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“Benevento non è Napoli, e ci tiene a farlo sapere. Già la loro indole, mi fanno notare i beneventani, differisce molto da quella del resto della Campania. Più dura, più chiusa, più alpina. I beneventani trasportano se mai nel Sud qualche caratteristica dei trentini. Lo stesso clima è freddo, poco campano; gli splendidi panorami della provincia sono alpestri.” (G. Piovene; “Viaggio in Italia”)

Estate 2008. La prima volta che vidi Carmelo Imbriani era un caldo pomeriggio agostano, lo incontrai nella piazza principale di san Giovanni di Ceppaloni, dov’era nato lui e da cui proviene anche mio padre. Fino a quel momento avevo sentito tanti racconti sulle sue gesta con la maglia del Napoli: il primo gol in Serie A con la maglia numero 10, quello che fino a pochi anni prima era sulle spalle di Maradona, contro il Brescia e poi la rete che fece crollare l’Inter al San Paolo causando l’esonero di Ottavio Bianchi, l’allenatore del primo Scudetto partenopeo. Ogni volta che qualcuno mi raccontava di Carmelo si aggiungevano nuovi dettagli per quello che era considerato un po’ il figlio di tutti, perché è così che succede quando una piccola comunità sale alla ribalta per un suo concittadino.

Quando mi avvicinai per chiedergli un autografo, vedendomi molto impacciato, mi sorrise dicendomi “Piacere Carmelo, tu devi essere Giovanni, giusto?”. Per un attimo la mia timidezza svanì perché un grande calciatore non mi aveva soltanto firmato una dedica, ma addirittura sapeva il mio nome. Parlammo una decina di minuti, mi raccontò dell’orgoglio che provava nell’indossare la numero 10 del Napoli ma anche e soprattutto di giocare nel Benevento, la squadra per cui aveva fatto il tifo. Quando gli chiesi se il Benevento sarebbe mai salito nella massima divisione, mi rispose semplicemente: “Forse un giorno accadrà, ma non è oggi quel giorno”.

Quell’anno Carmelo era il capitano del Benevento, da poco ritornato in Serie C1, e le cose non andarono come tutti si aspettavano: dopo aver visto sfumare la promozione diretta per un solo punto a favore del Gallipoli, i sanniti arrivarono fino all’ultimo atto contro il Crotone. All’andata, in terra calabrese, finì 1-1 e al ritorno, in un “Santa Colomba” addobbato a festa, bastava non perdere per salire per la prima volta ma un trionfo annunciato si trasformò in un dramma collettivo: il Crotone vinse a sorpresa, e si aggiudicò l’ultimo posto per la B.

Quella fu l’ultima partita di Carmelo Imbriani che decise di intraprendere la carriera di allenatore e nel giro di due anni diventa il tecnico del Benevento.

8 Giugno 2017. Il Benevento vince i play-off e approda per la prima volta nella sua storia in Serie A.
E pensare che gli spareggi non si dovevano nemmeno giocare perché il Frosinone, con 10 punti di vantaggio sulla quarta, era matematicamente promosso. Ma nello scontro diretto Benevento-Frosinone, una inaspettata rete del giallo-rosso Ceravolo al 93′ capovolge l’esito di tutta la stagione e regala anche agli Stregoni la possibilità di disputarli.

Cinque partite, cinque tappe che avvicinano all’appuntamento con la storia: prima il 2-1 nel turno preliminare allo Spezia, poi la doppia gara col Perugia spuntata grazie al gol nel ritorno del talento scuola Inter Pușcaș, quindi i 180’ col Carpi. In virtù del migliore piazzamento in classifica, al Benevento basta anche un pareggio di reti tra andata e ritorno per salire, ma i corsi e ricorsi storici attanagliano gli animi dei tifosi giallo-rossi.

“Perché tanto anche questa volta troveremo un modo di perderla.”

