“He is uninterested in displaying his wealth”. (Paul Fletcher, BBC).

Quando smetterà di giocare N’golo Kanté probabilmente diventerà uno di quei curiosi personaggi che vedete fare footing alle 7:30 del mattino nel pieno del traffico cittadino: semplicemente, correre è la sua vita. Non stiamo parlando di un maratoneta ma di un giocatore, e dell’ideale erede di Claude Makelelé.

Kanté nasce il 29 marzo del 1991 a Parigi da genitori del Mali. Fin da piccolo s’iscrive alla scuola calcio del modesto club delle banlieu: il Suresnes. Il suo esordio da professionista avviene col suo “club del cuore” a 19 anni nella PH ligue, la 9° divisione francese. Ovviamente era la stella di quella formazione, nella quale veniva continuativamente schierato come centrocampista avanzato e con la quale era riuscito a segnare pure 10 reti. Tuttavia, nessun club di Ligue 1 o 2 era particolarmente interessato alle sue prestazioni, essendo ritenuto troppo basso e leggero per il calcio ai massimi livelli.

“Scusate: chi ha detto che non sa gestire il pallone?”.

Gli unici club a mostrare interesse furono l’Olympique Marsiglia, il Rennes e il Lorient, che però abbandonarono ben presto le trattative ripetendo la litania del “abbiamo già decine di giocatori con quelle caratteristiche in rosa”. E in effetti i mediani dalla grande corsa e dalla buona tecnica in Francia non latitano dai tempi di Patrick Vieira. Diversa era l’idea di Arsène Wenger, cui furono mostrati un paio di video. Ma, ancora una volta, i 169 centimetri del piccolo francese furono ritenuti pochi, soprattutto per un calcio così intenso e basato sulla fisicità come quello della Premier League.

Demoralizzato ma non vinto, il giovane Kanté accetta infine di trasferirsi a Boulogne-sur-Mer, dove su di lui scommette il padre di un ex compagno di squadra: Jean-Pierre Perinnelle. È il 2011, e l´US Boulogne è appena retrocesso in terza serie e quindi ha pochissimo da perdere: “Se il Boulogne fosse rimasta in Ligue 1 o in Ligue 2, forse non avrei mai avuto la possibilità di emergere”, dirà qualche anno dopo N´Golo. Nonostante il sopraggiunto e insperato status di semi-professionista, rimane il ragazzo di sempre continuando ad andare agli allenamenti, zainetto in spalla, su un Phantom Malaguti scassato che aveva ereditato dal fratello (e che tuttora fa bella mostra di sé come memorabilia nel garage londinese di casa Kanté). Non solo: preferisce vivere in ostello, in modo da massimizzare i soldi da spedire ai genitori a Parigi.

Con il suo approccio sotto le righe, fedele al mantra “zero lamenti, tanti allenamenti”, da subito riesce a impressionare il suo allenatore: Christophe Raymond sarà infatti il primo di una lunga serie di tecnici che si scioglieranno dietro allo stile di gioco del maratoneta maliano.

Effettivamente non è molto alto: più basso di Zola…

Sui polverosi campi in misto erba-terra battuta, Kanté colpisce per l’incredibile resistenza e la sua enorme presenza – per certi aspetti tentacolare – a centrocampo, comunque pesantemente limitata dalla poca esperienza e dalla scarsa disciplina tattica di cui la sua formazione calcistica latitava. In definitiva, però, l’ascesa è continua: quando viene votato miglior giocatore della regione, per lui si aprono finalmente le porte dei professionisti.

“Si è fatto completamente da solo. Senza l’aiuto di nessuno. A volte capita di programmare qualcosa per poi vedersi i piani scombinati dalla vita, ma in questo caso è stato esattamente il contrario”. (G. Tournay, allenatore di Kanté al Caen).

Nell’estate del 2013 Kanté, nonostante non sia ancora conosciuto, e in virtù del contratto in scadenza, finisce sui radar di diversi club francesi di prima e seconda serie. A spuntarla alla fine è il Caen, in Ligue 2, unica squadra ad offrirgli un contratto di almeno tre anni. Sarà la svolta definitiva: oltre alla corsa acquisisce una buona tecnica, e il suo rendimento cresce così tanto anche da un punto di vista tattico che a fine stagione viene inserito nella top 11 del torneo. Gioia personale che si somma a quella collettiva della promozione in Ligue 1.

In massima serie le cose prendono la giusta piega, anche per merito di una preparazione estiva del tutto personale da parte di Kanté, che prende in affitto una casa per qualche settimana a Courseulles-sur-Mer, cittadina di 4.000 abitanti vicina a Caen, in modo da potenziare la sua corsa e il lavoro di fondo sulla sabbia delle spiagge della Bassa Normandia. È qui che prende forma il suo gioco per come lo conosciamo oggi: Kanté diventa presto un maestro del timing dell’intervento; non avendo leve lunghe, recupera tantissimi palloni grazie al suo gioco intuitivo sulla schermatura delle linee di passaggio, sullo spazio di copertura e sulla rapidità dell’affondo, che gli consente di cogliere impreparati gli avversari e portare a compimento una sbalorditiva serie di intercetti.

