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Innescare: Fornire di esca un amo; Munire di innesco una carica esplosiva; fig. Mettere in moto una serie di fenomeni o eventi, provocare. Dovessi riassumere per puro esercizio stilistico le caratteristiche tecniche di un giocatore come Jorge Valdivia ad un solo termine, questo sarebbe sicuramente “innesco”. Una keyword che racchiude nei suoi vari significati sia l’armonia di un processo che ha preso il via in maniera ineluttabile sia la violenza esplosiva di un atto distruttivo, così come – in ultima istanza – la natura ingannevole e beffarda di un trabocchetto.

Perché Jorge Valdivia rimane tuttora una di quelle figure che contribuiscono alla fioritura di una narrazione incentrata sulle caratteristiche perse dal calcio contemporaneo: tecnica pura, palleggio raffinato, morbidi laser pass a tagliare le linee avversarie, e insieme discontinuità manifesta, reiterate pause mentali, giocate oltremodo barocche, trick al limite dell’istigazione della violenza, scelte materialiste e scelte di cuore, fallimenti in serie e isolati squarci di meraviglia calcistica. Insomma, el Mago, fin dal suo soprannome, porta con sé un insieme di connotati che ne hanno elevato la figura a giocatore cult. Una visione diffusa e parzialmente nostalgica di un calciatore che, però, resta soprattutto se stesso: difficilmente ascrivibile a cliché preconfezionati.

Diez y falso nueve?

Uno degli aspetti che ho sempre apprezzato di Valdivia in campo è l’intelligenza calcistica, più del gusto barocco per la giocata, più della sfrontatezza e delle finte da saltimbanco che mandavano in visibilio il pubblico e logoravano la pazienza dei diretti avversari. Valdivia, scarnificato dell’edulcorazione da numero 10 senza compromessi, resta soprattutto il prototipo di un talento naturale dotato di visione e classe. La riprova è il miglior torneo giocato in carriera dal Mago: la Copa América 2015 agli ordini di Jorge Sampaoli. Buona parte dell’impostazione tattica vincente del ct argentino, infatti, è passata dai piedi e dalla versatilità – all’interno di un contesto tattico sorretto da princìpi di gioco rigorosi – di quello che pareva un diez discontinuo e ingestibile.

La storica vittoria della Roja, invece, eleva il ruolo di Valdivia a quello di un nueve de lanza – un falso nove da innesco offensivo – dalle straordinarie capacità associative e dalle perfette letture dei momenti di gioco, un direttore d’orchestra spostato 25 metri in avanti, spalle alla porta, con licenza di rientrare al centro del campo e cucire il gioco, creare verticalità, cambiare fronte per colpire il lato debole avversario, provocare sacche di spazio alle spalle dei difensori favorendo l’attacco di queste da parte di attaccanti rapidi come Sanchez e Vargas, sfruttando pure quell’innata qualità nella quale resta uno dei migliori interpreti al mondo: la pausa di gioco.

Esempio sampaolista di sfruttamento offensivo degli spazi creati dal moto orbitale del pianeta Valdivia.

Si tratta di uno dei ruoli più moderni e variegati che il calcio possa offrire: l’esatto opposto del trequartista senza filtro, del talento svogliato e impossibile da incanalare; interpretato, però, con le caratteristiche old-fashioned che sono parte del corredo genetico del Mago. Un dna costituito da una conduzione palla di primissimo livello, portata costantemente a testa alta, da un’abilità diabolica nel calibrare i passaggi, sia nello stretto che in profondità, illuminando i corridoi di gioco, e da una verve entropica che regala equilibrio e raffinatezza tecnica al collettivo appena in possesso del pallone.

Valdivia, insomma, è uno di quei pochissimi giocatori con uno stile di gioco riconoscibile in mezzo a milioni di calciatori: un piccolo sole attorno al quale si muovono i satelliti dell’universo rojo, originariamente plasmato dal demiurgo Bielsa e poi rifinito dal lavoro di Sampaoli.

Mentre in un campionato dalle caratteristiche retrò come il Brasilerão, sponda Alviverde, è sempre stato considerato come un 10 purissimo, uno strano animale da liberare sulla trequarti, faccia alla porta, pronto a suggerire i compagni o inventare la giocata nello stretto per risolvere situazioni di gioco intricate o partite ingessate, aggrappandosi unicamente alla sua creatività istintiva. In un’aderenza quasi dogmatica al misticismo del numero dieci.

Che possa improvvisamente regalare caños semplicemente inspiegabili, come questo a Fucile, è cosa nota. O no?

