“Mr. Cale tells me that you spent the weekend in Brighton. I imagine you were involved some extent in the disturbances there?”

Qualche giorno fa, mentre vi perdevate (e chi scrive con voi) in un’orgia di carbonella e costine, a Brighton si celebrava un piccolo, grande miracolo calcistico. Dopo trentaquattro anni, dopo stagioni bieche e fangose spese a menar calci nelle categorie inferiori, dopo aver sconfitto tra le mura amiche il Wigan Athletic, il Brighton & Hove Albion Football Club è tornato nella massima serie inglese. Abbandonò la First Division nel 1983, retrocesso con disonore: calcisticamente, un secolo o poco meno. Il prossimo anno troverà tutto cambiato, dopo un esilio lungo quasi sette lustri.

Il capitano del BAHFC, Steve Foster stringe la mano al collega Bryan Robson.

Il capitano del BHAFC, Steve Foster stringe la mano al collega Bryan Robson nella finale di FA Cup dell’83, ultimo anno in massima serie.

Brave new world

Il nome, intanto: la Premier League è nata nel 1992, dopo lo scisma che sconvolse il pallone inglese, quando 22 dei maggiori club inglesi abbandonarono la Football League per guadagnare maggior potere e autonomia contrattuale in termini di sponsorizzazioni e diritti televisivi. All’epoca, il BHAFC marciva già da nove anni in serie cadetta. Negli anni Ottanta, poi, il fenomeno degli hooligans conobbe picchi inauditi di violenza. Nomi come BushWackers, Headhunters e Inter City Firm entrarono nel vocabolario dei calciofili di tutto il mondo.

Dopo un paio di decenni nei quali se n’era solo sentito parlare, gli hooligans si fecero conoscere al seguito della Nazionale, prima durante gli Europei del 1980, poi nei Mondiali di Spagna, due anni dopo. Il giornalista americano Bill Buford, in un capolavoro di raro valore reportagistico-antropologico come il suo Among the thugs, li descriveva così:

“Mi spostai di carrozza in carrozza, cercando uno di ‘loro’, e mi imbattei in un uomo dall’aspetto incredibile, perfetto per rappresentare quella categoria di esseri umani: ed era davvero uno dei suoi esemplari più ributtanti, con il volto grasso e schiacciato come quello di un bulldog, e un corpo veramente enorme. La sua maglietta, macchiata di qualcosa di appiccicaticcio e scuro, si era ritirata sulla pancia scoprendo rotolini di pelle flaccida che ballonzolavano, pieni di litri e litri di birra, pezzettini di patatine fritte e grumi di cibo non digeriti. Le sue braccia, gonfie e flosce, erano costellate di tatuaggi. Sul bicipite destro spiccava un’immagine dei Diavoli Rossi; sull’avambraccio una Union Jack.”

hooligans 1980

Hooligans in trasferta, nel 1980.

Quella spirale di violenza casual, simbolo spesso di una working class stanca d’esser tale, culminerà con la tragedia europea del 1985 dell’Heysel, in seguito alla quale i club inglesi vennero esclusi dalle competizioni internazionali per un quinquennio.

Adesso le firm britanniche, stroncate dal ricambio generazionale, dalla scomparsa, perlomeno parziale di una certa cultura e da severi provvedimenti legislativi, non sembrano in grado, fortunatamente, di reggere il confronto con le nuove curve pericolose di Turchia ed Est Europa, Polonia in testa.

Parte di questi provvedimenti, Oltremanica, si devono alla politica severa della Lady di Ferro. Sul finire degli anni Ottanta, al suo terzo mandato (dopo aver fronteggiato la crisi economica, i minatori gallesi, la questione irlandese e quella delle Falkland et alia), Margaret Thatcher decise che era l’ora di agire sugli stadi, un anno prima la tragedia di Hillsborough. Le contromisure thatcheriane colpirono tifosi e società: i primi vennero sottoposti a controlli e misure repressive sempre più importanti, che culminavano in processi per direttissima. Le seconde vennero obbligate a ristrutturare impianti obsoleti e fatiscenti, adattarsi a nuove norme di sicurezza e tutela per gli spettatori (il Brighton stesso giocava al Goldstone Ground allora, un impianto pensato ed edificato nel 1902).

margaret thatcher

Margaret Thatcher con Kevin Keegan e Emlyn Hughes.

