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La storia di Amadou Diawara è stracolma di interrogativi, ma per quanto possa sembrare paradossale il primo della lunga lista lo riguarda solo minimamente. Quando durante lo scorso agosto il Napoli setacciava il mercato in cerca di un mediano, nonostante avesse già acquistato Zielinski e le mani di Giuntoli fossero ben salde anche su quel Marko Rog che arrivò soltanto a due giorni dalla chiusura, la domanda specifica che in molti ci ponevamo era la seguente: perché Sarri sente la necessità di acquistare un mediano, se ha già in rosa uno dei migliori interpreti dell’intero campionato?

Per dovere di cronaca l’interprete era (ed è tutt’ora) Jorginho, che aveva chiuso la stagione 2015/16 con numeri da top assoluto in termini di regia; brillando nello specifico in passaggi (91% riusciti, e non che ne toccasse dieci a partita), occasioni create (65 in 35 presenze in A), assist (6 considerando tutte le competizioni) e schermatura. Insomma, numeri alla mano quella domanda che in molti ci ponevamo era piuttosto dovuta.

Oggi che possiamo godere del meraviglioso senno di poi, invece, la nostra posizione si fa un po’ più scomoda. E questo perché, mentre trascorrevamo gli ultimi giorni sotto il sole della solita estate che vola via troppo in fretta, Giuntoli e lo stesso Sarri chiudevano in duo una delle operazioni di mercato più oculate tra quelle della categoria “in prospettiva” della sessione intera. Era il ventiseiesimo giorno del mese, e per poco più di 15 milioni di euro Amadou Diawara passava dal Bologna al Napoli. O meglio, passava anche dal Bologna al Napoli, perché nel mezzo la mole di cambiamenti era ben più considerevole: da Bologna a Napoli, dalla Pianura Padana al Golfo, dal Dall’Ara al San Paolo, dalla lotta per non retrocedere a quella per la Champions, da Donadoni a Sarri, da Taider ad Hamsik, e così via.

(credits: LaPresse / ilrestodelcarlino.it)

Diawara cambiava vita, come aveva già fatto sia l’estate precedente che l’anno prima ancora, rispettivamente passando dalla Guinea a San Marino e da San Marino all’Emilia. Cambiamenti diversi alla radice: il primo lo metteva di fronte ad una chance e il secondo era la dimostrazione che era partito con il piede giusto, ma è sempre l’ultimo a valere di più. Giunto alla corte di una grande squadra forse prima del previsto, un Diawara appena diciottenne ha sfruttato l’occasione con intelligenza. E oggi, che di anni ne ha quasi 20, si sta già cimentando con uno degli ultimi step del suo processo di maturazione.

Un autunno dalla doppia faccia

Il suo inserimento non è stato esattamente una passeggiata, anzi. La filosofia calcistica di Sarri, che pone le sue basi su uno sviluppo dell’azione alla ricerca dell’ampiezza oltre che della verticalizzazione, prevede un gioco tra i più meccanici del campionato, e al pari di tutti gli altri nuovi innesti (eccezion fatta per Milik, il cui caso è comunque molto diverso) Diawara ha dovuto pazientare e lavorare molto prima di assimilare le richieste del suo allenatore.

Il fatto che il suo arrivo fosse coinciso con la pausa per le Nazionali fece erroneamente pensare che il classico processo di iniziazione sarriano potesse avere eccezionalmente una durata minore, ma così non è stato: Diawara ha naturalmente accettato il suo mese e mezzo di panchina tra settembre e la prima metà di ottobre, e lo ha fatto con particolare diligenza. A farlo intendere fu lo stesso Sarri, che ne parlò per la prima volta in modo più o meno esauriente nel post-partita di Napoli-Bologna del 17 settembre:

«È giovanissimo e 14 mesi fa giocava in Lega Pro; ha fatto passi avanti enormi, migliorando tanto, e da 15 giorni è catapultato in un modo di giocare diverso. Sta imparando. Ha una fase difensiva di livello e una notevole qualità nell’interdizione. Non era abituato a questo palleggio come facciamo noi, ma ha disponibilità negli allenamenti e si allena anche dopo per 25 minuti a livello individuale. Tra non molto sarà pronto».