È forse questo il segreto del fascino e allo stesso tempo dell’incompiutezza del Mago, oltre a numerose vicende extra-campo che hanno solidificato una patina di follia e irrazionalità intorno alla sagoma del trequartista cileno. Alcolizzato, immaturo, molesto, ingestibile, lunatico, traditore, perfino inutile. Non è certo il ritratto di un giocatore che ha incantato un continente e che continua ad essere considerato il trequartista più talentuoso della storia della Roja; eppure Valdivia è anche questo: peone chiassoso e irascibile, capace di grandi sorrisi e gesti di umanità come di scelte oltremodo controverse e atteggiamenti infantili in età matura.

La mitologia del Mago borderline, creatura di puro talento e dissipatore di occasioni, infatti, nasce e si irrobustisce soprattutto per alcune celebri bravate che vale la pena ripercorrere.

Cuchillos, jamon y marmelada

La Copa América del 2007 in Venezuela rappresentava per la Nazionale cilena una sorta di spartiacque: le macerie dell’edizione precedente in Perù – un clamoroso ultimo posto con un solo punto nel girone – fungevano da premessa per un torneo di rivalsa davanti al popolo cileno, e il cambio di guida tecnica insieme al ringiovanimento della rosa, apparivano come i tratti di una discontinuità tecnica a lungo cercata. In questo contesto va in scena quello che in Cile è passato alla storia come il “Puerto Ordazo”. E come tutti i grandi drammi sportivi della storia sudamericana, il suffisso “azo” aggiunto in fondo ad un luogo non preannuncia niente di buono.

Qui sopra un mash-up completo delle follie del Mago. Sei minuti in loop di “nueva oportunidad” e “nuevo escándalo”.

Puerto Ordaz, Venezuela, sede del ritiro della Nazionale cilena; 5 luglio 2007, all’indomani della qualificazione ai quarti di finale, agganciata come miglior terza dopo un opaco 0-0 contro il Messico: il Cile sta rientrando nella sede del ritiro. Serpeggia un’atmosfera strana, perché la soddisfazione del passaggio del turno si mischia ad una latente delusione per un girone giocato sottotono e l’avversario ai quarti – il Brasile – non permette particolari slanci di fiducia. Il ct Acosta, che ha fortemente voluto Valdivia, è un hombre vertical che poco concede al di fuori delle sessioni tecniche e delle partite. Ma El Mago, insieme ai compagni Jorge Vargas, Pablo Contreras, Reinaldo Navia e Rodrigo Tello, decide che la serata non deve concludersi col rientro all’Hotel Mara Inn.

Senza alcun permesso e senza alcuna comunicazione al comparto tecnico, il gruppo di giocatori decide di fuggire dall’hotel, eludendo controlli e testimoni per raggiungere un locale in centro città. La versione, suffragata da testimonianze del personale dell’albergo, riporta di un ritorno dei cinque alle 6:30 del mattino, in evidente stato di ebbrezza; Valdivia e compagni si fermano nella hall chiedendo la colazione, ma fino alle 7 non sarebbe iniziato il servizio. È in questo momento che la situazione precipita: davanti al rifiuto di cameriera e cuoco, il gruppo, capitanato dal Mago, decide per un servizio self-service, se così si può dire.

Minacciando la cameriera con epiteti tra i più vari, afferrano un coltello decidendo di rompere alcune sedie fino a che non fosse stata portata loro la colazione. Una volta giunta la comida, i cileni, sospinti dal notevole tasso alcolico, iniziano a lanciarsi prosciutto e uova da una parte all’altra della sala, chiudendo lo show con un tocco horror: la marmellata spalmata sul viso a mo’ di sangue. È in questa situazione che, due giorni dopo, il Cile si sarebbe giocato un fondamentale quarto di finale contro il Brasile. Risultato? 6-1 per i verdeoro e dimissioni immediate del ct Acosta, in rotta col gruppo ma a conoscenza della bravata soltanto dopo l’eliminazione.

Rimane uno dei peggiori e più ridicoli episodi nella storia della Roja: culminato in 10 partite di sospensione per Valdivia e compagni. Lo stesso Valdivia che, però, ammise le colpe e scagionò i compagni dichiarando che fu un’idea sua, l’ennesimo innesco fuori dagli schemi del Mago: dalla fuga notturna alla degenerazione a colpi di cibo volante e sedie spaccate.

“Anche se non è successo niente di realmente grave, posso dire che è stato il peggior momento della mia vita.”

L’esilio dalla Nazionale, però, durerà poco perché, con l’arrivo di Bielsa, Valdivia diventa fin da subito un elemento cardine del progetto tecnico del Loco. I galloni da enganche nel nuovo sistema bielsista sono quanto di più razionale per un trequartista così associativo come el Mago.

