Il giorno dopo il 6-1 del Camp Nou i giornali francesi, tra un “vergogna” e un “inqualificabile”, hanno trovato il tempo di affrontare la sconfitta senza precedenti del Psg anche con un certo piglio analitico, per quanto possibile. Una delle tesi più accreditate, senza bisogno di scomodare Dei del pallone o una fin troppo abusata retorica sull’epicità dell’incontro, vedeva nell’assenza di Thiago Motta uno dei motivi della débâcle degli uomini di Unai Emery.

In un contesto che ha palesato un deficit di personalità evidente, l’esperienza dell’italo-brasiliano, la sua gestione del possesso e dei palloni particolarmente bollenti (dall’88° in poi i parigini hanno completato quattro passaggi, di cui tre su calcio d’inizio!) sarebbe risultata, a detta dei critici, non solo molto utile ma addirittura fondamentale.

Nelle stesse ore in cui quest’ipotesi trovava spazio sulle pagine dei journaux tra un “écrasé, piétiné, humilié” e un “naufrage”, Thiago investiva uno dei tifosi che stavano prendendo di mira la squadra al rientro dalla Spagna, beccandosi anche una denuncia. Questo per dire come il passaggio dall’esaltazione all’umiliazione nella carriera del centrocampista italo-brasiliano sia spesso avvenuto fin troppo repentinamente. Innocente ma costantemente sul banco degli imputati.

Che sia per una manata inesistente a Busquets o per il numero di maglia sacrilego che gli è stato assegnato, fa parte del destino di Motta finire sotto i riflettori, suo malgrado. Ciò che invece spesso è passato sottotraccia è il suo peso specifico in campo: se da un lato il focalizzarsi sui suoi difetti (la lentezza su tutti) ha sempre riscosso un notevole successo, grazie anche ad un sostanzioso contributo dei social network, dall’altro ha finito per oscurarne quasi completamente i pregi, restituendo un’immagine fortemente distorta di uno dei pivot, al contrario, più influenti nel gioco delle proprie squadre dell’ultimo decennio.

La finale di Coppa di Francia contro l’Angers vinta 1-0, sabato 27 maggio, sembrava potesse essere la sua ultima partita con il Psg, se non addirittura in assoluto, non avendo sciolto pubblicamente le riserve sul suo futuro, fino alla notizia di rinnovo di inizio luglio. Quel che è certo è che con la seconda Coppa stagionale, palliativo in una stagione deludente per i parigini, il conto dei titoli personali sia salito a ventisei.

Adesso lo attende l‘ultima stagione prima di sedersi presumibilmente in panchina – si è parlato dell’Under 19 del Psg – provando magari a seguire l’esempio di un altro grande mediano dal passato blaugrana: Pep Guardiola.

Nonostante quindici anni di carriera a livelli altissimi però, il gioco al massacro nei confronti di Thiago Motta ha vissuto un crescendo senza sosta, raggiungendo il suo punto più alto alla vigilia degli ultimi europei. Deriso. Disprezzato. Calpestato. Odiato.

Il tutto senza fondamenti sufficienti per giustificare un simile accanimento. Una difesa d’ufficio per colui che in Francia si è guadagnato l’appellativo di Maestro mentre dalle nostre parti stenta ad emergere dalla melma dello scherno e del pregiudizio, è quindi doverosa.

Dieci, senza lode

“Nella vita moderna niente è più efficace di un luogo comune: affratella il mondo intero.” (O. Wilde)

Il quarto d’ora finale a Natal contro l’Uruguay aveva di fatto sancito la fine del rapporto tra Motta e la nazionale italiana. Punto fermo (sia detto senza ironia) della gestione Prandelli, troppo statico per il gioco aggressivo di Conte che lo aveva definitivamente accantonato, concedendogli un tramonto esclusivo in riva alla Senna.

