L’Europeo Under 21 che è appena iniziato in Polonia è una di quelle rare occasioni dove la curiosità di osservare attentamente giocatori di prospettiva vince su considerazioni di tifo e mercato. In altre parole, riuscire ad intercettare il talento in itinere, lasciarsi folgorare da un giovane semi-sconosciuto o perfino farsi ingannare da qualche giocata sopra le righe, diventano elementi fondanti della manifestazione giovanile per eccellenza. In mezzo al concentrato di talento che quest’edizione propone – ampliata per la prima volta a 12 squadre -, vale la pena soffermarsi su alcuni calciatori che potrebbero segnare le scene nei prossimi anni.

Ne abbiamo scelti cinque a metà del guado: conosciuti, ma non troppo. Oltre alle stelle annunciate del torneo – da Asensio a Bernardeschi passando per Deulofeu, Schick, Gnabry, Dahoud e Sanches -, una lista di outsider che potrebbero trasformarsi in scintillanti creature composte al 100% da hype, come scomparire dai radar del grande calcio risucchiati in una dimensione parallela tipo la Loggia Nera di Lynch. O il calcio russo.

Nikola Milenkovic (Serbia)

Il peso del paragone. Se dovessi dare un titolo alla brevissima biografia di Nikola Milenkovic da Belgrado, sarebbe questo. Perché il paragone è di quelli scomodi, ingombranti come una montagna: Nemanja Vidic. Fin dagli esordi nella sua città natale, infatti, Milenkovic è stato spesso accostato all’ex leader difensivo serbo: struttura fisica, attitudine al gioco e origini cittadine hanno creato la silhouette del perfetto erede di Vidic. Ma, come spesso accade, Nikola Milenkovic è soprattutto se stesso, oltre ogni miope paragone: un centrale con la fisicità di un superoe da cinecomic hollywoodiano (1,94cm.x91kg.), dominante nel gioco aereo e sulle situazioni di palla ferma, ma non ancora 20enne e con qualche difetto da limare per un torneo come la Serie A.

Le qualità in conduzione palla di Nikola Milenkovic: legge in anticipo lo spazio attaccabile in verticale e sgomma via. Sembra un duecentista che sfreccia in mezzo a delle statue di cera.

Milenkovic infatti è appena stato acquistato dalla Fiorentina per una cifra considerevole in rapporto all’esperienza: 5,1 milioni di euro. Ma a discapito dell’evidente fisicità, è pure un centrale con spiccate doti di conduzione palla, in confidenza con il suo piede forte – il destro -, essenziale nella giocata in uscita dal pressing avversario e – su tutto – intelligente ed efficace nel posizionamento col corpo in rapporto all’avversario.

Formatosi nell’accademia del Partizan, Milenkovic, nonostante i 19 anni (classe ’97), nell’ultima stagione è stato la guida della linea a 4 dei bianconeri campioni di Serbia: il prodotto di un gioco aggressivo e verticale, che sembra studiato su misura per i princìpi di gioco della prossima Fiorentina a firma Pioli.

Sulle palle ferme l’abbiamo già detto che non solo è alto e potente, ma ha pure il tempismo di un’aquila che si getta dalla cima di una rupe, sì?

Le leve lunghe e un’esperienza ridottissima ad alti livelli ne hanno marcato alcuni limiti endemici nelle situazioni di difesa in avanti con ampi spazi da coprire alle spalle, ma il centrale serbo ha già dato l’impressione di potersi evolvere col tempo in un difensore da top club, almeno se riuscirà a mantenere alta la concentrazione per 90 minuti e a domare completamente il suo fisico da troll. Il ct serbo Muslin, nel dubbio, l’ha già convocato una volta in Nazionale maggiore.

Jakub Jankto (Repubblica Ceca)

Arrivato in punta di piedi a Udine, e dopo anni di appannamento della fucina di talenti friulana, Jakub Jankto è forse la più grande sorpresa in Serie A nel ruolo di mezzala: una crescita esponenziale, accelerata, irresistibile come i suoi strappi verticali palla al piede. Il ceco scuola Slavia Praga ha infilato 5 reti e 4 assist con 1,4 key passes a partita e un buon 80% di pass accuracy nell’anno del debutto assoluto in campionato. Ma oltre le statistiche, che ci consegnano l’istantanea di un giocatore polivalente e completo in vari aspetti di gioco, contano pure le impressioni.

Qui squarcia in due le linee del Torino come se avesse un nos montato sotto agli scarpini. E poi libera un tomahawk col mancino. Wooosh!

Jankto dà la sensazione di essere uno di quei talenti cechi a cui riesce tutto con discreta facilità e che, soprattutto, porta avanti una cultura del lavoro e del miglioramento senza limiti. Proprio come il suo idolo d’infanzia: Pavel Nedved. Jankto comunque dà il meglio di sé come mezzala sinistra, ruolo cucitogli su misura da Delneri dopo anni di crescita e adattamento nella posizione di esterno sinistro, dove ha fatto intravedere un set di giocate oltremodo completo: inserimenti verticali ad attaccare lo spazio – portati sempre con i tempi giusti -, tiri potenti dalla media distanza, capacità di usare il piede debole, facilità di calcio in spazi ristretti, enorme capacità aerobica e predisposizione a coprire ampie zone di campo nelle due fasi, esaltandosi soprattutto in un gioco di transizioni e ribaltamenti rapidi di campo.

Il mancino ceco ha da poco firmato un nuovo accordo con l’Udinese fino al 2021, ma se in questo Europeo confermerà almeno in parte le qualità messe in mostra nella sua straordinaria annata da rookie, le sirene del mercato diventeranno assordanti.

