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È il 10 maggio del 2004, è domenica: Giuseppe Signori detto Beppe, di Alzano Lombardo e anni 36, nel suo Dall’Ara, saluta il Bologna e il calcio (non fu proprio di parola, ma sulle 2 presenze in amichevole nel Milan, 5 nel Sopron e 14 nell’Iraklis si può soprassedere).

Sette anni dopo avrebbe pianto di nuovo: stessa città, diversi palcoscenico e occasione. È il 20 giugno del 2011: nella sala del Savoia Hotel Regency l’ormai ex-bomber appare stanco e provato, non solo dai domiciliari ma dallo scandalo che lo ha travolto. Si siede davanti al microfono, si guarda intorno, parla. La lingua inciampa, la voce s’incrina, e Beppe Signori inizia a piangere. Il suo è un nome da pesce grosso nell’inchiesta sul calcioscommesse. E la domanda è ovvia, scontata, lapalissiana: come è successo tutto questo?

“Nel nostro mestiere [quello d’intellettuale e giornalista], occorre staccarli bene a terra, i piedi, bisogna muoversi, scarpinare, scattare e fare polvere, una nube di polvere possibilmente, e poi nascondercisi dentro”.

Sono parole di Luciano Bianciardi, grossetano trapiantato a Milano, in un piccolo capolavoro di nome La vita agra. Sono direttive che valgono – quasi – per tutti, anche per un mezzo bomber di provincia con velleità da stella, come Beppe Signori: correre e scattare, incrociare le dita e calciare con metodo e precisione, potenza e furbizia, in attesa dell’occasione che vale una vita e una carriera. Aspettare l’ennesimo stopper, dribblarlo e conservarsi abbastanza lucidi per beffare il portiere di turno con un diagonale al vetriolo. E sperare nel colpo di fortuna, nella giornata di grazia, nel nume tutelare, meglio se tabagista e boemo. Meglio ancora se spregiudicato e votato all’attacco, ché negli anni Novanta, nel calcio dei primissimi Novanta, era quel che piaceva al grande pubblico.

Beppe Signori Foggia Fiorentina

L’oro di Foggia

Beppegol e Zdeněk Zeman s’incontrano a Foggia: il primo, appena ventenne, arriva da Piacenza, dove aveva disputato una discreta stagione da centrocampista titolare. Il secondo, statisticamente fumando, lo vede e lo saluta “Ciao, bomber”. Più che un saluto, un’investitura.

Il ceco ci aveva visto giusto, e perdonate il calembour: Signori in avanti, con Baiano e Rambaudi, forma un trio meraviglioso e trascina il Foggia in A con quattordici marcature. Nei due anni successivi conferma le sue qualità, una dopo l’altra. Vola in contropiede e salta i difensori, puntando tutto sul suo mancino chirurgico, capace di spedire la sfera, con un colpo di biliardo, verso il palo opposto, lungo un canalone immaginario. I tre giri sulla giostra di Zemanlandia regalano a Signori l’azzurro dell’Italia prima e il celeste della Lazio subito dopo.

«Per Signori faremo la guerra»

Settembre 1992: mentre Mani Pulite si sta guadagnando le prime pagine, c’è chi, sui campi da calcio, le mani cessa di usarle per legge per raccogliere i passaggi dei compagni. I portieri si vedono togliere questo vitale diritto e il gioco cambia. È la tanto rimpianta (ma seriamente?) grande Serie A, dei presidenti arricchiti in vena di follia e dei folli stranieri in vena di arricchirsi, come Asprilla e Gascoigne. Proprio l’inglese, già noto per i suoi colpi di testa, era un pallino del quasi-presidente della Lazio, l’imprenditore Sergio Cragnotti (lo diventerà solo l’anno dopo, ufficialmente).

Alla prima giornata Signori conferma il suo talento, infilando per ben due volte un incolpevole Pagliuca e mandando in visibilio i tifosi biancocelesti. Nello stesso anno, in casa contro l’Inter di Pancev e Fontolan (sic!), dopo una partita quasi perfetta, si berrà Berti e Bergomi, prima d’infilare il secondo di Zenga, Beniamino Abate (sì, padre di quell‘Abate).

