L’uomo più furbo del mondo, Mino Raiola, procuratore instancabile e attento, ha venduto calciatori in tutti i Paesi. Ci sono tuttora giocatori (e presidenti) che aspettano il suo ritorno o almeno una chiamata, un messaggio, uno squillo dal sapore d’inizio millennio. Purtroppo non sappiamo se c’è un unico giocatore che abbia tanto amato e se quest’ultimo gli abbia davvero voltato lo sguardo e, alla fine poco o nulla ce ne cale.

Mino Raiola

Mino Raiola e il Sistema: una salace metafora

Questo perché il suo nome non può essere stolidamente legato a un volto o un giocatore solo. Leggasi: Donnarumma è l’ultimo di una lunga e florida lista che porta la firma di Mino Raiola, nato Carmine. La sua storia, non fosse che per l’appunto parla di lui, avrebbe quasi del fiabesco. Il meraviglioso ciccione idiota, come amorevolmente lo definì Ibrahimovic, una delle sue vacche grasse, lascia Angri e l’Italia quando non ha spento nemmeno una candelina, al seguito del padre Mario e di mamma Annunziata. I due si stabiliscono ad Haarlem, insieme a uno zio, e aprono il ristorante Napoli. In Olanda non tarda a individuare e a percorrere speditamente la sua strada. Ai tempi era magro, giura, e se la cavava discretamente con il pallone. Magro ma pragmatico, come sempre. Aiuta i suoi nel locale di famiglia e, tra un allenamento e l’altro, capisce che per entrare nel pantheon calcistico mondiale, non bisogna necessariamente mettere i tacchetti ai piedi.

Da Haarlem a Globetrotter

Raiola si rivela prodigioso e solerte come un samurai del cinema. Studia, impara le lingue, si interessa di economia e si ritaglia uno spazio all’Haarlem, nel settore giovanile, tra aneddoti rivelatisi leggendari. A soli vent’anni fonda la sua prima società di intermediazione, diventa ds prima e rappresentante dei giocatori olandesi all’estero poi. Sarà la sua personalissima svolta: nei nostalgicissimi anni Novanta l’Olanda è terra di conquista, e i suoi giovani e promettenti virgulti hanno bisogno di qualcuno che li presenti fuori dai patri confini. Si lavora Ferlaino, per convincerlo a comprare l’Haarlem e farne qualcosa in più di una società satellite, ma l’affare non si conclude. Pazienza. Può contare sulla procura di cui sopra, ed è deciso a farlo.

Brian Roy Zeman Foggia

Brian Roy e Zeman ai tempi di Foggia

Tra i suoi primi pupilli c’è il giovane Brian Roy, che vola da Amsterdam a Foggia, orfano di Beppe Signori. L’angioletto biondo diventato nero, come lo chiamano i tifosi, si rivela il miglior marcatore dei Satanelli, prima di cambiare nuovamente maglia l’anno successivo. Il giovane Raiola, da par suo, diventa amico del fumoso Zeman e del Patron Casillo, iniziando a farsi conoscere nel calcio italiano.

Dennis Bergkamp, raccontato dalla Gialappa’s con la solita maestria.

Porta, in senso quasi letterale, Bergkamp all’Inter, a metà dei nostalgicissimi anni Novanta. Purtroppo per lui, per i tifosi e per i calciofili in genere, si rivela un mezzo flop. Combattuto tra Inter e Juventus, approda a Milano, irretito dalle promesse nerazzurre di un calcio offensivo, che ben si confà al suo stile. L’olandese non volante, perlopiù abulico, si esprime come sa solo in Coppa UEFA, contribuendo al trionfo finale, segnando 8 gol in 11 presenze. L’uomo più furbo del mondo, Mino Raiola, si sarà prevedibilmente stretto nelle spalle, pronto a venderlo in Inghilterra (sarà la loro fortuna) e a concludere un altro colpo. Nello stesso periodo ottiene infatti la procura di Pavel Nedved e tratta il suo acquisto con Massimo Cragnotti.

Colpo gobbo a Roma (e Torino)

È lui il suo primo, vero colpo grosso, in doppia edizione, da intenditori: il talento di Raiola si mostra in tutta la sua perversa grandezza nel passaggio del centrocampista alla Juve, per 70 miliardi di lire (era arrivato dallo Sparta Praga per 9, per dire).

L’affaire porta il marchio del meraviglioso ciccione idiota di Angri: d’accordo con Moggi e Cragnotti, che ha bisogno di un buon affare per dar fiato alle casse biancocelesti, porta quasi di peso e a tradimento, Nedved a Torino. Il ceko non vuole lasciare la Capitale, lui lo convince, almeno a visionare le strutture bianconere. Ingenuo come le sue gote rubizze, lo accontenta: appena scende dall’aereo privato, si trova davanti uno stuolo di cronisti e fotografi, convocati con uno scaltro passaparola da Moggi. Messo alle strette e ormai lontano, almeno metaforicamente, dalla Lazio, il centrocampista firma, per la felicità di tutti. Di lì a poco diventa uno degli imprescindibili di Lippi, nonostante l’iniziale ritrosia.

