“Cuando el río sueña, agua lleva”. (Proverbio spagnolo)

Héctor Bellerín Moruno trasuda felicità quando parla, scrive sui social o viene intervistato, figuriamoci quando gioca. E perché non dovrebbe sorridere, il nuovo golden boy della fascia per il quale un mese fa Pep Guardiola è arrivato ad offrire 50 milioni di sterline? Viene da Badalona, ha 22 anni, guadagnerà 6 milioni all’anno fino al 2023, e soprattutto da quando è nato, si è sempre trovato al posto giusto nel momento giusto.

Insomma, Héctor Bellerin vive la vita che qualunque ragazzo della sua età vorrebbe vivere. Non bisogna però commettere l’errore di pensare che non si sia conquistato il suo status con umiltà e abnegazione.

Predestinato

Un modo di porsi aperto verso il mondo e in particolare verso compagni e tifosi, colto – studia marketing alla University of Pennsylvania nel periodo estivo – e soprattutto con i piedi ben piantati a terra. Anche se è tutto fuorché un anti-personaggio – non disdegna qualche apparizione come modello per un marchio di abbigliamento street – si sa pochissimo della sua vita extra calcistica, se non che mantiene frequentazioni popolari e un lifestyle sotto le righe votato a preservare le qualità di cui dispone.

Che non sono poche, anzi: attualmente Hector è di fatto il giocatore più veloce al mondo, visto che è riuscito a correre i 40 metri in soli 4,42 secondi, battendo i precedenti record dei Gunners: Thierry Henry (4,82) e Theo Walcott (4,43). Ma c’è dell’altro: Bellerin ha battuto anche il record del campionissimo Usain Bolt, famoso per la progressione più che per la partenza, ma comunque fermo a 4,64 secondi.

Bellerin è uno di quei rari giocatori che ha anche spiccate capacità tecniche di base, in confidenza con entrambi i piedi, ma soprattutto non ha pause mentali: costantemente attento in entrambe le fasi di gioco. Perfino troppo: con quei piedi Wenger gli chiede un maggior slancio offensivo – o che tenti la giocata più continuativamente -, anche a scapito di qualche leggerezza difensiva di troppo. Con scarso risultato: la disciplina tattica è parte integrante del DNA dell’esterno spagnolo.

Già, Bellerin è spagnolo. E non ci vuole un mago per capire che il suo non è che l’ultimo della serie dei classici scippi à-la Arsène Wenger ai danni di una cantera, quella blaugrana, a cui qualche anno fa ha depredato pure Cesc Fabregas. La polemica in Spagna va avanti da anni e non coinvolge soltanto il Barcellona, considerando che a molti top team sono stati scippati, oltre ai celebri Fabregas e Piqué, anche ottimi giocatori come Suso, Fran Merida e Denis Suarez.

E poco importa se quasi tutti sono successivamente rientrati alla casa madre: si tratta comunque di acquisti onerosi per giocatori che in teoria sono stati formati in casa e sarebbero stati in rosa a costo zero. Tema caldo che tocca soltanto di striscio l’Italia, visto che negli anni sono espatriati solo Gennaro Gattuso, Sam Dalla Bona, lo sfortunato Pepito Rossi e – per rimanere dalle parti dell’Emirates Stadium – Vito Mannone e il bust Arturo Lupoli.

“Ho passato a Barcellona tutta la mia vita, quindi è stato molto difficile lasciarla. Ma dopo aver valutato le cose ho scelto l’Arsenal: quando c’è una squadra che ti garantisce di poter giocare da subito con la prima squadra, e soprattutto in Premier League e con quel blasone, è assurdo dire no”.

Tornando all’evoluzione di Bellerin, va detto che fino al 2015 la sua carriera stentava a decollare. Le stimmate del predestinato probabilmente lo avevano frenato a livello mentale, visto che la deludente esperienza al Watford (le sole 8 presenze sono in parte giustificate dal fatto che aveva 19 anni) lo aveva oscurato anche ai radar della Nazionale Under 21. Di fatto la sliding door decisiva della sua carriera sono stati gli infortuni in serie patiti dai compagni ad inizio 2015. Al tempo Bellerin era vicino alla cessione in Premiership, visto che sulla fascia destra era la quarta scelta di Wenger dopo Jenkinson, Debuchy e Calum Chambers.

