Avete presente la sensazione di imbarazzo e sconcerto che pervade l’animo nell’assistere ad un comico che semplicemente non fa ridere? È una sensazione che mi ha sempre affascinato particolarmente: perché provare tanto turbamento per una persona che non conosco, nella quale mi sono imbattuto solo per fare zapping o come sottofondo all’altrimenti assordante silenzio delle attività solitarie? Sono poche le cose che mi mettono tanto disagio al solo osservarle: la ragazza che alla Ghigliottina de “L’Eredità” scrisse una parola che era già tra quelle date come indizi, gli stati di Facebook di sette anni fa, i difensori famosi brutalizzati di fronte al mondo da quelle giocate che al calcetto settimanale produrrebbero guerre intestine e crisi di nervi.

Non potendo, e soprattutto non volendo, immergermi nelle pagine più tristi dell’intrattenimento italiano allo scopo di redigere una classifica dei comici che non fanno ridere, ho scelto di ripiegare su una Top 10, fresca ed estiva, dei gol propiziati da un guizzo individuale tale da farci provare una certa costernazione nel vedere la débacle pubblica di un difensore, e ho deciso di definirla in questo modo – “fresca ed estiva” – perché è una formula che in estate sembra riscuotere successo. Però potete leggerla dove vi pare.

Il metodo di selezione della Top 10 è ovviamente rigoroso: quelli che mi sono venuti in mente. Ma uno straccio di regola c’è eccome: niente campionati, quindi si parla di giocate che, in larga parte, valgono un “in or out” o addirittura decisive per sollevare un trofeo; solo club, competizioni importanti e difensori di rilievo più o meno internazionale, non macchiatisi di colpe marchiane nelle reti di cui sotto. Scordatevi quindi Hachim Mastour che dribbla in pantofole la formazione Allievi B dell’Albinoleffe, salta il portiere e sulla linea di porta diventa un guru dei gameplay prima di sdraiarsi e segnare di testa.

Insomma una classifica assolutamente aleatoria, raffazzonata, approssimativa, un po’ come i ritornelli che non possiamo fare a meno di canticchiare in estate.

10°: CRISTIANO RONALDO vs JOEL MATIP (2014)

Importanza: 6

Irriverenza: 7.5

Responsabilità difensore: 35%

Il gol del 3-0 in un match di andata degli ottavi di finale di Champions League a Gelsenkirchen vinto poi 6-1 sullo Schalke 04 con una facilità disarmante. Nel primo tempo di questa partita CR7 cerca di segnare in tutti i modi, compresa al volo la possibilità della goleada contro un avversario che più accondiscendente non si può, sparando centosessantasette volte sullo stoico Fahrmann; al 7′ della ripresa poi riceve un pallone sul centro-sinistra, si disinteressa di tutto e tutti, con la rassegnata compiacenza dei compagni, punta Matip con un dribbling farraginoso ma di una potenza incredibile e lo guarda accartocciarsi su se stesso prima di spaccare la porta di mancino.

Poi, come al solito, esulta in modo cafone e arrogante come quei rapper piacioni che garbano alle ragazzine. Solamente che alla fine del torneo lo avrà fatto per diciassette volte, sbriciolando ogni record e consegnando la décima al Real di Ancelotti; a giugno il suo Portogallo farà molto male ma Ronaldo era pronto eccome a “fare il delirio al Maracana”. Per info chiedere a Matip.

 

9°: LIONEL MESSI vs RAUL ALBIOL (2011)

Importanza: 8.5

Irriverenza: 6

Responsabilità difensore: 30%

Il 27 Aprile 2011 si giocava la semifinale di andata di Champions League tra Real Madrid e Barcellona, una delle sfide più catartiche degli ultimi anni: il Barça era una specie di mostro finale, un Bowser a guardia dell’ossessione madridista per l’agognata décima. Era per tutti una finale anticipata, con il Real di nuovo in semifinale, dopo anni di disfatte, grazie alla cura mourinhana, capace di esacerbare ai massimi la sempiterna rivalità tra merengues e culés. Uno dei picchi della politica isolazionista dello Special One in riva al Manzanarre si verificò proprio in seguito a questa partita, con il suo celebre ¿Por què? ¿Por qué Ovrebo? ¿Por qué Busacca? ¿Por qué De Bleeckere?.

