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“La prima volta che sono andato a giocare a calcetto fu perché mia madre doveva andare a fare la spesa: visto che non stavo mai fermo al Supermercato, mi lasciava al campo a giocare. Sono diventato calciatore piuttosto casualmente”. (R. Alvarez)

Ricky Maravilla Alvarez teoricamente può ricoprire ogni ruolo dal centrocampo in su. Il suo passo apparentemente lento – compensato dalla falcata lunga dei suoi 188 cm. – gli ha consentito di giocare sia come esterno che interno di centrocampo in Italia, e da trequartista o attaccante esterno in patria. E chissà perché, all’alba dei 29 anni e dopo una trentina di partite in blucerchiato come dodicesimo uomo, comincio a vederlo come erede di Torreira. Perché, la certezza c’è, presto il naturale erede del Pek Pizarro (con cui condivide ruolo e stazza) partirà alla volta di club più ambiziosi.

In fondo, per il giocatore che più mi ricorda Ricardo Kakà per fisico e caratteristiche auspico questo: una carriera folgorante a partire dai 30 anni. Possibilmente in un ruolo pivotale. Perché l’affascinante mix di inconsistenza ed imprevedibilità del suo gioco, non è detto che non possa evolversi e assurgere a nuovi significati in altre zone di campo. Magari al centro del gioco, piuttosto che laconicamente confinato sulla fascia.

Nel dubbio che questo processo non avvenga, vi esorto ad accettare come l’incomprensione e il controsenso siano parte integrante dell’esistenza umana, o non sarete in grado di capire il fascino della fallibilità dell’uomo, prima che l’approccio al gioco – costantemente fuori tempo – di Ricardo Gabriel Alvarez da Buenos Aires.

Per Ricky pretendo una seconda giovinezza che ricalchi la terza età di Gigi Di Biagio alBresciadacentraledifensivo o quella al ritmo di tango di Juan Roman Riquelme e Juan Sebastian Veron, più ricca di soddisfazioni che di delusioni. Operazione che, al tempo stesso, reputo quasi impossibile: parliamo del giocatore in attività con la più ineluttabile capacità di incasinare con l’estro fine a se stesso ogni semplice giocata. Agli antipodi della simplicitas di gioco che richiede il calcio odierno. Perché analizzando il caso-Alvarez entriamo in una dimensione parallela, quella del giocatore più espressionista della Serie A.

“Con il termine espressionismo si usa definire la propensione di un artista a privilegiare, esasperandolo, il lato emotivo della realtà rispetto a quello percepibile oggettivamente”.

M’innamorai calcisticamente di Ricky qualche anno fa. Era sbarcato in Italia per pochi milioni di euro, con la benedizione di Federico Buffa e Lele Adani, aveva 23 anni e – nonostante fosse professionista da quattro – alla TV mostravano un solo gol segnato col Vélez: finta di corpo per andare a destra, palla sul sinistro e botta nel “sette”. In loop. Non esisteva altro materiale sull’argentino, ma quel nome così esotico era più che sufficiente.

Perché era stato strappato all’Arsenal di Wenger, quindi c’era la consapevolezza che almeno avesse in dote ottima tecnica: il francese, si sa, quelli con i piedi ad incudine li acquista soltanto in difesa o in porta. Per il resto, si venne presto a sapere che non era titolare al Vélez e già questo era fonte di curiosità: cosa avrebbe combinato un giocatore così nel calcio più funzionalista al mondo? Inoltre interpretava un ruolo ormai scomparso nel calcio europeo, ovvero il trequartista che può permettersi di non fare le due fasi di gioco perché “tanto forte da potersi permettere solo una metà campo”.

Ovviamente, nei primi mesi meneghini Alvarez non combinò assolutamente nulla. Ma quello che in pochi avevano capito è che in fin dei conti il carattere non gli difettava: al tempo, però, ogni volta che veniva intervistato sembrava appena uscito da una seduta di elettroshock, e quel suo modo pacato di parlare – ottimo, fin da subito, il suo italiano – così lento ma ritmato, faceva pensare all’ennesima meteora incompresa, triste e inesorabilmente destinata ad un mesto rientro in patria in breve tempo.

