Girovagando per il sito della FIGC ci si può imbattere nella sezione della scuola allenatori dove vengono esplicitate tutte le modalità per conseguire i vari “patentini” in grado di abilitare un allenatore a condurre una squadra in diverse categorie. Per esempio per poter allenare in Lega Pro è necessario il patentino UEFA A conseguibile al compimento del trentesimo compleanno. Per allenare in Serie A di anni ne servono 32 (e il patentino UEFA Pro).

Nell’epoca dell’entertainment è difficile aggrapparsi a inossidabili certezze e quando c’è la possibilità di farlo, ed è poi molto difficile sradicare un concetto interiorizzato nella cultura popolare. Ad esempio la venerazione liturgica che in epoca pre-illuministica era riservata agli anziani, nella società sportiva attuale viene traslata sugli allenatori.

Quante volte abbiamo sentito il termine “santone”, “profeta”, “alchimista” nei confronti di vari tecnici con molte primavere alle spalle. Una volta le persone anziane erano l’unico veicolo per un sapere quasi del tutto orale e di conseguenza non reperibile dalle nuove generazioni, se non per bocca dei loro padri o dei loro nonni.

Oggi la situazione è un po’ diversa, o almeno dovrebbe esserlo: un teenager può inventare il più grande database di informazioni condivise con un nome stupido come Facebook (diventando a 32 anni il quinto uomo più ricco del pianeta), un fresco quarantenne può diventare il presidente della repubblica francese, ma un allenatore sotto i 32 anni non può allenare in serie A. Buffo.

Non che voglia demonizzare il ruolo dell’esperienza dalla quale non può prescindere un comandante di anime, tuttavia è interessante scoprire come forse si possono ottenere risultati degni di nota anche prima dei 30 anni alla guida di un gruppo. Ne è il più fulgido esempio Julian Nagelsmann, nato nel luglio del ’87 e da un anno e mezzo seduto sulla panchina dell’Hoffenheim.

In un paese che primeggia in Europa per opportunità conferite ai giovani l’esperienza di Nagelsmann non fa che confermare uno degli assiomi della biologia: la sopravvivenza si basa sull’evoluzione, non sulla memoria.

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Abbastanza chiaro, no?

La spugna Nagelsmann

Dal momento che parliamo di evoluzione il coaching di Nagelsmann sembra assolutamente confacente alle teorie di Mendel e dei suoi successori. Nel corso della millenaria storia terrestre è stata la specie in grado di adattarsi quella che ha avuto maggior fortuna. Ovviamente il contesto è alla base del mutamento ma la capacità di incamerare qualità pertinenti e lasciare sul piatto caratteristiche superate è la formula per non rischiare l’estinzione.

L’attuale allenatore dell’Hoffenheim ad inizio stagione ha dichiarato che il 30% del coaching è legato alla tattica, il 70% alle competenze sociali. Non per niente l’ex portiere Tim Wiese al tempo lo chiamava mini-Mourinho e in effetti la capacità di plasmare la psiche di un gruppo partendo dal singolo per poi arrivare al collettivo è un marchio di fabbrica del tecnico di Setúbal.

Non serve conoscere le dinamiche interne dello spogliatoio dell’Hoffenheim per capire che parliamo di un gestore di anime di primissimo livello. Anche solo il fatto che, a nemmeno trent’anni, riesca ad avere un rapporto sereno con una ventina di suoi coetanei pur svolgendo un ruolo di comando all’interno del gruppo denota una leadership fenomenale.

Quando gli si parla di numeri risponde stizzito:

“È una questione di cinque o dieci metri se si tratta di un 4-4-2 o di un 4-2-3-1; le squadre aderiscono allo schema al calcio d’inizio e più o meno otto volte durante la partita”.

