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10 chilometri e 402 metri. Un dato freddo ma che al contempo racchiude un mondo intero: quello di Andrea Conti, ennesima rivelazione di quella fucina di rivelazioni che è l’Atalanta di Gianpiero Gasperini. Una statistica che basterebbe a tratteggiare l’identikit di un calciatore oltremodo dinamico, inesauribile; un dato – quello medio dei chilometri percorsi nell’arco dei 90 minuti – che, però, non ci consegna la completa silhouette di un esterno di fascia che in questa stagione ha messo la freccia e ha sorpassato tutti da destra con apparente facilità.

Otto gol e quattro assist vanno ad aggiungersi al computo delle statistiche personali, decretando così il più sorprendente tra gli outsider della Serie A, insieme a quel Mattia Caldara che, come lui, condivide il percorso di formazione tecnica ed umana nell’accademia di Zingonia. Scuola formativa che, in quest’annata storica per la Dea, ha pagato dividendi altissimi grazie anche all’instancabile lavoro di Gianpiero Gasperini, il deus ex machina dietro alle esplosioni di giocatori di sistema come Andrea Conti.

Perfino un professore universitario della lettura del gioco come Khedira si è fatto sfilare dietro il ragazzo.

Perché al netto del talento e delle capacità di base dei “figli di Zingonia”, una menzione speciale va inevitabilmente al tecnico piemontese. L’approccio sotto le righe, a metà tra maestro di tattica e demiurgo, con l’ambiente bergamasco è stato un crescendo inarrestabile, l’esplosione violenta di una visione totalizzante: partito con 4 sconfitte nelle prime 5 partite di campionato e con un assetto confusionario, dettato anche da acquisti poco adatti al credo gasperiniano (vedi Pinilla e Paloschi), il Gasp si è affermato con la sua migliore stagione in massima serie. Un cammino fatto di concetti, identità, collettivo al comando e giovani in rapida ascesa. Come Andrea Conti.

A tutto campo, tutto tempo

Arrigo Sacchi nel classificare alcuni uomini chiave del totaalvoetbal di matrice olandese ha coniato l’espressione “a tutto campo, tutto tempo”: nel suo minimalismo efferato rimane forse la descrizione più fedele che si possa avere riguardo un giocatore di sistema; un identikit che si sposa alla perfezione con l’esterno destro atalantino classe ’95. Rapido, agile, dotato di un fisico asciutto e longilineo, uno di quei giocatori che non ruba l’occhio al primo impatto e, anzi, appare ancora come un atleta in via di sviluppo o che non ha completamente concluso il proprio percorso di formazione fisica.

Uno strano animale, straordinariamente adatto ai princìpi di gioco su cui l’Atalanta si basa: resistenza, aggressività nelle due fasi, movimento continuo, attacco verticale dello spazio, sfruttamento del lato debole avversario. E, soprattutto quest’ultima, è una skill in cui Conti tracima.

Questo potrebbe essere il gol-manifesto di Andrea Conti: qualcosa che si ripete in modo naturale, inevitabile. Come le castagne bruciate in autunno o la caprese in estate.

Un esercizio che si basa su un mix di tempismo, determinazione e velocità. Una situazione di gioco in cui sfruttare l’attimo di partenza per rubare tempo e spazio ai propri avversari significa aumentare esponenzialmente le probabilità di fare male. Un’arte sottile, quasi da schermidore. Di quelle che in un’improbabile ucronia sarebbe finita in un capitolo del trattato dell’arte della guerra di Sun Tzu. Un’arte che Andrea Conti, lontano circa una galassia dal concetto di predestinato, ha imparato a coltivare germogliando nel sistema-Gasp: come uno di quei fiori che sbocciano improvvisamente insieme al primo sole primaverile. Una crescita che oggi lo pone sul mercato come pedina appetita da vari top-club europei, divisi tra Serie A, Premier e Bundes. Un po’ quello che accadde due estati fa a Darmian, con cui condivide il ruolo.

Il modulo, così come la filosofia di gioco, sono le architravi su cui si è solidificata l’ascesa di un esterno come Conti. Mai come quest’anno il profondo lavoro di Gasperini è arrivato a una sintesi attraverso le difficoltà: cifra stilistica del tecnico è, da sempre, la linea difensiva a 3 con tre centrali aggressivi forti nella riconquista e nei contrasti – su tutti Toloi -, che permette agli esterni di coprire ampie porzioni di campo generando superiorità numerica attraverso la creazione dei triangoli in fascia tra centrale difensivo-esterno-interno di centrocampo-esterno offensivo. La sostanziale modifica apportata in questo campionato riguarda la posizione di Kurtic e quella di Papu Gomez.

Il 3-4-1-2 asimmetrico dell’Atalanta, infatti, è caratterizzato da uno sviluppo offensivo decentrato a sinistra, il lato preferito del Papu, vero decision-maker dei bergamaschi. Gomez, con le sue accelerazioni brucianti, la sua capacità di saltare l’uomo con facilità e associare il gioco verso il centro del campo, rappresenta una piccola ed inarrestabile macchina di creazione di occasioni: chance di cui Andrea Conti si fa interprete e finalizzatore ultimo. Sbilanciando lo schieramento avversario sul lato sinistro del campo, infatti, Conti si è trasformato in uno “shadow striker” de facto, arrivando a colpire a fari spenti proprio sul lato debole, spesso innescato dalla qualità dei cross del Papu o dall’atletismo di Spinazzola.

