Perfetto. Fastidiosamente perfetto. Xabi Alonso, la sua carriera, il suo carattere, il suo look, tutto di lui, sono come una scultura di Fidia, come un rovescio da fondo campo di Federer, come il riff di Money For Nothing. Ho amato Xabi Alonso pazzamente per tutta la sua carriera, nonostante il gol nella serata (mai esistita) di Istanbul, mi ha appagato visivamente come pochi altri calciatori e l’ho ammirato forse per la mia eterna e ridicola velleità di (provare a) giocare a calcio muovendomi solo su una zolla e lanciando verso il binario default degli amatori quello veloce/quello alto: onestamente ho sempre trovato un po’ kitsch uscire dal campo sudati, sporchi e spettinati.

Xabi Alonso era il mio modello di vita, volevo essere come lui, mi sono emozionato quando ha lasciato il campo all’82° di Bayern-Friburgo, la sua ultima partita in carriera. Me n’è venuta la mancanza quasi immediatamente dopo quella partita: ho iniziato a cercare vita, morte e miracoli di Xabi Alonso compulsivamente, ovunque, come se la ragazza di una vita mi avesse lasciato accorgendomi di non sapere abbastanza di lei, e d’un tratto ho provato ribrezzo.

Ho odiato la perfezione di qualsiasi cosa gli vedessi fare, ho odiato la sua carriera perfetta, ho provato invidia verso gli outfit sfoggiati su Instagram, mi sono lasciato sfiorare da pensieri disdicevoli su una moglie di una bellezza disarmante eppure comune, più grande di lui e per niente azzimata. Certe esibizioni di aplomb, poi, neanche me le spiego: ma che giocatore sei se non hai mai mandato a quel paese un allenatore dopo una sostituzione? Mi sono infine consolato con una riprovevole schadenfreude del rigore su cui è scivolato contro il Borussia Dortmund in coppa e di quello contro il Paraguay, nei Mondiali 2010, segnato ma fatto ripetere con esito diverso.

Gli allenatori lo adorano tutti da sempre, i compagni non vedono l’ora di essere allenati da lui, i tifosi per cui ha giocato lo amano, i tifosi avversari lo ammirano, la moglie credo gli voglia bene – se i pensieri di cui sopra rimangono tali. Siccome sembra proprio che Xabi Alonso piaccia a chiunque, voglio convincervi ad odiarlo un pochino insieme a me.

Di seguito dividerò in categorie tutte le volte in cui Xabi Alonso fa sentire chiunque inadeguato come il compagno alle medie che faceva nuoto, calcio, pallavolo, recitazione, pianoforte, poesia, fachirismo e prendeva 9 alle verifiche di matematica. “Mamma ho preso 8 a mate!” “E Xabi quanto ha preso?” “9” “Perché non hai studiato?” “Ma se ho preso 8. Marcellino ha preso 5, che dovrebbe dire la sua mamma?” “Non mi importa di Marcellino! Perché Xabi Alonso ha preso più di te? Fa pure nuoto, calcio, pallacanestro, recitazione, pianoforte, poesia e fachirismo, eppure ha trovato il tempo di studiare più di te!”

Era pallavolo, non pallacanestro, ma se la correggevi ti scordavi Smackdown Here Comes The Pain con Brock Lesnar in copertina.

XA che si allena sulle punizioni in partita

 

Le punizioni sono un lato calcistico di Xabi Alonso poco esplorato che ben fa capire la sua onnipotenza tout court. Nell’immaginario comune nessuno lo inserirebbe mai tra gli specialisti dei calci piazzati, in carriera ne aveva segnati una manciata, da contarsi sulle dita di due mani lasciando qualche dito giù: da Real Sociedad a Real Madrid, passando per Liverpool e nazionale. Poi a quasi 33 anni il Real, vinta la Décima, non lo ritiene più così fondamentale, Guardiola sì e lo chiama a Monaco di Baviera: qui si scopre un tiratore di punizioni dalla tecnica eccezionale e quasi infallibile. Ne segna cinque in due anni, nonostante una squadra dalla qualità individuale tale che il tiratore di ogni singolo calcio da fermo andrebbe sorteggiato come neanche l’accompagnatore del conte Semenzara nella Megaditta di Fantozzi.