Nagelsmann ha ben poco da spartire con i talebani del 4-4-2 o del 4-3-3 o del 5-5-5 di Oronzo Canà, per lui l’unica cosa importante è la cifra stilistica che riesce ad imprimere al collettivo. Indipendentemente dall’impianto iniziale la squadra deve seguire un principio di gioco che si può sviluppare in qualsiasi modo. Da questo punto di vista ci spostiamo verso Guardiola o per essere più precisi verso Tomas Tuchel, il vero maestro del più giovane allenatore nella storia della Bundesliga. La carriera del Nagelsmann giocatore finì proprio nella squadra riserve dell’Augsburg con in panchina l’attuale tecnico del Borussia Dortmund. Oltre a Tuchel, i suoi riferimenti sono sempre stati Wenger e un non meglio specificato Barcellona con ragione di credere che si debba leggere Guardiola.

D’altronde l’Hoffenheim è la squadra che in Bundesliga ottiene la miglior percentuale di passaggi riusciti dopo il Bayern e la terza squadra per possesso palla dopo i bavaresi e il BVB. Insomma quel 30% dedicato alla tattica sarà pure un fattore secondario, ma viene sviscerato nei minimi dettagli fino a rasentare la perfezione. Ottenere quattro punti su sei contro il Bayern Monaco non può certo dipendere solo da competenze sociologiche.

Controllare il possesso

Come intuibile dalle precedenti considerazioni l’idea guida di Nagelsmann è il controllo del pallone, possibilmente nella metà campo avversaria. In Germania il metodo più inflazionato per ovviare a questa esigenza è il gegenpressing, tuttavia il tecnico dell’Hoffenheim non è un cultore della ri-aggressione al pari dei suoi simili.

Naturalmente il fatto di aver guardato da vicino uno dei padri del gegenpressing come Ralf Ragnick, ha certamente inserito questa componente nel gioco di Nagelsmann, ma non è l’elemento dominante. Per sbilanciarsi ancora di più si può affermare che l’Hoffenheim sia la squadra ad aver assorbito meglio il tentativo di veicolare il juego de posición in terra teutonica operato da Guardiola.

L’uscita del pallone è infatti l’aspetto più impressionante di questa squadra: in fase di possesso si struttura con un asimmetrico 3-3-4, volto alla creazione di continue tracce di passaggio tra i centrali e i centrocampisti deputati alla costruzione bassa. I due architetti del primo possesso, Vogt e Sule, sono tra i giocatori che effettuano più passaggi per partita in Bundesliga, con una qualità impressionante. Vogt è il miglior giocatore in campionato per percentuale di passaggi riusciti (91,8%) e Sule non è da meno (89,3%).

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Ampiezza del campo brillantemente occupata e almeno tre soluzioni per il portatore.

Il terzo cavaliere della retroguardia è stato spesso Hubner, non assimilabile agli altri due per qualità tecniche ma comunque sufficiente nella gestione del possesso e molto cresciuto in questa stagione. Tornerà di certo utile a Nagelsmann, dal momento che Sule è promesso sposo del Bayern Monaco, così come l’uomo che fa sembrare il primo possesso dell’Hoffenheim un concerto di violini allergico alle sbavature.

Infatti i due capolavori assoluti del tecnico bavarese rispondono al nome di Kerim Demirbay e Sebastian Rudy. Sul primo ci torneremo ma è necessario fermarsi un attimo sul secondo: 3,2 intercetti a partita, 1,8 key passes, 80,2% di passaggi riusciti a fronte di appena 2,4 palle perse per game. Giocatore sul quale Ancelotti non ha potuto fare a meno di metterci gli occhi addosso, dal momento che pensa verticale ed agisce da facilitatore in fase di possesso. Il suo continuo movimento nella propria trequarti e la pulizia del primo controllo gli permettono di creare continue tracce di passaggio, senza dimenticarsi che è rapidissimo nel read and react difensivo, fondamentale in una squadra dal baricentro alto come l’Hoffenheim (e come il Bayern).

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Prima laser pass discreto di Vogt e poi altra verticalizzazione di Rudy, che ci mette un attimo a capire dove far passare quel pallone.

La sua imprescindibilità, oltre che dalla fascia di capitano, è riassunta anche dai minuti passati in campo, inferiori ai soli Baumann (il portiere) e Sule. Il tutto senza dimenticarsi dei 7 assist completati dimostrando di essere portato sia per il mantenimento del possesso, sia per un gioco più raffinato ed elitario superata la metà campo (quasi il 60% dei passaggi che ha completato sono stati giocati in avanti).

