Keita Balde e lo strano caso di un talento evidente, annunciato, precocissimo; eppure ricco di contrasti, irruento nelle sue manifestazioni tecniche come in quelle verbali: potenziale fenomeno che pare non trovarsi mai davvero a suo agio. A meno che non abbia qualche metro di campo da incenerire davanti a sé, conducendo il pallone ad una velocità possibile solo per pochi eletti.

Ripercorrere all’indietro la storia e la parabola formativa di Keita rischia di generare giudizi tranchant su un ragazzo irrequieto, sfrontato e arrogante come lo può essere un 22enne sicuro di sé e del suo talento: un corpo estraneo ai suoi club di appartenenza, senza distinzione di blasone, sia che si chiamino Lazio o Barcellona. Ala devastante in conduzione e fisicamente esplosiva, talento con tutti i crismi del top player, uno di quegli interpreti che ogni società mediamente ambiziosa posizionerebbe in cima alla lista dei propri desideri, Keita è ancora una volta al centro di uno scenario caotico e teso: frammentato come un vetro spaccato.

E anche quest’anno il ritiro parte forte…

Juventus, Inter, Milan, West Ham e altri club di Premier, per Keita Balde sembra arrivata l’ultima estate in maglia biancoceleste, dopo mesi di tensione e un rapporto contrastato con la dirigenza ma anche dopo il miglior campionato in carriera, una dimostrazione quasi violenta di forza e concretezza: 16 gol e 4 assist in 31 presenze per un classe ’95 che, al contrario, aveva iniziato la stagione sotto dense nubi, ancora una volta legate a sviluppi di mercato e mancati rinnovi contrattuali, incomprensioni con la proprietà e strappi con i compagni. Una condizione esistenziale che rischia di diventare un vero e proprio leit-motiv nella vita dell’ala senegalese.

Spanish Bombs

Nel 2010 Keita è un 15enne con le idee già definite: vuole sfondare, è mosso da un’ambizione personale che sfiora l’ossessione e da un talento evidente, e lascia tracce piuttosto significative del suo passaggio al Cornellà, dopo 5 anni di apprendistato e formazione nella leggendaria Masia del Barcellona:

“Non ricordo bene il numero esatto di gol, però sicuramente ne segnava 2-3 a partita. È possibile che sia arrivato a 47-48 gol in stagione”.

Parole del primo allenatore di Keita tra i professionisti, Javiér Moya, tecnico del Cornellà nella stagione 2010/11. Alla prima stagione oltre i confini della Masia e a 16 anni scarsi, l’attaccante senegalese è già fuori contesto come potrebbe esserlo una tigre in un appartamento: troppa forza, troppa velocità, tecnica raffinata, dribbling impossibile da arginare sia in campo aperto che nello stretto, capacità di coordinazione che hanno del miracoloso, resistenza e gol. E soprattutto fame di arrivare bruciando le tappe, per dimostrare di essere qualcosa di speciale.

Ma se il Keita in campo è un piccolo fenomeno già pronto, soltanto da affinare, un po’ più complicata è la gestione dell’adolescente che è stato spedito nel settore giovanile del Cornellà – società satellite dei blaugrana – a causa di qualche colpo di testa di troppo. Niente di preoccupante, anzi, ma siamo di fronte ad un 15enne estroverso e con qualche mania di protagonismo da arginare se il tuo futuro dice Barça. Il suo trasferimento a Llobregat, infatti, è più una forma di punizione formativa che una scelta: più volte Keita aveva architettato scherzi infantili ai propri compagni di squadra, attirandosi inimicizie e l’attenzione dei dirigenti del Barça. L’ultimo di questi – far trovare un intero secchio di ghiaccio rovesciato sotto le coperte al compagno di stanza – funse da detonatore per l’annata fuori dalla casa-madre.

