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Quando capita di avere un padre che è stato un grande calciatore, uno che non solo ha vinto di tutto, ma che ha contribuito ad irrobustire la sempreverde narrativa sul giocatore di carattere, “garra” e determinazione, arrivando ad essere una sorta di trasposizione in carne e ossa di tali concetti, la strada per l’affermazione rischia di essere seriamente minata da confronti e distorsioni, così come da cliché che riportano tutto alla dimensione paterna. Il caso di Giovanni Simeone e dell’eterno confronto col padre Diego, il Cholo e il Cholito, pare nascere su questo terreno accidentato, ma giungere ad un punto di svolta ormai definitivo.

Il recente passaggio di Simeone alla Fiorentina, infatti, rappresenta la ragionevole tappa di maturazione di un 22enne che appare più solido, determinato e sicuro della grande maggioranza dei coetanei e che, inserito in un contesto di medio livello, potrebbe finalmente aspirare a quella consacrazione personale che lo porterebbe ad affrancarsi dall’ingombrante legacy del padre. Una sorta di maledizione familiare che lo stesso Giovanni, pochi mesi fa, ha voluto stigmatizzare con fermezza:

“Cholito? No, sono solo Giovanni: uno che vuole sempre crescere e migliorare. Mi ispiro a Icardi, è lui il mio idolo, ho giocato con lui nell’Under 20 argentina. Spero di imitarlo: è giovane, è cresciuto tanto e finora ha fatto una grande carriera.”

E Giovanni Simeone sembra avere imboccato la strada giusta, quella che già in fase di presentazione in rossoblù non mancava di sottolineare con concetti legati al “miglioramento continuo” e a una “crescita fisica e tecnica”, come se si trattasse di un mantra da recitare in ogni occasione. Un pensiero legato a tutti quegli aspetti “allenabili” del calcio, che possa far registrare un aumento costante e tangibile del suo gioco. Dopo essersi trasferito a Genova la scorsa estate dal River Plate e aver infilato 13 gol stagionali in 37 presenze, Simeone Jr. potrebbe finalmente portare il suo talento e la sua condizione di giovane in cerca di consacrazione ad un livello definitivo proprio in una piazza esigente come Firenze.

Questione di spazi

Se c’è una qualità specifica che emerge più di altre nell’osservare Simeone in azione è quella dello smarcamento. Un’arte istintiva che il 9 argentino sembra possedere per questioni di natura genetica, ma è allo stesso tempo una di quelle abilità “allenabili” riportate precedentemente. In altre parole: una capacità innata, esaltata, però, dai princìpi di gioco di una squadra. Il Cholito, infatti, è un centravanti moderno, nato e cresciuto al River come esterno destro d’attacco in un 4-3-3, e solo successivamente convertitosi in prima punta grazie alla sua rapidità d’esecuzione e più in generale alle sue letture di gioco fuori dall’ordinario negli ultimi 30 metri di campo.

Quello strano animale che è il Cholito, infatti, è come se sentisse la presenza dei difensori e processasse all’istante la soluzione più efficace per sfilarsi dalla zona coperta in area, grazie a un dinamismo da ala e ad un fisico reattivo e scattante; ci sono situazioni di gioco in cui Simeone sembra mosso da un computer, come se fosse espressione diretta di una grande memoria RAM progettata per guadagnare la miglior posizione possibile negli ultimi 16 metri a discapito delle scalate difensive avversarie. Insomma, in alcune situazioni specifiche risulta davvero immarcabile. Ma non per quelle qualità che si attribuirebbero ad un nove “classico”, potenza e fisicità su tutte, bensì per un bagaglio di skills ben più diaboliche.

Un classico del Cholito: scarico rapido della palla verso l’esterno, finta di attaccare verticalmente il primo palo e spostamento nello spazio vuoto, sfilando tra i centrali, per ricevere il cross. Tempi perfetti e velocità d’esecuzione di un rapace.

Ma a differenza dei grandi interpreti d’area di rigore a cui siamo abituati a pensare, Simeone non è quel tipo di predatore d’area che cerca soltanto l’anticipo sul diretto avversario, bensì si muove come un serpente che ama aggirarsi intorno alla preda per colpire negli spazi vuoti: spesso si stacca dal proprio riferimento posizionale avversario per aggirarlo alle spalle smarcandosi grazie ad un’invidiabile scelta di tempo.

È raro, infatti, trovarlo in situazioni statiche o passive anche quando il campo a disposizione inevitabilmente si restringe. Ed è una caratteristica ascrivibile a quello che, forse, rimane il suo limite più evidente: non ama giocare palla al piede, mantiene il possesso solo se strettamente necessario, a meno che non si trovi in situazioni di campo aperto dove poter dare fondo al NOS che ha in dotazione nei quadricipiti.