Poco meno di un mese più tardi arriva l’esordio con la maglia azzurra in occasione della trasferta di Crotone. Gli viene affidato il posto di Jorginho in cabina di regia, di fatto il suo ruolo naturale, ma l’ambiente che gli sta attorno non è affatto sereno: la squadra è reduce dalla sconfitta in Champions contro il Besiktas, e in campionato ha perso le ultime due gare contro Atalanta e Roma. In più, lo stesso Jorginho è uno dei giocatori maggiormente colpevolizzati dall’opinione pubblica, e va da sé che il guineano che ne prende il posto si debba far carico di una discreta dose di pressione.

Diciamo che a Bologna non aveva perso tempo, e già aveva preso le misure ad Allan e Jorginho…

Al termine dei 90′, tra i tanti commenti delle testate più autorevoli, questo è probabilmente uno dei più chiarificanti «timido e non ancora perfettamente integrato negli schemi. Si limita al compitino e a volte pasticcia con il pallone tra i piedi, ma cresce alla distanza. Rodaggio». Ed effettivamente, anche se i numeri non parlavano esageratamente a suo sfavore, diede proprio quell’impressione. Fatto sta che da lì in avanti Sarri lo ha sempre schierato fino alla gara contro la Fiorentina prima della sosta natalizia (eccezion fatta per la trasferta di Cagliari), per un totale di nove presenze – di cui i due terzi da titolare. Lo stesso tecnico degli Azzurri apparve soddisfatto quando tornò a parlare del suo mediano circa un mese più tardi: «Negli ultimi venti giorni ha fatto dei salti in avanti mostruosi, dopo un’estate molto complicata per lui. Alla sua età deve pensare a migliorarsi, non deve pensare ai complimenti. È importante».

Insomma, se c’è un aspetto che su tutti colpisce del processo di maturazione di Diawara, questo consiste indubbiamente nella velocità con cui si sta consumando. La propensione all’auto-correzione e all’ascolto che anche Donadoni gli ha sempre riconosciuto sono due doti fondamentali in quest’ottica, e non sorprende certo che Diawara sia stato in grado di metterle a frutto con un maestro della comunicazione diretta come Sarri. Stupisce piuttosto come questo processo stia avendo per soggetto un ragazzo di appena 19 anni, ovvero il più giovane (assieme a Chiesa e Donnarumma, che però non hanno dovuto affrontare il problema della lingua) ad aver trovato spazio con continuità in una big del nostro campionato.

Un suggerimento in grado di rispondere quantomeno parzialmente a questo secondo stupore lo ha offerto lo stesso Sarri, nella conferenza stampa a margine della gara di ritorno contro il Besiktas (giocata il 2 novembre): «Non so se ha grande personalità o grande incoscienza. Ma va dentro, in Champions League, con una prepotenza che ci dà coraggio». È una lettura particolare, la sua. Una lettura che si pone in netto contrasto con la pacatezza e la riflessività del giocatore, probabilmente le sue doti etiche più evidenti. Una lettura, in sostanza, che lascia pensare ad un’imprecisione all’interno terminologia della frase di Sarri: quella di Diawara non è prepotenza, ma sfrontatezza. A fine autunno, e quindi a fine 2016, il guineano aveva messo insieme 9 presenze in Serie A e 4 in Champions, ma aveva soprattutto mantenuto un profilo piuttosto basso: il bello sarebbe venuto dopo, e probabilmente da quel dopo siamo tutt’ora piuttosto distanti.

Miedo escénico? No, grazie

Aggiungendo alle 13 presenze della prima metà della stagione le successive 13 (da gennaio ad ora), il risultato è decisamente ambiguo. Questo perché se da un lato è evidente come Sarri sia tornato lentamente sui propri bassi (leggasi: Jorginho), dall’altro è altrettanto vero che l’esperienza accumulata da Diawara nell’anno solare in corso vale più di ogni altra cosa. Ha giocato, nell’ordine: al Santiago Bernabéu; i suoi primi ottavi di Champions a 19 anni e 6 mesi; i suoi primi ottavi di Champions da titolare, andata e ritorno; la sua prima semifinale di Coppa Italia da titolare, andata e ritorno. È stato di fatto il regista di coppa di Sarri, ed è questo aspetto che ci aiuta (e verosimilmente lo aiuta) a digerire più facilmente il maggiore utilizzo di Jorginho in campionato.

Pronti-via al Bernabéu: evitato il pressing individuale al limite dell’area con calma ascetica e propiziato il ribaltamento di campo con un laser pass da videogame per Hamsik.

