Non è facile vivere dentro un film di François Truffaut, e non è facile neanche crescere nelle banlieu parigine, la fuga dalla periferia, poi, nemmeno quella è facile, specialmente se ti ritrovi dentro il tritacarne di un centro di reclutamento per giovani calciatori di belle speranze, con tutte le tue spigolosità sbattute a favor di telecamera in un documentario di Canal+. Capita poi che esci da lì e tutti ti chiedono il massimo, quando invece tu sei sempre stato troppo più bravo degli altri per dare il massimo, capita che entri in fretta e furia nel mondo degli adulti e non sono ammesse repliche: non è facile. E poi gli infortuni, le delusioni, le incomprensioni.

A Hatem Ben Arfa le cose in campo sono sempre sembrate facili ma piaciute difficili: la sfida all’avversario e all’ostacolo è una raison d’etre per Ben Arfa, il calciatore, ma Hatem, l’uomo, forse avrebbe preferito un percorso un po’ più lineare, quello che si prospettava al fuoriclasse che incantava tutti da ragazzino, ma quella dannata ossessione per le complicanze tanto lo ha reso unico sul campo quanto una delle tante promesse non mantenute nel mondo del calcio.

Anche solo il fatto che la sua pagina Wikipedia lo immortali al Festival di Cannes mi fa pensare che sarebbe potuta andare in un’altra maniera

L’Enfant Sauvage

Nel 1962 l’OAS, un’organizzazione terroristica a difesa della presenza coloniale francese in Algeria, organizzò un attentato contro il presidente Charles De Gaulle: scaricarono un centinaio di colpi di mitraglietta contro l’ex generale che ne uscì clamorosamente illeso presso la periferia parigina di Clamart. Questo fu il maggior atto eversivo avvenuto a Clamart fino al 1987, anno in cui nasce Ben Arfa, uno che, senza armi, ma solo con un sinistro fatato e un carattere poco incline al compromesso, la rivoluzione vuol farla davvero.

Hatem già da bambino salta di squadra in squadra alla ricerca ossessiva di un ambiente stimolante: da Chatenay-Malabry a Montrouge, da Boulogne-Billancourt a Versailles, il ragazzino vaga bramando uno straccio di competizione, quando a dodici anni entra nella versailles del calcio francese: Clairefontaine, una reggia immersa nella foresta a cinquanta chilometri da Parigi, gli apre le porte.

Abbiamo imparato a conoscere questo centro di formazione statale, che ha affinato tanti talenti francesi, soprattutto nell’ultimo periodo, dato che molti in Italia hanno approfondito le potenzialità di questo collegio calcistico come una delle ragioni dell’exploit recente del calcio transalpino. Tutto vero, ma nella testa di un adolescente, diviso tra studio e pallone con l’assillo di un’etichetta pesante da dover attendere, la magione di Clairefontaine fa presto a diventare una prigione dorata.

Il documentario À la Clairefontaine vuol darcene un’idea: si tratta di una sorta di “Calciatori giovani speranze” d’antan girato per Canal+ dal 1999 al 2002, quindi durante il triennio della classe 1986 tra le mura del centro di formazione. Sono sedici episodi da circa mezz’ora trasmessi nel 2002, si possono trovare su YouTube ma vederli tutti insieme provoca un senso di straniamento che non mi sento di consigliare. Inizia con la selezione di 800 candidati promettenti da parte dello staff di Clairefontaine, ma solo ventiquattro vengono accettati per entrare nell’Institut National de Football: tra questi c’è Ben Arfa, classe 1987 e quindi più piccolo di tutti gli altri, ma già troppo forte.

Hatem è uno dei ragazzini che appare più spesso nella serie, si ha la percezione di avere a che fare con qualcosa di inspiegabile. In campo domina, è il più giovane ma fa quello che vuole quando ne ha voglia, eppure i suoi valori atletici peggiorano continuamente già alla fine del primo anno, non un bel segnale per un talento in rampa di lancio che ha bisogno di crescere, anche e soprattutto dal punto di vista fisico e atletico. È la spia di una strisciante insoddisfazione: il ragazzo ha trovato sì un ambiente alla sua misura, ma perde il gusto del divertimento. Lui è uno che ha bisogno de l’art pour l’art, ama il calcio ma non esclude di fare il cantante “come Stevie Wonder”, non vive bene la competizione e del calcio fa sfoggio di creatività senza il tormento di meccanismi che non riesce proprio a comprendere. Come dire: non si prende un pallone e si gioca e basta come i sudamericani nel potrero?