Qui fa il bullo con mezzo Bologna, divorando frontalmente 70 metri di campo in conduzione con una forza animale e respingendo gli avversari come potrebbe fare un toro liberato per le strade di Pamplona. 

Dotato di una tecnica di base essenziale, scarna, spesso cerca di costruire l’azione in maniera essenziale, quasi minimale, con appoggi e passaggi sul corto – eseguiti alla massima velocità – accompagnati da un moto perpetuo che lo fa sembrare una biglia impazzita alla ricerca di spazi da aggredire o aprire nell’ultimo terzo di campo.

Un modo di interpretare il ruolo che fornisce un notevole ventaglio di soluzioni ai propri compagni. Il Cholito, insomma, al di là di caratteristiche intrinseche da nove puro, rimane un giocatore di e per un sistema.

La filosofia-Pioli

Per questa ragione diventa ancora più importante intuire come Simeone possa immergersi nel sistema di Stefano Pioli. Il mister emiliano, nonostante un’allure rassicurante, placido e dimesso da forgotten man degno di un noir dei fratelli Coen, è in realtà un allenatore con una visione precisa del gioco. O almeno, non deroga da alcuni princìpi di base che ne hanno segnato la carriera – nel bene e nel male – nelle ultime esperienze contraddittorie tra Lazio ed Inter.

Quella di Pioli è una filosofia diretta, cementata su una fase di pressione portata in avanti con aggressività: si difende tutti, con reparti stretti e un baricentro medio alto, ma lo si fa in avanti, con coraggio. Si cerca costantemente l’attacco alla profondità, in un sistema verticale ed impaziente una volta riconquistato il possesso, che poggia principalmente sulle catene laterali e i triangoli tipici del 4-2-3-1 o del 4-3-3 – terzino/interno/ala – e attraverso i quali il più delle volte passano le fasi di costruzione bassa e uscita dalla pressione avversaria attraverso rapide risalite di campo. Concetti che abbisognano di giocatori adatti a questo tipo di richiesta, e in cui Giovanni Simeone appare come l’elemento ideale da porre in cima alla catena.

Una situazione tipica della proposta di Pioli: riconquista immediata del possesso difendendo in avanti con aggressività e portando grande densità in zona palla, sovraccarico della fascia, combinazione terzino/ala per il cross in area, presidiata da due o tre giocatori pronti a finalizzare. Il gol di Icardi può ricordare uno di Simeone per la meccanica con cui avviene.

Il suo dinamismo quasi sovrumano e la capacità di aprire gli spazi negli ultimi 30 metri per il trio di trequartisti alle sue spalle, soprattutto per un giocatore dalle letture posizionali perfette come Saponara, per un’ala dalle transizioni brucianti come Chiesa e per un centrocampista dinamico e dal buon tempo d’inserimento come Benassi, è l’elemento che può portare un beneficio collettivo ad una squadra completamente rinnovata, ringiovanita, ma oltremodo ricca di esordienti ed incognite per la Serie A, che ha acquisito in fisicità e verticalità, a discapito di palleggio, possesso ed ampiezza.

In sostanza, quello di Simeone appare come un set di movimenti e compiti di significativa importanza collettiva, che coinvolgono l’attaccante in più situazioni di gioco, oltre alla missione base: la finalizzazione. In questo senso, nonostante speculazioni su di una possibile convivenza con Babacar, il modulo con una sola punta centrale accompagnata da esterni dinamici e un trequartista associativo che sappia gettarsi negli spazi, appare come l’unico percorribile nel corso della stagione, insieme al 4-3-3.

Senza dimenticare l’arma più tagliente a disposizione: il colpo di testa in anticipo sui difensori, effettuato in qualsiasi condizione. Come nella gif sopra, dove trova l’unico spazio in mezzo a tre attorcigliandosi come un cobra con una torsione innaturale della schiena. In questo fondamentale rivive qualcosa del Cholo.

Il Cholito ha fin da subito sottolineato come la scelta di Firenze sia stata convinta e voluta, e di come Pioli abbia giocato un ruolo importante nell’approdo finale, atteso per quasi due mesi nonostante un accordo di mercato blindato da tempo e un contratto lunghissimo fino al 2022. Pioli ha così il suo terminale, quello che poteva essere Kalinic e che per caratteristiche tecniche e passività di gioco è destinato a non essere Babacar, l’elemento da cui passeranno buona parte delle fortune offensive di una stagione difficilmente prevedibile. Anche le amichevoli estive non hanno aiutato a decifrare la proposta del tecnico, sospeso tra giovanissimi aggregati per problemi numerici e seconde o terze scelte destinate alla panchina o al mercato, in uno scenario che talvolta ha fatto emergere un malcelato imbarazzo.