In effetti al Bernabéu quella sera l’arbitraggio fu abbastanza accomodante con la squadra di Guardiola, probabilmente alla sua miglior versione di sempre dopo aver ripudiato l’esperienza Ibrahimovic per scendere a patti con l’egotismo di Leo Messi, il quale emerse prepotentemente per spezzare l’equilibrio di quella semifinale a partire dal 76′, una volta espulso il suo carceriere Pepe.

Nel giro di dieci minuti, prima Messi coglie lo spunto di un luogotenente fidato come Afellay e mette la palla tra le gambe di Casillas, poi sfoga la sua superiorità calcistica in una di quelle azioni paradigmatiche del messismo, delle quali però sei anni fa ancora sapevamo stupirci di tanto in tanto: a centrocampo fa un uno-due con Busquets in cui Busquets potrebbe essere tranquillamente sostituito da un oggetto inanimato, sul quale Leo fa rimbalzare il pallone giusto per non sprecare tempo nel dribblare uno come Lassana Diarra (il quale peraltro veste una maglia numero 10 che, accanto a quella blaugrana, produce lo stesso effetto grottesco di Schwarzenegger e De Vito nella locandina de “I Gemelli”), incrocia per un istante Sergio Ramos, che sembra quasi tenersene alla larga memore di una brutta esperienza contro Ronaldinho in un Clásico di anni prima, quindi c’è Raúl Albiol, fresco campione del mondo.

Albiol si scompone in un esercizio contorsionistico, mette la gamba destra al posto della sinistra apparendo come una porta girevole attraversata così velocemente da ritornare alla posizione di partenza senza che nessuno se ne accorga; nel momento in cui Messi è passato e si è involato in porta, all’attuale difensore del Napoli non resta che i capelli scompigliati dal vento. Alla fine della partita, Mourinho risponderà “Sì” alla domanda di un giornalista se il Madrid fosse ormai eliminato dalla Champions, nonostante 90′ ancora da giocare: non sarà lui l’uomo giusto per superare la grande Obsesión dei blancos.

 

8°: JAVIER PASTORE vs FRANK LAMPARD (2014)

Importanza: 6.5

Irriverenza: 8

Responsabilità difensore: 40%

El Flaco è un animale strano, una carriera quasi anonima, un giocatore di cui magari ti scordi anche se devi recitare l’undici base del Paris Saint-Germain da qualche anno a questa parte; difficile dare un giudizio sulla sua carriera, ancora giovane nonostante i suoi 28 anni sembrino rimandarlo ad un’altra epoca calcistica. Nel 2015 Eric Cantona lo definì il miglior giocatore al mondo: arduo capire quanto di provocatorio ci sia in ogni singola parola di King Eric, ma forse egli aveva ben’impresso in mente il gol segnato da Pastore nei quarti di finale della precedente Champions League.

Pastore aveva conquistato Parigi nel quasi biennio sotto la guida di Ancelotti, uno che negli anni precedenti aveva messo il mondo ai piedi dello stampo di Javier: nel 2012, ad appena un anno dal suo arrivo e solo 23enne, uscì una biografia scritta da un giornalista de L’Équipe intitolata “Il fenomeno Pastore”. La città era ai suoi piedi e la coppia con Ibra prometteva di diventare un cult. L’arrivo di Blanc cambia le carte in tavola, Pastore gioca ma non è più centrale, tatticamente, tecnicamente ed emotivamente. Nella stagione 2013-14 non vede mai la porta, costretto a destreggiarsi defilato come quando Zenga non lo capiva; il PSG sembra molto ispirato, fa un sol boccone del Leverkusen agli ottavi e ai quarti incrocia il Chelsea per puntare alla prima, storica semifinale europea della gestione petrolifera.

Pastore, solo due volte titolare nel torneo, entra all’85’ sul 2-1 per i parigini, sbuffa e verosimilmente pensa i peggiori improperi verso il tecnico ma al 93′ riceve un fallo laterale sulla fascia destra, ci sarebbe da proteggere il pallone alla bandierina e andare a difendere il risultato nella tana dei Blues, ma Pastore è un fantasista sudamericano nella città più esteta del pianeta, in più è incazzato nero: passa in mezzo a tre avversari, fa svenire Azpilicueta sulla linea di fondo e, senza mai dare la reale impressione di accelerare, umilia Lampard, che difensore non è e si vede, intento a chiudere le gambe e non far passare il pallone a costo di far accentrare Pastore, spietato nell’irridere anche Cech sul suo palo.