Se Rudy è l’uomo preposto a creare delle soluzioni, Demirbay è la lama bollente che fende le difese avversarie. Lo scorso anno giocava in 2.Bundesliga, quest’anno Nagelsmann non ha avuto il minimo dubbio nell’affidargli le chiavi della manovra offensiva. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: 8 assist, 2,1 passaggi chiave a partita, 78,9% di passaggi riusciti, 2,1 dribbling riusciti e una capacità di occupare gli half spaces fondamentale per lo sviluppo offensivo del gioco di Nagelsmann. Come se non bastasse assomma anche 1,6 intercetti e 2 tackle per game risultando l’arma migliore in situazioni di ri-aggressione per la sua facilità di corsa. È un po’ il trequartista moderno che molte squadre sentono il bisogno di schierare: grande abilità in conduzione, capacità di letture difensive in transizione e qualità tecniche da primo della classe.

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Dopo aver saltato due uomini, non è così banale aprire il mancino per mandare in porta un compagno.

Il ventitreenne ancora incerto sulla nazionalità da adottare – ha giocato con la Turchia Under 21, ma le possibilità che venga chiamato dalla Germania sono concrete – ha firmato il rinnovo per rimanere nel sud della Germania fino al 2021 ma se rispetta i margini di crescita mostrati quest’anno difficilmente l’Hoffenheim riuscirà a trattenerlo fino a quella data. Non va sottovalutato tuttavia il potere rigenerativo di Nagelsmann, per informazioni bussare alla porta di Andrej Kramaric.

L’ex gioiellino croato è passato da potenziale crack europeo a meteora dimenticata del Leicester campione d’Inghilterra con il quale ha giocato appena 22 minuti in totale. Quando è stato ceduto all’Hoffenheim, in gennaio, ha cominciato a giocare più da 9 di sistema che da finalizzatore puro. Dopo sei mesi di apprendistato l’esplosione: quest’anno ha messo a referto 15 gol conditi da 8 assist e una pass accuracy del 83% a testimonianza di quanto le qualità del ragazzo erano soltanto momentaneamente nascoste e non del tutto sparite.

A fronte di appena 0,9 dribbling tentati a partita ha completato la bellezza di 36 key passes in stagione e ha centrato la porta per ben 99 volte (con una shot accuracy del 49%, dati Squawka), facendo peggio solo di extraterrestri come Lewandowski e Aubameyang (e di Modeste, che ha fatto una stagione un po’ da extraterrestre). Il gioco associativo di Nagelsmann, insomma, ha derubricato le accuse di “inadatto al calcio europeo” rivolte al croato tramutandolo in un giocatore più completo, capace di adattarsi a più sistemi di gioco ed essere utile anche quando il suo nome non è sul tabellino dei marcatori.

Essendo un ragazzo del ’91, passato dalle spiagge di Fiume dove era l’idolo delle folle all’uggiosa Leicester, con la spigolosità del calcio inglese a minarne l’autostima, avere un comunicatore come Nagelsmann dalla propria parte fa tutta la differenza del mondo. Il tecnico tedesco lo ha convinto a partire più lontano dall’area perché nell’1vs1 la sua rapidità può fare la differenza sia creando superiorità numerica direttamente, sia aprendo il campo per gli inserimenti di centrocampisti puntualmente premiati.

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Tutta la spensieratezza ritrovata in una giocata.

Ad un concentrato di tecnica come Kramaric si sposa sorprendentemente bene un pennellone di 194 centimetri di nome Sandro Wagner, grandissimo colpitore di testa, ma incredibilmente anacronistico nell’era dei Messi, Neymar, Mbappé, Mertens, Kane, Sanchez. Eppure, i 12 gol stagionali messi a segno quest’anno sono la sua seconda miglior prestazione in assoluto e con 3,3 duelli aerei vinti a partita è il migliore della squadra in questa statistica (nonché uno dei migliori attaccanti del campionato).

La sua utilità in fase di possesso è riassumibile in compiti puramente conservativi per far salire la squadra o per generare profondità attaccando la porta, ma è in fase di non possesso che la sua dedizione emerge.