Si presenta così nella nuova Roja: il primo pallone toccato al Mondiale in Sudafrica si concretizza in questa giocata con passaggio no look di spalle ad Alexis e tunnel ad Inler. 💖

Non solo, il calcio vorticoso e la visione spazialista del ct argentino si adattano alle caratteristiche-base di Valdivia: dove il sistema richiede un intensissimo pressing portato attraverso duelli individuali disseminati a tutto campo, Jorge agisce come un corpo estraneo, un organismo alieno al calcio aggressivo del Loco; ma, una volta in possesso del pallone, Valdivia è il vero riferimento: il cucitore di gioco tra i reparti e soprattutto l’elemento che impone la pausa di gioco in uno spartito up-tempo; colui che, immerso in un sistema proattivo ed aggressivo, esalta l’importanza della frenata sulla rapidità, e del vantaggio acquisito dilatando i tempi della giocata a suo piacimento.

Si crea così una figura di culto a livello nazionale, nonostante il suo passato testimoni di fallimenti in serie in campionati europei di basso livello (Svizzera) e di spettrali apparizioni in Spagna (Rayo), insieme ad una stagione al Palmeiras, dove, però, si eleva a numero 10 di classe. È il leader tecnico che può incanalare a piacimento il calcio compassato e disordinato del campionato brasiliano: o meglio, dove esiste ancora lo spazio per provare una giocata e il tempo per riflettere su una decisione, Valdivia non ha uguali. Spacca la banalità di un refrain, scardina le regole semplicemente assecondando tecnica e visione di gioco, inserendo infine qualche divertissment da guitto di strada. Come l’espanta chuncos: parossismo allo stato solido.

La versione di un dribbling per come l’avrebbe pensata Woody Allen, se mai avesse giocato a calcio.

Lasciare andare la gamba fino all’altezza della spalla, senza colpire il pallone. Farlo in maniera reiterata, quasi si trattasse di avanspettacolo o intrattenimento circense. È una delle bizzarrie a cui Valdivia ha abituato il suo pubblico negli anni: come fosse un giullare folle con un’anima triste, un creatore di gioco e insieme un distruttore del concetto di funzionalità attraverso comportamenti spinti all’estremo, buffonerie da cortile traslate al massimo livello del professionismo. Custode di uno stile barocco e di un rapporto onanistico con la palla: in continuità con un immaginario tipicamente sudamericano, colmo di esagerazioni e ricerca dell’orpello.

È una forma estrema di concessione a sé, di appagamento delle pulsioni più recondite. È un comportamento tipico di quello che Rodrigo Goldberg – commentatore per Fox ed ex calciatore della Roja ha ribattezzato “demonio creativo”: capace di illuminare il campo con semplicità e naturalezza, portando il livello di gioco ad una dimensione più elevata attraverso un singolo gesto tecnico, spesso minimale, come di (s)cadere nel ridicolo o eclissarsi nella zona d’ombra della discontinuità e dell’inadattabilità. E Valdivia, con le sue contraddittorie sfaccettature, dà forma umana a questa entità sospesa tra dimensione metafisica e terrena.

Una descrizione decadente, che trova conferma anche nelle scelte personali del Mago: diventato un idolo al Palmeiras, nella terra dei numeri 10 per antonomasia, finito poi a svernare negli Emirati Arabi in piena maturità agonistica, e mai davvero compreso oltre i confini del continente sudamericano. Bulletto da barrio, pronto a giurare fedeltà eterna, in pubblico come in privato, ed esaltare le folle per poi imboccare improvvisamente strade opposte, dividendo e coagulando rabbia tra i supporter come tra i familiari (rinomato in tutto il continente il suo tasso d’infedeltà coniugale). E infine capace di redimersi, dopo aver perso ogni speranza ed essere scomparso dai radar.

Testa calda, irrazionale, emotivo, svogliato; eppure generoso, popolare, romantico nelle sue manifestazioni tecniche: Valdivia racchiude in sé un intero universo costituito di moti fra loro contraddittori. Un’energia in continuo conflitto. Spaccata e ricca di sfaccettature, così come lo è la natura umana.

Regreso y realismo magico

Solo così si può spiegare l’ultima svolta del Mago: il recente ritorno al Colo-Colo, la sua squadra, il club che ha sempre tifato e amato incondizionatamente, quello che – secondo le sue parole – diventerà la sua casa e la scuola di suo figlio. A 34 anni ancora da compiere, Valdivia ha finalmente esorcizzato i suoi fantasmi, quelli che lo avevano portato fuori dal Cile, dove voleva essere ricordato soltanto come un elemento unificante, un santino da adorare con la maglia rossa indosso.

