Prima dei Pogba e dei Kanté, prima di quel dominio fisico ma soprattutto locomotorio sulla partita, c’era un giocatore che arrivato in Serie A sembrava palesemente un corpo estraneo. Ne abbiamo avuti nel nostro campionato di giocatori imponenti, il primo a cui penso è Ibra, però la sensazione di dominio fisico e tecnico che Kevin-Prince Boateng manifestava nei confronti del diretto avversario, no, quella mi mancava.

Il grande pubblico lo ha scoperto tardi, e dove inizino i demeriti suoi non è dato saperlo. I Mondiali però servono anche a questo: la possibilità di confrontarsi su un palcoscenico teletrasmesso e costantemente osservato da chi è alla ricerca del gallianiano Mister X. Il fatto che poi Boateng sia finito al Milan non è certo un caso, ma andiamo con ordine.

La storia di Kevin inizia a Berlino il 6 Marzo 1987, quando la signora Christine dà alla luce il suo secondo bambino. Il padre è tale Prince (nome che poi verrà aggiunto a quello di Kevin) che evidentemente con Christine non era riuscito a creare una simbiosi familiare accettabile, tant’è che un anno dopo è di nuovo in ospedale, mentre la nuova moglie sta partorendo Jérôme.

Il destino fa un po’ quello che vuole, i due sono separati da appena un anno ma le condizioni in cui vivranno la loro infanzia saranno diametralmente opposte. Kevin e George (il fratello più grande) vivono con la madre a Wedding, quartiere diciamo non aristocratico della capitale tedesca; Jérôme invece vive con il padre in una zona abbiente, vicino Kurfürstendamm, rinomata via dello shopping berlinese.

Boateng

Kevin e Jérôme ignari di quello che li aspetta

I tre però si vogliono bene, durante le vacanze passano le ore a giocare a calcio insieme e chi li ha visti è pronto a giurare che il più talentuoso non è Kevin, non è Jérôme: è George. Il calcio è strano, però se digitate su Google George Boateng rapper vi appare la sigla BTNG, che poi è il nome d’arte che si è scelto per la sua carriera sopra il bit. Per quanto riguarda il calcio giocato ci fermiamo ad una manciata di presenze in Oberliga Nord, il quarto livello del calcio tedesco. Gli altri due, invece, vanno forte.

Ora però torniamo a quel mondiale sudafricano, perché è durante quella kermesse che la bolla esplode. Kevin-Prince viene da una stagione ondivaga al Portsmouth nella quale raggiunge una finale di FA Cup (persa contro il Chelsea) ma allo stesso tempo non riesce ad evitare la retrocessione. Ad aspettarlo in Sud Africa c’è la compagine ghanese, che non è messa male ma ha bisogno della sua stella al 100%, e Boateng non stecca. Il Ghana è una delle migliori squadre di seconda fascia del torneo: agli ottavi un suo gol li porta in vantaggio ed è sicuramente quello a far scattare la molla del condor. A Galliani queste prodezze in conduzione palla piacciono troppo.

Boateng

Ok, non è un gol impossibile, la difesa degli Stati Uniti è troppo passiva ma non è soltanto la modesta conoscenza del gioco a trattenerli: è evidente che questo ragazzo va. È un Aduana – che è una delle migliaia di famiglie tribali che si possono trovare nell’Africa Nera -, la fisionomia non è quella del solito trequartista pompato: Boateng è grosso davvero. Quel gol è una liberazione, perché se da un punto di vista tecnico parliamo di un Boateng nel suo prime, da quello mentale i fantasmi aleggiano.

Un mese prima, durante la finale di FA Cup, aveva sbranato la caviglia di Michael Ballack con un intervento che con il calcio ha poco da spartire. In Germania è diventato famoso per i motivi sbagliati; la stampa tedesca lo detesta. I sorteggi dei mondiali servono a questo: alimentare la narrativa. Chi è testa di serie nel girone del Ghana? La Germania. E chi gioca nel reparto arretrato di Joachim Löw? Jérôme. Suo fratello. Pardon, fratellastro.