“SILENZIO! Chi è che prega?”

Nel suo primo periodo al Bayern prende il vizio di tirarli tutti rasoterra, sotto la barriera, con risultati strepitosi. Sdogana un’azione raramente vista a certi livelli, unisce, come sa fare lui, pragmatismo ed eleganza ai limiti del sopportabile. Poi capiscono il giochino: contro l’Hannover la barriera non salta, ma lui la schiaffa all’incrocio, nel Porto qualcuno salta e qualcuno no, ma lui la piazza in buca lo stesso. Poi si annoia e le lascia tirare gli altri, che sono bravini e vanno fatti divertire pure loro.

XA che segna da ovunque

 

Al Liverpool, Xabi Alonso arriva verso la fine dell’estate del 2004; lui sarebbe rimasto nella sua terra basca, a vedere la montagna specchiarsi sul mar Cantabrico e a giocare col neo acquisto e amico d’infanzia Mikel Arteta, ma per la dirigenza quei soldi sono ossigeno dopo una stagione in cui il dolce impiccio della Champions League aveva prodotto una salvezza risicatissima in campionato.

Due stagioni dopo è già un idolo della Kop con una Champions League da protagonista in bacheca. In questa azione mancano poco più di dieci minuti alla fine di un Liverpool-Newcastle di inizio stagione (2006/07) che i Reds stanno conducendo per 1-0. Xabi Alonso ruba palla a N’Zogbia come farebbe con un bambino, guarda a destra, a sinistra, sembra intimare all’arbitro “scansati che tiro”. Flashback: l’ultimo gol segnato nella stagione precedente lo aveva fatto dalla propria metà campo contro il Luton in FA Cup (doppietta: prima da 40 metri e poi da centrocampo).

Neanche fa un passo di più: calcia da dove si trova, non sono nemmeno sicuro guardi il portiere, Harper inciampa perché si compia l’ineluttabile. Come per le punizioni sotto la barriera: cose che ad altri campioni riescono forse una volta nella vita, a lui riescono ogni volta che vuole. Trovatemi un giocatore che, ad un qualsiasi punto della carriera, abbia segnato tre reti consecutive da oltre quaranta metri, due gol di fila da dietro il proprio cerchio di metà campo. Trovatelo, e ditemi se non va amato e subito dopo odiato.

 

XA che compie vilipendio

 

La carriera di Xabi Alonso è sempre stata giocata a livelli altissimi. Lui stesso dice di aver giocato “nel più grande club di Inghilterra, nel più grande club di Spagna e nel più grande club di Germania”, la sua fase underground è durata pochissimo, poiché con la maglia della sua terra, la Real Sociedad, ha fatto ben poca gavetta una volta approdatovi, figlio d’arte, dalla prolifica scuola basca dell’Antiguoko: è emerso subito, è esploso e poi ha trascinato i suoi a stagioni irripetibili.

Questa giocata che valse un giallo a Zidane, contestualizzata, dà una forte dimensione della noiosamente innata grandezza di Xabi Alonso. Siamo alle ultime giornate della stagione 2001/02, Xabi, che l’anno prima aveva fatto la spola tra Liga e Segunda passando a gennaio in prestito all’Eibar, ha ricevuto a 20 anni i gradi di capitano da John Toshack, in uno degli ultimi sprazzi di lucidità dell’allenatore gallese prima di passare al Catania di Gaucci.

È una stagione difficile, la Real naviga in cattive acque dall’inizio alla fine, ma cresce al passo del proprio giovane campione col numero 4. Toshack viene esonerato a marzo, ma quel fenomeno nessuno lo leva più dall’undici. Senza Xabi Alonso in campo, la Real colleziona quattro pareggi e cinque sconfitte in nove partite. A fine aprile arriva il Real Madrid all’Anoeta: i blancos hanno la testa alla finale di Champions League, la Real Sociedad cerca disperatamente la salvezza. Nel primo tempo XA si permette il lusso di suonare la carica ai più esperti compagni dribblando di tacco colui che qualche giorno dopo avrebbe segnato il gol più bello mai visto in una finale europea. Finisce 3 a 0 per i baschi e tutti si sono accorti del 4.

