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«De Robbio fischia in questo istante la fine! Il Cagliari è campione d’Italia: la folla si riversa in campo, senza peraltro eccessiva indisciplina, ma diremmo quasi con pacatezza, con molto civismo, come del resto è costume della folla sarda.»

Cagliari, 12 aprile 1970: quel signore di Sandro Ciotti si è appena ritagliato un ruolo da schivo protagonista, voce di un evento storico. Lo scudetto è appena approdato in Sardegna, dopo una stagione monstre dei rossoblu. La loro fuga inizia presto, dopo appena tre giornate. A nulla vale la tenacia delle inseguitrici, Juventus in testa, addirittura bloccata in un casalingo confronto diretto. Molto poco influisce la pesantissima sanzione inflitta all’allenatore Manlio Scopigno a dicembre, per aver offeso reiteratamente un guardalinee. Paga le sue frasi con cinque mesi in tribuna e vede trionfare i suoi dalla tribuna.

Cagliari Bari Scudetto Riva

Riva sigla il vantaggio del Cagliari nel match scudetto all’Amsicora.

Il Filosofo, d’altronde, è fatto così: sanguigno e signorile. È capace di inveire platealmente contro un guardalinee come di accettare freddamente un esonero, limitandosi a commentare, rivolto al postino: «Riferisca al mittente che qui ci sono due errori di sintassi e un congiuntivo sbagliato». Avviene a Bologna ma, prima della gioia dello scudetto, qualcosa di simile capita anche a Cagliari, dopo una tournée statunitense particolare.

Tutto, e di più, succede nel 1967, anno clamoroso, che ha avuto solo la sfortuna di trovarsi subito prima del ’68, una sorta di Massimo Piloni del calendario mondiale. In Italia si parla di divorzio, grazie a un disegno di legge del socialista Fortuna, e ci si stupisce delle ingerenze segrete del SIFAR, si aspetta una riforma dell’Università che scontenterà tutti. Ci si consola, come sempre, con il pallone. A laurearsi Campione d’Italia è la Juventus quasi operaia di Heriberto Herrera, davanti all’Inter dell’altro Herrera e del vicecapocannoniere Mazzola. Ma, a scrivere una piccola storia, è proprio il Cagliari, sesto e fresco di qualificazione alla Mitropa Cup, che vola alto come un Lars Grini qualsiasi. Una pastorale americana del pallone, capace di mettere a tacere, per un po’, ansie, malumori e malesseri di un Continente in ebollizione.

Un figlio dei fiori non pensa al pallone

Da parte loro, ben altre cose hanno in testa gli americani, a metà degli anni Sessanta: la guerra fredda, i figli dei fiori, Cuba, il Vietnam, il virus sano della protesta, che attecchisce nei campus giovanili. Figurarsi se c’è il tempo per star dietro a un pallone che rotola. Ma qualcosa, piano piano, si muove, spinto da ‘o bisness.
Alla già esistente American Soccer League, grandi velleità professionistiche ma regole da amatori, nel 1961 si affianca l’International Soccer League.

Sopravvivrà solo cinque anni. La locura pallonara si impossessa dei mecenati statunitensi, tanto che nel 1966 vengono create ben due leghe. Da un lato c’è la North American Soccer League, salutata con entusiasmo da Fifa e U.S. Soccer Federation; dall’altro nasce la rivale National Professional Soccer League, meno istituzionale ma con un asso nella manica: gli agognati diritti televisivi, targati CBS.

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Jan Rose Kasmir in una delle foto “Flower Power” più famose degli anni ’60. (Ph. Marc Riboud)

I momentanei ex-rossoblu debuttano il 28 di maggio, contro i Dallas Tornado, al secolo Dundee United, al Comiskey Park, stadio di baseball dei White Sox. Diecimila spettatori assistono alla disfatta casalinga dei Cagliaris, come li chiamano i giornalisti locali. Pochi giorni dopo pareggiano con i Cleveland Stokers, ossia lo Stoke City del neo campione del Mondo Gordon Banks. Il gioco latita, ma sembra decollare con l’arrivo di prime linee come Nenè, Boninsegna, Cera e Reginato. Tra una partita e l’altra i giocatori si svagano con ciò che l’America può offrire, cioè tutto, Las Vegas compresa.