Il percorso formativo, però, sarà tutt’altro che lineare. Un club come quello blaugrana aveva previsto tutto, fuorché la strana forma di orgoglio che muove il senegalese: finita la stagione in Catalogna, Keita va allo scontro frontale con il club più celebre del mondo. Rifiuta di firmare il nuovo contratto e, libero da vincoli, decide per Formello, grazie ai report entusiasti inviati dallo scout Nunzio Marchione al ds Tare. Una scelta controcorrente perché su di lui erano già pronti contratti a lungo termine del Manchester United e del Real Madrid. Una scelta che, però, paga i suoi dividendi in termini di crescita complessiva del giocatore e possibilità di diventare un attore protagonista.

Già nei tornei con il Barca segnava come oggi: taglio alle spalle del terzino, controllo in un fazzoletto, micro-passi per coordinarsi e destro secco incrociato. Durante la partita è evidente come Keita sia fuori categoria rispetto agli avversari: fa collassare la squadra ogni volta che è in possesso e abbassa la testa per accelerare.

Turbo boost

La Lazio è il club perfetto per un talento come il senegalese, ancora giovanissimo e acerbo, a dispetto di una sicurezza quasi irreale nei suoi mezzi. Le stagioni con Bollini (in Primavera, con tanto di scudetto) e le esperienze con Petkovic, Pioli ed Inzaghi sono tappe fondamentali nel processo di completamento tecnico di un talento puro ma fin troppo naif e individualista. Oggi è quasi incredibile pensare che Keita sia ancora così giovane: per fare un esempio, giocatori come Gagliardini e Bernardeschi – esplosi in questa stagione – hanno entrambi un anno in più del senegalese, che, però, da almeno tre anni è sulla bocca di tutti.

Eppure, proprio per questo motivo Keita appare come uno di quei super-talenti che ha già mancato qualcosa nel corso della sua carriera: un’impressione generata più dal suo valore intrinseco e dalla forza con cui propone le giocate in campo che da un reale riscontro tecnico o statistico. Come uno dei personaggi stralunati de I Tenenbaum: troppo talentuosi in tenera età, destinati così ad un oblìo o a una normalizzazione nel corso degli anni con l’inevitabile scorrimento del tempo. Una cosa però, a differenza dei surreali wonder-kids di Wes Anderson, appare evidente: Keita, arrivato all’apice agonistico, continua ad essere sicuro di sé, forte di numeri che vantano pochi eguali nel suo ruolo.

Oltre a 16 reti e 4 assist il senegalese ha infatti distribuito una notevole mole di key-passes a favore dei compagni, 1,5 a partita, con una pass accuracy dell’81%, privilegiando il gioco corto e il fraseggio stretto per liberare lo spazio da attaccare – testimoniato da una lunghezza media di passaggi di 13 metri – e infine una shot accuracy del 56%, notevole ma da bilanciare su ben 52 tentativi verso la porta – uno dei primi quattro in Serie A – senza dimenticare 2 dribbling e 1,7 falli subiti a partita. Analizzando i dati di Whoscored, si notano numeri già decisivi in fase offensiva e soprattutto si delinea la silhouette di un’ala moderna dall’enorme produzione offensiva, pericolosa in ogni zolla dell’ultimo terzo di campo e letale palla al piede.

Alla prima presenza in Champions, nei preliminari contro il Bayer, dimostra che può giocare pure da prima punta. Il gol di Keita è un bignami delle sue straordinarie qualità: progressione impettito alla Michael Johnson, palla costantemente alla giusta distanza dal piede, una potenza nelle gambe degna di un TGV e capacità di coordinarsi in corsa e tirare in spazi congestionati bruciando gli avversari: ritratto in purezza.

Tra le numerose giocate di quest’anno, basta questo assist nel derby: brucia Emerson e Manolas con la facilità con cui una Mustang truccata lascerebbe al palo una Fiat Duna. Il tutto partendo dal lato opposto, quello destro, con palla al piede, e aspettando il momento esatto per servire Immobile sul contromovimento in area. A terra rimangono solo le cartacce; o l’odore del napalm, per i più cinefili.