Al ritorno passerà il Chelsea nella maniera di Mourinho, ma quello successo a Parigi è sembrato una sorte di requiem alla brigata storica dei Cech, Terry (rivedibile sul gran gol di Lavezzi) e, soprattutto, Lampard, le bandiere che hanno sventolato di più dalle parti di Stamford Bridge.

 

7°: KEVIN-PRINCE BOATENG vs ERIC ABIDAL (2011)

Importanza: 6

Irriverenza: 8

Responsabilità difensore: 15%

La stagione 2011-12 è stata assolutamente la stagione di Kevin-Prince Boateng, in qualche modo una sineddoche di quel Milan che sembrava promettere un nuovo ciclo di vittorie per poi incagliarsi nella spending review del 2012 e, a margine, risucchiare nel vortice di mediocrità gente che preannunciava fuoco e fiamme. Emblematico come, proprio in quella stagione, i rossoneri escano tra gli applausi in quattro confronti su quattro con l’ultimo Barcellona di Guardiola, già leggermente imbolsito dal quadriennio magico, ma alla fine non ottengano neppure una vittoria e si debbano accontentare dei gol leggendari di Pato e Boateng.

Il ghanese passa in infermeria buona parte della stagione, ma è tirato a lucido in tutte le grandi occasioni, per esempio viene recuperato in extremis per l’Arsenal e la sblocca con una rete meravigliosa. È anche la stagione della tripletta al sapor di rimonta contro il Lecce e del gol epico contro il Barcellona durante la fase a gironi, round numero due stagionale dell’infinito duello Milan di Allegri versus Barça. Al 54′ è una partita strana, in cui le due difese, nonostante i nomi in campo, non la stanno prendendo praticamente mai, le squadre sprecano molto e i blaugrana sono avanti 2-1 grazie ad un rigore che dice molto sulla fama del Barcellona olimpico di quegli anni, fatto ribattere due volte a Messi per via di una prima esecuzione grossolanamente irregolare; a quel punto, Boateng è già nettamente il migliore in campo, imprendibile nel primo tempo, aveva anche offerto a Robinho una chance a porta vuota da infilare nel carnet di errori a specchio sguarnito del brasiliano.

Quindi al 9′ della ripresa, il Milan la butta sulla guerra aerea, Mascherano colpisce come viene pur di non farla arrivare a Ibra, raccoglie Boateng, il quale in mezzo secondo fa una di quelle cose che pensi sempre di poter fare in partitella con gli amici ma poi non ti viene da provarci nella fugacità di un’azione. Il malcapitato è Abidal, guarito da pochi mesi da un tumore al fegato, nella fase calante della carriera, per carità, ma qua davvero c’entra poco o niente. Proprio come faremmo noi a calcetto con gli amici, KPB, già gasato dal numero che potrebbe valergli qualche birra offerta a fronte di un’inimicizia perpetua presso gli avversari del campetto, tira malissimo, ma Victor Valdés interviene in maniera inguardabile affinché si compia l’ineffabile disegno di un giocatore che qua compie, agli occhi della comunità pallonara internazionale, la trasformazione da brutto mediano anatroccolo che rompe Ballack a splendido cigno incompiuto come Katy Perry nel suo video.

 

6°: DIEGO MILITO vs DANIEL VAN BUYTEN (2010)

Importanza: 9.5

Irriverenza: 7

Responsabilità difensore: 50%

Il 22 maggio 2010 non è una data comune per i tifosi interisti, probabilmente non c’è fotogramma di quella partita che non si ricorderanno alla perfezione, ma uno in particolare è valso il sesto posto di questa prestigiosa classifica al Principe Milito nella sua serata magica. Premessa: il Milito di quella stagione è un’esperienza unica, di quelle che capitano quando tutti i pianeti si allineano intorno ad un giocatore fortissimo ma ancora alla ricerca della meritata consacrazione, ma quello della notte di Madrid è uno show impressionante.

È lui che nel primo tempo segna il gol dell’1-0, in un momento che sembrava più propizio al Bayern Monaco, servito da Sneijder, ed è lui che poco dopo ricambia il favore all’olandese mettendolo a tu per tu con Butt con un assist che apparterrebbe ad un’altra parrocchia calcistica. A 20′ dalla fine i bavaresi non sembrano così forti da poter invertire l’oroscopo dell’Inter del Triplete, eppure con Müller e Robben fanno tremare eccome nella ripresa.