Gli infortuni di Verratti e Marchisio hanno costretto l’ex Ct a rispolverare il parigino, che si presenterà in Francia come il più titolato della spedizione, seppur nelle vesti ufficiali di ripiego. Se si esclude qualche brusio per l’infortunio in finale dell’Euro ’12 dopo tre minuti dal suo ingresso (come se un cedimento muscolare potesse essere una colpa) fino ai Mondiali ’14 la sua presenza in azzurro era stata vissuta con discreta indifferenza; dopo il disastro brasiliano la ricerca di un capro espiatorio, il secondo mestiere più antico del mondo, ha definitivamente fatto di Motta un Benjamin Malaussén ideale, seppur meno consapevole: difetti evidenti, prestazioni poco appariscenti e, a corollario, una nazionalità ballerina, elemento perfetto per catalizzare un’antipatia ancor più indistinta, nazionalpopolare.

Quel 10 stampato sulle spalle ha infine agito da detonatore, soffocando sul nascere qualunque tentativo di analisi e traghettando il dibattito sul terreno dello scherno, delle battute social se non addirittura della rabbia vera e propria. Una carriera dai numeri importanti, per non dire, in alcuni casi, eccezionali, declassata e ridotta a meme a bassa risoluzione.

Thiago motta meme
Un caso quasi unico, se si eccettua forse Montolivo, che non può certo vantare però la classe, i numeri, la centralità comprovata in progetti ambiziosi e il palmarès del brasiliano.

“Non so da dove nasca questo giudizio. Sia chiaro, posso aver sbagliato delle partite, succede a tutti. Ma qui si cerca di dimenticare una carriera con risultati importanti. Perché? Magari volevano portare un altro giocatore al mio posto? Un procuratore? O un presidente di un club italiano che voleva portare un giocatore suo in Nazionale? Io non lo so. In Italia si è creata l’opinione che io sia lento. È vero, però ho altre caratteristiche e non credo che Ancelotti o Conte mi avrebbero utilizzato se fossi stato così scarso.”

Una questione di vitale importanza, quella della 10, per tutti meno che per lui, forte della consapevolezza di possedere spalle abbastanza larghe da sorreggere anche un numero in doppia cifra.

“Non era un problema. La 10 è un simbolo che è stato creato qualche tempo fa, però è solo una creazione degli essere umani. Il numero 10 è uguale agli altri, non cambia niente. Si può giocare con la 10, la 8, la 6. Io sono io quando gioco a calcio, non posso e non devo cambiare. Io cerco di fare quello che ho sempre fatto in carriera.”

Non si può far finta che la passione, il tifo, l’appartenenza non si nutrano di simboli e rituali sacri ed intoccabili, ma con un pizzico di razionalità chi altro avrebbe potuto indossare quella maglia mistica e pesantissima? Insigne o El Shaarawy, alla prima grande manifestazione internazionale, vissuta per altro da comprimari? De Rossi (come nel 2008), un mediano? Buffon, ipotesi apparsa qua e là come ultimo tentativo per scongiurare il vilipendio? La mancanza di qualità tecniche di prim’ordine non può certo essere una colpa del povero Thiago.

Anche perché poi dopo le boutade iniziali, parzialmente mitigate dagli endorsement dei compagni, alla prima occasione utile, contro il Belgio, non ha esitato a calarsi perfettamente nella parte, onorandola pur senza snaturare sé stesso. Un quarto d’ora, come spesso succede, passato sottotraccia ma a suo modo emblematico per definire il Motta giocatore, al di là di qualsiasi giudizio viziato da prese di posizione faziose e a prescindere.

Entrato al 78°, dopo due minuti si becca un giallo per un fallo su Hazard. Un intervento deciso, da dietro, sull’unico giocatore ancora in grado di poter inventare la giocata nell’undici di Wilmots, come a volerne spegnere sul nascere qualunque residua velleità. Uno di quei falli che possono magari infastidire i puristi, ma che finiscono per riempire il bagaglio specifico di un giocatore, in quello scomparto che il tempo definirà “mestiere”. La sciabola lascia poi spazio al fioretto: due verticalizzazioni a lacerare gli ultimi tentativi di pressing avversari, con Immobile che prima sfiora il gol e poi da il la al raddoppio definitivo di Pellè.

