La diffusione in Europa del modello nordamericano, affiancata dal contemporaneo consolidarsi delle prime realtà orientali, ha tracciato un solco piuttosto netto sulla via percorsa dalla storia del calcio. La Major League Soccer (nata nel 1996 in seguito al fallimento della precedente NASL) ha infatti attirato anno dopo anno le attenzioni oltreoceaniche, guadagnando popolarità a tal punto da convincere campioni sulla via del tramonto a tentare l’avventura verso quelle che erano, di fatto, le frontiere più in del periodo.

Adesso che l’interesse va per la maggiore dall’altro lato del globo, dove la Cina di Xi Jinping sta imbastendo un sistema (che strizza l’occhio al lato economico, ancor prima che a quello sportivo) destinato a diventare il futuro del calcio stesso, MLS e americani in generale recitano la parte di personaggi secondari. Posto che l’involontaria tendenza filo-orientale delle nostre menti è ad oggi incorreggibile, è bene comunque tendere un orecchio anche verso la realtà nordamericana; e non tanto alla MLS in sé, quanto all’afflusso di imprenditori che dagli States (e non solo) si sta riversando in Europa e in Italia.

Paul Baccaglini alla guida del Palermo è l’ultimo arrivato, anche se in realtà il suo è un caso particolare: di americano non ha che i natali e una prima educazione, dato che sin da quando è poco meno che adolescente vive in Italia. Dove – per chi non lo sapesse – ha studiato e intrapreso la carriera lavorativa in ambito radiofonico e televisivo. Di James Pallotta e dei suoi grandi progetti in termini di urbanistica ed infrastrutture (leggasi nuovo stadio con annessi e connessi) si è parlato senza tregua per mesi, e verosimilmente si continuerà a farlo fino a lavori ultimati, come è comprensibile vista la pressione asfissiante dettata dalle ambizioni della piazza. Chi invece ha ricevuto attenzioni in misura minore è quel Joey Saputo (canadese, onde evitare malintesi) che dall’autunno del 2014 ha in mano il cento per cento delle quote del Bologna.

L’azzardo

Maggio 2014, al Dall’Ara va in scena l’ultima giornata di campionato. Da un lato il Bologna, guidato da Ballardini e alla disperata ricerca dei tre punti in ottica salvezza; dall’altro il Catania, che di speranze ne ha ormai talmente poche che la gara farebbe volentieri a meno di giocarla. Al novantesimo il tabellone recita uno sferzante 1-2: Bologna perde e Catania vince, ma il minimo comun denominatore è lo stesso per entrambe le formazioni. La retrocessione si consolida e lo spettro della Serie B avvolge anche i padroni di casa, che proprio in quell’anno “festeggiavano” il cinquantenario dall’ultimo scudetto.

Ad ottobre, dopo un avvio di serie cadetta tutt’altro che favorevole da parte dei felsinei con Diego Lopez in panchina, un appena cinquantenne Joey Saputo bussa alla porta della presidenza rossoblu. Guaraldi apre senza pensarci più di tanto; ha un sussulto, poi guarda negli occhi l’uomo che gli si para di fronte. Lo mette di fronte ad un assegno, gli passa la prima penna che trova nella stanza, lo osserva mentre firma. Poi prende fugacemente il cappotto e lascia la sede, per l’ultima volta.

Parliamoci chiaro: il rischio legato ad un investimento di tale portata in una società tanto gloriosa quanto anonima nel presente era bello grosso. Però il Joey Saputo che sostituisce Guaraldi nel ruolo di Presidente esecutivo non è uno sprovveduto, né tantomeno un lupo solitario. Assieme a lui fanno capolino nella stanza Joe Tacopina e gli altri membri della cordata, che hanno già provveduto a dettare la linea guida per il futuro.

Un futuro, quello verso cui era proiettato il fondatore del Montreal Impact, che oggi si chiama presente. Causa intoppi burocratici la trattativa non si traduce in effettivo passaggio di testimone fino al dicembre dello stesso anno, ma quel che conta è che nel giro di una manciata di mesi il primo Bologna nordamericano raggiunge i play-off di Serie B, li vince e torna tra i grandi. Saputo si guarda intorno e sorride: la sua creatura è arrivata al giro di boa, e finalmente può metterci le mani.