A chiudere tutto ci pensa Milito con un’azione personale a concludere un contropiede da manuale: riceve da Eto’o sulla sinistra, non è la sua posizione ma l’andamento della partita lo sta portando là spesso, forse il Bayern Monaco ha calcolato di poterlo limitare defilato rispetto alla porta, ma non avevano messo in conto lo strapotere di quel Milito di fronte alla – contingente – goffaggine di Van Buyten. Movimento, conduzione, pausa, finta, tiro: è tutto perfetto, un compendio su come sarebbe noioso il calcio se tutti facessero le cose così bene. Il difensore belga di fronte a lui fa una figura tale che, nell’immaginario, la sua presenza nell’élite europea pare più insensata del ritornello di Aserejé, ma in quel momento non si poteva proprio negoziare con Diego Alberto Milito, un attaccante “di provincia” che nel 2010 aveva deciso che i tifosi nerazzurri non si sarebbero mai scordati di lui, di ogni sua abitudine come la finta sul destro e sterzata.

 

5°: LUIS SUAREZ vs DAVID LUIZ (2015)

Importanza: 6.5

Irriverenza: 9.5

Responsabilità difensore: 45%

Quando si giunse ai quarti di finale della Champions League 2014-15 il Barcellona di Luis Enrique era ancora visto con un briciolo di sufficienza: i malumori della prima parte di stagione erano stati superati, la quadra era stata trovata ormai da mesi, i segnali di una convivenza letale per Neymar, Messi e l’ultimo arrivato Suárez erano giunti soprattutto dagli ottavi di finale contro il City, ma ancora mancavamo quelle conferme che sarebbero arrivate impetuose in tutti i turni successivi, travolgendo in sequenza PSG, Bayern e Juventus. Il confronto di andata a Parigi aveva tutta l’aria di essere equilibratissimo, anche in virtù del fatto che la squadra di Blanc aveva già sconfitto il Barça nel girone; ad aprile la fase di rodaggio però era finita da un pezzo ed è stato tutto chiaro già dopo pochi minuti.

La truppa di Lucho va in vantaggio con Ney, poi gestisce, controlla ma domina emotivamente la gara, finché non decide di spazzare via gli avversari come faceva il Grande Torino quando Mazzola si rimboccava letteralmente le maniche. Al 67′ Suárez fa un tunnel a David Luiz sulla destra, dribbla Marquinhos in area e raddoppia: capolavoro, cose che si fanno una volta in carriera su questi palcoscenici. Non esattamente: al 75′ Suárez riceve da Jordi Alba, chiude con Rakitic un uno-due che fa muovere Cabaye come un randagio con una salsiccia sopra la testa, fa un altro tunnel imbarazzantemente semplice a David Luiz e poi piazza all’incrocio, senza colpo ferire.

Mi vengono in mente poche, pochissime, azioni in cui una squadra così forte sembra sul punto di chiedere all’avversario di mescolare le squadre. L’atteggiamento indolente di David Luiz dice molto sul suo calcio: non insegue l’avversario, non si arrabbia di fronte agli otto minuti che manderebbero qualsiasi difensore centrale del mondo in psicoterapia per anni. La sua espressione dice please don’t go finché, successo l’inevitabile, sembra quasi approvare il genio altrui.

 

4°: GARETH BALE vs MARC BARTRA (2014)

Importanza: 9.5

Irriverenza: 6.5

Responsabilità difensore: 30%

È l’unica deroga di questa classifica alla dittatura della Champions League. Niente di scientifico, ma solo per ribadire quanto sia arbitraria questa Top Ten (“estiva”, così si dice). A questa rete però non sapevo proprio rinunciare; forse il più grande esempio di pura vessazione nei confronti di un difensore negli ultimi anni, un ragazzo che a 23 anni si è visto marchiare sulla pelle un’umiliazione che probabilmente neanche avrebbe potuto evitare. La cosa più crudele? In quella che doveva essere la sua serata.