Il caso, però, ha voluto che lo stesso Jenkinson avesse ricevuto offerte più allettanti e che partisse in prestito al posto suo, mentre il francese (secondo alcuni preso nonostante l’età non giovanissima proprio per non tarpare le ali ai giovani terzini) e Calum hanno avuto la sfortuna di fermarsi – a poche ore dalla sfida contro il Borussia – a causa di una distorsione il primo e di una banale tonsillite il secondo. Come si dice: mors tua, vita mea; da quel gennaio l’ascesa di Hector è stata tanto repentina quanto rovinosa la caduta dei tre compagni. Semplicemente Hector non si è più fermato, giocando ad altissimi livelli più di 80 partite in un intervallo di tempo di 18 mesi.

Anche se Hector è già lanciato e Pedro invece sta ripartendo, provate a recuperare due metri in meno di un secondo a un giocatore rapido come l’ex Barca. Si sente pure il rumore del vento.

Padrone della fascia

La scuola calcistica spagnola, oltre ad essere di gran lunga la più vincente degli ultimi quindici anni, si conferma anche la più prolifica nello sfornare giovani talenti di successo. Queste due osservazioni sono entrambe importanti e potrebbero essere fatte, seppur in misura minore, pure per quella tedesca, che però non ha avuto lo stesso impatto dominante proprio del calcio spagnolo degli ultimi dieci anni, nonostante i numerosi successi ottenuti sia a livello di club che di squadre nazionali.

Quest’ultima, ispirandosi ai principi di gioco e ai metodi della prima – soprattutto nella cura sistematica dei settori giovanili, sia a livello locale che nazionale – ha prodotto anch’essa vittorie internazionali e una grande quantità di ottimi giocatori, senza però imporsi con la stessa dominanza propria del movimento spagnolo, che spicca per aver imposto sulla scena mondiale un nuovo modo di pensare e implementare calcio.

Hector con Steve Aoki.

Il fatto che un giovane calciatore di qualità provenga dalla scuola calcistica più vincente dell’era moderna, come nel caso di Bellerin, risulta essere un importante fattore di discriminazione al momento di formulare un giudizio sulle capacità dello stesso. Dopo soli tre anni “veri” di Premier League, l’ex-canterano del Barça si presenta infatti come un laterale destro di livello mondiale, con una maturità tecnico-tattica notevole, ma che non deve sorprendere visto l’ambiente in cui si è formato.

Ciò che spicca in modo particolare è infatti la sua costante propensione a pensare e muoversi come parte di un sistema e la capacità di leggere alla perfezione le diverse fasi di gioco, senza lasciarsi andare a sterili protagonismi né ad evidenti incertezze tattiche. È in questo senso che l’essersi formato in un contesto stabilmente caratterizzato da una chiara filosofia di gioco e da metodi condivisi in modo trasversale – “verticalmente” fra le varie annate del settore giovanile, ma anche “orizzontalmente” con le selezioni nazionali – ha fatto la differenza nella velocità di cui sopra, permettendogli di essere già pronto a soli 22 anni.

Stiamo infatti parlando di un giocatore che potrà sicuramente migliorare ancora ma che fin da ora si presenta come un “prodotto finito”, con qualità ben delineate e una cognizione tattica sviluppata. Al di là delle considerazioni generali, vale la pena tornare sulla caratteristica, come detto, che salta subito all’occhio: la spaventosa velocità di cui dispone. Sia in fase di accelerazione che di allungo Bellerin appare irresistibile, creando scompiglio quando attacca e realizzando recuperi al limite delle leggi della fisica quando si trova ad inseguire un attaccante lanciato in campo aperto. Alla grande rapidità, si aggiunge una qualità ancor più raffinata: la scelta dei tempi.

I suoi tackle vengono eseguiti a grande velocità, e solo apparentemente sono spericolati: Bellerin infatti interviene sul pallone con una precisione sbalorditiva e allo stesso tempo con alta spettacolarità. Questa capacità di prendere il tempo all’avversario è diventato un elemento distintivo anche quando si trova in possesso del pallone.

Bellerin è un laterale dalle spiccate doti offensive, ma non si distingue per le capacità funamboliche né per un’eccessiva propensione al dribbling o nel puntare l’avversario. Preferisce sempre scambiare con i compagni per poi affondare in velocità: in pratica, è una terrificante macchina da “superiorità numerica”. Nel momento in cui sceglie di attaccare direttamente l’uomo si nota, però, molta qualità, derivante dal tempismo accennato prima; tempismo grazie al quale spiazza letteralmente l’avversario – con uno spostamento di palla minimo -, per poi fargli mangiare la polvere con la sua accelerazione selvaggia.