Il gioco di Motta è un richiamo costante ad un calcio antico, fatto di fosforo e pulizia di tocco più che di polmoni, di malizia ed espedienti più che di forza e velocità. Si è dovuto adattare per non scomparire, come un perfetto esempio di darwinismo applicato al pallone, lavorando sui pregi per nascondere i difetti, facendo magari un passo indietro per farne fare due avanti alla propria carriera, che, è bene ricordarlo, ha rischiato di naufragare due volte prima di essere definitivamente rimessa in sesto, al pari delle sue ginocchia.

Da buon brasiliano (di nascita) avrebbe voluto essere un trequartista, ironia del destino. Quando arrivò a Barcellona giovanissimo, tentò di apprendere i segreti di Rivaldo da vicino, come uno scolaro seduto al primo banco, ma le pretese adolescenziali possono non collimare con la piena consapevolezza dei propri mezzi, soprattutto se a mancare sono il cambio di passo, le abilità nello stretto e le doti balistiche, nell’unico ruolo in cui la volontà e la tecnica da sole non bastano per sopravvivere.

Se per un saltatore in alto è controproducente alzare troppo l’asticella, lo stesso si può dire di un ragazzo che sogna un ruolo inadatto alle proprie caratteristiche, rischiando di compromettere la grande occasione europea. Già nel Barcellona B si sposta dieci metri indietro, giocando interno o da mezzala di centrocampo e iniziando a mettere nel proprio bagaglio tecnico ed umano uno spiccato senso del gioco di squadra e di mutualità collettiva.

“Ho sempre creduto che si vinca e si perda da squadra, si attacchi e si difenda da squadra. Ci sono club che si appoggiano sulle individualità, ognuno ha la propria visione. Per me, in un team che si esprime collettivamente è più facile giocare, oltre ad essere più bello da vedere.”

L’immagine di uomo solo contro tutti che si è venuta a creare va quindi a cozzare con il carattere fortemente associativo del regista in campo. Nell’anno solare 2016, quello degli Europei in questione, è stato il miglior passatore nei cinque campionati più importanti con 3.613 palloni recapitati ai compagni (fonte Gazzetta), 350 più di Hamsik, secondo, con una pass accuracy del 93%. Statistiche confermate anche in Champions, dove i numeri sono ancora più ridicoli (883 passaggi al pari di Kroos, con tre match in meno però). In pratica, un investimento sicuro e a basso rischio sulla fluidità della manovra.

Più che la convocazione quindi, a stupire dovrebbe essere al contrario il trattamento da rincalzo, neanche tanto di lusso, riservato dall’opinione pubblica e dal Ct ad uno dei centrocampisti più peculiari del decennio.

Nell’equazione lento=scarso sono le premesse ad essere sbagliate. Che Motta sia uno dei giocatori più statici in circolazione è un dato di fatto, come anche lui stesso non ha mai mancato di sottolineare, ma d’altra parte neanche Kroos o Xabi Alonso, giusto per fare due esempi, sono mai stati fulmini di guerra. Eppure, nessuno si sognerebbe mai di metterli in discussione.

Ribaltando quindi il ragionamento si potrebbe dire che in realtà Thiago Motta è straordinario, proprio perché lentissimo. Come coloro che si trovano privi di un senso e sono costretti a sviluppare esponenzialmente gli altri per sopperire alla mancanza, lo stesso vale per il numero 8.