Si tratta della finale di Coppa del Re 2014: il più scialbo Barça degli ultimi anni ci arriva all’indomani dell’eliminazione in Champions, il che rende la “coppetta” non solo l’ennesimo braccio di ferro con i rivali di sempre ma anche l’occasione di sventare un inquietante “zero titoli” stagionale. Il Real di Ancelotti invece fa le prove per la décima con Ronaldo indisponibile in tribuna. Il dominio dei blancos è pressoché totale, la partita è un monologo. Gareth Bale, alla prima stagione madrilena, è scatenato, svaria partendo da sinistra come ai vecchi tempi, senza l’ingombro statuario di Ronaldo.

Al 67′ il Real Madrid, già in vantaggio con Di Maria dopo pochi minuti, raddoppia proprio con il gallese, ma il gol non viene, giustamente, convalidato. Sul ribaltamento di fronte il Barcellona, pericoloso sinora solo con Bartra dalla lunga distanza pochi minuti prima, trova il pareggio proprio con il giovane difensore, dimenticato dalla difesa di Carletto. Bartra è alle prese con la sua stagione più importante: mai aveva trovato tanto minutaggio come con Martino. Le prestazioni sono altalenanti e, come si dice da anni dalle parti della Masía, il ragazzo ha doti tecniche importantissime ma deve ancora farsi le ossa.

Ecco, quello che succede all’85’ probabilmente gliele ha sbriciolate per sempre le ossa, almeno con quella maglia: Bale riceve sulla linea laterale sinistra esattamente all’altezza del centrocampo, calcia il pallone avanti e lo riprende quando è davanti alla porta. Semplicemente. Non si capisce precisamente cos’altro avrebbe dovuto fare Bartra, eppure la sensazione è che qualcos’altro dovesse fare: forse doveva entrare duro, non doveva temporeggiare nell’uscita, doveva erigere un muro di mattoni in tempo record nell’istante in cui Bale è uscito dal campo senza conoscere la scorciatoia. L’errore di Marc alla fine è stato tentare di “negoziare” con il talento di Bale, assecondarne il folle piano: pensava fosse un essere umano, invece era la locomotiva cantata da Guccini. Bale era una tigre quella sera, Bartra un timido chihuahua cresciuto nella borsetta di un’ereditiera: ha strillato ed ha ricacciato l’ululato in gola nel medesimo momento.

 

3°: AMANTINO MANCINI vs ANTHONY REVEILLERE (2007)

Importanza: 6.5

Irriverenza: 8.5

Responsabilità difensore: 20%

 

L’intuizione è di Fabio Capello: il suo fidato Franco Baldini ha notato un esterno brasiliano dal gol facile e dalle movenze suadenti, nasce terzino ma può fare la differenza diversi metri più avanti, ha i fianchi larghi e tocca sempre il pallone con l’esterno del piede, quindi per ora lo lasciamo in prestito al Venezia, in Serie B. Solo che al Venezia gioca poco e non segna mai. Un buco nell’acqua? No, perché Don Fabio lo lancia subito titolare per la sorpresa di tutti e lo rende una delle ali più estrose del nostro campionato.

Dopo due stagioni arriva Spalletti: senza il suo mentore, potrebbe essere la fine ma con Luciano si trova forse ancora meglio, più decisivo ed essenziale. Nel 2006/07 è ormai uno degli esterni più interessanti in Europa: all’estero se ne accorgono durante gli ottavi di finale, quando la Roma deve vincere in casa del Lione per tornare dopo 23 anni tra le prime otto del continente. Se non è un’impresa poco ci manca: i francesi hanno preceduto il Real nel proprio gruppo, i giallorossi hanno annaspato in un girone soft. Allo Stade Gerland, però, è una delle più belle rome in formato europeo e nel primo tempo arrivano addirittura tre gol: il primo incomprensibilmente annullato, il secondo del capitano e il terzo semplicemente leggendario.

Taddei, lanciato in contropiede, viene rimontato da un Abidal al suo prime, deve scaricare a Cassetti, che lancia benissimo cogliendo Mancini. 2 vs 2, può muoversi verso il centro e servire il compagno, ma quando le idee sono nell’aria la testa non si alza mai. La serie di doppi passi è impressionante e attira l’incolpevole Réveillère, senza che neanche se ne accorga, nel vortice di impotenza dell’area di rigore, dove non può più affondare il contrasto e può solo augurarsi che le gambe di Mancini si intreccino tra loro. Come ha fatto quel ragazzo dalle gambe basculanti a non diventare un top nel suo ruolo? Qualcuno dice amasse la vida loca.

