Il centravanti è uno dei ruoli maggiormente legato alla sfera psicologica. Non ha sfumature, non ha scusanti, è totalmente legato ad una singola, fondamentale componente di questo sport: il gol. Se questo non arriva, la maggior parte degli attaccanti entra in una forma di crisi psicologica, in un negativismo controproducente che influisce non solo sulla mancanza di reti, ma anche sulle prestazioni stesse della punta. Per questo l’attaccante, prima di ogni altra cosa, dev’essere forte a livello mentale.

Molto spesso la differenza sta nella capacità di usare il cervello nella maniera più fruttuosa possibile. Dalla forza mentale si valuta il vero valore del bomber, più che a livello tecnico o fisico.

Si potrebbe controbattere: “è un’analisi semplicistica, ci sono anche attaccanti che non segnano molto, ma fanno un grande lavoro per la squadra”. Eppure lo spettro dell’assenza di gol aleggia anche sulle loro teste, li rende più insicuri quando si tratta di convertire occasioni in gol e porta perplessità nei loro confronti. Le critiche alla capacità realizzativa di Andrea Petagna – sublime in questa stagione nell’interpretare il ruolo di prima punta operaia e d’appoggio -, probabilmente incidono sulla sicurezza del giocatore: non riesce a sbloccarsi dal punto di vista dei gol, nonostante non manchino le occasioni per farlo.

Andrea Petagna, attaccante che corre, lotta, fa assist (già 7 questa stagione), e che segna poco.

Il processo si amplifica quando viene a mancare una delle scusanti preferite degli attaccanti: i palloni arrivano, arrivano eccome, e lo dimostra l’altra punta con cui dividi gli spazi, che sta realizzando quasi un gol a partita. In questo caso un’altra arma utilizzata dal centravanti per giustificarsi, il meccanismo di disillusione, diventa inutilizzabile. La spiegazione più semplicistica, ma fatale, spesso diventa preminente: “è scarso”. O almeno, non al livello dei compagni d’attacco.

Nella propria testa si tende a rifiutare quest’ultima interpretazione dal sapore definitivo, si prova a cercare qualcosa che renda il giudizio più vago, e che permetta di rivalutarsi nonostante l’evidenza dei fatti. Però quel pensiero, quella presunta incapacità di essere all’altezza, serpeggia nella testa del centravanti. Spesso è alimentata dai media, dagli opinionisti, un po’ da tutti. In breve tempo diventa un mantra che ripete parole che si fanno fatica ad accettare.

La stagione delle sofferenze

Pavoletti nel 2017 sta vivendo la sua personale via crucis mentale accertata anche dai numeri, mai così eloquenti. Dopo le avance di alcune big del nostro campionato durante l’estate, si aspettava la sua definitiva esplosione in questa stagione. Ad inizio campionato un infortunio alla coscia ne ha frenato il momento di forma, poi ritorna e segna questa rete spettacolare per coordinazione e senso del gol contro il Milan.

Due partite da titolare e poi il nuovo infortunio, una distorsione alla caviglia contro la Lazio. In quel momento, esplode El Cholito Simeone e Preziosi sente di non aver più bisogno del suo ariete, quando ha uno gnomo con il fuoco (e il gol) dentro. Arriva la cessione al Napoli per 16 milioni più 2 di bonus con un carico di aspettative elevate. Finalmente il Napoli tornerà ad avere il suo centravanti fisico, quello che gli è tanto mancato dopo l’infortunio di Milik, quello che non ha saputo essere, e non poteva essere, Gabbiadini.

Non si tiene particolare conto dell’altro folletto che si sta prendendo Napoli a forza di reti gonfiate: quel Dries Mertens troppo spesso dimenticato tra i talenti del reparto offensivo azzurro, che finalmente da prima punta si sta prendendo la sua ribalta e le sue personali rivincite. Non si tiene conto dell’infortunio di Pavoletti, che metterà a rischio addirittura l’effettiva cessione. Non si tiene conto di Sarri, che di sfoggiare il nuovo acquisto di un De Laurentiis alla ricerca di un avvicinamento con la tifoseria sembra non aver proprio voglia (con le sue ragioni), tanto da preferirgli un Gabbiadini già con un piede e mezzo in Inghilterra.

