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La morte del padre è uno dei momenti più difficili da elaborare per un uomo. Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi, nella prefazione de “L’interpretazione dei sogni” afferma che solo una volta terminato il libro gli era risultato chiaro il significato soggettivo dell’opera: “Esso mi è apparso come un brano della mia autobiografia, come la mia reazione alla morte di mio padre, all’avvenimento più importante, alla perdita più straziante nella vita di un uomo”.

Darijo Srna non ha avuto paura di affrontare davanti a tutti un momento di commozione così personale: quando ha sentito le note dell’inno croato a Saint-Étienne, prima della partita contro la Repubblica Ceca a Euro 2016 e cinque giorni dopo la morte del genitore, non è riuscito a trattenere le lacrime.

L’eredità

Il 12 giugno del 2016, mentre sta guardando la partita della Croazia di suo figlio contro la Turchia, Uzeir Srna, malato da tempo, muore d’infarto davanti alla televisione. Il figlio Darijo torna a casa, a Metković, per l’ultimo saluto. Poi vola in Francia per la seconda partita del torneo.

“Tutti sanno quale era l’ultimo desiderio di mio padre: che io tornassi per giocare con la Croazia. Tutto quello che aveva lo ha investito in me e nella mia carriera; non sarei qui se non fosse stato per lui”. Il padre di Darijo lo ha sempre sostenuto e non ha mai voluto far pesare sul figlio il ricordo di un passato impossibile da dimenticare. “Mio padre ha avuto una vita difficile. Io non sapevo tutta la sua storia nei particolari, quando l’ho letta in un’intervista non riuscivo a smettere di piangere. So che non potrò mai ripagarlo per quello che ha fatto per me.”

La storia di Uzeir non è facile da raccontare, è comprensibile che il genitore non la volesse raccontare. La vicenda inizia nel 1941, quando il piccolo Uzeir Srna si trova nel suo villaggio natale, Gornji Stopići, in Bosnia. Una notte, le milizie paramilitari dei cetnici, serbi nazionalisti, irrompono nel villaggio e lo danno alle fiamme. Il padre fugge nella foresta portando con sé Uzeir e suo fratello maggiore, Safet. Uzeir non rivedrà mai più la madre, all’epoca incinta, e la sorella, bruciate vive nel rogo della casa.

Nella confusione creata dalla fuga dei profughi Uzeir perde di vista i familiari, si ritrova a Sarajevo, poi da lì viene portato in un orfanotrofio a Murska Sobota, in Slovenia, dove un poliziotto decide di adottarlo, cambiandogli il nome in Mirko Kelenc. Nel frattempo, all’insaputa di Uzeir, il padre muore in Bosnia, ucciso da un proiettile vagante. Il fratello maggiore Safet rimane solo e si arruola nell’esercito, ma non ha dimenticato il fratellino e chiede sue notizie a chiunque incontri. Dopo due anni finalmente riesce a scoprire dove si trova Uzeir, va in Slovenia e lo riprende con sé.

La guerra è appena finita, e i fratelli Srna, di nuovo in Bosnia, sono poveri e non sempre hanno qualcosa da mangiare. La fame è una costante nella vita di Uzeir, che inizia a lavorare come panettiere proprio per non soffrirne più. Con i primi soldi si compra un biglietto per Sarajevo, dove vivono dei parenti. Dopo qualche mese trova lavoro in una panetteria del posto e inizia a giocare a calcio come portiere dell’FK Sarajevo.

Uzeir non riesce a stare fermo, si trasferisce a Belgrado, poi torna ancora in Bosnia per arruolarsi seguendo le orme del fratello. L’esercito lo manda a Busovača, piccola cittadina della Bosnia centrale. Gioca per un po’ con la squadra locale, poi passa al Čelik di Zenica, con cui si ritrova a fare il portiere di riserva in un’amichevole contro il Neretva a Metković, città croata al confine con la Bosnia. Il portiere del Neretva si infortuna e così Uzeir scende in campo con gli avversari, che a fine partita gli chiedono di rimanere. Uzeir si sposa con una donna del posto, Nada, che gli darà un figlio, Renato, oggi allenatore del Neretva.

Il matrimonio con Nada non ha però vita lunga, Uzeir si rimette ancora in viaggio. Stavolta va fino a Parigi, dove gioca e lavora per quattro anni, poi torna a Metković, dove sposa un’altra donna, Milka, da cui ha due figli, Igor, nato con un handicap, e Darijo.

Il Neretva gli chiede di allenare la squadra giovanile, dove Darijo inizia a mostrare il suo talento. A quel tempo Uzeir e tutta la famiglia coltivavano un orto per guadagnarsi da vivere. Un giorno Darijo decide di vendere delle verdure per comprarsi degli scarpini da calcio, ma il padre lo scopre e li restituisce al negozio. Dopo qualche tempo, tornerà a casa con un paio di scarpini nuovi, i migliori sul mercato, e li consegnerà a Darijo.

