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“Guardo le partite e vedo ragazzi che vanno nel panico quando hanno la palla. Io posso rimanere tranquillo, perché so quello che voglio fare prima che la palla mi arrivi”. (Dimitar Berbatov)

Dimitar Berbatov nasce il 30 gennaio 1981 a Blagoevgrad. Probabile che il curioso mix di influssi diversi di cui è permeato il suo calcio (uso il presente perché è svincolato, e in teoria gioca ancora) lo si debba in parte al dna della sua città d’origine – situata tra mar Egeo, la pianura danubiana e il bacino del fiume Strimone – nei secoli terra di conquista tanto per i romani quanto per gli slavi e i turchi-ottomani. Insomma, una discreta mixitè di input culturali, che è riscontrabile tanto nel carattere degli schivi abitanti dell’antica Gorna Džumaja quanto nelle loro attività.

Detto questo, come sia nata una dinastia così nobile di calciatori – iniziata dal nonno omonimo, ex giocatore dello Struma, e proseguita col padre John (ex CSKA Sofia) prima di Dimitar – all’ombra della catena montuosa del Pirin e in mezzo a una terra economicamente devastata dai lasciti sovietici, rimane sostanzialmente un mistero. La favola dei Berbatov purtroppo non ha toccato anche il fratello minore Asen, finito in carcere dal 2013 al 2016 per spaccio di cocaina e precedentemente balzato agli onori delle cronache per un mai chiarito caso di rapimento, che pareva coinvolgere la malavita bulgara.E pensare che la carriera di Dimitar avrebbe potuto tranquillamente prendere un’altra direzione: influenzato dalla madre Margarita, ex campionessa di pallamano, Berbatov ha fatto di tutto in gioventù, tranne che giocare a calcio: fino alla seconda media ha praticato salto in alto e salto in lungo, sdegnando col suo tipico fare un po’ sbruffone à-la Ibrahimovic chiunque lo consigliasse di praticare quel gioco cui sembrava destinato e che ha abbracciato soltanto nel 1993, quando si è unito alle giovanili del Pirin. Da quel momento l’ascesa è stata quella tipica di un predestinato che nasce in un paese calcisticamente arretrato: top-team nazionale (CSKA Sofia) a 17 anni, squadra giovane con visibilità in un buon campionato (Bayer Leverkusen) a 20 anni e infine squadra eccellente e top club – rispettivamente Tottenham e Manchester United – a 25 e 27 anni.

Fili conduttori nelle varie tappe: la classe cristallina, una relativa lentezza nei movimenti bilanciata dal talento, e soprattutto i gol. Tanti: sono circa 260 in 18 anni da professionista (di cui 80 in Nazionale), e spesso molto belli. Guardando giocare Dimitar Berbatov si nota subito come si tratti di un centravanti atipico, per caratteristiche di base e approccio al gioco. Da un lato appare come un giocatore evidentemente dotato sotto alcuni aspetti: gioca a testa alta, si muove su ampie porzioni di campo, è preciso sia con l’interno che con l’esterno del piede e tocca la palla con raffinata naturalezza, tanto da permettersi una serie di caratteristici colpi ad effetto, soprattutto col pallone a mezz’aria.

Il suo valore per la squadra, infatti, non è nel presidio dell’area di rigore e nella capacità di fare reparto da solo attirando su di sé le attenzioni dei difensori, quanto nella capacità di muoversi per trovare metri di campo in cui “respirare” e poter proporre il suo calcio: sponde, triangolazioni strette e soprattutto rapidi affondi negli spazi creati tra le linee avversarie. Appare così evidente come il calcio inglese, fatto di ritmo intenso, distanze spesso caotiche tra reparti e rapidi ribaltamenti di campo, sia stato un ottimo palcoscenico per le sue caratteristiche.

Non è inoltre un caso che la sua consacrazione definitiva sia avvenuta proprio nel periodo di Manchester: è il gioco attento e verticale di Alex Ferguson, gestito da giocatori di grande qualità, che gli ha permesso di assurgere al ruolo di protagonista del calcio europeo.

Nei suoi gol lo vediamo spesso arrivare da dietro come un falco in picchiata, o allargarsi sulla fascia facendo perdere le proprie tracce al diretto marcatore per poi tagliare verso la porta e concludere a rete con la consueta precisione. Ma ciò che davvero colpisce di Berbatov, e che lo rende un giocatore in un certo modo speciale, è la sua estrema confidenza quando il pallone fluttua a mezz’aria.

Una skill che risulta addirittura esasperata in certe situazioni, tanto da giustificare l’impressione che in quei momenti di gioco a Berbatov non importi più di tanto segnare o semplicemente “fare la cosa giusta” per il conseguimento dell’obiettivo, quanto tirare fuori dal proprio cilindro il colpo che più lo aggrada. Come se si trattasse di un artista d’avanguardia con la mission di spostare i limiti un po’ più avanti.