I due si scambiano una decina di parole durante il match, non c’è un clima disteso e la cosa non sorprende. Entrambi hanno mosso i primi passi nel football professionistico con la maglia dell’Hertha Berlino: il più grande brucia le tappe, il Tottenham si presenta con ottime argomentazioni per portarlo oltremanica, ma l’avventura non finirà bene.

“In quel periodo nessuno è mai venuto da me a chiedermi come stavo”.

A Londra non trova un ambiente particolarmente inclusivo; deve cavarsela da solo, ma parliamo di un ventenne che per la prima volta nella sua vita vede i soldi, quelli veri.

“6 giorni su 7 ero in discoteca con drink, ragazze. La mattina dopo ero triste, e quindi compravo una Lamborghini e per una settimana ero felice”.

Martin Jol non lo vede e lui si accontenta di condurre una vita che al corpo e alla mente non fa per niente bene. Va un po’ meglio quando si trasferisce in prestito al Borussia Dortmund, squadra per la quale ha sempre tifato: l’epopea di Jürgen Klopp è in procinto di iniziare, per Boateng quello sarebbe il posto ideale ma con le idee di gioco del tecnico tedesco c’azzecca poco. Nonostante ciò, quando gli chiedono il nome del miglior allenatore al mondo lui non ha dubbi.

“Chiedetelo a chiunque abbia giocato per lui. Morirebbero per Klopp”.

Temo abbia anche ragione.

Boateng

In questo periodo, l’altro Boateng si sta costruendo una reputazione all’Amburgo e in Germania lo pronosticano titolare già ai mondiali sudafricani. I due avevano giocato insieme l’ultima volta in un’amichevole della Germania under 21 in preparazione dell’Europeo di categoria. Un momento. Se entrambi sono nati in Germania e hanno fatto la trafila delle giovanili per la nazionale teutonica, perché Kevin-Prince gioca per il Ghana?

Dopo l’amichevole (un anonimo 1-1 in Irlanda) KPB e un altro paio di ragazzi decidono di entrare nel primo night club che incontrano. Matthias Sammer, coach di quella squadra, viene a conoscenza del fatto. Madre natura non ha donato la tolleranza a Sammer, che non digerisce l’accaduto e li allontana dalla nazionale, bocciandoli per l’imminente rassegna europea under 21.

Il problema è che nemmeno Boateng ha familiarità con il compromesso e quindi decide di rendersi eleggibile per la nazionale ghanese. Le origini paterne sono il motivo per il quale ha potuto intraprendere questa scelta, ma il movente non ha niente a che vedere con l’appartenenza alle radici. A dir la verità ho anche dei dubbi sull’ampiezza del suo vocabolario in un qualsiasi dialetto ghanese: è chiaramente un tedesco per temperamento, imprigionato nel corpo di un guerriero africano.

I rapporti tra i due fratelli devono essersi incrinati in quel momento e la faccenda di Ballack non ha fatto altro che allontanarli. Oggi il clima è più disteso, ma quello che andò in frantumi anni fa non è stato mai rinsaldato del tutto. In compenso la carriera di Kevin-Prince sembrava in procinto di decollare: il Milan lo porta in Italia, è il centrocampista perfetto per Allegri perché legge il gioco da regista ma gioca venti metri più avanti. È un bug che in Serie A non hanno mai visto, e inserirlo nella stessa squadra di Ibrahimovic rende il campionato una formalità.

Ha ragione Baricco quando parla di Zlatan: lui è l’epicentro di tutto. Il Boa è diverso. Ti gireresti comunque a fissarlo se entrasse in una stanza, ma non ci sarebbe quel senso di impotenza che si prova in presenza di Ibra: sarebbe più uno spaesamento dettato da un contesto che dovrebbe ammettere solo uno tra te e Boateng. Un corpo estraneo, appunto. Per chi gioca in Serie A è la stessa cosa.

Quando lascia andare quella gamba è una follia telecinetica. Il tiro parte e la sfera – cascasse il mondo – in porta non ci può finire. Il problema è che lui mette una forza disumana su quel destro ma la palla non la colpisce quasi mai bene. Letteralmente, sgonfia la palla. Risultato: le leggi della fisica rimangono sui libri e il suo è un dominio atletico che a queste latitudini mancava.