Chicago Mustangs vs Dallas Tornados,soccer action at Sox Park,May 28 1967

I Chicago Mustangs alla loro prima, sfortunata giornata di campionato americano contro i Dallas Tornado.

Il pubblico, perlomeno quello americano purosangue, inizia a stancarsi di quel campionato da operetta. Rimangono gli immigrati, che sugli spalti respirano un po’ di aria di casa. Che dà alla testa, tanto a loro quanto a chi scende in campo: con la complicità di arbitri improvvisati, quasi ogni match finisce a calci e pugni.

Molti gli episodi coloriti: a New York, un tifoso italiano entra in campo per prendere a calci il guardalinee, reo di non aver fischiato un fallo evidente. Compiuta la vendetta, si rimette placidamente a sedere in tribuna, parlottando con i poliziotti, incuranti degli altri supporters che, nel frattempo, danno la caccia all’arbitro
La settimana dopo, in Canada, in seguito a una rete contestata, il Cagliari lascia il terreno di gioco per protesta. Il pubblico, in maniera inversamente proporzionale, lo invade per dar la caccia all’arbitro. È la Soccer Riot in Toronto, come la raccontano i quotidiani di quei giorni.

Soccer riot Toronto Varsity Stadium

Un sostenitore dei Chicago Mustangs, viene portato via, dopo gli scontri al Varsity Stadium.

Fra scazzottate, falli da dietro e amenità similari, anche i giocatori iniziano a esser provati da quell’assurda tournée. C’è chi, come il pistoiese Vescovi, va addirittura dal console italiano, nella speranza di un rimpatrio immediato. Niente da fare: i sardi onorano il loro impegno sino in fondo, con tre vittorie, sette pareggi e due sconfitte.

Cagliari 1967 Chicago Mustangs

I Chicago Mustangs al completo

«Avevamo grinta e se in campo erano volate botte, per quanto ci riguarda, furono più quelle date che non quelle prese. Avremmo anche potuto ambire alla vittoria, ma avrebbe significato rimanere in America una settimana in più per la finale, rientrare in Italia e iniziare subito il ritiro precampionato. Diciamo che nelle ultime gare l’abbiamo un po’ tirata via.»

L’avventura regala, comunque, ancora qualche emozione sul finale: Roberto Boninsegna si laurea capocannoniere con dieci gol in dodici partite e tutto il Cagliari viene celebrato all’ambasciata italiana. Qui, forse spinti dalla felicità di un imminente ritorno a casa, eccedono nei festeggiamenti. Si narra che Scopigno si sia messo al riparo di una siepe, appoggiato a un albero, per soddisfare un impellente bisogno fisico. Niente di male, non fosse che è il giardino della suddetta ambasciata. Al suo ritorno in patria, il Presidente Rocca, con il quale i rapporti sono ormai tesi da tempo, impugna quella bravata per metterlo alla porta. Il Filosofo sorride, saluta e se ne va. Tornerà da vincitore.

Cagliari Gigi Riva scudetto 1970

P.S. Al termine della manifestazione, tutti si accorgono del suo fallimento. Le presenze allo stadio sono calate vertiginosamente via via che il campionato avanza e a ogni partita si registrano scontri fra i tifosi, risse in campo e negli spogliatoi. I Chicago Mustangs, per la cronaca, resistono un anno più. Nel 1968 arriveranno secondi, guidati dal misconosciuto bomber Janusz “John” Kowalik (30 reti in 28 partite).
Scompariranno nel gorgo delle leghe amatoriali, mentre il calcio professionistico tornerà nella Città del vento nel ’75, con i Chicago Sting, allenati, guarda caso, dal bomber di cui sopra. Negli anni a venire, comunque, gli USA diventeranno una meta ambita per giocatori a fine carriera: da Pelé a Henry, passando per Best e Chinaglia.