Anche per questo, oggi, il calcio inglese è il prodotto più appetibile del pianeta per i grandi investitori, siano essi network televisivi o grandi marchi decisi a spendere all’ombra del Big Ben. E sarà in questa dimensione che, a fine agosto, dovrà muoversi il BHAFC, dopo la cavalcata di quest’anno.

Look at that! That’s Brighton, my sons!

Molti sono gli ingredienti che hanno permesso al BHAFC di tornare a vedere la luce, dopo anni tra le serie inferiori e il rischio concreto del fallimento. Pur essendo a pochi chilometri da Londra, Brighton ha saputo caratterizzarsi, sfruttare i suoi punti di forza e non farsi strozzare da quell’omologazione che spesso, a braccetto, con la gentrification più esasperata, colpisce i piccoli centri assediati dall’espansionismo obbligatorio di realtà come la City per eccellenza.

Qui, sul finire del 1800, trovò sede la prima scuola di cinema della Nazione. Sempre qui sono nati molti dei gruppi e degli artisti protagonisti della scena internazionale, dai Kooks a Fatboy Slim, l’anfitrione della gigantesca Big Beach Boutique.

Da sempre, i Lanes sono la la Mecca della cultura mod, una Carnaby Street che ancora non si è svenduta. Gli Who vi ambientarono Quadrophenia, la cui versione cinematografica regalò nuova linfa al mito della città (e le cui citazioni sono sparse in questa pagina). Cultura e libertà, ed è tutt’altro che una frase fatta, si respirano davvero per le sue strade. È la capitale gay inglese e, in primavera, si riempie di palchi e palchetti, sui quali si esibiscono musicisti, attori, artisti di strada.

È meta di milioni di turisti, di studenti, di stranieri vogliosi di imparare la lingua ma scoraggiati dal caos metropolitano. Tutti conosciamo qualcuno che, almeno una volta, ha percorso il suo lungomare o il pontile del Pier. E, in proporzione, conosciamo anche qualcuno che ci vuole tornare. Logico che una cavalcata simile potesse trovar terreno fertile quasi esclusivamente in una città come Brighton.

Giovani mod in trasferta a Brighton Quadrophenia

Giovani mods in trasferta a Brighton, nel film Quadrophenia.

Brighton Rock(s)

“Sono sempre stato un tifoso e uno scommettitore, sin dall’età di sette, otto anni: il mio interesse per le due cose è cresciuto in contemporanea”.

Una cavalcata, in verità, partita da molto lontano. Dal 2001, per la precisione, con la costruzione del nuovo impianto, il Falmer Stadium, poi ribattezzato America Express Community Stadium, volgarmente detto Amex. L’impianto ha preso il posto del Withdean Stadium, teatro di ben poche gioie per i sostenitori dei Seagulls. Fra i principali fautori, e investitori, di questo progetto c’era Tony Bloom, brightonense di nascita e di fede calcistica, succeduto a un altro tifoso-presidente, Dick Knight, al quale è stato dedicato anche un pub dentro il Withdean. Proprio Knight, nel 1997, a furor di popolo, costrinse alle dimissioni il presidente Bill Archer.

Nell’ultimo ventennio, dunque, i tifosi hanno davvero fatto la storia. Prima Knight e adesso Bloom, The Lizard, la lucertola che al tavolo di poker, mano dopo mano, ha beffato centinaia di avversari e costruito una fortuna. Appena ventiquattrenne, nel ’94, è diventato un giocatore di poker professionista. Otto anni dopo ha fondato una sua piattaforma di scommesse online, Premier Bet. Oggi allevia la tensione, ogni tanto, tornando dalle trasferte con i propri tifosi.

Sotto la sua guida, il BHAFC ha raggiunto una prima promozione in Championship nel 2011. In panchina sedeva l’uruguaiano Gus Poyet, capace di regalare ai tifosi biancoblu anche i play-off per la Premier, due anni più tardi, sfumati all’ultimo contro l’Huddersfield Town. Il suo successore, lo spagnolo Oscar García, si arrese nuovamente ai play-off. Di fronte c’era il Derby County di Steve McClaren, Yorkshire born and bred.