La capacità di sbucare alle spalle della linea avversaria apparendo dal nulla alla massima velocità e con i tempi giusti. Spazio, tempo, eccetera eccetera…

Non esiste inoltre zona del campo in cui Bellerin non giochi a testa alta, comprese le fasi più delicate della manovra offensiva: cerca e trova spesso la triangolazione con i compagni per penetrare la difesa avversaria e una volta sul fondo riesce a rimanere disciplinato, cogliendo il compagno meglio piazzato, prediligendo spesso cross bassi e veloci all’indietro in modo da tagliare fuori la linea difensiva, che, una volta attaccata in velocità, tende a schiacciarsi verso l’area di porta.

Alle grandi doti fisiche, quindi, si accoppiano le caratteristiche d’eccellenza tipiche della scuola spagnola: la propensione al gioco organizzato, la capacità di prendere il tempo e lo spazio agli avversari piuttosto che reagire in base ad essi, e quella di mantenere l’attenzione sul pallone e su dove quest’ultimo finirà nello svolgimento dell’azione piuttosto che sui corpi di compagni o avversari. Quest’ultima attitudine è tipica del gioco di Bellerin in entrambe le fasi, quando ad esempio viene puntato uno contro uno dal diretto avversario e non si fa distrarre dalle finte di corpo così da non perdere il contatto visivo col pallone, oppure quando legge i movimenti delle linee offensive avversarie intercettando le traiettorie dei passaggi giocando sulle spaziature.

In sintesi: è l’abilità di leggere le manovre avversarie e di giocare sull’anticipo rubando spazi e tempi al giocatore marcato che ne fanno davvero un esterno d’élite, come il suo essere allenato a pensare in modo proattivo e corale in fase di possesso lo rende già adesso uno dei migliori laterali europei. Se crescerà in carisma e nella capacità di prendersi delle responsabilità maggiori all’interno del gioco di squadra, nei prossimi anni può certamente aspirare a raccogliere l’eredità degli ultimi top del ruolo, diventando un vero catalizzatore e potenziatore di gioco. E magari riuscire ad essere più decisivo in termini di gol, migliorando la sua scarsa capacità di concludere a rete.

Il tipico spunto di Bellerin che sfrutta i compagni come sponde, si muove in fast-forward, e poi tira fuori.

Tecnicamente parlando, a breve Hector potrebbe diventare il naturale erede e insieme l’upgrade di Dani Alves, con cui condivide anche la sottovalutata capacità di “vedere calcio”, perfettamente in linea con la tendenza del calcio di vertice europeo che vede nei terzini con queste abilità un’ulteriore fonte di gioco: dei veri e propri playmaker defilati. Quest’anno Wenger sembra essersi convinto a schierarlo più avanti e a liberarlo maggiormente dai compiti puramente difensivi. Insomma, è in atto l’ennesima trasformazione in un novello Gareth Bale, un esterno capace di essere padrone dell’intera fascia; anche se manca ancora qualcosa, come sostiene il tecnico alsaziano:

“È un ragazzo di personalità che se ne frega della pressione: è molto veloce ma deve ancora completarsi come finalizzatore. Inoltre, a volte gli manca qualcosa dietro quando giochiamo a 4. Ma si applica tantissimo: nel giro di qualche mese sarà perfetto”.

Infine qualche considerazione sul suo tiro: il tocco d’interno è già preciso (anche col sinistro), mentre latita quasi totalmente con l’esterno collo. Una soluzione raffinata e per pochi eletti, ma che ha fatto la fortuna di interpreti d’eccellenza come il sopracitato Alves e Maicon, fondamentale da padroneggiare per aumentare le chance di conclusione e rubare il tempo al diretto avversario stazionando sull’out destro. Insomma: ci sono ancora margini di miglioramento nel suo stile di gioco, soprattutto in fase offensiva dove 4 gol in 90 apparizioni appaiono come numeri troppo modesti.

In attesa della completa affermazione sia con l’Arsenal che con le Furie Rosse, ha già all’attivo la partecipazione agli ultimi Europei, ma da Bellerin ci si aspetta un ulteriore step: quello finale, che lo elevi al livello dei campioni del panorama europeo.

Scritto in collaborazione con Cosimo Senzani.