“La sua presenza alla Juve è sempre stata per me un fattore contrario. Lui mi ha sempre giurato: “Alla Juve non vado mai”. Poi hai presente quelli che entrano in una setta e dopo poco diventano i capi? Ecco: Pavel è così.”

mino raiola nedved pallone d'oro

Raiola e Nedved: chi ha vinto cosa?

Il resto delle prodezze e delle glorie del biondo sono storia recente, sotto gli occhi di tutti, Pallone d’Oro e Serie B compresi. Dietro, nell’ombra, pronto ad aiutarlo, parlare e intercedere per lui, c’è sempre l’uomo più furbo del mondo, Raiola. Lo difende nei primi tempi, quando stenta in campo, ancora afflitto dal mal di Roma, si ritira di buon grado quando esplode, tratta il suo passaggio (mancato) all’Inter, nell’anno del triplete. E, intanto, si prepara a monetizzare con ciò che di più famoso c’è in Svezia, dopo l’Ikea.

Raiola, il meraviglioso ciccione idiota

Racconta Zlatan che Raiola si presenta al loro primo incontro che “sembrava uno dei Soprano”, in jeans e maglietta, a nascondere e sottolineare la testimonianza di una golosità con pochi pari. Per descriverlo, infila aggettivi e metafore come fossero palloni in rete: basti sapere che tra i più eleganti figura uno gnomo ciccione. Dall’altro lato, il procuratore non si fa intimidire, testardo e orgoglioso come un figlio d’immigrati che sa dove vuole arrivare sa essere. Tra una decina di portate e l’altra, scruta lo svedese, lo critica, lo sprona, l’offende, se serve (e serve).

“Ibra, cosa ne pensi di Raiola?”

Come se fosse il terzo asso di un full dirompente, lo gnomo ciccione estrae una risma di fogli e la mette sotto il naso importante dello svedese. Sopra ci sono i nomi dei suoi colleghi, ben più prolifici di lui: Vieri, Inzaghi, financo Trezeguet. È uno schiaffo niente male, per uno abituato a sentirsi dire no solo per scherzo. Ma Raiola è sagace negli affari, affilato nelle osservazioni, severo nel giudizio: Ibrahimovic se ne innamora, platonicamente s’intende, e ne segue i dettami. Dipendono (quasi) l’uno dall’altro. Si fa convincere a lasciare Amsterdam per Torino.

Da lì in poi, ogni spostamento di Ibracadabra porta nelle casse raioliane vagonate di soldi: del resto la sua parcella, a seconda del giocatore in esame, può arrivare fino al 10% del trasferimento. E lo svedese, si sa, pare rendere quasi ironicamente onore al soprannome col quale le curve avversarie lo deridono. Da vero zingaro (meno simpatico di quelli di Monicelli, ça va sans dire), dopo Torino approda a Milano, sponda nerazzurra, a Barcellona, di nuovo a Milano, stavolta in rossonero, Parigi e Manchester, alla corte del ritrovato Mourinho. Ed è solo il 2017. Ma, negli annali, resta lo scambio di battute tra Raiola e i blaugrana, mentre sulla Catalogna soffiano venti di mercato non graditi:

Se Guardiola pensa di fare a meno di Ibrahimovic dovrebbe essere ricoverato in una clinica per malati mentali. D’altra parte sarebbe molto strano che il tecnico dei blaugrana prima si fa acquistare Ibra per 75 milioni e poi dice di non volerlo più; sarebbe da ricoverare in manicomio“.

È solo un esempio, uno tra mille, della diplomazia che ha permesso all’umile Carmine di trasformarsi nell’intraprendente Mino. Sempre, s’intende (e lui lo ribadisce in ogni intervista possibile) nell’interesse dei suoi protetti. Come quando, sempre per difendere il suo svedese preferito, non esita ad attaccare, fulmineo e preciso come un tupamaro, Fifa e Uefa. O bailan todos, o no baila nadie: a Zlatan non danno il Pallone d’Oro? A suo dire Fifa e Uefa «si potrebbero descrivere come organizzazioni mafiose che vogliono nascondere cose», Platini è «un incompetente» (e le Roi ne esce quasi graziato, direi) mentre Blatter «un dittatore demente». Dopo un’indagine, viene multato per ben quattromila euro. Ride, paga e replica: «è una situazione irreale, in contraddizione con la mia libertà di espressione».