Due promozioni sfiorate in due stagioni avrebbero piegato chiunque, non un giocatore paziente come la Lucertola. Dopo una breve e disastrosa esperienza con Hyypia, sulla panchina dei Seagulls è arrivato Chris Hughton.

Di madre irlandese e padre ghanese, storico terzino sinistro del Tottenham, una carriera in panchina contraddistinta da successi e clamorosi esoneri. Il più doloroso, fra questi, subìto dal Newcastle nel 2010, dopo la promozione in Premier. In classifica, dietro al suo Brighton, c’è proprio l’undici di St. James Park, guidato da Rafa Benítez.

Chris Hughton in posa con il suo staff Brighton

Chris Hughton in posa con il suo staff.

Brighton was a laugh

Della città, del clima che vi si respira, dello stadio, della proprietà, del mister si è detto qualcosa. Ma il campo, al netto del contorno, ha parlato chiaro.

Ad oggi, 19 aprile 2017, il BHAFC ha totalizzato 92 punti, con tre partite ancora da disputare e il Newcastle a sette lunghezze, nonostante quest’ultimo potesse contare su una rosa dal valore tecnico di gran lunga superiore. All’Amex ha vinto diciassette volte, pareggiato tre e perso solo due (l’ultima in febbraio). In trasferta la squadra di Hughton si è “accontentata” di undici vittorie, cinque pareggi, altrettante sconfitte. Ad aprile, finora, ha sempre vinto. Segno, questo, di una mentalità senza pari: al 31 di marzo era un punto dietro i ragazzi di Benítez, per dire.

Snocciolare reti fatte e subite è puro sadismo matematico: una media di due gol segnati tra le mura amiche, e un gol subito ogni due match. Con un ruolino di marcia casalingo così, come direbbe un tamarro nostrano tanto caro al popolo dell’internet, il risultato in trasferta può accompagnare solo (e lo fa egregiamente). Prima miglior difesa, secondo miglior attacco. Cifre che fanno girare testa e zebedei Tony alle inseguitrici, ma ottenuti con applicazione tattica e lavoro paziente.

Un sobrio Knockaert festeggia una rete contro i Wolves

Un sobrio Tony Knockaert festeggia una rete contro i Wolves

Hughton ha schierato un 4-4-2 d’antica schiatta, granitico, sapendo di contare su un gruppo in grado di interpretarlo egregiamente. Ha impiegato 25 effettivi, simboli del BHAFC compresi. Fra questi c’è il capitano, lo spagnolo Bruno Saltor, 36 anni, gli ultimi cinque passati sulla Manica. Accanto a lui e al giovane Lewis Dunk hanno trovato posto Shane Duffy, il belga Pocognoli e l’esperto Uwe Hünemeier.

Nel mezzo al campo si è distinto Steven Sidwell, comunque in declino dopo i fasti della prima gioventù. Accanto a lui sfrecciava l’ala francese Knockaert, secondo marcatore dei Seagulls con 15 reti. A loro si aggiunge l’israeliano Beram Kayal, ammirevole anche solo per aver chiamato il primogenito Pirlo, in onore del Metronomo bresciano.

Murray dà lezioni di contropiede a Loftus Road.

Murray dà lezioni di contropiede in 3 tocchi a Loftus Road.

Suo compatriota è il numero dieci Tomer Hemed, un passato non troppo rimarchevole in Spagna e una stagione indimenticabile a Brighton. Punta di diamante, letteralmente, è il trentatreenne Gleen Murray, ventidue marcature, solo tre in meno di Chris Wood del Leeds. Un cocktail di esperienza, razionalismo albionico e talento. Un cocktail dolce, che ha permesso ai tifosi dei Seagulls di invadere il campo, nonostante gli avvertimenti di cartapesta della società.

Adesso, smaltita la giustificata sbornia dopo il trionfo, possono godersi le ultime partite e guardare con impazienza al prossimo anno. Di fronte, finalmente, troveranno l’odiato Crystal Palace, per il derby dell’M23, l’autostrada che collega le due città.

C’mon Seagulls: we can do this again!

“These sordid Caesars, who can only find courage, like rats, by hunting in packs, came to Brighton with the avowed intent of intefrering with the life and property of its inhabitants…”.

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