Precisione nei passaggi, lettura e anticipo sugli sviluppi del gioco sia in fase di possesso che di non possesso, un pizzico di gioco sporco ed espedienti (che magari ti portano anche a rimetterci un setto nasale) sono tutte caratteristiche che gli hanno sempre permesso, se non di nascondere, quantomeno di mascherare le carenze fisiche, rendendolo un punto di riferimento per tutti gli allenatori che ha incontrato (Antic, Rijkaard, Gasperini, Mourinho, Benitez, Ancelotti, Blanc, Emery).

“Credo di vedere bene il gioco, di essere un buon incontrista, di avere senso tattico.”

Uscita dalla difesa, protezione del pallone+uso poco ortodosso delle mani, veronica per evitare l’intervento giustizialista di Kroos, verticalizzazione. Tutto col sinistro. Signore e signori, Thiago Motta

Nulla a che vedere con i numeri dieci che la storia calcistica italiana ha saputo regalarci, ma, a conti fatti, l’unica opzione veramente plausibile per Antonio Conte che forse prima della scelta deve aver interpellato uno che la fantasia non l’ha mai centellinata.

“Il mio preferito è Thiago Motta. Rappresenta la classe.”

Firmato, Ronaldo de Assis Moreira, per tutti Ronaldinho.

Gli hanno tirato addosso di tutto, eppure non si è mai scomposto, dando la stessa risposta di Mick Jones alla domanda di Paul Simonon sul perché non reagisse mai alle provocazioni: “Qualcuno deve pur tenere il tempo”.

Armonia e tempo

Un paio d’anni fa è uscito uno studio, eseguito all’università di Hamilton in Canada, basato su elettroencefalogrammi, che dimostra come il ruolo del bassista sia davvero più critico rispetto a quello che si potrebbe pensare, non solo da un punto di vista artistico, ma anche scientifico. I test hanno mostrato come un errore nel tempo di esecuzione di una nota di 50 millisecondi sia avvertito a livello corticale in modo molto più netto (e sgradevole) per le note basse che per quelle alte.

Un secondo risultato riportato in questo studio è il fatto che per i partecipanti è risultato mediamente più semplice seguire il ritmo dei toni bassi piuttosto che quello dei toni alti.

Thiago è un bassista del centrocampo, l’elemento solitamente più sottostimato di una band ma imprescindibile per il groove. Immobile al centro del campo, à-la John Entwistle, statuario nel portamento, imperturbabile nel cadenzare il ritmo a suo piacimento. Una linea incessante, capace di unire ritmica e melodia con assoluta precisione, perennemente al servizio del gruppo, a discapito di attenzioni particolari.

L’elemento preposto a due concetti tanto decisivi nella musica quanto nel calcio, per evitare – secondo una definizione semplice ma abbastanza calzante trovata su un vecchio forum – che il suono risulti piatto come quello di una suoneria di cellulare: armonia e profondità. Motta è un distillato di entrambe. Prima di associare la parola profondità al centrocampista è necessario però sfatare l’ennesimo luogo comune: Thiago Motta gioca “troppo” semplice, e all’indietro. Dovrebbe bastare questo video, unito alle stats che parlano di un 65% di passaggi in avanti (sulla mole di tentativi riportata sopra), per convincere anche il più scettico dei detrattori.

Nelle ultime stagioni al Psg il gioco posizionale quasi esasperato di Blanc (con i parigini terzi in Europa per possesso palla medio, dopo Barça e Bayern) ne ha esaltato le doti di palleggio, rendendolo il perno insostituibile per l’uscita bassa del pallone e il superamento della prima linea di pressing.

Con Verratti si è fin da subito instaurata un’alchimia particolare, senza però alcuna certezza su chi dei due abbia beneficiato di più dell’altro. Senza dubbio, le letture e il fisico dell’italo-brasiliano sono stati fondamentali nell’equilibrio di squadra, completandosi perfettamente con le caratteristiche dell’ex Pescara. Capire il gioco in anticipo è il tratto distintivo di Motta, intelligente nel comprendere quando forzare la giocata o quando appoggiarsi al compagno più vicino, il tutto sempre a uno-due tocchi, possibilmente con il sinistro, per non rallentare la manovra, renderla fluida.