Ma con la fama nazionale non vengono meno i suoi valori e il suo modo semplice, quasi attenuato, di vivere: anziché su un Hammer verde militare, Kanté investe su una semplice Megane per sostituire il celeberrimo scooter di cui sopra. Insomma, il biennio 2013-2015 ha restituito al mondo il fenomeno-Kanté: quello fatto di corsa, intuizione, umiltà e continuità di rendimento.

E i risultati si vedono, visto che il 3 agosto 2015 viene ceduto a titolo definitivo per 9 milioni di euro al Leicester City, in Premier League. A 24 anni, in sostanza, Kanté viene per la prima volta acquistato da un club, e il primo ad esserne sorpreso è proprio lui: “Fino al 2015 ero io che dovevo chiamare per chiedere un contratto”. La scelta è molto sofferta, dato che Kanté desiderava trasferirsi al Marsiglia, che però offriva 3 milioni in meno per il suo cartellino. La scelta dello stesso Kanté, caldeggiata dal nuovo agente, è rischiosa, visto che andava a sostituire il capitano della Svizzera Inler e – soprattutto – che il manager Claudio Ranieri non è del tutto convinto dell’acquisto.

Nonostante questo Kanté impressiona il nuovo allenatore in allenamento e si adatta perfettamente al calcio inglese, tanto che diventa titolare indiscusso nella squadra più sorprendente degli ultimi anni. La sua ascesa è così inarrestabile che Ranieri si vede costretto a porre pubblicamente le sue scuse, a cui aggiunge una frase cult che sublima in un ritratto istantaneo del centrocampista:

“Kanté è ovunque! Non sarei sorpreso se un giorno venisse fuori la storia che giocava con un sosia”.

Impossibile dargli torto: a fine stagione è il miglior ruba palloni della Premier League per distacco, con 156 intercetti, ma anche il migliore nei tackle a buon fine (quelli conclusi col recupero della palla diretto o di un compagno) con 326 tentativi andati a segno. Numeri monstre, indizi di una crescita globale del singolo e di un sistema basato su princìpi di gioco cuciti su misura.

Sul rapporto straordinario che si crea col Leicester dei miracoli – su cui è stato scritto fin troppo – non c’è molto da aggiungere: Ranieri fin da subito imposta su Mahrez e Vardy il peso dell’azione offensiva e su N’golo e Drinkwater la fase di non possesso, riconquista e velocizzazione della trasmissione della palla verso le fasce. Le prestazioni sono talmente esaltanti e continue che non si può che pensare che Makelelé si sia reincarnato in un altro giocatore: il suo ruolo e le sue prestazioni sono state così determinanti per la conquista del titolo che per l’ex ragazzo delle banlieu spende parole importanti perfino Sir Alex Ferguson:

“Abbiamo di fronte a noi il miglior giocatore del campionato”.

Il 16 luglio 2016 Kanté chiude idealmente il cerchio firmando per il Chelsea di Antonio Conte, che per lui investe 36 milioni di euro, pagando la clausola rescissoria che, con i prezzi che girano, appare quasi come un valore sottostimato. Nella stagione appena conclusa la sua maturazione è proseguita, tanto che il “primo giocatore della Premier a vincere consecutivamente due scudetti con due diverse squadre” è stato votato come calciatore dell’anno della Premier League, confermando una versatilità nei compiti e un livello di applicazione psico-fisica che ha del miracoloso.

Nel frattempo, nel marzo dell’anno precedente Didier Deschamps aveva deciso che di Lassana Diarra, Moussa Sissoko, Yohan Cabaye e Morgan Schneiderlin ne aveva abbastanza, convocando il piccolo ragazzo di Parigi per la prima, emozionante volta in Nazionale. Il 29 marzo, nel giorno del suo 25º compleanno, esordisce giocando un’intera partita con i Galletti, segnando anche un gol, nell’amichevole di Saint-Denis vinta 4-2 contro la Russia.

“N’Golo è un centrocampista Box-to-Box, non solo un distruttore di gioco. La migliore caratteristica? Non ha mai un calo di tensione: è perfetto in ogni partita, e continuo nello sviluppo della stessa”. (D. Deschamps)

Insomma, il ragazzino su cui nessuno era pronto a scommettere è entrato a pieno titolo nel gotha del calcio europeo. E lo ha fatto in tre stagioni, aggiungendo costantemente qualcosa al suo bagaglio tecnico e tattico, arrivando a delinearsi come un centrocampista completo, versatile, adatto a gestire ogni situazione di gioco in mezzo al campo grazie al suo dinamismo e alle sviluppate capacità di lettura. E lo ha fatto in punta di piedi, senza godere di reale credito, partendo da un minuscolo appartamento sovraffollato di Hauts-de-Seine.

E la stagione alle porte, con il titolo di miglior giocatore e la Premier appena conquistati, appare come il passaggio decisivo di una carriera troppo a lungo nascosta nell’ombra e che potrà definitivamente ribaltare la condizione esistenziale di outsider alla continua rincorsa di certezze.