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Diego Perotti è un giocatore anomalo e anche per questo di grande fascino calcistico. Riflessivo, glaciale, dotato di corsa, visione, dribbling e tecnica. Per gran parte della carriera tormentato dagli infortuni, a Roma sta cercando di emergere per la consacrazione definitiva. Ma ne avrà il tempo?

Perotti rimane un giocatore eclettico, intelligente, uno di quegli interpreti difficili da catalogare in un ruolo preciso che ne comprima caratteristiche e stile di gioco. Un’ala che si muove da 10, e un 10 con le movenze di un’ala. Un esterno con l’intelligenza e la visione di un regista, e un regista con la rapidità di un esterno.

Partiamo dall’inizio. Diego Perotti ha il calcio nel sangue, è un figlio d’arte: suo padre, Hugo, ha giocato in Argentina dal 1977 al 1985, vestendo le maglie di Boca Juniors, Atlético Nacional e Gimnasia. Attaccante, amico e compagno di squadra di Diego Maradona, ha disputato due partite con l’Albiceleste nel 1979 ritirandosi prematuramente a 26 anni, complice un gravissimo infortunio al ginocchio sinistro e – si dice – una vita troppo sopra le righe per un professionista di alto livello. È proprio lui a infondere nel figlio la passione per il calcio: una passione ben riposta, da cui nascerà un prospetto dotato di colpi fuori dal comune, che muove i suoi primi passi da calciatore in Argentina.

Diego, come il padre, cresce nelle giovanili del glorioso Boca Juniors dove, però, non riesce a trovare lo spazio che sperava. Per avere più opportunità sceglie di trasferirsi al Deportivo Morón, debuttando in prima squadra nel 2006, a soli diciotto anni. La sua rapidità nel breve e con la palla al piede, e una tecnica di base elevata, sono i tratti distintivi che lo fanno emergere: in poco tempo, infatti, viene notato dagli osservatori europei, sempre attenti a questo tipo di giocatori formatisi in Sud America. E la sua destinazione è il paese europeo storicamente più vicino all’Argentina: la Spagna, e nel dettaglio la regione dell’Andalusia.

Nell’estate del 2007 Diego si trasferisce al Siviglia, entrando nella seconda squadra (Siviglia B); giocherà con questa formazione giovanile fino al 2009: il 15 febbraio dello stesso anno, a vent’anni, esordisce in prima squadra contro l’Espanyol. Da lì è soltanto una questione di tempo. Prende sempre più fiducia, conquistando pure quella dell’allenatore Manolo Jiménez.

Il suo primo gol con il Siviglia è di quelli pesanti. È il 23 maggio 2009, si gioca Siviglia-Deportivo La Coruña: la stagione volge al termine, è l’ultima partita per decidere le posizioni utili per le qualificazioni europee. Diego lo sa, e sfrutta al meglio la sua occasione. Al 90° porta avanti il pallone sulla sinistra con la sua tipica andatura sinuosa, a testa alta, scarica e taglia verso il centro dell’area, poi intercetta un cross alle spalle dei centrali galiziani e, sul filo del fuorigioco, insacca di testa. È il gol che significa il terzo posto per il Siviglia, con annessa qualificazione alla Champions League. Un gol pesantissimo.

Nel 2010 segna il suo primo gol in Champions League, per poi conquistare con il Siviglia la Coppa del Re, il suo primo trofeo da protagonista. La carriera di Perotti è appena decollata: diventa protagonista dell’ottima stagione della sua squadra, sia in campionato che in Europa League. Poi, arrivano gli infortuni. Ognuno ha la il suo dark side: quello di Diego sono proprio gli infortuni, continui e limitanti. Un problema che già aveva precluso qualsiasi sogno di una carriera di alto livello al padre Hugo.

Anche per questo dal Siviglia ritorna in Argentina, alla corte del Boca, proprio la squadra che da ragazzo non gli aveva dato spazio. Adesso Diego è un professionista alla ricerca della continuità perduta. La continuità, però, non arriva neanche stavolta. Perotti esordisce con gli Xeneizes il 23 febbraio 2014, nel match casalingo contro l’Estudiantes. La squadra vince, ma lui non brilla particolarmente. Proprio mentre inizia ad ambientarsi nuovamente al calcio argentino, cercando di affermarsi come uomo chiave della manovra offensiva dei gialloblu, arriva l’ennesima tegola: uno strappo alla coscia lo costringe a fermarsi. La sua parentesi argentina si chiuderà con solo due presenze e zero gol. La continuità che il giocatore sperava di trovare in patria è un miraggio sbiadito all’orizzonte.