Tuttavia nei tre anni nerazzurri il tifoso interista avrebbe imparato ad andare oltre all’apparenza, sorridendo per la sua incompiutezza e apprezzandolo, nonostante tutto, per la sua singolare versatilità tattica, per l’essere un anti-personaggio e per l’attaccamento ai colori. Se non si fossero frapposte le vacche magre della tarda gestione Moratti forse avremmo assistito alla parabola di un Recoba meno talentuoso, ma più scaltro e operoso. Perché – a differenza del Chino – Alvarez sembra custodire nel suo corredo il gene dello spirito d’adattamento.

Un Alvarez versione giocatore moderno contro la Juve: evita Vidal, sfila dietro Pogba e riconquista il possesso con un pressing offensivo su Chiellini portato con grande aggressività, poi distribuisce l’assist a Icardi, accarezzando prima con la suola <3.

Alvarez è anche uno dei pochissimi freak nella storia moderna dell’Inter che sia riuscito a trasformare i fischi della Curva Nord in applausi sinceri: giocata dopo giocata; e nonostante non abbia totalmente recuperato dal terribile infortunio che lo colpì pochi mesi prima del trasferimento, e che ne ha parzialmente pregiudicato la carriera, Alvarez ha comunque trovato l’orgoglio per scacciare lontano da sé lo spettro del bidonismo. La spada di Damocle del fallimento che pendeva sulla sua testa non si è trasformata in Excalibur, ma almeno non gli ha reciso la testa.

Uscendo dai confini italiani, Ricky non ha mai goduto di grande considerazione in patria. Se gli argentini non sono certo famosi per loro coerenza – si veda la convocazione recente e reiterata di Pratto al posto di Icardi (il tabù è stato sfatato solo in questi giorni) o l’innamorarsi di clamorosi bust, e al contrario fare a pezzi Batistuta o Lionel Messi – nel suo caso non esistono rimpianti o forme di ostracismo: praticamente nessun argentino lo ha mai visto giocare con continuità, neppure nelle nazionali giovanili.

Anche se con la Nazionale ha persino rischiato di diventare campione del mondo: nella spedizione di Sabella – che aveva caldeggiato il suo acquisto quando allenava l’Estudiantes – in Brasile c’era pure lui, col compagno interista Hugo Campagnaro. Ma se il secondo aveva alcune chance di giocare – da 15 anni in Argentina si domandano cosa abbia fatto Martin Demichelis per meritarsi tale considerazione -, Ricky nel 2014 era stato convocato come mascotte o poco più.

Ad ogni modo, i problemi di quell’Argentina erano rappresentati dalle pause mentali di Leo Messi, da come sostituire l’infortunato Angel Di Maria (il tuttofare Enzo Perez non forniva particolari garanzie) o semplicemente dal capire cosa ci facessero in rosa la meteora napoletana Federico Fernandez, la salma di Fernando Gago o un mestierante come José María Basanta: Alvarez era solo il male minore, e qualche highlight di livellovedere per credere il video sotto: ci sono giocate meravigliose – ogni tanto arrivava anche nel continente sudamericano affinché il diffuso scetticismo venisse quantomeno mitigato.

La convocazione ai Mondiali con la Selección e i 4 gol in 29 partite con l’Inter del 2014 gli avevano regalato discreta notorietà; infatti, dopo la massima manifestazione calcistica, per Ricky bussò alla porta il Sunderland, che per il suo cartellino scucì una cifra di poco superiore agli 11 milioni di sterline. C’è da chiedersi cosa si aspettasse di trovare Ricky in una squadra che da anni non andava oltre il tredicesimo posto in Premier, col tasso tecnico più basso del campionato, senza particolari ritocchi dell’ingaggio e oltretutto nell’ultimo torneo al mondo dove avrebbe dovuto giocare date le sue caratteristiche.

