, grazie al rigore parato nella lotteria finale a Dinho che proietta i biancorossi sul tetto del mondo: il premio come miglior portiere d’Europa a questo punto è soltanto una superflua formalità.

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Sembra una scena di un gioco arcade anni ’90, no?

L’elemento “calci di rigore” nel caso di Van der Sar più che un valore aggiunto o una vera e propria discriminante utile per inquadrarne la caratura, va a configurarsi come una perfetta cartina al tornasole capace di rispecchiare a pieno le varie fasi della sua carriera.

Perché se dopo il picco raggiunto in Giappone la sconfitta di Roma poteva rientrare nella categoria cose che capitano, le successive delusioni in maglia orange contro Francia e Brasile ad Euro ’96 a al successivo Mondiale ’98 iniziano a diventare un problema, contribuendo senza dubbio ad innestare piccoli sementi di insicurezza pronti ad affiorare prepotentemente nella seconda annata juventina.

Gli ormai consueti riconoscimenti come miglior portiere olandese – nel ’98 viene eletto anche miglior giocatore in assoluto – e un altro Scudetto che va a rimpolpare la bacheca non sono sufficienti per lenire le ferite, e la necessità di lasciare i Lancieri dopo un ciclo giunto palesemente ai titoli di coda si fa incalzante.

Nel ’99 nonostante qualche delusione di troppo, la fama di Van der Sar è pressoché intatta e ventinove anni sono l’età giusta per uscire dal guscio del campionato olandese per competere finalmente in contesti più impegnativi. Come dichiarato nella sua autobiografia, aveva già preso la decisione a metà stagione vista l’aria di smobilitazione da fine dell’impero che si respirava nell’ambiente biancorosso.

“Ne ho abbastanza dell’Olanda. Frank e Ronald [De Boer] se ne sono andati [al Barcellona, a gennaio], Danny Blind si ritirerà, Litmanen va in scadenza. Voglio andarmene anch’io, in un campionato più competitivo: Italia, Spagna o Inghilterra.”

Le proposte ovviamente non mancano. Si tratta solo di scegliere l’opzione migliore.

Edwin mani di forbice

Trovare una sistemazione adeguata risulta però più difficile del previsto, non tanto per la mancanza di opportunità quanto piuttosto per le contingenze che si vengono a creare e che non riescono a soddisfare a pieno l’olandese. La prima squadra a farsi sotto è la Lazio, che però vorrebbe lasciarlo un altro anno in Olanda in attesa della fine del contratto di Marchegiani, opzione che Van der Sar non vuole neanche prendere in considerazione. Sembra allora quasi tutto fatto per il passaggio in Inghilterra dove le pretendenti rispondono ai nomi di Liverpool e Manchester United.

Houllier, tecnico dei Reds, promette una campagna acquisti di primo livello salvo poi presentare il finlandese Sami Hyypiä, proveniente dal modesto Willem II, come uno dei fiori all’occhiello della restaurazione. No grazie, anche in questo caso. Più ingarbugliata la situazione a Manchester dove Ferguson farebbe carte false per averlo come degno erede di Schmeichel, ma a mancare è l’approvazione della società che non ritiene necessario l’acquisto di un ulteriore portiere dopo la firma di Roy Carroll, dimostrando una poco invidiabile lungimiranza.

Resta soltanto la Juventus, che dopo aver salutato Peruzzi è alla ricerca di un sostituto di primo piano, decisa ad affidare la porta per la prima volta ad uno straniero. Edwin accetta, tranquillizzato da Ancelotti e la dirigenza sul fatto che le sue caratteristiche atipiche, più da libero aggiunto che portiere tout court, si sarebbero sposate perfettamente con le idee di gioco del tecnico emiliano, e si mette subito ad imparare l’italiano.

Van der Sar arriva a Torino con la reputazione di ottimo portiere, freddo, carismatico e insolitamente a suo agio nel giocare il pallone con i piedi. Passa addirittura per “goleador”, grazie ad un rigore segnato nell’ultima stagione in un 8-1 contro il De Graafschap. “Abbiamo preso il migliore”, dirà Moggi il giorno della presentazione ufficiale.

“Nella Juve c’erano Zidane, Del Piero, Inzaghi, Montero, e il mio ex compagno Edgar Davids. Tutti campioni contro cui avevo già giocato. Nonostante un’ultima stagione sottotono, era uno dei club più ricchi e prestigiosi d’Europa: non potevo rifiutare. Sapevo che essere portiere in Italia è diverso dal farlo in Olanda, ma il tecnico mi aveva assicurato che avrebbero assecondato il mio stile. E io gli ho creduto”.