Diego Perotti è un uomo, come tutti noi. Ma nella primavera del 2014 è un uomo in crisi psicologica. I continui infortuni hanno minato la fiducia in se stesso, e stanno incrinando inesorabilmente la sua immagine e insieme la sua popolarità; è in questo periodo che sui media locali argentini iniziano a circolare voci su un possibile ritiro dal calcio e su continui problemi di natura psicologica che affliggono il diez.

Difficile trovare una squadra pronta a credere nel “Monito”, la scimmietta. La scimmietta veloce, una scheggia impazzita dotata di tecnica, che fa venire il mal di testa ai diretti avversari, quando è in forma e non ha problemi fisici. Una condizione di normalità che sembra non conoscere: dagli infortuni muscolari alla coscia ad altre contratture costanti, fino ad un’ernia al disco. A ventisei anni ha già registrato una lista di problemi che potrebbero mettere in guardia qualunque squadra avesse voglia di scommettere su di lui. Perotti pensa anche di smettere, come il padre, tanto grande è la frustrazione.

Ma ha ventisei anni: nel calcio contemporaneo, è un’età in cui tutto è ancora possibile. E c’è qualcuno che vuole credere in lui. È il Genoa di Preziosi, che con Gasperini in panchina è alla ricerca di un esterno offensivo che abbia proprio le caratteristiche tecniche del Monito.

Così, arriva il contatto. Il Genoa conosce la storia di Perotti: sa della sua fragilità endemica, che lo fa passare sui media come un “giocatore di cristallo”, ma conosce anche il tuo talento: quello no, non si può spezzare. Così, dal contatto si arriva al contratto, per una cifra bassa, date le premesse. Per la squadra di Preziosi è un’opportunità che si trasformerà rapidamente in uno straordinario ritorno dell’investimento.

È l’estate del 2014: Diego Perotti effettua le visite mediche a Genova, per poi firmare per due anni con i rossoblu. Ed è qui che inizia la sua rinascita: il 5 ottobre 2014 segna il suo primo gol con la maglia del Genoa in Serie A e inizia a farsi notare. Agisce da esterno offensivo sinistro, un trequartista che porta in dote tecnica sopraffina e facilità di giocata sulla fascia, l’ideale per il modulo e i princìpi di gioco della squadra, che crea superiorità e sviluppa l’azione offensiva attraverso le catene di fascia tipiche del 3-4-3 gasperiniano. Il tecnico lo valorizza in questa posizione, e Perotti diventa l’uomo-chiave del Genoa.

Oltre alle sue capacità innate di creare superiorità numerica nell’uno contro uno e key passes in quantità industriale, Perotti si fa apprezzare per un’altra particolarità: l’abilità nei calci di rigore. Una qualità che metterà in mostra più volte, segnando gol pesanti, come quello che il 9 febbraio assicura la vittoria contro la Lazio: 1-0 all’Olimpico e genoani in delirio.

El Monito è diventato davvero fondamentale per il Genoa e continua ad esserlo fino al 27 aprile, quando arriva l’ennesimo infortunio che mette la parola fine alla sua brillante stagione. Ma Diego si è fatto notare, ha garantito una continuità fino ad allora soltanto sperata e tante squadre, italiane e non, mettono gli occhi su di lui.

Il primo febbraio del 2016 arriva la chiamata della Roma, che definisce con il giocatore un contratto temporaneo fino a giugno del 2017, con diritto di acquisto definitivo per la stagione 2017/18. Gasperini, l’allenatore che ha fatto rinascere il talento di Perotti, commenta il suo trasferimento con parole positive, quasi come se fosse sollevato nell’aver rotto un incantesimo; o meglio, una maledizione che rischiava di imprigionare un talento:

«Sono molto contento per lui, va in una squadra con cui può permettersi di giocare per altri obiettivi. Contento lui, contenta la società, mi adeguo anche io. Non sono rammaricato quando vedo un giocatore così andare in queste squadre, è anche questa una grande soddisfazione.»

