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Nel giugno del 2005, quando il Venezia salutò mestamente la serie B perdendo – dietro adeguato compenso – 3-2 a Marassi contro il Genoa, lo sport lagunare era completamente sparito dai radar dei più importanti campionati professionistici degli sport di squadra, con la curiosa eccezione del rugby: pur essendo il Veneto la terra madre della palla ovale in Italia (Rovigo, Padova, Treviso e recentemente Mogliano), quell’anno grazie al VeneziaMestre l’eccellenza del rugby nazionale arrivava per la prima volta a Venezia.

Per il resto, la situazione era decisamente desolante: il Venezia, come si è già detto, era retrocesso in Serie C/1, per poi finire addirittura nella categoria inferiore visto il fallimento sopraggiunto durante l’estate; il Mestre, vista la bancarotta di due anni prima era stato costretto a fondersi con una squadra locale, il Martellago, per saltare la Prima Categoria e giocare in Promozione; e per quanto riguarda il basket, a nove anni dal fallimento la Reyer era ancora in Serie B-2, dove aveva appena perso la finale per la promozione.

Oggi, a 12 anni di distanza, le parti si sono invertite: il VeneziaMestre Rugby non esiste più, mentre il Venezia è finalmente ritornato in B dopo un campionato dominato, il Mestre è ad appena 2 punti dalla salita in Lega Pro con tre partite da giocare, e la Reyer, ora seconda in classifica, ha già raggiunto matematicamente i play-off scudetto per la quarta volta nelle ultime 5 stagioni, e soprattutto è nelle Final Four della Basketball Champions League, la terza competizione europea per club di basket.

Lasciando da parte la Reyer vista la mia ignoranza in materia, concentriamoci sul calcio veneziano e dell’entroterra e cerchiamo di capire se questo è solamente un anno felice per via di una qualche strana congiuntura astrale, o se può essere soltanto l’inizio di un periodo ancora più felice.

Partiamo, ovviamente, dal Venezia: la gestione Tacopina è il progetto in questo momento più felice e riuscito, visti i risultati conseguiti in appena due anni di presidenza, con la scalata dalla serie D alla serie B – impresa che non riusciva dai tempi del Mantova di Edmondo Fabbri di fine anni ’50 – e anche per via di una prospettiva che sembra chiaramente introiettata verso un futuro ben chiaro e finalmente raggiungibile; Tacopina ha parlato spesso di serie A negli ultimi mesi, e con la sua presidenza potrebbe essere veramente la volta buona.

La società è infatti molto solida dal punto di vista economico, cosa che a queste latitudini è una novità non da poco; dopo il 2005 il Venezia è fallito altre due volte, nel 2009 e nel 2015.

Quest’ultima è avvenuta a seguito della gestione del russo Juri Korablin (morto nel 2016), primo presidente russo di una squadra di calcio italiana, che aveva creato grandi aspettative, inizialmente rispettate con lo scudetto di Serie D e la promozione in Prima Divisione in due stagioni, chiudendo però con la bancarotta dovuta sicuramente anche a ragioni contingenti – sanzioni economiche alla Russia indubbiamente castranti -, ma anche a causa di un progetto sportivo decisamente confusionario simboleggiato dal 2013-14 in Prima Divisione: vista la riforma che avrebbe dovuto portare alla nascita della unica categoria di Lega Pro, sarebbe bastato arrivare tra le prime nove (su sedici) per raggiungere i play-off; alla fine sarà soltanto un 10° posto, per giunta dopo essersi fatti superare da due squadre (Albinoleffe e Feralpi Salò) all’ultima giornata.

Ora, c’è in primis un progetto tecnico valido grazie ad un direttore sportivo di grido come Giorgio Perinetti, abituato da 30 anni di palcoscenici di alto livello (dal Napoli di Maradona a Siena e Palermo in massima serie, passando per il settore giovanile della Juventus e l’emergente Bari di Antonio Conte), di un allenatore sicuramente capace come Filippo Inzaghi – messo frettolosamente alla guida del Milan nel 2014-15 e forse l’ultimo fra gli imputabili di quella stagione – e di una squadra che è riuscita a coniugare l’esperienza dei vari Domizzi, Geijo, Bentivoglio, del capitano Soligo e incrementata nel mercato invernale con l’arrivo di Giuseppe Zampano (fratello del pescarese Francesco), con una forza mentale invidiabile per una piazza che si aspettava grandi risultati: l’essere favoriti è un’arma a doppio taglio, e in questo caso il Venezia ha saputo usarla benissimo.