L’Hoffenheim infatti predispone il recupero della sfera adattando una difesa posizionale attenta alla copertura delle linee di passaggio con un pressing alto volto a spingere l’avversario in posizioni il più decentrate possibili per creare poi superiorità in zona palla senza rischiare l’imbucata centrale. Concetti non semplici da eseguire, concetti che non possono prescindere da un lavoro continuo dei due attaccanti ad orientare la manovra avversaria nelle zone preposte, per poi attivare quel meccanismo ad elastico che porta la squadra di Nagelsmann ad accorciarsi ed allungarsi in relazione alle situazioni presentategli.

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Una volta spostato il pallone nell’area desiderata ci sono quattro uomini per la riconquista e il consolidamento del possesso.

Un gioco di specchi che ha visto comunque qualche falla nel corso della stagione più che altro per una difficoltà intrinseca del sistema (orientato sull’uomo ma concentrato sugli spazi), che richiede un dispendio mentale e fisico non sempre disponibile nell’arco di una stagione.

Riformare una cultura

Riallacciandosi all’intro di questo pezzo si può affermare che la missione dell’Hoffenheim è pressoché conclusa, mentre quella di Julian Nagelsmann è ancora ai primi capitoli. Il club tedesco 18 anni fa stazionava al nono livello del calcio tedesco ma la dea bendata ha voluto che in un paesino di circa 3.000 anime nascesse un certo Dietmar Hopp che attualmente staziona alla posizione 140 nella lista di Forbes dedicata agli uomini più ricchi del pianeta.

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Con lui il club è stato una delle prime squadre in Europa ad essere vilipesa perché spinta più da un interesse economico che da una passione sportiva (che poi, a dirla tutta, il signor Hopp è un grande tifoso dell’Hoffenheim ed ha giocato anche nelle giovanili della squadra al tempo). Nonostante ciò la grande ascesa, assecondata da ingenti investimenti nel settore giovanile, nella valorizzazione del brand e nella costruzione del nuovo stadio, ha raggiunto il suo apice in questa stagione con un quarto posto in Bundesliga difficilmente migliorabile.

Chi in prima persona ha reso possibile tutto ciò, però, appartiene a quella categoria che ultimamente viene definita “Laptop Trainer”, grazie ad una brillante (anche se lui la intendeva negativamente) locuzione di Mehmet Schöll. Ebbene questa categoria di tecnici – per lo più tedeschi – porta la bandiera di un sistema che sta mutando e che non può più rimanere appeso alle tradizioni.

Un allenatore di calcio ormai deve avere una preparazione sociologica quasi a livello universitario, e la possibilità di soppiantarla con il carisma tipico di chi ha giocato ad alti livelli si andrà sempre più sfumando. Ben vengano i giocatori che diventano allenatori, a patto che siano disposti a rivalutare le metodologie apprese in precedenza (rivalutare non vuol dire cancellare) e che siano pronti ad accettare consigli dalla sociologia, dalla matematica, dalla neuroscienza, dalla psicologia.

In un mondo ancora troppo chiuso e scettico come quello del calcio, il percorso di Nagelsmann e dei suoi compagni sarà fondamentale per tracciare nuove strade in materia di coaching e creare una nuova cultura calcistica che non rigetti gli insegnamenti del passato ma che sia prodiga di nuove tendenze. D’altronde lo storico olandese Johan Huizinga diceva: “Se vogliamo preservare la cultura dobbiamo continuare a crearla”.

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La prospettiva di giocare la Champions League con l’Hoffenheim (da conquistare passando per il preliminare) dovrebbe essere un incentivo sufficiente a convincere il tecnico tedesco a passare un altro anno in provincia. Squadre come Arsenal, Barcellona, Bayern Monaco sono già state accostate al tecnico bavarese, tutte probabilmente interessate a battere il record. Già, perché il più giovane allenatore nella storia a vincere la Champions League è stato Pep Guardiola a 38 anni. Qualcosa mi dice che si scatenerà un’asta feroce per assicurarsi che Nagelsmann ritocchi il primato con i colori giusti.