Nel gennaio 2017, il Pavoloso rimane in naftalina e diventa l’ennesimo oggetto misterioso dell’era Sarri. A fine mese, però, trova i suoi minuti: e li spreca. Sbaglia gol che a Genova non sbagliava, sbaglia controlli di palla che a Genova non sbagliava, sbaglia passaggi che a Genova non sbagliava, non usa il suo imponente fisico come a Genova sapeva fare maestosamente in ogni situazione offensiva. Il ruggito del San Paolo lo inghiotte e ne azzera la leggerezza di gioco: ogni giocata, dal più semplice stop alla finalizzazione, sembra trasformarsi nella più importante della sua carriera.

Carica di tutta la pressione del pubblico napoletano, l’istintività fuoriesce violenta dal suo gioco. Per la paura di sbagliare ogni giocata diventa qualcosa di ragionato, di visto e rivisto all’interno della sua testa prima di compierlo effettivamente. Perde il suo naturale istinto per il gol, perde l’imprevedibilità e la naturalezza della giocata, perde la sicurezza persino nei tocchi più semplici.

Il clamoroso errore all’esordio al San Paolo, contro il La Spezia.

I limiti di Sarri

Come in ogni rapporto in cui qualcosa non funziona, la colpa va condivisa fra i due protagonisti del rapporto stesso. Il flop Pavoletti non è da imputare esclusivamente al giocatore ex Genoa: anche Sarri ha commesso degli errori nella gestione del suo attaccante. Le indiscutibili ed evidenti qualità dell’allenatore toscano spesso si legano o scontrano (a seconda dei punti di vista) con una gestione attendista dei nuovi giocatori da inserire all’interno della squadra. Ma questo modus di inserire gli ultimi arrivati, per quanto possa essere utile a meccanizzare l’oliatissimo sistema di gioco del Napoli anche per chi con questi princìpi non ha mai giocato, può togliere fiducia a giocatori caratterialmente meno forti.

Per quanto è possibile osservare da fuori, è mancato il suo lavoro sulla testa del giocatore, nella gestione di quelle piccolezze fondamentali per mandare segnali positivi al centravanti. Sopra 3-0 contro il Pescara, far entrare Pavoletti avrebbe potuto dargli fiducia, fargli capire che il suo allenatore lo considera una risorsa. Sopra di 5 gol, contro un Bologna disastrato e in 10 uomini, forse Pavoletti avrebbe potuto trovare la rete che tanto gli manca. Allo stesso modo, non schierarlo titolare dopo la squalifica di Callejon, preferendogli Giaccherini per affrontare il Genoa, può abbassare ancor di più l’autostima del giocatore.

Sarri forse se ne rende conto, ma continua a privilegiare – da un certo punto di vista giustamente – gli interessi dell’intera squadra, piuttosto che del singolo giocatore. Dando minor importanza al fatto che quel giocatore faccia parte della squadra e forse, se recuperato a livello mentale, ne possa diventare un riferimento.

Probabilmente la miglior giocata di Pavoletti da quando è a Napoli. Attorniato da tre giocatori del Crotone, stoppa di petto e allarga di controbalzo per Callejon. Passaggio complicato sia da pensare che da compiere.

Vero nueve vs Mertens

Non può giocare alla Higuaín, c’è una distanza tecnicamente abissale per compiere solo parte del lavoro dell’argentino. Mertens è ancor più diverso, con caratteristiche fisico-tecnico-atletiche opposte all’ex Genoa. Il giocatore da cui prendere spunto sarebbe il Milik di inizio stagione: più universale e completo dell’ex Genoa, ma simile per stile di gioco e soprattutto presenza fisica a Pavoletti. Il polacco non partecipava troppo alla manovra della squadra, ma veniva coinvolto dai compagni nelle combinazioni offensive a ridosso dell’ultimo terzo di campo, era sempre pronto a ricevere i cross dei laterali e le verticalizzazioni dei centrocampisti tagliando ed attaccando la profondità con i tempi giusti.