Finito il campionato fa due cose che tratteggiano meravigliosamente la sua persona. Innanzitutto va dal tatuatore – per sua ammissione dopo i primi quattro tatuaggi, che bene o male avevano un senso, gli altri li ha fatti perché gli sembrava cool -, per celebrare un titolo con l’inchiostro di solito si sceglie una data significativa, o il disegno del trofeo, magari un’istantanea particolare insieme ai compagni.

Boateng

Meno male che Crudeli sopra non ha sentito niente

Che poi la cosa bella è che di metterci lo scudetto se lo ricorda alla fine, la priorità era il clown con la faccia da teschio. Neanche a Tim Burton vengono queste idee. È un nonsense artistico talmente elaborato che, per quanto mi riguarda, è la metafora perfetta della carriera di Kevin-Prince Boateng. La seconda cosa che fa è fare un complimento ad Ibra (appena trasferitosi al Barcellona), che è quasi peggio che insultarlo.

“Pensavo fosse un bastardo, invece è un ragazzo a modo: gentile e divertente”.

Non credo esista un altro essere umano che condivida il pensiero, non sono nemmeno sicuro che in questa frase ci sia il vero sentimento di Boateng nei confronti dello svedese, ma tant’è: Ibra ne rispetta pochi e tra questi “fortunati” c’è anche lui.

Rimane altri due anni al Milan in cui è il leader emotivo della squadra; ha lui in mano il termometro delle prestazioni, se calano spesso vuol dire che lui non gira bene. Durante i suoi anni in rossonero non si è mai nascosto, anzi, si accende quando la situazione lo richiede. La palla recapitata ad El Shaarawy nel derby è un cioccolatino che di solito i giocatori con quel fisico non confezionano.

Boateng

Confermo, l’ha pareggiata Schelotto questa.

Le notti di Champions sono le sue preferite, quelle in cui il mondo intero è ansioso di vedere quanto in là si può spingere il livello calcistico dell’uomo. Al Barcellona rifila due gol in due anni diversi, il primo è un climax ascendente che raggiunge il suo culmine quando il ghanese sgonfia l’ennesimo pallone mettendoci una rabbia che rivedremo un anno dopo in un altro contesto.

Boateng

Come usare il fioretto e la sciabola nello stesso fotogramma

Il contesto di cui sopra sarebbe un’amichevole abbastanza anonima, se non fosse che dei tifosi della Pro Patria insultano il 10 del Milan adducendo ragioni “etniche”: un episodio di razzismo che purtroppo in Italia non è così isolato. Boateng interrompe la partita, scaglia il pallone contro la frangia di tifosi incriminata e se ne va seguito, come al solito, da tutta la squadra.

L’episodio farà parecchio discutere: gli addetti ai lavori si schiereranno tutti con il giocatore ma l’opinione pubblica è spaccata tra chi lo ritiene un portavoce di un sentimento fin troppe volte nascosto sotto il tappeto e chi invece lo etichetta come una “mammoletta strapagata” (parole non mie, ma di un ex politico). Più tardi verrà intercettato dalla CNN – in occasione di un suo discorso alle Nazioni Unite sul razzismo – dove dirà che, fosse per lui, l’arbitro dovrebbe sospendere il match non appena avverta anche un singolo uomo mormorare frasi razziste nei confronti dei giocatori.

Boateng

Al netto delle opinioni personali, c’è da registrare la sentenza del tribunale di Milano che due anni fa ha assolto i cinque individui resisi autori di questa vicenda con una splendida espressione del vocabolario giudiziario italiano: “il fatto non sussiste”. Boateng a fine anno se ne va, capisce che non può combattere una battaglia che per le persone, come per il tribunale, non sussiste. Ha dato tanto al Milan di Allegri, ha dato tanto alla Serie A, e forse bisognerebbe cominciare a chiedersi perché in Italia abbiamo le espressioni lessicali più belle ma le sentenze meno coerenti.

Probabilmente Boateng sarebbe andato via comunque, al Milan era finito un ciclo e lo Schalke versa 12 milioni di euro nelle casse rossonere per assicurarsi uno dei più devastanti game changer in circolazione. Per un tifoso dichiarato del Borussia Dortmund Gelsenkirchen può essere ostica, ma non sono i pregressi da supporter a rendere l’avventura di Boateng un calvario. Più che altro è questa idea del pareggio che proprio non gli va giù.

