I fatti di cronaca

Nel novembre 2016 la Questura di Torino chiude l’inchiesta “Alto Piemonte”, relativa alla presenza mafiosa sul territorio, in particolare sulle attività nella regione della cosca ‘ndranghetista Pesce-Bellocco. L’indagine era culminata nel luglio precedente in 18 arresti, per reati quali associazione mafiosa, estorsione, detenzione di armi, tentato omicidio ecc.

Secondo la Direzione distrettuale Antimafia di Torino, oggetto del desiderio mafioso erano i biglietti dello Juventus Stadium riservati alla curva: anche tramite contatti e pressioni con la società Juventus, la ‘ndrina  puntava ad avere un controllo sulla gestione di tali ingressi per garantirsi mano libera nel bagarinaggio, in cambio garantiva la pace fra i vari gruppi ultras bianconeri.

Pochi giorni dopo la retata si era verificato l’oscuro suicidio di Raffaele “Ciccio” Bucci, già esponente dei “Drughi” e poi consulente per la sicurezza dello Juventus Stadium. Bucci era stato appena sentito dalla Questura relativamente all’inchiesta in atto, anche se soltanto come “persona informata dei fatti”. Lo scorso gennaio l’udienza preliminare del processo porta a 23 rinvii a giudizio, e conferma lo stralcio della posizione della Juventus come già emerso alla chiusura dell’inchiesta. La Juventus non è “parte offesa” (poiché non ha denunciato), ma non ci sono accuse a carico dei suoi dirigenti coinvolti e ascoltati durante le indagini.

Invece per Fabio Germani, fondatore dell’associazione “Bianconeri d’Italia”, c’è l’imputazione di concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo i pm, sarebbe lui ad aver messo in contatto i famigerati Saverio e Rocco Dominiello, ritenuti boss locali dei Pesce-Bellocco, con i responsabili di sicurezza e ticket office della Juventus.

Il caso

Mentre inizia il processo penale, si aprono – e riaprono – altri due fronti d’inchiesta: quello della Procura FIGC e quello della Commissione parlamentare Antimafia. La prima si era mossa già ad agosto 2016 (con all’epoca Palazzi procuratore) rilevando il mancato rispetto dell’art. 12 del codice di giustizia sportiva, relativo alle procedure sulla vendita dei biglietti.

La seconda invece si va a muovere in un’ottica più vasta, quella indicata dal protocollo per le misure di prevenzione alle infiltrazioni mafiose, firmato nel maggio 2016 da FIGC, Leghe Calcio e Ministero dell’Interno. L’inchiesta di Torino è solo la prima nel mirino, perché sono sotto la lente anche Catania, Crotone e altre situazioni analoghe nelle leghe minori.

In questa situazione, la bomba esplode proprio quando Pecoraro – attuale procuratore FIGC – è chiamato in audizione davanti all’Antimafia: in pratica, la sua tesi è che dalle carte della DdA di Torino emergono contatti diretti non solo tra i Dominiello, Merulla (il responsabile del ticket office), Calvo (ex-addetto commerciale della Juventus, ora al Barcellona) e D’Angelo (security manager), ma anche con Andrea Agnelli. Dopo pochi giorni, la procura federale notifica ai quattro dirigenti il deferimento.

La questione giudiziaria

In realtà, da un punto di vista strettamente legale, il procuratore Pecoraro sposta di poco l’ago della bilancia: il processo di Torino va avanti per la sua strada, quindi nessun tribunale della Repubblica sentenzierà mai “la Juventus lavora con la ‘ndrangheta“.

La pulce, però, è nell’occhio, dato che l’azione della giustizia sportiva – che coinvolge la società per responsabilità diretta – specula parecchio sulla “natura giuridica” dei Dominiello, come se quella presunzione di colpevolezza (l’onore della prova a carico dell’accusato, ndr) propria del diritto sportivo colpisse non solo i quattro deferiti, ma si estendesse anche ai due imputati del processo “Alto Piemonte”.

Questa incongruenza, di fatto, è il motivo principale dello stralcio della posizione dei dirigenti juventini da parte dei pm torinesi: non potevano sapere di essere in contatto con degli ‘ndranghetisti, dato che – per ora – nessun organo giudiziario ha riconosciuto i Dominiello come tali.