Porte girevoli e primi interrogativi

Pantaleo Corvino torna sul ring: è proprio Saputo a chiamarlo a sé una volta completata l’acquisizione del club, a pochi giorni dal Natale 2014. Il Mago del Salento era fuori dai giochi dall’estate 2012 (allora fu liquidato dai Della Valle a Firenze), e scommettere su di lui rappresentava un azzardo tanto quanto acquistare il pericolante Bologna versione 2013. Arrivato impreparato per ragioni di tempo all’apertura della finestra invernale, inizia a lavorare fin da subito guardando al medio-lungo termine, per fare sul serio a partire dal mercato successivo.

Dalla proprietà arrivano i fondi che si riveleranno utili ad incrementare il tasso tecnico della rosa, ma la politica adottata nell’estate del 2015 non è limpida fin da subito. Sul piano degli innesti il risultato dei tre mesi di trasferimenti è un vario mix di giovani e meno giovani, figlio della necessità di esperienza per mantenere la categoria e allo stesso tempo di freschezza atletica nell’ottica di costruire un organico possibilmente duraturo negli anni.

È così che si scelgono i Rossettini, i Mounier, i Floccari e i Giaccherini, in blocco con ventenni di tutto rispetto ma ancora poco conosciuti come Pulgar, Donsah e Diawara. La parte di fiore all’occhiello della sessione, però, spetta indiscutibilmente a quel Mattia Destro che a Bologna arrivava in cerca dell’esplosione definitiva, e gli otto milioni e mezzo investiti col botto dai canadesi erano in questo senso un pesantissimo biglietto da visita. La panchina era stata affidata a Delio Rossi sin dal termine dell’annata precedente, ma non ci volle molto prima che le enormi difficoltà derivate (anche) dalla sua gestione venissero a galla. Presto detto: Saputo lo chiama, lo ringrazia e lo saluta; al suo posto la garanzia Roberto Donadoni, il cui nome inizia a profumare di presente il nostro imprescindibile excursus.

Il nuovo tecnico ribalta l’andamento della stagione e chiude al 14esimo posto in campionato, guadagnandosi di diritto la conferma. Nel frattempo, dopo che nel dicembre 2015 la cordata canadese si è separata con tanto di dichiarazioni al veleno, anche Corvino rescinde il contratto con il club e si accasa alla Fiorentina. Saputo e Donadoni sono dunque gli unici punti fermi del Bologna che verrà; a fare da contorno c’è una situazione a dir poco precaria, che porta il Presidente a porsi i primi, dubbiosi interrogativi sull’effettiva assennatezza del suo investimento. Riflessione nostra quest’ultima, ma che in molti hanno condiviso salvo iniziare a ricredersi con il passare dei mesi.

Nel frattempo il mercato apre i battenti, e il Bologna si dota a giugno di colui che ne diverrà il motore principale: Riccardo Bigon.

Re-greening mode on

A differenza di quanto accaduto con Corvino, in cabina di regia dodici mesi prima, il 2016 porta ai piani alti un piacevole vento ispiratore. Un vento che avvolge in successione Saputo, Donadoni e lo stesso Bigon, e che porta tutte le idee a confluire nella stessa direzione: dal mercato dovrà uscire una rosa giovane, ambiziosa ma al contempo umile e volenterosa, e soprattutto figlia di investimenti mirati, non eccessivamente dispendiosi e il più possibile concordati su tutti e tre i livelli societari. Allo stesso tempo saranno necessari tre/quattro elementi più esperti, in grado di trascinare le matricole verso una maturazione più rapida possibile.