Già, perché se tifi una squadra che in 87 anni è arrivata solo in questa stagione a giocare nella serie cadetta, qualche problema te lo poni: le gambe iniziano a tremare e la tensione gioca un ruolo decisivo. È come se aleggiasse una sorta di maledizione, un sortilegio di qualche strega, anzi di qualcheJanara”, come le chiamano da quelle parti, forse una di quelle creature malefiche che si aggiravano nell’antichità attorno allo stretto di Barba e che nel corso della notte cavalcavano cavalli selvaggi, guidandoli fino al noce attorno a cui poi si riunivano per tenere i loro sabba.

Più prosaicamente, bisognava cominciare ad incrociare le dita perché la squadra, rimasta nei primissimi posti fino a marzo, in primavera accusa un evidente quanto fisiologico calo fisico che sembrava far presagire un finale di campionato che gli avversari degli uomini di Marco Baroni si auspicavano.

Ma a ben vedere la storia del Benevento Calcio è segnata anche da eventi dall’aura vagamente magica, a partire proprio dai colori sociali: il 23 febbraio del 1947, infatti, i sanniti disputano un’amichevole con i “vicini” dell’Avellino, ma non sanno che divisa indossare, dato che fino a quel momento avevano optato per un’economica maglia bianca. In una disputa fra le due eterne antagoniste, per decidere quale fosse il liquore migliore, arrivò la brillante idea delle maglie dei calciatori: l’Avellino avrebbe indossato il verde dell’Anthemis prodotto dai padri benedettini, e il Benevento il giallo dello Strega, ideato nel 1860 dalla ditta Alberti. Il nome del liquore, frutto dell’unione di 70 diverse erbe, è l’unico in grado di richiamare la storia del territorio: le leggende popolari delle “Janare” e soprattutto la grinta dei giocatori.

Arriviamo all’8 giugno 2017. Questa doveva essere la notte del Benevento e nessuna antica credenza popolare o maledizione stavolta può impedire ai sanniti di festeggiare la promozione in A, ad appena tredici mesi di distanza dalla salita in B, concretizzando così un doppio salto che si è visto poche volte in Italia.

 

Un’impresa che ha in mister Baroni il suo filosofo, nelle giocate raffinate col mancino di Amato Ciciretti e nei gol di Ceravolo la consacrazione di tutte le azioni offensive create, senza dimenticare le numerose parate di Cragno, la garra del pivote di centrocampo Chibsah, la corsa e la gamba di Venuti e l’esperienza del centrale difensivo Lucioni.

A Baroni va il merito di aver unito i tanti giovani prospetti ai giocatori esperti che erano stati protagonisti della promozione in B, e soprattutto di aver professato un calcio estremamente propositivo, fatto di passaggi e scambi rasoterra, transizioni rapide, cambi di gioco improvvisi per sfruttare il lato debole avversario e continuo movimento degli esterni i suoi punti di forza, tradotti in un efficace 4-2-3-1. Uno stile di gioco che ha poco a che vedere con la tradizione speculativa del nostro calcio, ma decisamente più vicino alla filosofia catalana.

Alle 22:32 l’intera città festeggia una promozione che appena pochi mesi prima sembrava un miraggio, o uno scherzo di chissà quale divinità calcistica. Invece no, è come se qualcuno si fosse impegnato nel mettere una buona parola per questa squadra, per realizzare quei sogni che sono sempre stati infranti in 87 anni per poi essere realizzati tutti insieme in tredici, incredibili mesi da una squadra che ha battuto ogni pronostico e perfino se stessa.

Al fischio finale della partita più importante, mi è venuto da ripensare a quel pomeriggio del 2008 e a quell’autografo che conservo ancora gelosamente, tanto da averlo incorniciato insieme al biglietto della partita col Lecce che valse la promozione in B e alla foto di quei giocatori che hanno portato il Benevento ad un traguardo chiamato Serie A. Perché, in fondo, per un popolo come quello sannita questa sarà l’ennesima battaglia da combattere e sarà un successo. Comunque vada a finire.