Oltre alle paure, aggiungiamo pure un tir carico di milioni di dollari firmati Emirati Arabi e il lusso sfrenato di una vita senza limiti e senza particolari responsabilità professionali immersa nella sabbia del deserto dell’Arabia. Una scelta che cozzava violentemente con il suo calcio così nobile ed elevato, ma che il Mago non ha esitato a mettere in pratica.

Un giocatore che ha estremizzato il concetto di auto-sabotaggio del talento, riuscendo a farsi odiare anche dove era stato celebrato come il miglior trequartista del campionato, ovvero in Brasile. Altra storia di eccessi sudamericani, culminata in una violenta contestazione da parte dei suoi tifosi all’atterraggio all’aeroporto di San Paolo, dopo il rientro dall’eliminazione in Copa Libertadores per mano del Tigre.

Nel marzo del 2013 va in scena un linciaggio in piena regola. 30 tifosi del Palmeiras si scagliano contro i giocatori e, in particolar modo, cercano Valdivia – terrorizzato, ma protetto dal personale aeroportuale e da quello tecnico – al grido di “vagabundo y borracho”. Che è un po’ come accusare Dalì di essere surrealista.

Dopo un rapporto intenso e per certi aspetti irripetibile col Palmeiras, un’epopea composta di momenti alti, giocate paradisiache e strappi violenti ed improvvisi, Valdivia decide di tornare negli Emirati Arabi: il Al-Wahda è la soluzione più comoda, quella che lo consacra come un ex giocatore in disfacimento, ricordato solamente per qualche isolato colpo di genio con la maglia della Nazionale. Al contrario, a 33 anni suonati e con 6 mesi di contratto davanti, el Mago decide per il ritorno in patria: al Colo-Colo, la sua squadra d’infanzia. È notizia di pochi giorni fa: Valdivia rientra nel campionato cileno, dove mancava da undici anni.

A Santiago il tam-tam ha già raggiunto livelli preoccupanti: tre diverse industrie private hanno contribuito, insieme al Colo-Colo, al suo ingaggio, sono stati programmati speciali tv, riempite prime pagine di giornali e pagine speciali su siti e magazine. In Cile non si parla d’altro: Valdivia è un aggregatore sociale, una figura speciale che attrae attenzioni e speranze in maniera quasi morbosa, voyeur. Accolto come un profeta in patria, ma contornato da un alone di curiosità e sadismo: come se in Cile si aspettasse il primo, roboante scivolone del demonio creativo.

Come se si dovesse preventivamente scendere a patti con un’entità lunatica ed ingestibile, capace di mostrare la faccia illuminata del gioco così come la sua nemesi, spinta da un’irrequietezza profonda: degna di un eroe romantico dello Sturm und Drang. Parafrasando uno straordinario pezzo degli Stadio e Lucio Dalla: “Ed è per questo che la gente tutto ti perdona, perché dicono, guarda come gioca… quel grande figlio di puttana!”.

Un’esemplificazione del concetto di idolatria valdiviana: durante la Copa Centenario del 2016, un tifoso cileno ha creato una bandiera con l’immagine di Valdivia e si è sobbarcato un viaggio Temuco-Santa Clara (circa 10.300 kilometri per 18 ore di volo) solo per regalarla al Mago, come ringraziamento per le sue giocate, prima del match inaugurale contro l’Argentina. In alcuni casi si può tranquillamente parlare di “locura”.

Si potrebbe continuare in eterno con gli errori e gli evidenti limiti agonistici di Valdivia, e si potrebbe allo stesso modo vivisezionare ogni video alla ricerca di eccentriche invenzioni palla al piede da inserire in un ideale museo della creatività, ma sarebbe operazione comunque limitante e parziale perché forse, più di tutto, l’eredità del Mago è da ricercare nelle profondità di quel territorio ricco di incongruenze ed umanità che è il Sud America: in quella mitologia popolare figlia del realismo magico – forse non completamente afferrabile per gli europei – di un calciatore ricco di difetti e contraddizioni, perfino sovrastimato, eppure celebrato come una divinità ultraterrena, perché un raro caso di portatore sano di elementi sensoriali, artistici e folkloristici.

Alla stregua di un protagonista dei racconti anticonvenzionali di Cortázar o Borges. E dei quali, a ben vedere, appare come un prolungamento fisico delle pagine stesse. Almeno fino al prossimo, imprevedibile colpo di scena.

“In Cile non c’è un’altra figura come quella di Jorge. Valdivia riempie da solo uno stadio da 40.000 posti, ad ogni partita.” (R. Ugarte, telecronista).