Il primo anno fila via bene: coach Keller lo mette al centro del suo sistema tattico e i risultati sono eccellenti. Boateng diventa subito il leader comunicativo della squadra, quando lo Schalke va in difficoltà i compagni cercano il suo sguardo, che non è mai basso. Keller adora questo di lui:

“Basta guardare il suo ‘body language’, non si tira mai indietro, ci spinge anche quando le cose non vanno bene”.

In Bundesliga c’è anche Jérôme, che sta diventando uno dei centrali difensivi più forti al mondo. I vestiti non se li scambiano, però le vicende del 2010 sono lontane: la loro infanzia ormai è un pallido ricordo e i due si riconciliano. Sembra veramente andare tutto a posto nella vita di Kevin-Prince, compresa una relazione sentimentale con una showgirl italiana di un qual certo fascino.

Boateng

Com’era la storia del pareggio? Ah sì. Nell’estate del 2014 c’è il Mondiale in Brasile e Boateng è ancora un elemento chiave per le Black Stars. Dopo la seconda partita, però, lui e Muntari vengono allontanati dal ritiro e accusati di aver aggredito un dirigente della federazione ghanese e aver rivolto parole ingiuriose al ct Appiah.

Nessuno dei due si scuserà, né vorrà parlare di cosa quella riunione riguardasse. La teoria più concreta, però, rimanda ad una distribuzione dei premi della FIFA che non tenesse conto dei calciatori. Ecco perché c’erano i due giocatori più rappresentativi a parlare.

Boateng non ne fa una tragedia, torna in Germania e sulla nazionale ci mette una pietra sopra: non risponderà più ad una chiamata del Ghana. Nel suo club però le cose non vanno tanto meglio. Ad Ottobre Di Matteo subentra a Jans Keller e con l’allenatore italo-svizzero il feeling non è dei migliori. A fine stagione viene licenziato dal club per condotta non professionale e passa i successivi grotteschi sei mesi formalmente sotto contratto con lo Schalke, senza poter giocare.

A Gennaio torna al Milan, ma le minestre riscaldate non hanno quasi mai lo stesso sapore di una prima edizione. Svincolato e senza grandi prospettive decide di accettare la corte del Las Palmas e di mister Quique Setién, uomo dalle idee tattiche forti.

“Quando mi dissero che stavamo ingaggiando Boateng ho avuto paura. Perché uno come lui dovrebbe venire da noi? Poi ho scoperto che Wakaso (suo compagno nel Ghana) aveva parlato con lui, gli aveva detto come giocavamo e lo aveva convinto”.

Purtroppo è difficile confutare la fama da “bad boy” ma per Boateng non è mai stato un problema. Anzi. Dice che vuole fare da tutor ai più giovani in una città che non è stata pensata per il calcio.

“La gente parla, pensa che sia venuto qua per fare festa. Se volessi fare festa la farei dovunque e comunque andrei in città come Londra o Milano. Qui voglio dimostrare quanto valgo come giocatore”.

Attualmente il Las Palmas è un po’ in calo (dodicesimo in Liga), ma la proposta posizionale di Setién rimane tra le più raffinate in Europa se consideriamo le squadre di seconda fascia. Per dire, possono venire fuori anche cose così.

 

A chiudere l’azione c’è lui. L’uomo dei party, quello insubordinato, il ragazzo che viene dalla strada. L’unica volta che è rimasto senza fiato è stato quando Nelson Mandela si è presentato nello spogliatoio del Ghana ai Mondiali del 2010. È un giocatore che ne ha viste tante e che non ha mai alzato il piede dal gas. In una recente intervista ha ammesso che, forse, se si fosse gestito meglio in passato adesso la sua carriera non virerebbe in questa direzione.

Andare al Las Palmas vuol dire anche questo: meditare su quanto il mondo scorra via veloce e su quanto poco possiamo fare per impedirlo. Magari tornerà a calcare palcoscenici più blasonati; oppure si godrà la vita isolana e, considerando che adesso ha moglie e figlio, potrebbe non essere una cattiva idea. Tutto il resto ormai appartiene al passato, ed è lì che deve rimanere quando si parla di Kevin-Prince Boateng.