L’anno dopo la Real Sociedad non perderà per tutto il girone di andata e ne farà quattro al Real Madrid nella sfida diretta per lo scudetto, Xabi segnerà un gol meraviglioso e sarà l’ultima volta in cui sbagliano a scrivere il suo nome in grafica. Il sogno Liga svanirà all’ultima giornata, ma una stella è nata.

XA Quarterback

 

Xabi Alonso si è imposto durante tutta la carriera come uno dei più fini passatori e lanciatori del calcio di sempre, ma quello che davvero lo rende unico e inimitabile, rispetto ad altri maghi della “sciabolata” come Pirlo, è la profondità del suo lancio. Riesce a far partire dal suo destro traiettorie tese e lunghissime che sembrano poter rimanere in aria all’infinito finché non trovano i piedi di un compagno involato in porta. Di esempi ce ne sono tantissimi per un giocatore che ha fatto di un lancio goniometrico la sua bandiera, tanto da diventare, nella Spagna del tiki-taka, l’uomo deputato a rompere le linee e scavalcare avversari alla bisogna, diventando fondamentale per puntellare una dimensione in più ad una nazionale, che ha fatto epoca, scolpita nel dogma barcellonista.

Quello che vi ho proposto, però, appartiene ad una dimensione surreale più della Loggia Nera di Twin Peaks o della strega di Blair: è talmente eversivo il tentativo di uno Xabi Alonso, ormai difensore centrale per recuperare lo svantaggio contro il Barça, che il compagno Özil sbaglia un controllo che non sbaglierebbe mai, probabilmente per salvare il gioco del calcio. Quella volta Xabi Alonso ha attentato ai connotati dello sport più bello del mondo cercando di ridurlo a un mero gioco di lanci dal limite di un’area al limite di un’altra: grazie Mesut.

 

XA e i tiri di prima da fuori area

 

I tiri di prima intenzione da fuori area sono un altro marchio di fabbrica certificato Xabi Alonso tanto quanto i lanci millimetrici e la barba fulva di tre giorni. Sono innumerevoli le reti realizzate con una tecnica di tiro in corsa dalla distanza unica nel suo genere, a cui si è ispirato Kroos raccogliendone l’eredità ma con risultati ancora lontani dal suo mentore. Ne ha segnati di favolosi, quindi abbiamo scelto il più brutto per farvi vedere che Xabi ha anche una bella dose di fortuna quando serve, ma soprattutto perché ne ha segnati un paio di decine in questa maniera con i club, ma solamente un paio con la nazionale spagnola, con la cui maglia ha segnato invece a grappoli su rigore, punizione o inserimenti da fuori area come un colletto blu della mediana qualsiasi che si inserisce da 40 metri. Sa fare tutto questo, e poi prende pure 9 in matematica.

 

Solamente a fine carriera, in uno slancio giovanilista, si arrende all’orpello di controllare il pallone prima di piazzarlo all’incrocio da 30 metri. Gli riesce spesso, ma è un puro esercizio di fuga dall’obsolescenza.

XA cosa ci fai qua?

 

Xabi Alonso arriva al Real Madrid nell’estate 2009, lascia il Liverpool con il suo padre putativo Benitez con il quale, peraltro, i rapporti non erano più idilliaci dopo cinque stagioni. Arriva nei merengues appena tornati sotto l’egida di Florentino Pérez, il padroncino madrileno voglioso, dopo tre anni di esilio, di riprendere la costruzione dell’utopia galactica, inseguendo il sogno della décima senza derogare alla sua politica di zidanes y pavones. Con Alonso, arrivano Kakà, Benzema e Cristiano Ronaldo più qualche difensore tra quelli che si trovano in giro (Garay, Albiol e Arbeloa), mantenendosi fedele ai suoi principi attacco-centrici, per una campagna acquisti che cambia per sempre il modo di fare calciomercato ma che lascia il Real Madrid di Pellegrini a zero titoli.