Varie ed eventuali

L’uomo più furbo del mondo, tuttora Mino Raiola, sa che può permettersi (quasi) qualsiasi cosa, dunque. Può prestare il fianco a critiche di qualsiasi tipo e sagacia, appena si azzarda a difendere un suo assistito come BalotelliÈ finito, dicono. Guardatelo in Brasile, trotterella e poco più, è un ectoplasma. Mino sorride, rilascia interviste, media come sa, e lo gira al Liverpool per 20 milioni, ottenendo in cambio una congrua cifra per il disturbo e, ovviamente, prestigio ulteriore. Il rendimento di  SuperMario sarà poi deludente, come spesso accade, ma tant’è.

raiola balotelli

“Ma davvero riesci a vendermi di nuovo?”
“Ovvio.”

Nel suo lussuoso e personale album di figurine ci sono anche LukakuMatuidiMkhitaryanVan der WielBonaventura, KeanMaxwell. Nomi d’ogni ordine, grado ed età, anche misconosciuti ai più, ma su i quali Raiola si può permettere di puntare. Nomi che usciranno tra anni, magari, e che consentiranno alla sua società di rimpinguare ulteriormente le casse. Senza fine, senza sosta. Oggi, oltre ai succitati, tra i cavalli di razza della sua scuderia spicca anche Paul Pogba, il dabbatore per eccellenza. Cresciuto nelle giovanili del Manchester United, La Pioche abbandona i Red Devils appena si rende conto che vedrà il campo poco, molto meno di quanto si aspetti. Passa alla Juve (che verrà poi multata in occasione della sua cessione). Eppure ci aveva giocato per anni, in maglie under, lo tenevano in gran conto, Ferguson stesso l’aveva inseguito, ma…

“Ci sono uno o due agenti che semplicemente non mi piacciono e uno di questi è Mino Raiola, il procuratore di Pogba. Ho cominciato a non avere fiducia in lui sin dal momento in cui l’ho conosciuto. Lui e io eravamo come l’olio e l’acqua. Si ingraziò Pogba e la sua famiglia, e lui firmò con la Juventus.”

Raiola è così, prendere o lasciare. E, molti, quasi tutti, non possono permettersi di lasciare. Se ne sono accorti Fassone e Mirabelli, se ne sono accorti gli altri addetti ai lavori, se ne sono accorti i tifosi, se ne sono accorti, insomma, tutti. Anche su Twitter, soprattutto dopo l’affaire Donnarumma.

Prendi Donnarumma, tratta gli altri male

 

È, al momento, con il recente affaire Donnarumma che la poetica del Raiola tocca picchi mai neppure lontanamente sfiorati prima. Breve chiosa doverosa: il giovane Gianluigi (nome evidentemente da estremo difensore) appare un predestinato sin dai primi anni di carriera. Ha i guanti nelle mani, parafrasando un fortunato corto di Maccio Capatonda, e si vede. Gioca sempre con i ragazzi grandi, approda al Milan da Castellammare di Stabia, debutta in serie A a 16 anni e 8 mesi (periodo nel quale molti suoi colleghi coetanei annaspano tra panchine e tribune di categorie infime), dopo un pugno di partite è titolare inamovibile e tale resta nella stagione successiva, durante la quale disputa ben 41 partite. E non è ancora maggiorenne.

A fine giugno il vortice di chiacchiere e rumori – volgarmente detto hype – che gli si sviluppa intorno ha del clamoroso: rinnova? Non rinnova? Raiola lo tiene al sicuro, mentre le voci sul suo rinnovo si sprecano. Sul giovane Gigio ci sono Real Madrid e big di pari blasone, il Milan, all’improvviso, dopo baci e promesse, sembra lontanissimo, come rileva poeticamente una delle pagine più romantiche di Facebook.

Si sprecano meme e inchiostro sulla vicenda, si fanno nomi e cognomi di sostituti veri o presunti. Quasi tutta l’iItalia tifosa si scaglia contro il traditore guantato e, soprattutto, contro la sua eminenza grigia. Mino, nato Carmine, se ne frega egregiamente: ha le spalle larghe e sdrucciolevoli, qualsiasi critica ormai gli scivola addosso da decenni. E sa che vincerà lui, alla fine, la falla nel Sistema calcio.