Di comune accordo viene lasciato partire Diawara, reduce dalla strepitosa annata d’esordio in Serie A: per fare mercato si riparte dai 15 milioni versati dal Napoli, con Saputo che dal canto suo non fa mancare qualche spicciolo in più gettato nella mischia. La mediana del Bologna è piena zeppa di interpreti adatti al gioco di Donadoni (compreso il riscattato Donsah), ma si decide comunque di pescare dalla Turchia il sempreverde Dzemaili. Il milione pagato al Galatasaray per il suo cartellino regala al Bologna un agglomerato di carisma, esperienza internazionale e tecnica superiore alla media. Doti che lo portano immediatamente al centro del progetto, confermando la lungimiranza della linea-guida stabilita in fase di programmazione.

Viene confermato Rizzo (i sei milioni spesi per lui sono il secondo maggior esborso della gestione Saputo), arrivano dall’Est Europa Krejci e Nagy, si punta sulla qualità di Verdi e Di Francesco. Poi la scommessa Petkovic, prelevato dal Trapani dopo una stagione convincente in B, e i prestiti di giovani in rampa di lancio come Sadiq e Viviani (che di anni ne ha 24, ma che non è mai riuscito ad esplodere definitivamente). Una serie di piccole somme il cui risultato è la seconda rosa più giovane della Serie A (25,2 anni di media), dietro solo al modesto Crotone.

A consolidare il tutto, come premeditato a giugno, uno scheletro di giocatori già fatti e che da anni calcano i campi della Serie A: Mirante tra i pali è una garanzia, e se una difesa andante con gli anni come quella formata da Maietta e Gastaldello può comprensibilmente suscitare dei dubbi, l’ascesa di Masina dovrebbe rendere meno cupi gli orizzonti. Taider a centrocampo e Destro in attacco vivono una condizione simile: entrambi stanno rendendo meno di quanto si auspicava appena tre anni fa, e ad entrambi è chiesta una maggiore assunzione di responsabilità nell’economia della squadra.

Se c’è un difetto nell’organizzazione di questo Bologna sta infatti proprio qui: nel rapporto poco equilibrato tra la buona riuscita della politica di re-greening e l’apporto alla causa dato da chi dovrebbe sostenerla facendo leva sulla propria esperienza, o sulle proprie qualità tecniche. È da lì che hanno origine le difficoltà attuali della squadra, ed è da lì che Donadoni dovrà iniziare a lavorare.

Parola d’ordine: chiarezza

A Saputo, così come alla grande maggioranza degli imprenditori stranieri che investono in una squadra di calcio, si può imputare una vicinanza discontinua alle vicende del Bologna. Con la presenza di un direttore sportivo catalizzatore come Bigon, a sua volta affiancato da una personalità in crescita come quella di Di Vaio, il chairman canadese si sente probabilmente deresponsabilizzato dagli incarichi gestionali, e tende a nascondersi un po’ troppo spesso. C’è poi da tener conto del ruolo rivestito da parte di Saputo all’interno del Montreal Impact, che non sta andando affatto bene in MLS (è attualmente penultimo in East Conference). Il tutto condito dalla Saputo Incorporated, l’azienda di famiglia da cui provengono tutti i milioni di dollari investiti nell’acquisizione del Bologna neanche due anni e mezzo fa.

C’è però un aspetto in cui il Presidente rossoblu merita una lode, almeno nelle intenzioni: sin dalla sua prima intervista ai microfoni dei giornalisti italiani ha parlato di Europa, confermandolo con il trascorrere dei mesi e facendosi anch’egli portavoce di una delle tendenze più in voga tra i patron delle squadre che occupano abitualmente posizioni di metà classifica. Abbiamo menzionato qualche paragrafo sopra il caso di Baccaglini, un altro che non ha esitato nel parlare di Europa per il futuro del suo Palermo (anzi, ha optato per lanciare subito anche il tema stadio…), ma anche gli stessi Ferrero e Preziosi hanno recentemente rilasciato dichiarazioni simili.