E qui si rende necessario aprire una parentesi, nell’ottica di mettere a confronto le caratteristiche e i rendimenti dei due. Innanzitutto è da considerare l’età, che per un playmaker conta di gran lunga più che per un’ala o per un trequartista: non è un caso che gli youngsters europei più noti (Dembélé, Mbappé, Rashford, Dolberg, Gabriel Jesus ecc.) siano per la maggior parte giocatori offensivi. Jorginho, che è un classe ’91 e gioca in quel ruolo a livelli medio-alti da sei anni, parte decisamente in vantaggio. Già da questo aspetto, considerato il fatto che come vedremo si somigliano ben più di quanto non siano diversi, potremmo profetizzare un Diawara superiore a Jorginho nel giro di pochissimi anni.

In cosa sono simili? Semplice: in tutto ciò che un regista deve saper fare. La gestione della palla, prerogativa assoluta per i centrocampisti di Sarri in generale, è una dote di casa: 91% per l’italo-brasiliano, 90% per il compagno. È molto simile anche la distanza media dei passaggi effettuati, che si aggira attorno ai 16 metri nel caso di Diawara e scende a 15 con Jorginho. Cambiano nettamente i valori, invece, quando voltiamo pagina e passiamo al capitolo schermatura: il guineano vince il 54% dei contrasti tentati, mentre l’ex Verona si ferma a 4,4 dw ogni 10. Uno in meno. Dall’altra parte parlano in favore di Jorginho le occasioni create (35 contro 10), ma nonostante l’apporto offensivo sia indubbiamente un aspetto su cui lavorare per Diawara, va detto anche che influiscono su questo dato le 9 presenze in più a favore del classe ’91 (25 a 16).

Da una prospettiva diversa – tornando alla scelta di Sarri su come distribuire i due tra Coppe e campionato – potremmo anche pensare che Diawara sia stato scelto per Champions e Coppa Italia proprio in virtù di una maggiore considerazione nei suoi confronti. Una visione forse più realistica della vicenda, invece, suggerisce molto più semplicemente come Sarri vedesse entrambi sullo stesso piano e che a prendere la decisione sia stata una monetina lanciata in aria, o giù di lì. Oggi che la stagione è ai titoli di coda è probabile che Diawara si stia facendo qualche conto in tasca: alla sua prima stagione in un top club italiano ha messo insieme 26 presenze, che aggiunte alle 35 della stagione precedente fanno un totale di 61 in due anni. Numeri che, condizioni alla mano (età, provenienza e ruolo su tutte), non possono che essere di auspicio per un roseo prosieguo di carriera.

Un’altra occasione in cui ha lasciato la netta impressione di poter dominare con saggezza e calma il centro del campo, sfoggiando ogni tipo di giocata con apparente semplicità. Ma davvero Diawara ha 19 anni?

Con la consapevolezza acquisita – «è importante», direbbe Sarri – di dover fare progressi in fase offensiva senza perdere l’eccellente tempismo nell’interdizione che nessuno gli nega. Progressi minimi, ma tali da poterlo completare definitivamente. Il grafico di WyScout che descrive in percentuale le sue attitudini sul campo è positivo, ma solo se interpretato in un certo modo: il 36% del suo rendimento si traduce in passaggi e appena l’8% è rivestito da azioni individuali, sintomo di un livello di associatività piuttosto alto. Allo stesso tempo è davvero scarsa la percentuale relativa ad assist o key passes (9%), anche se in tal senso, va detto che l’archetipo del regista di Sarri è mediamente poco coinvolto in fase di ultima costruzione.

Quel che è certo è che la prossima annata rivestirà un’importanza centrale, e per due motivi: permetterà a Diawara di limare i suoi difetti e di incrementare le sue qualità; servirà al pubblico per farsene un’idea definitiva. Fino ad ora è cresciuto bene, ma nel suo caso il futuro conta molto di più.

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  • Serghieij Felice

    Mi spiace dirlo ma come al solito non dite come sono andate le cose….il Bologna lo ha preso e lo ha valorizzato…poi chissà come è ha cambiato procuratore ed impvisamente non si è presemntato al ritiro del Bologna dopo che il BFc lo aveva fatto esordire….il prblema è sempre qualunque giornalista o che si reputa tale non ritiene il Bologna degno di attenzione percui…complimenti.