La curva sud del Venezia durante la partita con il Fano

Non si può citare infatti un periodo davvero negativo per gli arancioneroverdi, visto che anche quando i lagunari non guidavano la classifica la vittoria non è mai mancata per più di due partite di fila, e c’è stata soprattutto la forza di rialzarsi dopo i momenti più difficili: dalla sconfitta interna nel derby con il Padova i punti non sono arrivati solamente una volta, alla prima di ritorno giocata a Forlì; dopo quella sconfitta, sono arrivate ben 12 vittorie su 14 partite, prima del festoso pareggio di sabato pomeriggio con il Fano.

Ora che si è in serie B sarà anche ora di affrontare il punto focale di ogni dirigenza ambiziosa (e non) che si insedia alla guida del Venezia: il nuovo stadio.

Il “Pier Luigi Penzo” è indubbiamente sorpassato, visti anche i 104 anni di età, e ha le sue particolarità tipiche di Venezia: ci si può arrivare a piedi o via acqua, rendendolo l’unico in tutta Europa a non essere raggiungibile da automobili o autobus; a compensare la scomodità c’è la meravigliosa vista che si può godere mentre si raggiunge Sant’Elena quando in vaporetto si attraversa il Canale della Giudecca (e non solo).

Piazza San Marco e il Palazzo Ducale visti dal Canale della Giudecca

In tutto questo, però, lo stadio non raggiunge i 7.500 spettatori di capienza: si potrebbero superare i 10.000 risistemandolo ulteriormente (interventi in merito sono già stati fatti durante questa gestione), ed è chiaro che Tacopina – il quale, va ricordato, ha puntato sul Venezia per il brand mondiale della città e le sue straripanti potenzialità di marketing -, per una squadra che può davvero raggiungere la Serie A vorrebbe qualcosa di più in termini di vendibilità.

Il punto di svolta però questa volta c’è: il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro – per inciso, patron della Reyer – e la sua giunta di centrodestra si sono dimostrati favorevoli a un nuovo impianto, a differenza del consiglio comunale a guida Paolo Costa che guidava il capoluogo veneto nel 2002, l’anno in cui Zamparini, capita l’impossibilità di un nuovo stadio in terraferma, lasciò il Venezia saccheggiandone la squadra in favore del suo nuovo giocattolo, il Palermo.

I tempi per un nuovo stadio non dovrebbero essere biblici – si parla del 2019 come data ideale – ma l’unico ostacolo ancora da superare è individuare l’area ideale nella quale dovrà sorgere: in questo senso, l’ipotesi preferita è quella di Tessera, dove si trova anche l’aeroporto Marco Polo; ipotesi peraltro favorita dall’idea di Brugnaro di cedere alcuni territori del Casinò (di proprietà del Comune), a forte bisogno di liquidi, ai privati che vorranno realizzare il nuovo impianto la cui capienza dovrebbe essere di 25.000 spettatori.

Il progetto, che dovrebbe essere ispirato agli stadi di New York Red Bull e Philadelphia Union, avrebbe anche un tocco di assurdità tipica di chi non conosce bene Venezia, ovvero la copertura in vetro di Murano(!).

La Red Bull Arena di Harrison e il Tale Energy Stadium di Chester, modelli per il nuovo stadio del Venezia.

Escludendo questa nota di colore, il progetto concreto di un nuovo impianto, una dirigenza che comunque si sta dimostrando seria e competente sia sul piano puramente sportivo che su quello economico e gestionale, una squadra che molto probabilmente potrà essere rinnovata in maniera coscienziosa per puntare forse già dal prossimo anno al bersaglio grosso e un entusiasmo in città che non si vedeva da molto tempo possono formare una combinazione di fattori davvero positiva per Venezia. Sperando che, finalmente, si possa festeggiare non solamente al Redentore, ma anche un paio di mesi prima.

Il ritorno di Mestre

Il Venezia, però, non è l’unica che può essere felice di questa stagione, visto che anche gli acerrimi rivali del Mestre sono sul punto di far festa; mancano infatti soltanto tre giornate alla fine del girone C di Serie D, e agli arancioneri bastano due punti per tornare nel terzo scalino del calcio nazionale. L’ultima partita a quel livello è un 1-1 interno con la Pro Patria, che risale ormai al 1983, e la festa avrebbe già potuto incominciare giovedì pomeriggio, dopo la partita casalinga con i diretti inseguitori della Triestina.

Tuttavia, gli alabardati hanno sempre dato dispiaceri al Piccolo Torino: nel 2001, fu proprio la Triestina sfidare e a sconfiggere il Mestre nei play-off per l’accesso in Serie C-1 con un doppio 2-0, prima a Trieste e poi al “Baracca”; due settimane prima il Venezia aveva vinto in scioltezza a Ravenna festeggiando la promozione in Serie A, e il sogno di emulare i cugini era concreto, anche perché si prospettava il pubblico delle grandi occasioni: gli spettatori furono ben 7.000 (per dare un’idea, la capienza odierna è di 2.000 spettatori), ma a fine partita furono i giuliani a festeggiare la C-1.