Il talento del piccolo Srna è evidente, le prime offerte non tardano ad arrivare; la più convinta è quella dell’Hajduk Spalato, che manda il giocatore Ivan Gudelj a casa dei Srna a Metković, proponendo a Darijo di fare un provino per la squadra. La guerra che smembrerà la Jugoslavia è vicina, i Srna sanno che sarà difficile per un giovane che viene da una famiglia bosgnacca e musulmana essere accettato a Spalato, qualche allenatore chiede addirittura dei soldi per farlo giocare. Il talento del ragazzo però sconfigge anche i pregiudizi, è troppo forte per rimanere in panchina. Srna rimane a Spalato fino al 2003, vincendo un campionato e due coppe nazionali, poi passa allo Shakhtar.

Con gli stipendi da calciatore Darijo regala al padre una Mercedes e una BMW, Uzeir apre la sua panetteria ma non vive nel lusso, anzi, continua a risparmiare. L’unica differenza importante rispetto al passato è il campo di calcio dietro l’angolo di casa, il regalo di Darijo alla sua città natale. “Mio padre e la mia famiglia significano tutto per me. Dedico ogni gol a mio fratello Igor, non posso dimenticare come i miei famigliari hanno sofferto mentre cercavano di trovare soldi da mandarmi durante i miei primi tempi all’Hajduk”.

Terzino destro con licenza di creatore di gioco.

Con una storia del genere nel suo passato, la decisione di Srna di continuare a essere il capitano e l’anima dello Shakhtar Donetsk anche nelle difficoltà è arrivata in modo del tutto naturale. Tuttavia Darijo deve aver pensato a una tragica beffa del destino quando un’altra guerra è entrata a far parte della vita dei Srna. Nell’estate 2014 la guerra del Donbass lo costringe ad abbandonare la casa di Donetsk e lo stadio dello Shakhtar, la squadra di cui è capitano e bandiera. Oggi Darijo e compagni giocano al Metalist Stadion di Kharkiv, 150 miglia a nord della città che rappresenta, un miglioramento rispetto al lontanissimo stadio di Lviv che ha ospitato le partite casalinghe della squadra dal 2014 al 2016.

Il senso di appartenenza del giocatore croato alla maglia arancione e nera dello Shakhtar è stato confermato il giorno del suo trentacinquesimo compleanno, il primo maggio 2017, quando nonostante le sirene blaugrana che lo volevano al Camp Nou Srna ha firmato il rinnovo del contratto che scadrà l’anno prossimo e che probabilmente chiuderà la sua carriera da calciatore. Mi ha cercato il Barcellona, ma il mio cuore è qui. Ho detto al presidente che avrei preferito vincere il campionato con lo Shakhtar che la Champions League col Barça. Non mi sento parte di un club, ma di una famiglia”.

Non solo parole, ma soprattutto fatti, come quando nel 2014 ha comprato a Metković venti tonnellate di mandarini che ha regalato ai 23.000 bambini di Donetsk e della regione del Donbass. Mandarini che, forse per caso, tornano anche in un simpatico spot dedicato a lui e alla sua famiglia in vista del Mondiale 2014 in Brasile.

Srna in campo

All’Hajduk Spalato Srna inizia a giocare come centrocampista esterno, con la squadra croata vince un campionato e due coppe nazionali. Nel 2003 il passaggio allo Shakhtar, dove Mircea Lucescu lo trasforma in uno dei terzini destri più completi nel panorama internazionale. Cross, progressioni, calci di punizione, di rigore, Darijo ha un piede destro fantastico, una grinta ed un’energia inesauribili, qualità importanti forse non sempre riconosciute perché non ha mai giocato in uno dei top club d’Europa, preferendo rimanere legato allo Shakhtar di cui è diventato un’icona e recordman di tutti i tempi per presenze.

Con la squadra di Donetsk ka vinto dieci volte il campionato e undici la coppa nazionale, anche se il trofeo più importante è quello conquistato nel 2009, l’Europa League sollevata da capitano. Per l’occasione Srna ha noleggiato un aereo per far volare a Istanbul 125 fra parenti e amici.

Il 2009 è un anno importante anche per un altro motivo. Srna viene nominato capitano della Nazionale croata dall’allenatore ed ex compagno all’Hajduk Slaven Bilić, ruolo che ricoprirà fino al ritiro dalla Nazionale avvenuto nel 2016 dopo l’Europeo francese. Bilić ha detto di lui: “Lo buttano giù e sembra rotto, ma poi si rialza e continua a correre. Come se fosse Robocop. Un attestato di stima che racconta molto del carattere e della tenacia del capitano croato.

“Non è solo un giocatore completo ma una persona completa. È l’anima della squadra. Non si può fare altro che amarlo”.