E Squawka ci dice che… rullo di tamburi… Conti non ha rivali nel segnare in area tagliando verso il centro!

Aspetti di gioco che possono esaltare o meno un interprete. Aspetti che il sarto Gasp pare aver cucito pazientemente sulle caratteristiche di Conti, lavorando su consapevolezza e automatismi, come un vero maestro di calcio che basa le proprie fortune sulla capacità di proselitismo degli interpreti a disposizione. In questo senso e per alcune similitudini nell’interpretazione del pressing e delle marcature a uomo portate a tutto campo, Gasperini risulta l’unico degli allenatori “bielsisti” in Italia.

Bielsista sia nell’accezione tattica che formativa: non è un caso, infatti, che i suoi migliori risultati arrivino con un gruppo giovane, pronto a seguire quegli insegnamenti tecnico-tattici con un’aderenza vicina alla maniacalità. Andrea Conti più di altri ha sottolineato l’importanza del fattore-organizzazione: “Gasperini è un vero insegnante di calcio. Senza dubbio il tecnico più importante di tutta la mia formazione calcistica”.

Reinterpretare il concetto di gegenpressing e recupero della palla: masterclass di Andrea Conti. Per la gioia del Gasp, che prima s’infuria e poi si esalta.

I’m not afraid of life

L’esterno bergamasco, però, va oltre la dimensione del prodotto accademico e aggiunge del suo al contesto: personalità e sicurezza. A dispetto dei 21 anni e di una carriera che non supera le 40 presenze in A, Conti appare già come una personalità formata, sicura di sé, perentoria nei pensieri e nelle parole. All’opposto di Mattia Caldara, spesso citato per il suo modo di essere fuori dal campo – la timidezza da eterno debuttante, le letture di Dostoevskij e Tolstoj -, Conti è il ritratto di un ragazzo con molte certezze e pochi dubbi, obiettivi chiari e personalità diretta. Un modo di essere che certamente ha contribuito nei sulla sua annata oltre ogni previsione. Ogni volta che esulta, o celebra un risultato di squadra, il suo pensiero sembra costantemente rivolto a un obiettivo più alto.

That’s all about glory.

Nella spensieratezza dei suoi 22 anni convive un’obiettivo apicale che viaggia oltre il mero tornaconto economico, qualcosa che ha a che fare con la voglia di lasciare un segno tangibile del proprio passaggio. È forse questa la maggiore qualità nascosta di un giocatore maturato rapidamente, all’interno di un contesto straordinariamente compatto e in forte crescita. È forse questa l’eredità dell’educazione zingoniana. Un lascito che lo stesso Gasperini non smette di sottolineare, senza timori o filtri di sorta, arrivando ad incoronare proprio Conti come simbolo delle qualità di un collettivo che è ormai un rullo compressore.

“Per l’attitudine mi ricorda il giovane Tardelli. Fra quelli meno nominati dico lui, ha fatto pure 8 gol in campionato. I ragazzi sono tutti bravi, ma lui ha qualcosa in più”. (G. Gasperini)

Insomma, senza scadere in una smaccata apologia del giovane Conti, ci troviamo comunque davanti al miglior interprete del ruolo in Italia e – statistiche alla mano – al più prolifico in Europa. Il fascino dell’inedito, però, continua ad avvolgere l’esterno bergamasco perché, se molto difficilmente i numeri in zona offensiva saranno migliorabili, allo stesso modo non si può dire dell’interpretazione del ruolo e dell’adattabilità ad altri princìpi. Perché l’altra caratteristica che è fuoriuscita con prepotenza dalla stagione atalantina è la versatilità: in due occasioni ha giocato anche a sinistra, senza subire un calo nelle prestazioni, e, se escludiamo i duelli aerei e le ammonizioni collezionate, aspetti da migliorare insieme alla precisione nei passaggi, ha lasciato traccia del suo passaggio in ogni situazione di gioco richiesta: un giocatore totale, padrone della fascia.

2,4 intercetti a partita, 2 contrasti vinti e 1,7 clearance, 1 key pass, 1,3 falli subiti, 78% di pass accuracy e 0,2 cross a partita, forse il dato più sorprendente, ma non troppo dati i compiti richiesti e il dna di sviluppo – fortemente sbilanciato a sinistra – della manovra bergamasca. È il ritratto di un giocatore operaio e operoso, ma nell’accezione contemporanea: un interprete che fa tutto mantenendo un alto standard d’intensità, che si è formato al massimo livello tecnico/tattico e che sa indifferentemente usare piede forte e piede debole, lasciando dietro di sé una luminosa scia composta di dinamismo e versatilità.

Come naturale e prevedibile, si parla già di futuro in bilico, di offerte di alto livello da ogni club alla ricerca di un esterno che sappia interpretare le due fasi, ma il mondo accelerato di Andrea Conti sembra non subire smottamenti: costantemente concentrato sul suo cammino con la Dea, che è ormai una maratona ipercinetica, e deciso a lasciare il segno. Anche in futuro.