Poco più di un anno fa, durante uno dei periodi migliori del Bologna di Donadoni, Saputo rispose con queste parole a chi lo interrogava sulle sue ambizioni sportive: «Mi piacerebbe portare il Bologna in Europa e in Champions League. Credo che con il tempo avremo la possibilità di arrivarci, ma come ho sempre detto dobbiamo lavorare piano piano. Il primo obiettivo era restare in Serie A, adesso bisogna rimanerci a lungo ed avere all’interno della Lega la credibilità delle altre grandi squadre. Se i nostri tifosi ci daranno la calma e la tranquillità necessarie potremo fare grandi cose».

Se – per fare un esempio – le stesse dichiarazioni fossero uscite dalla bocca di Cairo, sarebbero state interpretate come un tentativo di rallentare il processo di acquisizione di una mentalità europea, a cui i tifosi del Toro ambiscono da tempo. In quel caso, in sostanza, sarebbe stato come se Cairo avesse voluto tagliare le ali alla sua realtà. Ma dal momento in cui quelle parole escono dalla bocca di Saputo, che guida un Bologna anonimo da ormai decine di anni, esse acquisiscono un valore ben diverso. Per essere chiari: l’ambizione che vi risiede è la stessa che Bigon e Donadoni hanno cercato, cercano e cercheranno tra i giovani su cui costruire il futuro prossimo del club.

Lo scorso ottobre, invece, Saputo ha rilasciato un’intervista a tutto tondo a Gianluca Di Marzio. Una valanga di temi trattati che rendono alla perfezione l’idea di quanto l’occhio da imprenditore del canadese veda oltre ciò che chi non è ferrato riesce a vedere. Ha idee, voglia di esprimerle e la personalità per farlo: si intuisce in particolare dai costanti riferimenti nei confronti del sistema di ripartizione dei diritti tv italiano, verso il quale nutre profondo dissenso, ma più in generale dalla naturalezza con cui si lancia in argomenti che spesso sono considerati dei veri e propri tabù.

Dà l’idea di essere quella persona che, se decidesse da un giorno all’altro di buttarsi a testa bassa nel mondo del calcio nostrano, potrebbe alzare il polverone degli interessi una volta per tutte. Sue testuali parole: «Sono andato ad una riunione di Lega una sola volta, devo dire che è completamente differente da quella americana: qui c’è tanta passione, lì si fa business. Poi nella MLS le decisioni sono prese per il bene collettivo, qui per l’interesse di questa o quella squadra».

Quali prospettive?

Chi crede in Saputo (e a Saputo) non si fa troppi problemi a sognare in grande, anche perché le parole ambiziose sono state seguite da esborsi che lo sono altrettanto – soprattutto se rapportati con la realtà di Bologna. Si guardi a tal proposito ad un dato di base negativo (il bilancio 2015/16 nettamente in rosso della società), ma che in questo caso è utile per dimostrare che chi sta in alto investe; oppure ai saldi delle ultime due sessioni di mercato, che registrano una perdita complessiva di circa 35 milioni (e parliamo dei soli prezzi d’acquisto dei cartellini).

Il tutto senza dimenticare che, eccezion fatta per Rizzo (mai fisicamente al top in stagione), ciascuno dei giovani arrivati in estate ha visto crescere la propria valutazione di mercato nel giro di pochi mesi.

A prescindere dalla linea guida che verrà adottata in estate, dunque, il Bologna potrà dare continuità – e forse maggiore velocità – alla crescita che ha seguito i primi passi della gestione Saputo: se si opterà per cedere i pezzi grossi, entreranno liquidità tali da finanziare un mercato che a quel punto potrebbe portare anche nomi più blasonati, e già allora potrebbero nascere prospettive diverse rispetto all’attuale 14esimo posto; se invece i pezzi grossi verranno trattenuti, affiancati da un paio di innesti mirati tra difesa e centrocampo, Donadoni avrebbe tra le mani un organico assolutamente in grado di fare il primo salto di qualità.

Dove salto di qualità non significa necessariamente sesto posto, quanto più costituire una nuova mentalità fondata su ambizione e determinazione. Una mentalità che tenda verso l’alto piuttosto che verso il basso. D’altronde è stato lo stesso Saputo a dirlo: «Europa? Le cose vengono un po’ alla volta, ma ci arriveremo».