 

2°: RICARDO KAKÀ vs PATRICE EVRA & GABRIEL HEINZE (2007)

Importanza: 8

Irriverenza: 9.5

Responsabilità difensore: 30%

La telecronaca di Compagnoni su Sky introduceva la sfida tra Manchester United e Milan, semifinale di andata di Champions League, come il confronto tra Kakà e Cristiano Ronaldo, i due numeri uno al mondo. Difficile ipotizzare in quel momento che proprio quella serata avrebbe praticamente consegnato a Kakà il Pallone d’Oro, impossibile credere che sarebbe stato l’ultimo Pallone d’Oro alieno alla diarchia Ronaldo-Messi. Il Milan non era la squadra più forte quell’anno, il suo cammino stava acquisendo di autorevolezza partita dopo partita, prodezza di Kakà dopo prodezza; lo United veniva da un 7-1 alla Roma e da queste parti la coppia Rooney-Ronaldo aveva assunto i connotati di un pauroso mostro a due teste capace di divorare qualsiasi avversario sino alla coppa.

In effetti ad Old Trafford contro i rossoneri fecero valere la propria legge, anche grazie alla complicità di Dida, eppure il proscenio fu di Kakà, autore del bellissimo momentaneo pareggio, bissato un quarto d’ora dopo, al 37′, con una giocata da antologia. Difficile spiegare cosa succeda mentre la regia fa ancora vedere un fallo in attacco di O’Shea, fatto sta che Kakà si ritrova completamente isolato, uno contro tutti, come Bud Spencer in una rissa senza Terence Hill.

Kakà vince un duello con Fletcher, fa un sombrero ad Heinze e, a questo punto, il copione che si materializza è in effetti quello delle più comuni scazzottate al saloon del cinema western, con la caccia all’uomo avventata e a casaccio, con Evra che arriva a mille all’ora per difendere il compagno e finisce per scontrarvicisi facendo la figura del pollo. La differenza è che il delicato tocco di testa del “Bambino” è al contempo più elegante ed incosciente di ogni ceffone di Bambino. Qualche mese dopo il pallone luccicante sarebbe arrivato a Kakà, ovvia conseguenza della coppa alzata a maggio, la consacrazione perpetua del talento immenso del brasiliano, la sua copa de la vida.

 

1°: LIONEL MESSI vs JEROME BOATENG (2015)

Importanza: 8

Irriverenza: 10

Responsabilità difensore: –%

Del Barcellona 2014-15 abbiamo in parte già parlato: quando si arriva alla semifinale di andata a Monaco di Baviera, la corazzata di Luis Enrique ambisce ormai ai gradi di favorita per la Champions, ma c’è da affrontare la favorita di partenza, il Bayern di Guardiola, che arriva falcidiato dagli infortuni. La partita rimane comunque in equilibrio per 77 minuti, poi i blaugrana trovano il meritato vantaggio con un gioiello di Messi. Se qualcosa abbiamo capito alla fine di questa classifica è che nelle serate giuste neanche il cielo è il limite per certi giocatori, che, assaggiato il sangue del nemico, possono fare il vuoto intorno nel giro di pochi minuti.

Così all’80’ Messi dipinge i poster da attaccare in camera di ogni appassionato: Schweinsteiger sbaglia un lancio e lascia sotto il tappeto la chiave del suo armadietto al centro sportivo, Messi riceve ma Boateng entra deciso in contrasto togliendogli la palla. Ecco, Messi, che negli ultimi 20 secondi ha perso due contrasti contro il difensore tedesco, non fa una piega, non accenna movimento, si limita a sonnecchiare nella stessa identica posizione in cui ha perso il pallone senza scendere a patti con quello che fanno gli altri ventuno in campo.

Esattamente dieci secondi e il pallone gli torna lì, dove sapeva lui, stavolta sa esattamente cosa fare e vessa Boateng con una finta impercettibile, che non si riesce neanche a intravedere. Boateng cade, forse in una voragine, in uno squarcio spazio-tempo, in una Loggia Nera per la quale non disponiamo di sufficienti mezzi razionali. Quindi pallonetto con il piede debole al portiere numero uno al mondo, che speranze avrebbe potuto avere il tentativo in rovesciata di Rafinha sulla linea? Non c’è una traccia di sforzo nell’azione di Leo, solo genialità, solo un universo che si prostra al suo annoiato volere, capace di “far cadere, giocare dolcemente, far muovere in modo strano”.