Così il campionato italiano ha continuato ad ospitare uno dei trequartisti più inusuali ed interessanti degli ultimi anni. Oggi Diego Perotti, esterno d’attacco o ala con l’anima da trequartista, è il numero 8 della Roma. A Trigoria ha trovato un altro talento purissimo, Francesco Totti. A proposito del Pupone, Diego si è espresso con queste parole:

«Qui ci ho messo tutto me stesso per fare del mio meglio, ma poi arriva Francesco e ti rendi conto che tutto quello che hai fatto non è stato giocare a calcio, ma tentare di farlo. Lui ti fa una lezione di passaggi e di movimenti, e capisci che fino a quel momento non hai fatto niente.»

Perotti, ovviamente, è anche il rigorista della Roma. A proposito dei rigori è necessario aprire un capitolo a parte: perché Diego, i rigori, non li calcia: li dipinge. Ha una tecnica personale, che sembra il prolungamento ideale del sul suo carattere: flemmatico, riflessivo, ma tremendamente deciso. Quando c’è da calciare un rigore studia il portiere avversario: lo guarda fino all’ultimo istante utile, prendendosi il rischio di tenere il campo visivo sull’avversario e non sulla palla. Cammina verso il pallone, e poi calcia. Portiere da una parte, pallone dall’altra. Finisce sempre così: su quattordici rigori calciati, Perotti ha segnato quattordici gol.

Nel video sopra, la Roma vince 2-1, ma con il Chievo ha sofferto più del previsto. È il 91° minuto e viene fischiato un rigore per i giallorossi. Perotti contro Sorrentino, un portiere esperto.

Diego prende la rincorsa dal limite dell’area. L’arbitro fischia, el Monito si avvicina alla sfera, lento e inesorabile come un boia. Fissa continuamente Sorrentino, che all’ultimo secondo si muove verso la sua sinistra: movimento fatale. Perotti la mette alla sua destra: gol, e 3-1 che chiude la partita.

Minuto 84: la Roma, in vantaggio di un gol, può usufruire di un rigore. Si tratta di un penalty fondamentale, e a calciarlo è Perotti. Davanti a lui stavolta c’è Samir Handanovic: uno dei portieri più forti della Serie A, uno che con la sola presenza mette in soggezione, soprattutto perché in carriera ha parato più di venti rigori.

Perotti è più calmo che mai. Posiziona la palla sul dischetto, senza mai accelerare o concedere la minima smorfia emozionale. L’arbitro fischia: Perotti comincia la sua tipica, lenta passeggiata verso il dischetto. Guarda fisso lo sloveno, che sa di dover aspettare fino all’ultimo secondo prima di scegliere un lato e tuffarsi. Perotti arriva sulla palla con una lieve accelerazione, guarda il portiere, che non si butta. Bravo Handa, ma Diego lo è di più.

Decide così di usare la precisione: apre il piattone e la piazza bassa nell’angolino. Handanovic si tuffa nella direzione del tiro, ma non può arrivarci. Gol, tifosi giallorossi in delirio e 3-1. Un film già visto e che rivedremo spesso: Perotti è l’unico calciatore di Serie A che può vantare una percentuale realizzativa dal dischetto del 100%, un tasso di conversione che nessun altro possiede.

Nonostante le qualità indiscutibili el Monito non sta trovando quella continuità che meriterebbe, ma che non sembra arrivare fino in fondo: diviso tra grandi periodi di forma e ballottaggi serrati per un posto da titolare sulla linea di trequarti giallorossa, spesso schierata a due nel 3-4-2-1 asimmetrico di Spalletti. Un andamento ondeggiante come il suo stile di gioco, corroborato anche dalle statistiche personali: buone, ma non eccelse. Lunedì sera, contro il Pescara, le quote di BetStars danno la Roma nettamente favorita: la missione è chiaramente possibile, e i 3 punti diventano fondamentali per ripararsi dal ritorno prepotente del Napoli.

Magari sarà l’occasione per Diego di essere decisivo ancora una volta. Nell’attesa di trovare quella continuità di cui ha bisogno da sempre. Lui, come la sua Roma.