Gli ultras biancocelesti, per lui, non esiteranno a scendere in piazza tre anni, e decine di altri gol dopo questa marcatura. Cragnotti, più imprenditore che calciofilo, sta per concludere la cessione di Beppegol al Parma del suo amico e collega, nella buona e nella cattiva sorte, Tanzi. Un graffito recita: “Per Signori faremo la guerra”. Gente di parola: Cragnotti si ritrova cinquemila ultras sotto le proprie finestre, ferma l’affare, minaccia di andarsene. Si palesano pittoresche cordate disposte a rilevare la Lazio.

Tutto rientra, mentre il bomber bergamasco, ogni domenica, continua a mandare la curva in visibilio. E segna sempre lui. Il suo idillio personale con l’aquila laziale verrà minacciato, incrinato e rotto con l’arrivo dell’algido Eriksson in panchina, accanto e a causa del quale sarà spesso costretto a sedervisi. Nessuno o quasi scenderà nuovamente in piazza per Beppegol, che abbandona la corona e passa dal celeste al blu (cerchiato) della Samp.

Beppe Signori alla Lazio

In Nazionale, senza filtro

Mentre la sua parabola laziale volge verso il prevedibile pendio, Signori riceve ben poche soddisfazioni anche dalla maglia azzurra. Quello che potrebbe essere il suo Mondiale, quello americano del ‘94, si rivela un’occasione mancata, delle più manifeste.

Trova il grande amico Baggio, ma l’accoppiata, dopo il primo match, non convince Sacchi, che sacrifica Beppegol. Lui, capocannoniere per due stagioni, oltreoceano si ritrova centrocampista di fascia, come gli anni a Leffe e Piacenza, costretto alla linea laterale dal modulo sacchiano: davanti un trequartista virtuoso e un attaccante di peso, cosa che Signori non è. Finché può, stringe i denti, a chilometri dalla porta: non è il primo violino e lo sa. Serve un assist a Baggio, contro la Spagna, che si risolve in un gol fondamentale e in un abbraccio sincero.

Con il ct, però, i ferri si fanno cortissimi: dopo un’accesa discussione, di fronte all’aut-aut di Sacchi (o in fascia, o a sedere), sceglie la panchina. E la ottiene, purtroppo per lui. Quello, nel bene e nel male, è il mondiale di Baggio: non c’è più spazio per lui, non in quell’Italia, non dopo il gran rifiuto.

Beppe Signori e Roberto Baggio Mondiali 1994 Nazionale

Bologna ombelico di tutto

Nel 1997 la carriera di Signori sembra ferma, immobile, come lui, sul dischetto di rigore. È una delle sue specialità, del resto. In piedi, gambe leggermente divaricate a mezzo metro dalla sfera. Quasi a voler cristallizzare quel momento, a creare un sapiente cliffhanger di rara potenza emotiva, da grande serie americana. Un occhio sul pallone, uno sguardo al ginocchio portante del portiere, il calcio dal lato opposto, la rete che si gonfia.

Signori fa tutte queste cose, idealmente, beffando un destino che, a soli 29 anni, sembrava già scontato. Passa sei mesi indolori a Genova, sponda blucerchiata: scende in campo diciassette volte, marca tre reti. Poche, ma non sembra preoccuparsene troppo.

Nell’estate successiva la Lazio, ormai imbarazzata da quel bomber ingombrante, lo cede nuovamente in prestito. Qualche giorno dopo un Mondiale che avrebbe potuto essere anche suo, arriva a Sestola. Alle pendici dell’Appennino trova il Bologna di Carletto Mazzone, il medico e i reparti giusti per i suoi mali di carriera. Va a raccogliere il testimone del suo amico Roberto Baggio, passato all’Inter, per una delle annate recenti più tribolate dell’undici nerazzurro, passato dal secondo posto della stagione precedente a un poker mal speso di allenatori: Simoni, Lucescu, Castellini e Hodgson.

Segna la sua prima rete in Polonia, mentre i tifosi sono ancora al mare, persi tra le pagine del calciomercato. Arriva la Coppa Intertoto e sarà il preludio di una cavalcata indimenticabile per i ragazzi del Dall’Ara. In campionato, dopo un avvio claudicante, iniziano a ingranare a suon di giocate, contropiedi, assoli: uno dei primi musicisti, manco a dirlo, è proprio Signori, che, fascia di capitano al braccio, è tornato a sorridere come ai tempi di Foggia. Su azione, su rigore, su punizione: non importa come, importa dove rotola la palla.