Nel 2009 Darijo diventa capitano, ma il suo ruolo in squadra era diventato fondamentale già da tempo. Impossibile dimenticare il suo gol nel Mondiale 2006, una magnifica punizione contro l’Australia che riscatta il rigore sbagliato nel match precedente contro il Giappone.

Srna dichiarerà in un’intervista che “scendere in campo per la Nazionale è la sensazione migliore che si possa provare giocando a calcio, e lui vorrà provare quella sensazione più volte possibile, diventerà infatti il giocatore che vanta più presenze con la maglia a scacchi biancorossi.

Purtroppo per lui con i Vatreni (gli infuocati) sono arrivate anche delusioni cocenti, come l’avventura di Euro 2008. Darijo segna il primo gol nella partita del girone vinta contro la Germania ma rimane l’unico dei suoi a non sbagliare dal dischetto contro la Turchia, nei quarti di finale. I croati erano arrivati a giocarsi la partita dagli undici metri dopo essere passati in vantaggio nei supplementari con Klasnić ed essere stati ripresi dal gol di Semih Şentürk all’ultimo minuto. Dopo la beffa il tracollo psicologico nel finale era prevedibile, solo Srna era riuscito a scuotersi e a crederci ancora mantenendo la lucidità mentale.

Forse proprio per questo dopo la sconfitta piange a dirotto in mezzo al campo, inconsolabile. Perfino l’arbitro Rosetti si avvicina per dargli conforto e aiutarlo a rialzarsi, ma Darijo è a pezzi, la delusione è enorme.

I momenti difficili per il capitano della Nazionale sono stati diversi, c’è sempre stato qualcuno pronto a contestarlo (non pubblicamente) per le sue origini bosgnacche, qualcuno che sosteneva che Srna non avesse la leadership e la fermezza necessarie per guidare il gruppo, qualcuno che ricordava le sue lacrime dopo Euro 2008 come esempio di fragilità. Alle critiche il capitano ha sempre risposto, dentro e fuori dal campo.

Nel 2012, mentre la Croazia faticava nelle qualificazioni per gli Europei ed era reduce dalla mancata qualificazione ai Mondiali 2010, Darijo ammetteva di sentirsi “sotto processo come se avessi ucciso sei persone” ma di non avere problemi ad affidarsi a uno psicologo per sopportare la grande pressione a cui era sottoposto e migliorare anche sotto l’aspetto della tenuta mentale. Srna è sempre stato una persona emotiva, ma non ha mai avuto problemi ad ammetterlo, considerando che proprio la sua emotività lo porta a dare tutto se stesso nei momenti che contano. Nel 2012 il capitano croato affronta a testa alta le contestazioni e insieme alla squadra si qualifica agli Europei, prendendosi anche un’importante rivincita contro la Turchia.

Lo spareggio contro i turchi è una delle pagine più importanti scritte da Darijo con la Nazionale. I Vatreni sistemano la pratica già all’andata, a Istanbul. La Croazia passa in vantaggio con Olić, poi Srna scappa via sulla linea di fondo e pennella un cross perfetto sulla testa di Mandžukić, che non può sbagliare. Raddoppio. Il terzo gol nasce sempre da un’idea del capitano, che su una punizione tagliata fornisce l’assist per un altro colpo di testa vincente, stavolta di Ćorluka.

Il ritorno a Zagabria è solo una formalità, finisce a reti inviolate. Srna e compagni possono festeggiare e prepararsi per Euro 2012, dove ben figureranno ma usciranno presto dalla competizione, stritolati dal girone di ferro con Italia e Spagna, le future finaliste.

Diversamente dal 2012, agli ultimi Europei la Croazia è riuscita a superare il girone e si è qualificata per gli ottavi di finale, dove è stata sconfitta dal Portogallo poi vincitore del torneo. Nonostante i diversi problemi fuori dal campo e la scomparsa del padre, Darijo ha disputato un torneo di altissimo livello. A trentaquattro anni suonati, ha corso come un ragazzino, è stato una spina nel fianco per gli avversari con i suoi cross, le sue discese ad attaccare in verticale lo spazio e le sovrapposizioni in fase offensiva e si è applicato senza incertezze anche nella fase difensiva. Purtroppo per Srna, anche stavolta non è arrivato un risultato di prestigio con i Vatreni.

La carriera di Darijo comunque non è ancora finita: in questa stagione, nonostante l’abbandono di Lucescu dopo dodici anni sulla panchina dello Shakhtar, è arrivato il trionfo nel campionato ucraino che mancava dalla stagione 2013/2014. Srna ha intenzione di continuare a dare tutto in campo e di rimandare la carriera da allenatore che lo aspetta, anche se ci sono già dei video che celebrano i suoi anni migliori come giocatore.

Il sogno di Darijo, però, è assistere al ritorno della pace da capitano dello Shakhtar, per tornare a sentire i cori dei tifosi dentro la Donbass Arena e mettersi così alle spalle l’ennesimo, inutile conflitto.