Per mettere a fuoco questa sua particolare inclinazione abbiamo selezionato una Top 5 dei gol di uno dei centravanti più eleganti e sui generis dei tempi moderni. Uno che fuori dal terreno di gioco ha imparato l’inglese guardando ad oltranza “Il Padrino” in lingua originale, che dipinge quadri nel tempo libero, che si permette di preferire il Fulham alla migliore squadra d’Italia ma – soprattutto – che ha insegnato calcio per anni, professando uno stile del tutto personale

5) VS Wigan Athletic: l’imprevedibilità della scelta

Oltre all’evidente deficit dell’attenzione di cui soffrono da sempre (e a questo punto temo irrimediabilmente) molti difensori della Premier League, notiamo come, dopo aver tagliato nello spazio ed essersi trovato davanti al portiere in ottima posizione per battere di prima intenzione senza esitazioni, a Berbatov venga in mente di optare per un rischioso pallonetto effettuato col primo tocco a scavalcare il portiere e, mantenendo un difficile equilibrio con lo sguardo rivolto al cielo, infilare dolcemente in porta senza far toccare terra al pallone.

Non è la cosa più semplice e diretta da fare quando un attaccante è in quella situazione, perché aggiunge movimenti e “ruba” secondi preziosi alla conclusione a rete, ma proprio per questo l’azione corrobora la tesi di un Berbatov capace di ragionare attraverso schemi diversi rispetto a quelli comuni alla grande maggioranza dei centravanti.

4) VS Nizza: A beach-soccer player

Qui si può notare tutta la disinvoltura e la confidence con cui Berbatov pensa e si muove quando ha la palla in controllo ad una certa altezza: da posizione defilata dentro l’area di rigore, controlla uno spiovente in scioltezza grazie al tocco delicato del suo collo destro, e con freddezza guarda prima dentro e poi il portiere, infilandolo senza esitare ulteriormente con un lob d’esterno che va ad insaccarsi in uno spicchio di porta davvero ristretto.

Trovandosi nel suo habitat naturale, sceglie ancora una volta una soluzione inconsueta e fuori dalle rigide logiche della razionalità, con la tranquillità con cui Cassano entra al bar la mattina per fare colazione, scegliendo la soluzione che più lo ispira al momento e con la stessa leggerezza con cui il barese potrebbe preferire una brioche alla crema anziché una senza ripieno.

3) Vs Roma: Se mi rilasso, (non) collasso

Nel caso del gol all’Olimpico risulta evidente come Dimitar entri in questa modalità di pensiero quando sente di poter “respirare”, ovvero quando ha lo spazio necessario per poter creare quello che vuole. Il difensore della Roma, Dellas, è passivo e sembra passare di lì per caso, mentre il bulgaro, spalle alla porta e a pochi metri dal portiere, alza la palla di prima intenzione sullo stop – anche i grandi attaccanti cercherebbero la giocata con la palla a terra in una situazione di gioco come questa, almeno normalmente – per poi scavalcare il proprio marcatore con un sombrero e ripetersi con il portiere.

Il primo tocco del bulgaro, che condiziona l’intera giocata successiva, è l’equivalente della panna montata sulle fragole.

2) VS Liverpool: un vero centravanti?

Splendido gol, ovviamente. Quando la palla è in aria e c’è spazio, non importa se Berbatov ha le spalle voltate alla porta o se guarda dritto verso il portiere, la confidence è sempre la stessa, e in questo caso si inventa una rovesciata atipica: eseguita d’istinto e senza sforbiciare, in modo da rubare il tempo e lo spazio ai tre avversari che lo circondano. Berbatov vede e sente la porta anche di spalle: come i veri centravanti. Almeno in questo caso.

1) VS Blackburn: From Bulgaria with love

Questo è, a mio parere, il gol migliore del lotto. Perché è l’unico in cui l’attaccante non si trova comodamente distante dal diretto marcatore ma, anzi, il difensore lo sta aggredendo. Il controllo è perfetto ed effettuato quasi in controtempo, la palla schizza in su ma Berbatov si gira in modo fulmineo per colpire a rete con pulizia e precisione. Ancora una volta si nota come Berbatov materializzi un colpo inconsueto e insieme spettacolare, ma stavolta le condizioni esterne – velocità del passaggio e azione del difensore – non sarebbero favorevoli per la riuscita del numero ad effetto. Che, al contrario, inesorabilmente riesce.

Si può concludere evidenziando come una certa modalità di gioco emerga in Berbatov nell’esatto momento in cui certe condizioni esterne si verificano: come uno di quegli animali esotici che sa perfettamente adattarsi a bruschi cambiamenti climatici; l’ultimo gol, invece, dimostra che alcune giocate fuori dal tipico schema mentale del centravanti d’area, si possano manifestare con successo anche in situazioni di gioco sfavorevoli.

C’è stato un momento storico in cui sembrava che Berbatov potesse sbarcare in Italia, si può azzardare che le difese strutturate e le fasi difensive metodiche della Serie A non sembravano costituire l’habitat ideale per i numeri ad effetto del bulgaro. Che, però, rimane un campione sottovalutato in rapporto ad alcuni fondamentali nobili del gioco: come tecnica di base, controllo orientato ed elaborazione di sofisticate soluzioni-killer in rapporto a tempo e spazio.

Articolo scritto con la collaborazione di Cosimo Senzani.