Non sarà certo il Bologna che tremare il mondo fa, ma il mondo sa che, quando arriva a Bologna, è tutt’altro che una passeggiata di salute. Antonioli, Paramatti, Marocchi, Ingesson, Andersson: Signori ritrova persino il suo vecchio amico Kolyvanov. Tutti, tanto all’ombra della Torre di Maratona, quanto in campo ostile, si muovono quasi a memoria. Quell’undici rossoblu, che qualcuno saprà snocciolare a memoria anche dopo vent’anni, arriva soprattutto in semifinale di Coppa Uefa: uscirà a undici metri dalla finale, calciato fuori dalla competizione, con onore, dal destro di  Blanc.

Quando segna alla Roma, tra le mura amiche, lo stesso Mazzone la prende bene ma non troppo: “Mannaggia a te, me fai pure esultà pe’ un gol de un laziale alla Roma!”. Mentre continua a marcare in porta con inusitata frequenza, Signori inizia a manifestare quel suo vizio goliardico che, anni dopo, assumerà i contorni del mito, della leggenda nera, del crimine odioso. Per chi gli dà credito.

«Signori elemento centrale del gruppo di Bologna»

Inizia con un Buondì, pare finisca con una rete criminale della quale lui, Beppegol, è il capo. Contorni da mitologia spicciola, appunto, o da pezzo di colore, chiesto tardi dal caporedattore a qualche sfortunato subalterno. Piccoli episodi che, attraverso il caleidoscopio dello scandalo si muovono e si incastrano, moltiplicandosi, cambiando forma, colore e gravità. E allora la merendina in trenta passi non è più goliardata ma sintomo, per i soloni dell’ultima ora.

A quella scommessa, persa, per Signori se ne accompagnano altre mille. La maglia numero 10, vinta a carte all’amico Locatelli, che ripiega, beffandolo, sul 20. A suon di gol si guadagna una spazzolata di scarpe da mister Guidolin, ciclista indomito, che l’anno dopo lo trascina, per scommessa, fino a Cervia, pedalata dopo pedalata. E poi il casinò, sin dai tempi di Roma e, ovviamente, le scommesse vere e proprie, su qualsiasi sport esistente: calcio, tennis, basket. A suo dire, solo un pizzico di pepe su partite che avrebbe guardato altrimenti con occhio disinteressato. Per chi indaga molto, molto di più, soprattutto dopo lo tsunami del 2011 e le intercettazioni ad esso legate.

“Quello che ha segnato 200 gol in serie A”, “Beppe Nazionale”: nomignoli tutt’altro che misteriosi, rivolti a chi, in quelle cinquantamila e più telefonate incriminate, è bene ricordarlo, non compare mai direttamente. Ma è abbastanza per falciarlo da dietro, Signori: insieme ad altri colleghi finisce sui giornali, nel vortice dei misteriosi “zingari”. All’indice c’è un suo incontro con i propri commercialisti. Molte delle partite, indicate dal famoso pizzino che si sarebbe scambiato con loro, ça va sans dire, non sono andate come previsto.

Scommettitore incallito, capo di una rete criminale tanto scaltro da non farsi mai beccare al telefono ma non così scaltro da condizionare i giusti risultati: nella carte, comunque la si guardi, Signori ne esce male, malissimo.

Le lacrime spese al Dall’Ara tredici anni fa sono diventate tremendamente amare, in quella conferenza al Regency. Le prossime, si spera per lui (e per noi che lo abbiamo tifato timidamente, da imbucati), torneranno a essere liberatorie? Oggi, 3 aprile 2017, a distanza di anni, si decide se celebrare il processo a Cremona. La sentenza, ovviamente, è ancora lontana, per lui come per molti suoi colleghi. Almeno quella strettamente giudiziaria. Per chi lo conosce, lo ha visto giocare, lo ha amato e rispettato, appare come una domanda vuota, senza senso né risposta. Come chiedersi con chi far accoppiare il lucertolone del Sudan in pratica. Perché, come mi ha confessato poco tempo fa un tifoso del Bologna, uno di quelli veri, a Signori:

“Tutti hanno voluto bene, perché lui è uno di quelli che se gioca in cortile e sta perdendo, vuole continuare fino a che non viene buio, e oltre.”

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