Quello a cui aggrapparsi, comunque, è il concetto-base del tecnico che – preso direttamente dalla tesi del Master di Coverciano di Pioli – recita“muoversi in continuazione in funzione del compagno in possesso palla, per dare sempre sostegno e appoggio in modo da offrire più possibilità allo sviluppo della manovra negli ultimi 30 metri”. Una visione che necessita di un attaccante dal dinamismo continuo, che effettui movimenti di ricezione, scarico e attacco dello spazio alle spalle dei difensori con i tempi giusti, in modo da allargare o allungare lo spazio attaccabile nella metà campo avversaria attraverso movimenti e passaggi effettuati quasi in simultanea.

L’altro lato della medaglia di intensità e determinazione: la perdita di lucidità nelle scelte. Contro l’Inter guida una transizione come se si trattasse di una valanga umana che va a schiantarsi il più forte possibile contro il muro di maglie nerazzurre, quando la scelta corretta sarebbe stata lo scarico a destra o a sinistra. Ci sono ancora molti margini di miglioramento.

Un sistema dove i tempi di gioco e il livello di intensità significano molto. Una filosofia scarnificata da sovrastrutture, e per certi aspetti opposta rispetto al calcio cerebrale proposto da Sousa. E dove un elemento come Simeone sembra calarsi perfettamente nell’interpretazione delle due fasi, anche se le statistiche ci segnalano ancora ampie zone da affinare nel suo stile di gioco, soprattutto in termini di pass accuracy (un modesto 66%), efficacia del possesso palla (soltanto 16 key passes e 2 assist) e più in generale nelle situazioni di gioco spalle alla porta.

Hungry like the wolf

Perché l’altra caratteristica evidente nell’osservare questo centravanti atipico all’opera è l’intensità con cui porta le giocate, la determinazione con cui affonda in area e la scaltrezza con cui riesce a muoversi assecondando ogni situazione offensiva.

“Io so che mio padre mi ha trasmesso la sua forza e la sua cattiveria, la sua voglia di vincere. Ma so che devo lavorare tantissimo per crescere e arrivare a quel livello”.

Per ogni paragone forzato figlio del rassicurante conformismo da luogo comune, a volte, però, esiste una base di verità. Quello che vuole ossessivamente accomunare Giovanni al padre Diego, fin dalla declinazione del soprannome, è senza dubbio costruito sulla sfera caratteriale del giovane argentino. Fin dagli esordi in un settore giovanile di eccellenza come quello del River, infatti, Simeone ha portato con sé un personale scudo con cui difendersi da paragoni ingombranti, aspettative e pressioni mediatiche costantemente giocate al rialzo.

Il carattere, e quella peculiare miscela di determinazione, umiltà, applicazione e sicurezza che in Sudamerica è spesso declinata con il termine garra. Un termine oltremodo abusato sui media nostrani e ormai, forse, perfino svuotato del significato originario ma che pare la perfetta sintesi lessicale dell’approccio al professionismo di Simeone Jr.

Argentino, centravanti con il numero 9, che esulta con questa ferocia dopo un gol alla Juventus. Si può chiedere di meglio a Firenze?

Affamato, combattivo, resistente. Ma soprattutto lucido e determinato nel saper leggere le situazioni di gioco, senza scordare una propensione naturale al sacrificio in funzione del collettivo: è uno dei migliori attaccanti in Serie A a saper portare il pressing offensivo, azionando quei pressing-triggers che chiamano all’azione l’intera squadra in fase di non possesso: altra fondamentale arma tattica nella messa in atto di un calcio intenso e verticale come quello di Pioli. Dopo anni di squadre dalla forte identità posizionale basata su possesso e palleggio, l’arrivo di Simeone può avere l’effetto di un’iniezione di adrenalina: uno shock, per risvegliare una piazza agitata da dubbi e incertezze.

Il Cholito, insomma, appare come uno di quei giovani molto più maturi dell’età effettiva, sia in campo che fuori. Un 22enne per difetto, che dimostra una serietà già acquisita attraverso una crescita tecnica progressiva e un imprinting caratteriale che inevitabilmente deve qualcosa al padre.

“Gio è ultra esigente, cresce velocemente, un vero professionista e con quell’atteggiamento è impossibile non crescere. Aveva questa mentalità fin da ragazzino. L’ho fatto esordire da titolare in un Superclasico alla Bombonera: non molti giovani sono preparati per una sfida così, ma io ci credevo.” (Ramon Diaz)

Attaccante reattivo, frenetico nel suo dinamismo, diretto come un colpo di tamburo nello sfogare il suo killer instinct, Simeone avrà bisogno di un ragionevole tempo di ambientamento in un contesto tecnico da anno-zero e di un supporto costante dal collettivo, ma è atteso dalla sfida più affascinante della sua breve carriera: confermarsi come centravanti di livello per capacità realizzative. E soprattutto riuscire a smarcarsi dall’ingombrante ombra del Cholo per diventare, finalmente, soltanto Giovanni Simeone.