In tutto questo dà prova di un carattere quantomeno delicato anche con i compagni. In una delle ultime puntate, viene alle mani con Abou Diaby, uno dei pochi che come lui riuscirà ad ottenere la ribalta internazionale, pur non rispettando nemmeno lui le promesse di inizio carriera: il futuro ex Arsenal è tanto grosso che potrebbe mettere Ben Arfa in tasca, eppure è il ragazzo selvaggio di Clamart a scattare come una molla quando Diaby fa la classica battuta sulla mamma. Tutto nella norma, in quella fase dell’adolescenza in cui sfideresti a duello chiunque per imporre la legge del più forte del cortile, peccato che per Ben Arfa questa fase durerà ben oltre quei baffetti puberali.

Les Quatre Cents Coups

Lo zeitgeist determina in maniera decisiva la percezione che si ha di una medesima cosa: Clairefontaine e le altre accademie federali, che adesso ci sembrano esempio illuminato di una cultura calcistica superiore, non mostravano il miglior volto di sé durante il documentario di Canal+. Nel corso degli episodi, ad esempio, uno dei ragazzi se ne va e torna al proprio paese, lo vediamo muoversi sorridente con fascia di capitano e numero 10 in un campetto sterrato della piccola formazione locale, dice di essere felice e afferma come il suo rendimento a scuola sia migliorato.

In À la Clairefontaine c’è pure una specie di preside, con occhiali appesi al collo, la barba incolta e la capigliatura trasandata, un’aria disillusa che trasmette ben poca fiducia agli allievi, a cui non fa mai mancare parole di disapprovazione e sermoni severi da maestra elementare. “Sono la peggior classe mai avuta”, per esempio, lo dice davvero. Quando Ben Arfa esce da Clairefontaine è sollevato, ma non è veramente pronto al mondo reale. Ripete alle telecamere quello che sente dirsi dagli insegnanti sul proprio carattere e sui propri eccessi, ma non sembra crederci veramente.

Lo vogliono tantissime squadre, anche al di fuori della Francia, ma sceglie il Lione, che ha appena vinto il primo dei sette titoli nazionali consecutivi. Viene mandato con i ragazzi, ma di lui si parla già tantissimo: sembra sempre imminente il suo debutto tra i grandi e invece rimane a dominare con i suoi pari-età per due anni. Il 2004/05 deve essere la stagione del lancio della nuova stella del calcio francese: Ben Arfa, che a maggio aveva vinto l’Europeo Under 16 da capocannoniere brillando in una rosa scandalosamente forte, esordisce entrando bene alla prima giornata contro il Nizza. Subentra anche nelle partite successive, debutta in Champions League e debutta con gol in coppa; poi sparisce dai radar e sorgono i primi dubbi su di lui, si dice abbia un carattere spigoloso e sia di difficile collocazione tattica.

Nei due anni successivi l’allenatore diventa Gerard Houllier, con cui Ben Arfa proprio non si prende: due stagioni praticamente buttate, con il mister che non lo sopporta e lo vede solo come sostituto a partita in corso quando il ragazzo può esibire le sue doti senza seguire troppo gli spartiti tattici. Ben Arfa però sbuffa, lui, abituato a fare la differenza, non vuole sentirsi incatenato a rigidi dettami tattici né rimanere confinato in panchina: litiga con l’allenatore dopo aver litigato anche con il difensore Squillaci, uno dei senatori della squadra, per un intervento duro in allenamento a lui, che l’allenamento lo ritiene esercizio del tutto inutile per chi è nato con quel piede.

La svolta arriva con l’avvento in panchina di Perrin, che lo coccola, lo piazza sulla fascia d’attacco a fare un po’ come gli pare: lui risponde con sei gol e cinque assist in campionato, due reti in Champions League, più tantissime giocate d’alta scuola che contribuiscono alle venti realizzazioni di Benzema. I due, classe 1987, entrano nell’immaginario collettivo come i nuovi gemelli del gol investiti della missione di restituire la propria grandeur alla nazionale francese; come sempre, in questi casi, i media ci ricamano sopra costruendo l’immagine di due campioni in perfetta sintonia anche fuori dal campo, ma in realtà, per stessa ammissione dell’allenatore, Benzema e Ben Arfa appena si tollerano.