Thiago che slappa.

In fase di non possesso o transizione negativa non potendo difendere all’indietro e rischiando troppo negli uno contro uno, vista l’accelerazione praticamente inesistente, ha affinato il proprio senso della posizione, anticipando la giocata e ricorrendo se necessario e in ultima istanza al fallo tattico. Anche capire quando è necessario spendere un giallo non è un elemento da sottovalutare nel giudizio su un giocatore, e Thiago in questo è un maestro, dimostrando una volta di più il dovere di anteporre gli interessi collettivi a quelli del singolo. Lo stesso si può dire per la fase di possesso, dove non potendo commettere errori per l’impossibilità di rimediarvi, ha sviluppato una precisione quasi estrema, con un primo controllo che gli permette di prepararsi alla giocata successiva (anche se ovviamente non mancano alcune sbavature pesanti, nota per i detrattori).

In squadre di primo livello come quelle in cui ha giocato in carriera, la presenza di giocatori tecnicamente validi come o addirittura più di lui lo ha sempre reso un lubrificante perfetto nello sviluppo del gioco, grazie alla capacità di dare e ricevere il pallone coi tempi e negli spazi giusti, giocando a muro con chi è in grado di parlare la sua stessa lingua calcistica.

Dopo aver regalato il pareggio a Diego Costa con un errore in disimpegno sulla propria trequarti, si traveste da cilindretto del flipper chiudendo il triangolo con Di Maria per il definitivo 1-2 a Stamford Bridge

Motta, come altri centrocampisti difensivi di lotta e di governo, spesso sottovalutati perché più avvezzi alla continuità martellante delle giocate che alla loro luminescenza (mi vengono in mente Busquets, Seydou Keita o Carrick) è un “potenziatore” dell’armonia del gioco, con tocchi magari semplici ma sempre tremendamente funzionali, “giusti”, nello sviluppo della manovra. Non può essere un caso che in carriera sia riuscito a vincere la concorrenza di centrocampisti con doti specifiche più marcate delle sue come van Bommel, Stankovic e per ultimo Krychowiak, arrivato a Parigi da pupillo di Emery ma finito presto ai margini per lasciare spazio al vice capitano.

Dalla sua ci sono poi i numeri che parlano di un 70% di vittorie in maglia Psg in più di 200 presenze, con quattro scudetti e 11 coppe in bacheca. Quando andò via dall’Inter per screzi con Branca la situazione che lasciò in dote era questa:

Ha vinto sette campionati e due Champions League, ma è soltanto la punta dell’iceberg, perché come in campo è tutto il sommerso a rendergli ancora più giustizia.

Due stagioni fa contro il Bastia ha stabilito il nuovo record della Ligue1 con 164 passaggi completati in un match; viaggia ad una media di quasi 100 tocchi a partita; quest’anno contro il Metz nel primo tempo ha giocato più palloni dell’intera squadra avversaria (84 a 81); ha riportato il Genoa (quasi) in Champions dopo aver rischiato di smettere per un doppio infortunio al ginocchio (“Quando è venuto qui aveva paura della sua ombra, ora è tornato un grande”, Bruno Caneo, secondo di Gasperini); è stato vice campione d’Europa con l’Italia: nella partita d’esordio contro la Spagna inimitabile nel possesso, ha chiuso il primo tempo con il 100% di passaggi completati, unico in campo; si è esaltato nei derby di Milano e Genova; ha segnato una doppietta alla Juve; ha fatto finire sul tabellino anche Castaignos (qui mi piace pensare che sia stata una sorta di dedica per essere andato al Franchi esclusivamente per lui).

Non ha mai brillato di luce propria, forse, ma ha fatto splendere chi gli stava accanto. Teniamolo a mente. Almeno fino al prossimo meme.