Keita, mai come quest’anno, ha subito una metamorfosi decisiva diventando un giocatore più completo, senza, però, perdere quelle caratteristiche ancestrali che lo configurano come un atomico mix di atletismo, esplosività e tecnica. Buona parte del merito va al lavoro di Simone Inzaghi, che lo ha aspettato, gestito fra varie turbolenze e dubbi, e poi inserito in un collettivo mosso da princìpi che ne hanno esaltato le caratteristiche e i punti forti, come l’isolamento nell’uno contro uno e la conduzione palla in fase di transizione offensiva, attaccando spazi, profondità e avversari con la stessa determinazione di un predatore nelle distese della savana.

Non solo: ha elevato il suo livello associativo all’interno dell’undici biancoceleste, prendendo via via decisioni più lucide riguardo ai continui movimenti di attacco allo spazio e abbassamento per la ricezione richiesti dal 3-5-2 fluido del tecnico piacentino.

Arrivati a questo punto, insomma, il senegalese non è più soltanto quel magnifico esemplare che fa dell’individualità sopra la norma la sua unica cifra stilistica e insieme il suo più grande difetto, ma ha imparato ad agire all’interno di un collettivo, liberando la sua potenza seguendo correttivi e regole che necessariamente indirizzano una squadra di Serie A. Assecondandone tempi e compiti con apparente semplicità, grazie alle straripanti qualità di base.

Rispetto al passato è più essenziale e maturo: posizionamento corretto per attaccare lo spazio di mezzo, controllo, dribbling e assist con un solo tocco e chiusura morbida con il piede debole. Tutto facile.

Un salto di qualità forse meno evidente, ma fondamentale nel peso specifico delle prestazioni fornite in fondo ad una stagione: in altre parole, il Keita 2.0 è un giocatore che ha smussato alcune tendenze istintive ed egocentriche, da bullo – come nel suo carattere – e che ha imparato come stare in campo durante le varie fasi di una partita. Si tratta di un processo ancora in progress e da completare, ma è forse l’ultimo vero scalino da salire per raggiungere palcoscenici di primissimo livello che, tecnicamente e fisicamente, sembrerebbero spettargli per questioni di dna.

Qui risolve la sfida contro il Torino all’87° inventandosi un gol per pochi eletti: quell’interno destro a giro sul secondo palo è sinonimo di talento docg since ’90s. L’esultanza di chi sa di essere forte un po’ meno.

In conclusione, l’ennesima annata iniziata – e conclusa – sotto le ombre di turbolenze e disagi messi in piazza via social alla prima occasione utile, si è rivelata la migliore di un talento evidente, forse troppo forte per essere confinato all’autoconsolatorio ruolo di eterna promessa. E l’estate in corso ci sta regalando il solito, logoro copione: strappo con la società, manifesta voglia di cambiare casacca, isolamento con il proprio entourage, tifosi sul piede di guerra, interessi concreti – Inter e Juventus – e potenziali che sbucano da ogni latitudine d’Europa. E proprio l’Inter, su iniziativa di Spalletti, sembra essere il club destinato ad accogliere Keita, una pedina che nel sistema spallettiano potrebbe ricoprire il ruolo di vera arma tattica: pronto a ribaltare il campo con rapidità, creare superiorità e attaccare lo spazio dietro la prima linea di pressione.

In definitiva, sembra davvero essere arrivato il turning-point decisivo per un giocatore a tratti irresistibile e per un ragazzo che si sente fortissimo, ma che, ancora una volta, dovrà dimostrare di valere la sua autostima. Magari scendendo a patti con la sua natura e portando a compimento un processo di maturazione troppo spesso rimandato, mettendo finalmente da parte irrequietudini e ribellioni senza una causa.