Tuttavia Pecoraro, che chiama in causa direttamente Andrea Agnelli contestando un suo coinvolgimento diretto a causa di incontri diretti con i Dominiello, fa un passetto in avanti rispetto alla DdA di Torino: da una parte alza il livello di coinvolgimento dei dirigenti da un livello diciamo “medio” ad un livello di vertice, dall’altra avanza ipotesi sul fatto che Agnelli conoscesse, in varia misura, la natura dei suoi interlocutori.

Il procuratore Giuseppe Pecoraro (ph: calcioefinanza.com)

La bufera

Il susseguirsi di questi ultimi fatti, con per ultimo l’audizione dell’avv. Chiappero, legale della Juventus, davanti alla Commissione Antimafia, ha scatenato un fuoco di fila mediatico. Parziale.

In realtà la bagarre si è giocata principalmente sul campo del web, ricevendo relativamente poca attenzione da parte della stampa sportiva ufficiale (ad esempio, la notizia del deferimento girò al largo delle prime pagine dei quotidiani sportivi), poi ritornata piuttosto “in punta di piedi” sul tema, mentre il caso già era esploso sui social.

Qui il labile confine fra “colore” e “delirio” si è perso facilmente, e di certo non hanno contribuito a far cambiare visuale prospettica le uscite dell’onorevole Taglialatela o del senatore Esposito, entrambi membri dell’Antimafia. In questa situazione, sono finiti per passare in sordina anche altre notizie relative ai procedimenti in corso, quali certi contatti relativi al brutto episodio dello striscione di Superga emersi sempre dall’inchiesta della procura federale (notizia poi riportata anche da Repubblica e Il Fatto Quotidiano); contatti che potrebbero avere o meno un peso sulle vicende giudiziarie, ma che certo non aiutano l’immagine della Juventus in questo momento.

Il “colpo da maestro”, però, rimane l’ultimo in ordine di tempo dello stesso procuratore federale Pecoraro: nell’udienza di fronte all’Antimafia, corregge clamorosamente il tiro negando che Andrea Agnelli fosse presente nell’intercettazione contestata (quella fra D’Angelo e Calvo, ndr), e, di fatto, demolendo da solo lo scenario che aveva vaticinato, dopo che la stessa Commissione aveva dedotto che qualcosa non quadrava nella sua ricostruzione, differente da quella della DdA di Torino.

Alla fine, sempre in tema di immagine, con le ossa rotte ne esce proprio – ancora una volta – il sistema della giustizia sportiva.

Le questioni in ballo

La complessità di questa storia è data non certo dai suoi aspetti processuali, visto che il processo di Torino si muove già su binari tracciati, mentre il deferimento sportivo (pure al netto delle clamorose ritrattazioni di Pecoraro) rimane in ogni caso legato alla questione biglietti; la complessità è data bensì dagli ambiti – e dai soggetti – coinvolti: c’è la Juventus Football Club, società della più importante dinastia economica del paese, che si vede associata – suo malgrado? – alla ‘ndrangheta; c’è un territorio, il Piemonte, che si scopre tutt’altro che immune all’azione della criminalità organizzata, incrinando nuovamente la tipica narrazione che vuole “la mafia come problema del Sud“, c’è anche il tifo ultras, nello specifico quello juventino ma non solo, che si manifesta come terreno fertile per attività di stampo mafioso.

Sullo sfondo, uno spettro, che ha fatto capolino tra le righe della bagarre riportando la questione su un piano più istituzionale: la “sicurezza negli stadi” e, di conseguenza, “nelle curve“. Su questo tema si è scritto tanto (spesso male) e si è agito molto (spesso peggio). Un esempio? L‘inchiesta per spaccio di Bergamo, che vedeva dipinta la curva atalantina come una centrale della droga, fatto subito smentito dallo stesso questore.

In realtà, il tema del tifo ultras, delle loro dinamiche interne e delle derive assunte, è sempre tema “di nicchia”, complesso e studiato ma ai più noto soltanto nell’equazione ultras=criminale, immagine che questa storia non aiuta certo a smontare. La conseguenza di ciò è che tutto rimane affare del Ministero dell’Interno, l’azione del quale più o meno è rappresentabile come un elefante in una cristalleria ormai troppo vecchia, affinché a qualcuno interessi dei vetri rotti.