Il pubblico delle grandi occasioni c’era anche giovedì, e tutto sembrava andare per il meglio: il risultato era di 3-0 al 70° e la festa era sul punto di cominciare, se non fosse che la Triestina, ancora in campo, avrebbe segnato due reti per poi trovare il pareggio al 91°.

Una beffa del genere avrebbe potuto causare uno psicodramma nell’ambiente e anche qualche malumore tra i tifosi, ma non è successa nessuna delle due cose: pur con l’amaro in bocca, la squadra, così come la tifoseria, si professa ottimista in vista della trasferta nel piccolo comune veronese di Vigasio dove, verosimilmente, si festeggerà il salto di categoria; il mancato nervosismo lascia infatti buoni presagi che indicano la concentrazione della squadra, senza contare che la Triestina non si è dimostrata una squadra troppo continua fino a questo momento.

Comunque vada questo campionato, anche i mestrini hanno da essere felici: per buona parte del campionato lo stesso stadio Francesco Baracca è rimasto deserto per lavori di ammodernamento, e chi di solito si sedeva in curva Oberdan per vedere gli arancioneri doveva spostarsi fino a Mogliano Veneto, confinante con Mestre ma nella provincia trevigiana (inutile dire che nel campanilismo locale solamente Venezia è amata meno di Treviso); lo stadio è tornato agibile a metà marzo, e per una volta la retorica dello stadio a misura di famiglie è stata soddisfatta in pieno.

L’impianto si trova infatti in pieno centro (una fermata di tram da piazza Ferretto, la principale della città), e per la partita per cui è stato restituito al Mestre, vinta 2-1 contro l’AltoVicentino, è stato agevolmente riempito, così come per l’incontro con la Triestina, nonostante l’orario scomodissimo (le 15 di giovedì); quasi 2.000 persone si sono assiepate fra la curva e la tribuna sperando di poter festeggiare l’agognata Lega Pro in un pomeriggio che avrebbe potuto essere facilmente etichettato come romantico, se la Triestina avesse segnato soltanto una rete in meno.

La curva Oberdan durante Mestre-Triestina

Per il futuro, la squadra andrà sicuramente adattata e migliorata alla Lega Pro: pochi elementi degli arancioneri hanno esperienza nel calcio professionistico: tra questi, degni di nota sono il marocchino Mehdi Kabine, presente nel Carpi al momento della promozione in serie B, Andrea Boron, la scorsa stagione al Siena, l’ex Juve Stabia Matteo Gritti e soprattutto Gianpietro Zecchin, che ha militato in serie B con Grosseto e Varese.

Troppo pochi, chiaramente, per tentare di salvarsi, vista anche la difficoltà futura del girone B: al massimo una tra Parma, Padova, Reggiana e la cenerentola Pordenone salirà fra i cadetti insieme al Venezia, mentre ci saranno anche il prossimo anno – salvo crolli imprevisti – sia il Mantova che il Modena, formazioni esperte e abituate a sfide ben più impegnative rispetto a quelle con il Mestre. E se oltre alla modernizzazione della squadra si continuerà a registrare lo stesso entusiasmo di questi ultimi mesi, anche la squadra arancionera potrà sperare – una volta raggiunta la Lega Pro – di restarci: un traguardo che per una città con quasi lo stesso numero di abitanti di Pisa dovrebbe essere scontato, ma che per troppi anni non lo è stato.

Concludendo, sembra che a Mestre e soprattutto a Venezia il momento sia più che positivo, aggiungendo inoltre le imprese della Reyer: in questo 2017 aleggia lo spettro – o la speranza, a seconda dei punti di vista – del quarto referendum per la creazione del comune di Mestre, soppresso nel 1926 da un decreto del regime fascista, e mai più ricostituito.

L’ultimo si è tenuto nel 2003, che gli autonomisti mestrini (tra cui il gruppo ultrà degli Head Out) ricorderanno come l’annus horribilis per antonomasia: il referendum non raggiunse il quorum, e in estate il Mestre fallì, finendo “in 3° categoria con onore”, come recitava una scritta su un muro di Viale San Marco, rimasta lì per anni. Adesso pare che sia finalmente il momento di fare festa, e, alla fine, data la simbiosi in cui vivono Venezia e Mestre, appare quasi fisiologico che si festeggino due grandi traguardi, attesi per anni, nella stessa settimana.