Tutto sembra protendere dunque verso una storia duratura e di successo, ma già dal primo impatto le difficoltà sono evidenti. La differenza di approccio culturale al ruolo è simile a quella tra le maatjesharing, le aringhe in salamoia tipiche dei chioschi ambulanti di Amsterdam, e la carbonara.

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Nella prima gara ufficiale della stagione, turno di Intertoto contro i rumeni del Ceahlaul Piatra Neamt, un passaggio corto a Ferrara leggermente pressato manda nel panico il difensore napoletano che scaraventa il pallone in tribuna, si volta e inveisce contro l’olandese “ma che fai, idiota?”. Edwin cerca quantomeno l’approvazione di Ancelotti, che lo invita prontamente a rilanciare lungo senza troppi complimenti. Come inizio, niente male.

Anche le sedute di allenamento con Vecchi non vanno meglio. Il rapporto tra i due è buono – Edwin dichiarerà in seguito di esserci rimasto in contatto anche dopo il suo addio – ma i metodi tradizionali non si adattano facilmente alle caratteristiche e alle abitudini dell’olandese, che si vede costretto a derogare i princìpi sui quali aveva costruito la propria carriera finendo gradualmente per perdere certezze.

“Dovevo allenarmi con metodi italiani, secondo lui i migliori. D’altro canto era innegabile che la fama dei portieri azzurri fosse superiore rispetto a quella degli olandesi. Per farmi capire cosa dovevo fare mi diceva di seguire Rampulla, come uno specchio. Una visione inflessibile che non si curava affatto della mia formazione precedente e così la mia fiducia ha cominciato a vacillare.”

La prima annata in bianconero è comunque positiva e riesce a mettersi in mostra se non con una partecipazione alla costruzione dal basso così accentuata come auspicava, con interventi puntuali e lanci millimetrici per il contropiede di Inzaghi, una situazione di gioco che diventerà quasi un fattore negli schemi bianconeri.

Più che con la lingua, le difficoltà maggiori sono state di natura… fisiologica. Al suo esordio in Serie A sarà comunque il portiere meno battuto. Magra consolazione.

Sotto la pioggia di Perugia sfuma uno scudetto che avrebbe potuto scrivere una storia sicuramente diversa per lui ed Ancelotti soprattutto, aprendo invece qualche crepa che nella stagione successiva diventerà una voragine.

“Quando si è conclusa la stagione volevo soltanto una cosa: tornare a casa, in Olanda, dalla mia famiglia per prepararmi al meglio per l’Europeo. Avevo grandi motivazioni, volevo dimostrare a tutti, soprattutto agli italiani, chi fossi veramente.”

È finita così, ovviamente:

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Il senso di Edwin per i rigori. Riassunto.

Anche in quel match surreale era comunque riuscito a mettere in mostra una di quelle caratteristiche che spesso vengono tirate in ballo riguardo i grandi portieri: il saper rimanere concentrati durante l’intero match, soprattutto in quegli incontri in cui i pericoli sono centellinati e sporadici. La parata su Delvecchio, dopo centoquattordici minuti in cui la sua presenza stava risultando a dir poco superflua nel monologo olandese all’Amsterdam ArenA, è in tal senso emblematica, pur risultando decisiva soltanto nel prolungare l’agonia.

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Miracolo provvidenziale o puro accanimento terapeutico?

Inutile forse soffermarsi sulla seconda stagione in bianconero – chiusa di nuovo al secondo posto stavolta dietro la Roma di Capello, Batistuta, Totti e Montella – dove Van der Sar tocca il punto più basso della carriera. Sono sufficienti tre istantanee per evidenziarne le responsabilità additandolo, forse in maniera fin troppo ingenerosa, come il vero colpevole per un’annata fallimentare.

“È vero che si gioca in undici, ma io mi sento responsabile dei risultati negativi.”

A pensarci bene non fu tanto la quantità di errori quanto la serialità temporalmente ravvicinata unita alla loro gravità – per goffaggine ed importanza delle sfide – a condizionare il giudizio impietoso. Come a dire che un portiere può anche permettersi due/tre errori, anche marchiani, in una stagione, ma non nelle tre sfide più importanti dell’anno, due delle quali in una settimana, ecco.