Ad esempio, quella che ora appare come una novità – la  gestione di interessi economici – in realtà è situazione già stratificata da tempo, e da tempo (e si parla di decine di anni) dallo stesso movimento ultras si alzavano le denunce del proprio snaturamento: la trasformazione di alcune curve in aziende rappresentava proprio la morte del “tifo”. Perché in questo caso si parla di affari, ed è per questo che la ‘ndrangheta è coinvolta.

A ben vedere, però, alla creazione di un terreno fertile nelle curve per mafie/’ndrangheta/ultra-destre (Grancini, altro nome “caldo” delle intercettazioni, pezzo grosso del gruppo ultrà bianconero Viking, che oltre ad essere stato in odore di Cosa Nostra e ‘ndrangheta, è esponente di spicco dell’ultra-destra milanese) ha contribuito in misura non secondaria il processo di “normalizzazione” del tifo ultras. Anche questa storia ce lo dice: al di là della presenza mafiosa o meno, si palesa un sistema di sicurezza “interno” dello stadio, sistema che è spesso prassi, con più o meno contatti con la società, e con più o meno interessi comuni tutelati, compresi quelli delle forze dell’ordine.

Il rischio di questa faccenda, nemmeno tanto velato, è che si agirà in seconda battuta sulla questione ultras, indipendentemente dai processi penali e sportivi, con ulteriori provvedimenti dal tono già noto che – come in passato – colpiranno indiscriminatamente i tifosi, senza intaccare minimamente certe reti di interessi e creando ulteriori “modelli” di gestione di ordine pubblico: modelli alla cui applicazione stiamo assistendo proprio in questi giorni.

Note a margine

Se ne sono lette parecchie in questi giorni. Si è assistito a singoli giornalisti che si affrettavano a minimizzare la questione, che in realtà è datata e complessa. Si è assistito ad uscite di parlamentari utili solo per gettare ulteriore discredito sulle istituzioni. Si è assistito, ancora, alle imbarazzanti dichiarazioni del dg federale Uva, che in sostanza ci ricorda come i palloni sporchi si lavino in casa.

A chiudere, la levata di scudi del tifo: utile per la Juventus, poiché in una storia in cui la posta in gioco per il club è essenzialmente d’immagine, ha raccolto ancora la fedeltà dei suoi aficionados. Ma che a poco serve per muoversi e capire.

Qui forse si è sfiorato il peggio, che solo Pecoraro poteva superare scambiando gli appunti del pm con Andrea Agnelli: tra le varie cose, l’aver tinteggiato la Commissione Antimafia come una cupola anti-juventina – la sua presidente Bindi in primis, in quanto “tifosa” della Fiorentina -, il bisogno di stilare la storia di trionfi e persecuzioni della Juventus e della famiglia Agnelli, il senatore Stefano Esposito (del quale si sono tralasciati particolari che dovrebbero far sempre soppesare le sue dichiarazioni, quali l’essere riuscito a farsi condannare per diffamazione ai danni dei militanti No Tav, oltre che l’essere, prima ancora che juventino, un vero e proprio referente politico del mondo industriale piemontese) portato in gloria come vera e propria luce nella notte nel buio della Commissione.

Il tutto mischiato con Calciopoli, con il complotto politico, con il pullman di tifosi juventini di rientro da Genova assalito da “napoletani” (all’altezza di Firenze), che poco o niente c’entrano con questa storia.

Infine, un commento su Pecoraro: si è parlato di manie di protagonismo, dei precedenti della trattativa in quel Fiorentina-Napoli finale di Coppa Italia, di malata concezione della giustizia sportiva. Più prosaicamente, io parlo di pressappochismo totale. E mi preoccupa non tanto per la sua veste di capo della magistratura sportiva – che si conferma struttura quantomeno rivedibile -, ma piuttosto per il fatto che si parla di un ex-Prefetto della Repubblica, perché viene da pensare che non sia l’unico passato dagli uffici locali del ministero dell’Interno a lavorare con una tale superficialità.

D’altronde lo abbiamo scritto fin dall’inizio: questo non è soltanto un problema della Juventus. Si va ben oltre.