Questo set di compiti e movimenti, unito all’alto tasso qualitativo del Napoli, gli permetteva di mantenersi utilissimo in fase offensiva e di segnare tanto. Al tempo stesso, Milik si rendeva utile per la squadra pure nei momenti di non possesso o di difficoltà, andando a contrastare i difensori e a ricevere i palloni alti fornendo un’ulteriore soluzione in uscita dalla pressione avversaria.

Non è un caso che il gioco del Napoli abbia raggiunto i livelli più alti con lo spostamento di Mertens nel ruolo di attaccante centrale. Con il belga prima punta non si sono più visti palloni alti (se ne vedevano già pochi), nessun cross in area a cercare la testa dell’attaccante o l’anticipo sul primo palo, ma azioni e triangolazioni manovrate palla a terra con Mertens attivissimo nell’innescarle, a tratti quasi da enganche. Raggiunta una tale perfezione nel gioco offensivo era impossibile fare retromarcia e rimettere al centro della scena un centravanti alto e possente. Lo dimostra questo gol contro la Juventus: Mertens arretra per l’inserimento di Hamsik, crea lo spazio da attaccare e gli offre un assist che poche prime punte al mondo potrebbero servire per rapidità d’esecuzione e precisione.

Il gioco e l’efficacia del Napoli, infatti, con o senza Mertens, cambiano sensibilmente. Con Pavoletti non c’è più un giocatore che viene incontro centralmente creando spazi alle spalle dei difensori, associando il gioco, e che al tempo stesso abbia la tecnica per realizzare la giocata corta di prima o cercare l’ampiezza verso gli esterni. Nelle sue poche apparizioni al Napoli, l’ex genoano era abbastanza stabile nel suo ruolo di centravanti vecchia maniera, posizionato in mezzo ai difensori centrali cercando di essere servito anche spalle alla porta.

Un esempio è la partita con il Palermo: i rosanero giocavano con un blocco molto basso per difendere il pareggio, quando è entrato Pavoletti, nonostante fossero in campo anche Callejon-Mertens-Insigne, si è cercato spesso il lancio a scavalcare i centrocampisti sperando che l’ex genoano si inventasse qualcosa o realizzasse una sponda utile. Giocando in questo modo, l’attaccante italiano risulta non solo poco proficuo per il gioco della squadra, ma a tratti perfino dannoso, intasando lo spazio centrale a Mertens per creare quegli uno-due letali con le mezzali, che spesso hanno garantito gol importanti (oltreché esteticamente splendidi).

A provarlo non c’è solo Pavoletti, ma anche un Milik ancora in rodaggio dopo il suo ritorno. Il polacco è chiaramente arrugginito per l’infortunio al crociato dell’autunno scorso, ma anche destabilizzato da un meccanismo offensivo semi-perfetto in cui non trova più una reale collocazione.

Il Pavoletti di Genova, al contrario, era tatticamente fondamentale per la squadra. Riceveva palloni lunghi, era aggressivo sui portatori di palla avversari, favoriva con le sue sponde le ali che tagliavano verso il centro del campo, attaccando il palo in anticipo sui difensori sfruttava i numerosi cross che piovevano dall’innesco delle catene laterali, architrave del sistema tattico di Gasperini. Il fraseggio corto e rapido del Napoli, insomma, non ne mette in risalto le qualità di base.

Uno dei momenti più felici della carriera di Pavoletti: il gol alla Samp nel derby dell’anno scorso.

Insomma, Pavoletti non si può definire un attaccante scarso. Ha caratteristiche fisiche, tecniche, atletiche e d’intelligenza calcistica che gli permetterebbero di essere un ottimo terminale offensivo, anche se non un top player. Ma in questa squadra, con questo Mertens, in questo sistema di gioco e con così poca fiducia da parte dell’ambiente, conquistare Napoli è diventata una mission-impossible. Come ricordato da Sarri in più occasioni, nelle grandi squadre i minuti non vengono regalati ma bisogna dimostrare qualcosa per ottenerli.

E nemmeno la stima è concessa a priori, va guadagnata con le prestazioni. L’elemento-base che non deve mai mancare, però, è la fiducia in se stessi: è l’unico mezzo per non aver timore di compiere quelle giocate che definiscono un calciatore da grande squadra. Arrivato a 28 anni e nell’anno di crisi agonistica senza precedenti, ce la farà il Pavoloso a raddrizzare la sua carriera?