Probabilmente spinto dalla sua testardaggine, spesso confusa per ingenuità, era davvero convinto di potersi ritagliare ampio spazio per costruirsi una buona carriera in Premier. Forse era stato esaltato dalle parole spese per lui qualche mese prima dal preparatore atletico di Walter Mazzarri, Pondrelli:

“Alvarez ha un’altissima resistenza, ha i valori di corsa e scatti ripetuti simili a un mediano e sulla carta potrebbe essere anche un ottimo numero 4”.

Inutile però ricordare come le funeste previsioni si siano davvero realizzate: Ricky, col suo passo lungo e dinoccolato, il tocco vellutato e quei tempi calcistici tutti suoi, non ha minimamente legato con i compagni, dediti a un calcio poco ragionato e dai ritmi frenetici, basati su intensità, verticalità e agonismo.

Straniero tra gli stranieri: è uno di quei giocatori che ha bisogno di sentirsi felice quando gioca, e vivere in una città famosa per le precipitazioni 280 giorni all’anno non ha aiutato l’inserimento di un bairense con sangue genovese, abituato a porti con ben altre caratteristiche rispetto a quello di Sunderland. Perché tra i tanti difetti di Ricky c’è perfino la metereopatia: all’Inter era evidente la tendenza di crescita delle sue prestazioni con l’arrivo della primavera.

Ricardo Alvarez in una delle 13 partite col Sunderland.

Dopo sole 13 presenze e dopo essere stato votato dai tifosi come il peggior giocatore della squadra e inserito dagli addetti ai lavori tra gli 11 peggiori acquisti estivi della Premier, Alvarez era già un oggetto in saldo sul mercato europeo. Come se non bastasse, il Sunderland a fine campionato si era rifiutato di riscattare il cartellino, nonostante la salvezza avesse trasformato il diritto di riscatto in un obbligo. Alla base della decisione presunti e poco credibili problemi fisici che l’Inter avrebbe nascosto al club inglese. Ha così avuto inizio un vero e proprio calvario, cominciato con la rescissione con i Black Cats e proseguito con la proibizione da parte della UEFA di firmare per un altro club.

Nei mesi d’inattività Ricky ha sfiorato il passaggio al Club America, nel campionato messicano, prima di decidere in favore di un anno sabbatico da passare allenandosi col suo ex club, il Vélez. La vicenda si trascina tuttora, a quasi due anni di distanza: il TAS di Ginevra ha convocato le due squadre a settembre 2016 con la promessa di emettere un verdetto nel corso del 2017 (sembra scontata, però, una risoluzione in favore del club meneghino), concedendo ad Alvarez ad inizio del 2016 di firmare per qualunque club volesse.

A non farsi sfuggire l’occasione è stato il vulcanico presidente blucerchiato Massimo Ferrero, che dopo sei mesi in prova lo ha messo sotto contratto fino al 2019. Ricky, che ancora non ha giocato da titolare un’intera stagione e che non raggiunge 200 partite da professionista, per quella data avrà compiuto 31 anni.

Cronache di un futuro che non c’è: Alvarez nel Chievo Verona 2020/21.

In sostanza, rimane una personalità oltre che un giocatore di altri tempi. Quando il calcio era meno strutturato e i ritmi meno serrati, quando grazia tecnica e ricerca della giocata valevano come prestanza fisica ed applicazione tattica. Insomma: Ricky ha sbagliato squadre, scelte e soprattutto secolo. Nella speranza che una medio-piccola, se non la stessa Sampdoria, prima o poi creda davvero in lui. Intanto godiamo del fascino perverso di un anti-personaggio, alla continua ricerca di sé come della corretta posizione in campo, che fa sognare pochissimi folli e lascia indifferenti tutti gli altri.

  • FABIO

    COMPLIMENTI PER L ARTICOLO . . SONO CONVINTO CHE A MEZZ ORA DALLA FINE FOSSE ENTRATO NELL ARGENTINA NELLA FINALE MONDIALE . . . . . .