Dopo alcune settimane deliranti, costellate da tweet di odio e amore, Donnarumma firma il rinnovo tanto atteso: guadagnerà sei milioni annui. La vicenda riserva anche una parentesi commovente, da romanzo neorealista: suo fratello maggiore Antonio, qualitativamente ben più modesto, che difende i pali dell’Asteras Tripolīs, passa ai rossoneri per un milione all’anno. In questo momento il Milan ha più portieri che consonanti, ma tant’è. Saluta Andonio.

antonio gigio donnarumma milan raiola

La famiglia di nuovo insieme ❤

È, fino a questo momento, il magnum opus di Raiola. Fassone e Mirabelli, che pur, sino a questo momento stanno facendo un gran mercato, hanno rischiato – e in parte perso la faccia – di fronte al meraviglioso ciccione idiota e al suo assistito. Hanno proposto, respinto il rifiuto, chiuso la porta. Un climax che poi è terminato in parabola liberamente discendente, che ha visto la coppia rossonera tornare sui suoi passi e accettare le condizioni (non proibitive, certo, ma in un certo qual modo umilianti) imposte loro dal procuratore più odiato del momento. Au revoir Alsazia e Lorena, siete il dazio da pagare per vedere ancora uno dei migliori diciottenni al mondo in rossonero. E ingraziarsi lo nuovo imperatore.

Raiola chi, allora?

Parlare dei suoi assistiti, dei suoi guadagni, dei suoi successi è parlare di lui. Gli insulti che riceve, dal body shaming più spietato al mafioso urlatogli da più parti, fanno parte di lui. Ne accrescono l’autostima, la notorietà, la fame di vittorie. Raiola ha sempre fame, e non è un calembour: parla sette lingue, si aggiorna in continuazione, studia, osserva e lascia i colleghi al palo.

Sa che il suo miglior affare è sempre il prossimo, sa che può contare sull’ingenuità di certi dirigenti e sulla loro voglia di vincere, pur spandendo e spendendo senza freni. Non è lui a fare i prezzi dei giocatori, e ha ragione da vendere (pure quella?) quando lo ribadisce ai microfoni. I prezzi li fa il mercato, e il mercato lo fanno gli attori principali per definizione: amministratori, presidenti, allenatori.

“Se non hai nemici non hai lavorato bene. Le cose normali le fanno tutti. Io muovo l’aria. Muovo i sogni. E ogni tanto faccio incazzare qualcuno.”

Loro valutano e stimano, a ragione e torto e, sempre loro, mentre maledicono e lanciano strali verso gli agenti di turno (oltre al protagonista di questo pezzo, gente del calibro di Mendes, Struth, Barnett, Zahavi e compagnia) si prodigano ad assicurar loro ingenti parcelle pari al Pil di uno staterello qualsiasi senza velleità. Commissioni che alimentano il mercato, che spingono la compravendita di questo o quel giocatore, che consentono ai procuratori di fare la voce grossa a ogni sessione di mercato e ai club di lamentarsi per tutto l’anno. Un teatrino inevitabile, buono per tirare avanti, finché il Sistema non imploderà su sé stesso. Magari proprio per una falla come Raiola il ciccione, il mafioso, l’arrogante, il contadino arricchito.

Raiola che ha saputo mettere sotto le luci della ribalta il suo mestiere, superando in notorietà, talvolta, i suoi stessi assistiti, ma senza strafare. Raiola che ai microfoni di Sky non esita a lamentarsi dell’Ata Hotel, Raiola che se la prende con i giornalisti alla sua maniera, Raiola che intervista Di Marzio, Raiola, insomma che è intelligente e si applica, da inaspettato primo della classe, in jeans e felpa. Raiola che ha accettato anche il no di Hamsik, che fece per napolitude il gran rifiuto, opponendosi al suo trasferimento al Milan, in cambio del fragile Pato. Un no che aiuta a crescere, come si suol dire.

Raiola che, da buon scorpione nato il 4 novembre, dopo ogni sessione di mercato stila il suo personalissimo bollettino della vittoria: con tigna incrollabile e tenace valore il suo irresistibile slancio ricaccia sempre più indietro gli amministratori fuggenti, che subiscono perdite gravissime e quantità ingentissime di credibilità.
Alla fine, i loro resti risaliranno in disordine le scalinate degli uffici e degli hotel che avevano disceso con orgogliosa sicumera.

E, dal basso, da dove è partito secoli fa, a guardarli sornione resterà luiCarmine Raiola detto Mino, l’uomo più furbo del mondo, la spettacolare, sorridente, falla nel Sistema.

 

  • “Caro” Rossi, inutile agiogragia. Entri di diritto nel novero dei prossimi “eletti” che potranno intervistare in esclusiva la “falla del sistema” a Montecarlo. Saluti.

  • Jarpo Rosi

    Caro (senza virgolette!) Giumbolo, magari il buon Mino mi spesasse un bel soggiorno a Montecarlo! Invece mi tocca scriverne gratis e limitarmi a rilevare come abbia saputo sottomettere alle sue regole e al suo caratteraccio un intero sistema calcistico, guadagnando vagonate di soldi, pensa un po’.
    Saluti!