Viene nominato Giovane dell’Anno in Francia, debutta in nazionale e fa parte della lista dei pre-convocati per gli Europei del 2008, dopo aver rifiutato due anni prima la Tunisia: potrebbe essere il punto di svolta per la fase matura di una carriera che si prevede strepitosa. E invece Ben Arfa fa ancora le bizze e, dopo una sola stagione da titolare all’OL, vuole andarsene. Ci si chiede perché il Lione, così attento a farsi pagare tanto, lasci partire una stella così splendente per soli dodici milioni ad una concorrente come l’Olympique Marsiglia, ma a Lione sono già stanchi di lui, persino il presidente Aulas che, anni prima, aveva modificato i codici etici delle formazioni giovanili a uso e consumo di quel fenomeno così scostante.

Il ragazzo in campo ha colpi da favola, ma fuori dal campo ne ha altrettanti, almeno quattrocento per sfruttare il titolo del film più famoso di Truffaut, “I quattrocento colpi”, che riprende un modo di dire francofono per intendere le turbolenze di un carattere scorbutico. Ben Arfa ha coscienza della propria irrequietezza, a mente lucida sembra una persona ragionevole, nelle interviste ammette di non riuscire a mantenere il controllo neanche per la minima cosa, non si contiene per il più insignificante torto che ritiene di aver subito, non conosce mezze vie e non ha capacità di adattamento.

Ci prova a smussare quegli spigoli: ci prova con la religione, avvicinandosi al sufismo, una corrente mistica dell’Islam che ritiene di stabilire un contatto diretto con la divinità, iniziato ad essa da un amico rapper, ma si allontana presto accusando quest’ultimo di aver cercato di plagiarlo; in realtà neanche la religione, come qualsiasi cosa sottenda regole a cui attenersi, fa per lui. Cerca rifugio nella filosofia e nella letteratura, assiduo lettore di Nietzsche, Kant, Socrate, Wilde, come l’Antoine Doinel di Truffaut ci prova con Balzac. E proprio come Antoine ricerca la pace infine nel mare, trasferendosi a Marsiglia.

L’OM sembra poter essere l’ambiente giusto per lui: il primo anno sfiora il titolo mentre il Lione, orfano del talentino, si piazza alle spalle. Il rapporto con l’allenatore Gerets non è idilliaco ma ancora dentro i canoni del padre-figlio: Ben Arfa si rifiuta di entrare contro il PSG, Gerets lo riprende pubblicamente con i toni da papà premuroso (“Il talento da solo non basta”). L’anno dopo arriva Deschamps, Ben Arfa si presenta titolare e pronto alla consacrazione ai nastri di partenza e invece presto perde il posto, litiga con il futuro ct, che in una fase difficile del campionato si deve ri-aggrappare malvolentieri a lui (giocatore del mese a febbraio), il quale risulterà determinante per la vittoria del titolo.

Le due Inglesi

Le doti del ragazzo di Clamart a questo punto sono evidenti, ma per Deschamps costituisce un problema: troppo forte per stare in panchina, troppo svogliato per giocare. Sbatte i pugni sul tavolo del presidente ed ottiene che sia ceduto ad ogni costo. Se ne va in prestito al Newcastle.

L’avventura in Premier League inizia in modo promettente, segna un gol decisivo alla prima da titolare ma ad inizio ottobre un tackle assassino di De Jong lo mette ko per tutta la stagione. Stavolta non è colpa sua, anzi lui torna a Clairefontaine e si dà da fare per tornare al meglio, ottenendo la fiducia dei Magpies che lo riscattano quando è ancora out.

Torna l’anno dopo, segna dei gol incredibili (avete detto Blackburn o Bolton?), bascula con finte di corpo che lo rendono imprendibile, fa innamorare i tifosi inglesi con giocate da brividi e il suo Newcastle, trascinato da una coppia d’attacco straripante valorizzata dalle giocate del campioncino francese, sfiora la qualificazione in Champions League. Sembra finalmente arrivato il momento dell’esplosione ma la stagione successiva, dopo aver cominciato bene, si ingolfa nella difficilissima annata dei suoi e si perde nuovamente tra problemi fisici e screzi con Pardew. Mostra soltanto sprazzi della sua classe, così come nella quarta stagione in bianco e nero, in cui torna titolare ma si intristisce in campo, ormai annoiato e sfiduciato.