Mikel Oyarzabal (Spagna)

In quella inesauribile sorgente di talento che è la Spagna, il ruolo del giovanissimo predestinato può essere ricoperto da un basco dal tocco vellutato e dalla conduzione palla d’eccellenza: un trequartista che rimette in armonia col gioco. Raffinato ma mosso da una bizzarra verve elettrica appena in possesso di palla, Mikel Oyarzabal è nato e cresciuto calcisticamente nel fenomenale settore giovanile dell’Eibar ma esploso nella Real Sociedad, portando con sé tutti i crismi del talento puro. Classe ’97, reduce da una Liga con 2 gol e 8 assist, è uno di quei giocatori che ruba subito l’occhio per il mix di rapidità di base nei primi passi e abilità nel cercare e sfruttare lo spazio per la giocata nell’ultimo terzo di campo.

Qui regala uno dei suoi tipici Mon Cheri disegnati col compasso, da scartare con facilità.

Ha ancora ampi margini di miglioramento, mancando parzialmente in struttura fisica e nella protezione della palla, ma lanciato frontalmente in conduzione e con qualche metro a disposizione, si trasforma in una sorta di scheggia impazzita che incenerisce i diretti avversari grazie ad un’innata capacità di dribbling, oltre a velocità d’esecuzione e coordinazione anche in spazi inesistenti. Esploso nel ruolo di trequartista sinistro nel 4-2-3-1, non parte come prima chiamata nello starting XI, offuscato nel ruolo da due big come Deulofeu e Asensio, ma rimane il canterano basco più atteso per i prossimi anni: sulle orme del suo idolo, modello e predecessore Antoine Griezmann.

Rúben Semedo (Portogallo)

La forza di volontà e la determinazione di superare ogni ostacolo, se ben incanalate, a volte fanno miracoli. È la storia di Rúben Semedo, centrale difensivo portoghese di origine capoverdiana, classe ’94, letteralmente recuperato dalle vie periferiche del distretto popolare di Amadora, in seguito al divorzio dei genitori e alla ristrettezza economica che lo costrinse ad abbandonare ogni velleità agonistica in favore di una vita da strada.

Cresciuto nel settore giovanile del Benfica ha poi compiuto il salto mortale cittadino, sbarcando nel 2010 all’Alvalade, sponda Sporting, la squadra che ha sempre tifato. Oggi Semedo, appena passato al Villarreal per 13 milioni di euro per raccogliere l’eredità di Musacchio, è un centrale potente, perentorio nel gioco in anticipo sull’avversario sfruttando le sue lunghe leve come un polpo i propri tentacoli, straordinario nel gioco aereo grazie ai suoi 191 centimetri e ad un tempismo naturale che lo porta a scegliere il momento adatto per staccare e colpire con forza.

Potenza, stacco, rapidità, confidenza col pallone e capacità di leggere le linee di passaggio in uscita che si creano nella propria trequarti; ma anche l’abitudine a sovra-utilizzare la scivolata e ad intervenire esclusivamente col destro.

Ma questo ritratto non renderebbe completa giustizia ad un giocatore sui generis: impiegato a volte anche come pivote davanti alla difesa nel 4-1-4-1 tipico di Jorge Jesus, tecnico e deus ex machina del lancio dei migliori giovani dell’academy alviverde negli ultimi anni. Un allenatore dai princìpi di gioco ben definiti, che ha visto nel gigante coloured una pedina versatile, migliorandone il bagaglio tecnico – lavorando sui suoi principali difetti: il posizionamento del corpo rispetto allo sviluppo dell’azione e i numerosi tackle che tuttora tenta – e soprattutto mentale, riuscendo ad elevare le sue prestazioni ad un livello da prossima next big-thing in un ruolo che attende ancora l’erede di Ricardo Carvalho.

Lorenzo Pellegrini (Italia)

Quella che si presenta all’Europeo in Polonia è senza dubbio una delle migliori rose che l’Italia abbia avuto a disposizione nell’ultimo decennio, forse la migliore. Tra i molti interpreti già rodati e al centro delle scene in patria come sul mercato, ce n’è uno che forse non è stato abbastanza considerato in rapporto a rendimento, potenziale ed età: Lorenzo Pellegrini. Il classe ’96 di scuola romanista è uno dei migliori centrocampisti italiani e, a soli 20 anni, ha già fatto intravedere qualità non banali e difficilmente riscontrabili in altri interpreti. E soprattutto nel ruolo di mezzala in un centrocampo a 3, dove può sfruttare la sua naturale abilità nell’attaccare lo spazio verticalmente, diventa immarcabile.

Difendere in avanti: lo stai facendo bene, ragazzo.

Tempismo, ottimo controllo orientato con entrambi i piedi e capacità di concludere con una varietà di soluzioni da vero box to box. Pellegrini, già richiamato alla casa-base giallorossa dopo la fondamentale esperienza nel sistema di gioco di Di Francesco, sembra giunto al primo turning-point della sua breve carriera. L’Europeo potrà consegnargli i galloni di nuovo talento azzurro, a patto che riesca a smussare quelle incongruenze ancora presenti nel suo gioco, in particolare la difesa dello spazio in campo aperto, la lettura delle transizioni difensive e la voglia di cercare spesso la giocata più raffinata anche in situazioni rischiose.

L’avevate capito che è perfettamente ambidestro, vero?

Intanto pare già aver conquistato il suo ex nonché prossimo allenatore, oltre che uno che sui giovani ha costruito le fortune di un’intera carriera da DS: Monchi.