La stagione di Xabi non è una delle più brillanti della sua carriera, nonostante un campionato a lungo dominato, ma a marzo, nel giro di una settimana, realizza in due partite diverse i due gol meno Xabi Alonso della carriera. Contro lo Sporting Gijon Pellegrini lo piazza sul secondo palo sui corner battuti da destra per ricevere, smarcatosi con un contromovimento, una sponda di testa da Ronaldo: Xabi segna da due passi. La settimana seguente, nel derby madrileno, sotto di un gol contro i Colchoneros, si replica, ma stavolta la sponda è di Albiol. Tutto facile? Nel primo tempo era stato Higuain a ricevere con lo stesso schema e aveva sbagliato.

Fa due gol così, nello stesso identico modo, due domeniche di fila. Poi smette di provarci perché lui lo conosciamo: fa un gol da centrocampo, lo rifà per dimostrarci che non è un caso, se gli va lo ripete una terza volta per svilire i comuni mortali e poi ne pensa subito un’altra. Come nelle squadre, come nei campionati: vince, rivince e cambia. Come la sua carriera: smette quando ancora gli riesce tutto, come e più che a vent’anni, quando imbustava Zidane in una sfida decisiva.

XA che fa segnare Arbeloa

 

Per quel derby, il suo primo al Bernabéu, a due settimane dal Clasico che avrebbe deciso la Liga (purtroppo per i madridisti, in favore della compagine catalana) andrebbe scritta una storia a parte. Gioca una partita perfetta e sei minuti dopo quel gol sottorete, Xabi Alonso decide di tornare in sé e iscrivere un gol di Arbeloa alla fiera dell’assurdo con un assist che non sarei neanche capace di disegnare. Il buon Alvaro, sei gol in quindici anni di carriera, comprensibilmente non se la sente di salvare la credibilità del calcio come avrebbe fatto anni dopo l’eroico Özil.

XA che conferisce un nuovo senso alla capacità di segnare sui rimpalli

 

L’ultimo gol di Xabi Alonso nella Merseyside prima di passare al Madrid è considerato il più bello in assoluto della sua avventura inglese ed è pure il più affascinante perché un compendio di xabialonsismo. C’è la punizione da calciare, c’è la battuta di prima da fuori area e c’è l’attitudine ad arrivare sempre primo su rimpalli e respinte, una dote che poi è valsa una Champions League nel momento – probabilmente appartenente alla mitologia norrena, dato che dubito ancora dell’esistenza di quella notte – in cui si vede deviare magistralmente da Dida un calcio di rigore verso una zona di campo che ad un giocatore comune, tra stizza e disperazione, non apparterrebbe più per un eventuale rimpallo, ma che Xabi Alonso conquista invece per primo.

Contro l’Hull City Xabi Alonso ha una punizione da posizione invitante, ma non troppo, considerato che negli anni in rosso ha segnato appena un paio di gol su punizione. Arrivato sul pallone, deve avere una visione come Christopher Walken ne La Zona Morta in cui l’avversario in barriera George Boateng, ormai a fine carriera, si candiderà presidente e scatenerà una guerra nucleare, così decide di abbatterlo con una bordata precisa sull’uomo, il pallone gli ricapita lì e coordinarsi di nuovo in una frazione di secondo è un gioco da ragazzi se vivi in un film di Cronenberg e hai già visto il futuro. Il primo compagno che va a festeggiare con lui è Arbeloa, infatti, che già sa.

Questo, e molto altro, è Xabi Alonso. Odiatelo per il motivo che preferite: odiatelo perché ha troppe foto in cui indossa una coppola, odiatelo perché sfoggia un look perennemente da giovani del PD, odiatelo perché ha scandito l’avvicinamento del suo addio al calcio con foto pretenziosamente artistiche, odiatelo perché potrebbe essere un modello, odiatelo perché potrebbe essere un attore, odiatelo perché potrebbe essere un cantante indie, odiatelo perché non perde mai il savoir faire, odiatelo perché è sopravvissuto ad un attentato di De Jong, odiatelo perché ha vinto tutto, odiatelo perché ha giocato nelle migliori squadre, odiatelo perché non ha mai giocato nella vostra, odiatelo perché rende Müller una persona adorabile, odiatelo perché neanche aveva smesso di giocare e già dava lezioni tattiche alla Adriano Bacconi in tv, odiatelo perché del vostro amore non sa che farsene.

Vedete voi perché odiarlo, purché non mi lasciate solo facendomi ricadere nel tunnel dell’amore verso Xabi Alonso.