8 novembre 2000. Ad Atene la Juve esce dalla Champions, sconfitta 3-1 dal Panathinaikos. Sulle prime due reti Van der Sar ci mette del suo: prima sbaglia il posizionamento su una punizione di Paulo Sousa, sempre a suo agio nei panni dell’ex, poi procura un rigore con conseguente espulsione e addio ai sogni europei. Quattro giorni dopo contro la Lazio due miracoli su Crespo e Nedved tengono a galla i bianconeri, senza però riuscire a distogliere l’attenzione da questa cosa qui:

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Il momento per lui è difficilissimo. Si ipotizzano problemi di vista sempre prontamente smentiti, tanto che nelle gare successive sembra comunque riprendersi. Il carattere introverso lo porta però a chiudersi in sé stesso, lasciando spazio ad un’inquietante ombra depressiva, come sottolineato dalla moglie Anne: “Credeva che le cose si sarebbero sistemate da sole, ma non è stato così. Era dimagrito e molto spesso malato”.

La serenità mentale per un giocatore è fondamentale, ancor più per un portiere che fa della sicurezza la sua forza. Certezze che sembravano svanite sotto il primo freddo torinese. Arriva addirittura a chiamare Jansen, il suo agente, nel cuore della notte:

“Rob, ho un problema. Non so come si afferra un pallone.”

Siamo a novembre è vero, il tempo per smentire i critici non mancherebbe ma la reputazione dell’olandese, nonostante i segnali incoraggianti nel prosieguo della stagione, è ormai compromessa. Da coniglio di ghiaccio a Edwin mani di forbice il passo era stato breve.

L’ultimo atto di questa impietosa trilogia va in scena contro la Roma, il 6 maggio, quando una goffa respinta sul tiro di Nakata consente a Montella di timbrare il preziosissimo pareggio e ipotecare di fatto il titolo. Le rassicurazioni di Moggi sul suo futuro cozzano con gli arrivi di Thuram, Nedved e, soprattutto, Buffon che “era chiaro sarebbe stato il titolare”, costringendolo seppur non ufficialmente a cercarsi una nuova sistemazione.

“So che qualcosa non ha funzionato nel mio periodo italiano, ma non è giusto dire che sia tutto da buttare. Certo, se mi guardo indietro penso che con la Juve non ho vinto niente, però il ricordo è comunque bello, ho conservato degli amici, in Italia ritorno ancora per andare in vacanza.”

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Flying Dutchman

La stretta di mano ferrea con la quale era solito intimorire gli avversari nel tunnel prima di ogni partita – unico aneddoto in grado di discostare leggermente l’olandese da quell’immagine di pacatezza serafica che lo ha contraddistinto sia in campo che fuori – serve stavolta a sancire il sodalizio con lo sceicco Al-Fayed e il Fulham, probabilmente senza la necessità di ricorrere a quella tipica veemenza intimidatoria.

E chi meglio dei Cottagers avrebbe potuto rappresentare, anche simbolicamente, la fase di stallo in cui sembrava precipitata la sua carriera? Le sterline londinesi e una villa lussuosa a Richmond sono sufficienti per non porsi molte domande e ricominciare una nuova avventura, seppur dal più basso profilo.

“Quell’espressione da assessore alla riqualificazione demaniale (con delega alle piste ciclabili) lo faceva sembrare il più vecchio dei suoi coetanei quando era un ragazzino e il più giovanile tra gli anziani a fine carriera.” (S. Vacatello)

Il problema è che quello che nelle intenzioni sarebbe dovuto essere soltanto un limbo temporaneo, utile per ritrovare la continuità e le smarrite sicurezze in vista del mondiale asiatico, finisce per diventare un vero e proprio purgatorio, lungo quattro stagioni. L’Olanda di Van Gaal infatti non si qualifica per la manifestazione, privando Edwin di una vetrina fondamentale per potersi rilanciare davvero.

È in questo periodo però che incontra Hans Van Breukelen, i cui successi con le maglie di Psv (Coppa Campioni) e Olanda (Europeo) lo rendono l’unico in patria in grado di contendergli la palma di miglior portiere olandese. Almeno per ora. Sarà proprio VB, accompagnato dalla fama di pararigori che si portava dietro dopo le due finali ’88, a contribuire in maniera decisiva nel far superare a Van der Sar il complesso degli undici metri, come un vero e proprio mentore.

Non si tratta di fortuna ed istinto, come credeva Edwin, ma piuttosto di analizzare minuziosamente i tiratori avversari, pratica che oggi appare quasi naturale ma che evidentemente non lo era. Una svolta.