La sua avventura in Inghilterra è ormai diventata un film minore di François Truffaut, con poche luci e storie già viste. Ci prova con l’Hull City in quella che sembra ormai una retrocessione definitiva per una carriera buttata via; in un’intervista sostiene come quella sia la sua ultima vita tracciando una similitudine delirante con Super Mario Bros. Fallisce miseramente e dopo otto partite viene mandato via dall’allenatore Bruce perché, a suo dire, corre più il portiere di lui.

L’Ultimo Metrò

Come il titolo di uno degli ultimi film del cineasta, Nizza sembra davvero essere l’ultimo treno per Hatem. Arriva a gennaio, accolto da una folla entusiasta per quello che può essere l’entusiasmo nizzardo. Si presenta allo shop ufficiale della centralissima Place Massena, che sorge dissonante tra i negozi di souvenir che espongono maglie dell’Olympique Marsiglia, molto più appetibili per i numerosi turisti; lì si lascia andare a proclami ottimistici, che in quel momento sembrano le divagazioni di chi ancora non ha consapevolezza della propria attuale dimensione. Dice che per Puel, l’allenatore, avrebbe rifiutato il Real Madrid e che ancora crede nel Pallone d’Oro, arringa i tifosi e guarda la città dalla ruota panoramica con uno sguardo fintamente spregiudicato.

Quando arriva la comunicazione della federazione che Ben Arfa non può essere tesserato in quanto ha già vestito la maglia di due club diversi in quella stagione (costretto da Pardew ad esibirsi con la squadra riserve del Newcastle ad agosto), sembra il capolinea della carriera a livelli accettabili. Per lui si profilano soluzioni esotiche, ma è scattato qualcosa con Nizza e Ben Arfa dice di no al buen retiro. Aspetta l’estate e, visibilmente appesantito e fuori forma dopo mesi di inattività, torna al Nizza. Sarà di gran lunga la sua miglior stagione: Puel non lo valorizza, lo adotta, e lui, in un ambiente e in una dimensione che ne appaga il profondo egotismo, non sente il bisogno di altro per esaltarsi.

Porta i suoi ad un passo dalla Champions League, segna quasi il triplo del suo record di gol in un singolo campionato e mette a referto più assist che mai. Domina, straripa, è tornato, tanto che Deschamps quasi lo chiama in nazionale.

Ben Arfa, però, non conosce pace, le sue inquietudini lo allontanano da Nizza: è ambizioso ma non riesce ad appaiare la voglia di emergere con l’impegno e la dedizione, la sente sua per diritto naturale. Scende dal treno sul più bello, forse anche per l’addio di Puel, per tentare di diventare profeta in patria. Lo cercano, a suo dire, diciotto squadre nell’estate 2016 e lui sceglie il Paris Saint-Germain, quanto di più distante dal suo modo di vivere il calcio: una piazza fredda, un circo di campioni in cui non si sente essenziale, l’obbligo di vincere senza concessioni alla vena parnassiana del sinistro più elegante delle banlieu. In più Emery non lo vede proprio e alle rimostranze sullo scarsissimo utilizzo, risponde piccato e un po’ infantile che in fondo “mica è Messi”. Non lo è, nonostante Benzema anni prima lo avesse accostato proprio al fuoriclasse argentino.

L’opera più celebre ed importante del maestro Truffaut si conclude con il giovane Antoine che fugge da una partitella di pallone e corre verso il mare, non ci è dato sapere cosa ne sia stato di lui e delle sue turbolenze apparentemente sopite, come quelle di Ben Arfa al Nizza. Fosse stato girato un sequel, forse il ragazzo si sarebbe ritenuto pronto ad affrontare la metropoli e il palcoscenico più grande, finendo nuovamente vittima dei propri fantasmi, ma stavolta con un’aria rassegnata che proprio non vogliamo vedere a Ben Arfa, poeta maudit di un calcio povero di eroi imperfetti.