Comincia in campionato con Shearer, l’anno dopo con John e Yorke, poi addirittura Gerrard. Ma è ad euro ’04 contro la Svezia che quel peso insopportabile di tre eliminazioni consecutive finalmente svanisce, grazie alla parata su Mellberg che vale la semifinale. Come detto in precedenza, in maniera tutt’altro che scientifica ovviamente, è anche attraverso questa inversione di trend che la sua carriera ricomincia a tornare su binari più consoni.

Nel 2005, con qualche anno di ritardo, arriva finalmente la chiamata da Manchester, sponda United.
“Non averlo portato qui qualche anno fa è uno dei miei più grandi rimpianti” sentenzierà Ferguson, con ancora negli occhi forse le prestazioni altalenanti dei vari Carroll, Taibi, Howard e Barthez. La perfetta struttura narrativa della rinascita dopo la caduta può dirsi a questo punto pienamente realizzata.

Ad Old Trafford vivrà sei stagioni da protagonista assoluto, portando a casa quattro Premier League, tre Coppe di Lega – con tre rigori parati nella finale 2005, contro il Chelsea -, il record assoluto di imbattibilità del campionato inglese con 1311 minuti – mille-e-trecento-undici-minuti –ma soprattutto la Champions a Mosca nel 2008.

“Ho sempre sognato un momento-Van Breukelen.”

A differenza dell’Olandese Volante, il vascello fantasma che non può toccare terra, costretto ad un eterno peregrinare, nonché il nomignolo che gli affibbiano i tifosi, c’è un momento ben preciso in cui la maledizione di Edwin si rompe e l’attracco diventa realtà, lasciando definitivamente alle spalle i tormenti e gli spettri del passato: il rigore di Anelka.

Quelle braccia larghe, a mezz’aria, un gesto apparentemente semplice e quasi ininfluente, sono in realtà il riassunto di un lavoro maniacale, portato avanti con cura e dedizione grazie ai consigli preziosi del collega. Sa che il francese spesso calcia alla sua destra, lo ha studiato, così gli indica proprio quel punto. Gli fa capire che sa. Non è altro che il solito gioco psicologico di un qualsiasi calcio di rigore, ma evidentemente tanto basta a destabilizzare l’attaccante, che infatti calcia dall’altra parte, come il povero van Lunteren nove anni dopo.

Le mani di Edwin consegnano la Coppa ai Red Devils, mentre per lui c’è il premio di man of the match: a tredici anni di distanza da Vienna è nuovamente il miglior portiere d’Europa, archiviando critiche e delusioni con una notte da protagonista: a-là Van Breukelen, proprio come sognava.

A Manchester si riguadagna il rispetto e l’ammirazione perduti – tanto che anche cose di questo genere passano sottotraccia – trasformando quella che sarebbe dovuta essere soltanto una conclusione dignitosa di un’ottima carriera nel suo momento di massimo splendore. Avrà il tempo di giocare altre due finali, entrambe contro il Barcellona ed entrambe perse, chiudendo con un bilancio dolce-amaro il suo rapporto con la Coppa più importante. Quella di Wembley sarà la sua ultima partita ufficiale il 28 maggio 2011, a quarant’anni abbondanti.

Già nel 2009 avrebbe potuto lasciare le scene in seguito alla malattia della moglie Anne-Marie, colpita da un’emorragia cerebrale la vigilia di Natale, ma fortunatamente la situazione si risolse e nel giro di un mese era di nuovo in campo.

Malgrado un curriculm macchiato dai passaggi a vuoto in bianconero, quella lasciata da Van der Sar è un’eredità pesante per il ruolo: portiere completo e reattivo ma senza bisogno di estetismi accentuati, figlio della scuola olandese e per questo pioniere del moderno sweeper-keeper, con il suo stile tecnico ed essenziale, asciutto come il suo fisico, per vent’anni si è ritagliato un ruolo di primo piano nel panorama mondiale. La capacità di rialzarsi dopo periodi difficili, dimostrando determinazione e professionalità che gli hanno addirittura permesso di migliorarsi quando il declino sembrava incombente, dona oltretutto alla sua epopea una straordinaria dignità.

Se sia stato effettivamente il migliore è difficile dirlo, probabilmente no; quel che è certo è che grazie ai trionfi e ai record – primatista, tra l’altro, di presenze in nazionale, imbattibilità in Champions e nelle qualificazioni mondiali – adesso, come scrisse Candido Cannavò nel suo ultimo pezzo, “nessuno ride più di Van der Sar”. Non era poi così scontato.