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“Lo vidi giocare per la prima volta in una giornata soleggiata a Norwich e pensai: ‘ecco cos’è la consapevolezza’. Fisicamente sembrava disegnato per il calcio moderno: atletico, veloce e forte. Non gli mancava nulla. E mentre polverizzava i record del club negli sprint e sulla distanza pensai: ma com’è venuto fuori questo atleta pazzesco, da una madre pingue con problemi di alcool e un padre basso e pure lui sovrappeso?”. (Mike Dole, allenatore di Alli nelle giovanili del MK Dons)

Pochi giorni fa ha avuto luogo il match più sentito di Londra, il così detto derby del north-east side tra Chelsea e Tottenham. Se è sorprendente la location – il Wembley Stadium sarà la casa degli Spurs sino a quando non sarà pronto il nuovo White Hart Lane (che forse si chiamerà Uber Stadium) – non lo è la formazione del Tottenham che, a parte un paio di aggiunte e qualche cessione forzata – Bale prima, Walker poi – è sostanzialmente la stessa da alcuni anni.

Alli fuori dal campo

In particolare, è dal 2015 che una costante nello starting XI è rappresentata da un ragazzo di Milton Keynes – new town fondata negli anni ’60 a nord di Londra che sorprende per il mix di mulini d’epoca vittoriana e casermoni razionalisti – e che è già un idolo dei tifosi nonostante abbia da poco festeggiato 21 anni. Il suo nome completo – Bamidele “Dele” Jermaine Alli  – è già di per sé un indizio sulla sua storia personale, poiché fonde il terzo nome più gettonato tra i genitori anglosassoni (mutuato dal nome latino Germano), con uno dei nomi più mainstream dell’Africa Centrale.

Alli all’MK Dons.

Il nome, benché disconosciuto in toto dal soggetto della nostra narrazione per motivi che vedremo in seguito, è in realtà perfettamente azzeccato: la sua traduzione dallo Yoruba è difatti “seguimi a casa”. Che è perfetta epitome di ciò che sta combinando Dele Alli assieme all’uragano Harry Kane, ovvero trascinare compagni verso nuove vette di competitività, e tifosi verso traguardi fino a poco tempo fa, periodo-Bale compreso, difficilmente immaginabili.

‘Discontinuo’, ‘geniale’, ‘effervescente’, ‘fuori controllo’ o ‘eccessivo’: sono questi i termini spesi dai media britannici per il più puro dei suoi talenti next-gen dopo Marcus Rashford. Ma ho volutamente tenuto fuori l’aggettivo che maggiormente lo descrive: famelico. E poi anche il secondo: predestinato. Perché stiamo parlando di un ragazzo che a 19 anni, durante un prestigioso match pre-stagionale contro il Real Madrid, ha preso senza permesso in mano le redini del centrocampo di coach Pochettino senza più lasciarle per le successive 70 partite, togliendo di fatto pressione al talentuosissimo, ma deficitario caratterialmente Christian Eriksen.

C’è un detto in Inghilterra che descrive perfettamente un personaggio come Alli: “È un uomo che abbraccia volentieri l’inaspettato”. Perché tutto, nella vita e nella carriera di Alli, è avvenuto in maniera spontanea, naturale, ma del tutto inaspettata. Come un fool shakesperiano che cercherà di alzare ancor più l’asticella rispetto a dove l’hanno lasciata Frankie Lampard, Steven Gerrard e Paul Scholes.

Non che sia semplice scalzare i mostri sacri di cui sopra.

Karl Robinson, manager di Alli al Milton Keynes Dons (allora in Championship), racconta spesso il curioso aneddoto di come si convinse a schierarlo neanche 16enne da titolare in FA Cup contro il Cambridge City: pare che durante una sessione di allenamento Alli, dopo un gol di testa, abbia festeggiato sputando un chewing-gum, palleggiandolo 3-4 volte prima d’ingoiarlo e mettersi a ridere.

È sempre Robinson che racconta: “Ricordo una volta di essermi complimentato con Steve Heighwayresponsabile dell’Academy del Liverpool – per aver scovato Steven Gerrard, Michael Owen, Robbie Fowler, Jamie Carragher e Steve McManaman, ma lui mi rispose che era stato fortunato, essendo tutti nativi di Liverpool. Ebbene, posso dire la stessa cosa: Dele me lo sono ritrovato perché era della zona, ed era impossibile non notarne da subito le qualità e dargli la possibilità di emergere”.

Il fil-rouge della carriera di Alli è questo: nessuno ha mai esitato nello scommettere sulle sue capacità. Curiosamente, al contrario di quanto avviene di solito, nessuno ha mai ritenuto che l’infanzia burrascosa lo abbia reso psicologicamente vulnerabile o instabile. Anzi, il carattere aspro, duro e resiliente che lo contraddistingue non può non aver attecchito nel suo percorso di crescita. Agli eccessi in campo, insomma, si da poco peso: vengono percepiti come normali pause da ventenne, quasi fossero step necessari nell’ascesa di un campione sbucato letteralmente dal nulla.

Nel caso di Alli, nulla significa il quartiere di Bradwell a Milton Kaynes che, nonostante si possa dire qualcosa sulla scarsa creatività degli architetti inglesi in fase progettuale, tutto sembra tranne che una favela di Rio de Janeiro. Eppure, appartamento decente o meno, a casa-Alli i casini non sono mai mancati: mamma Denise infatti ha sfornato una media di un erede l’anno per quattro volte, però con quattro persone diverse. In particolare il padre di Dele si chiama Kehinde, ed è un imprenditore multi-milionario nigeriano che ha la splendida idea di trasferirsi negli Stati Uniti esattamente una settimana dopo la nascita del primogenito.

Alli durante le vacanze estive nella villa del padre in Nigeria.

Oltre che essere abbandonata, la madre Denise soffre di depressione ed è piuttosto dipendente dal vino, cosa che le permette di seguire i figli in modo discontinuo. Dele reagisce com’è usuale in questi casi-limite: richiamando l’attenzione del mondo degli adulti menandosi alla prima occasione con i compagni di scuola o frequentando blind-zones più adatte ai membri delle bande di strada o ai tossicodipendenti che al figlio di un milionario che in estate frequenta corsi estivi da 20.000 dollari.

Per fortuna, a Dele interessa più il calcio che la malavita: dicono che quando entrò nelle giovanili del MK Dons e gli dissero che un atleta ha bisogno di accumulare almeno 10.000 ore di allenamenti per aspirare a diventare un professionista, Alli si sia messo a ridere, pensando che quel numero lo aveva già abbondantemente superato da tempo giocando per strada. Insomma, per lui il calcio ha rappresentato al contempo evasione e divertimento.

E questa passione sfrenata per il gioco ha degli effetti anche sull’atleta odierno, che all’ultimo controllo dovrebbe settimanalmente strappare un assegno da 68.000 sterline, ma che potrebbe prenderne tre volte tanto se rispondesse alle chiamate di un Emiro qualsiasi. Di fatto, è tutto fuorché scontato che un giorno Alli lasci il Tottenham, visto che sembra giocare realmente “per passione e null’altro” e dar maggiore peso al contesto in cui si muove rispetto al resto.

Inoltre stiamo parlando di un totale autodidatta calcistico, che non ha praticato un singolo minuto di scuola calcio fino al 2010. Ha imparato da sé, commettendo errori e studiando come correggerli tramite l’osservazione dei compagni di classe o del gioco in strada. Ad accompagnarlo nella ricerca, almeno così raccontano numerosi testimoni, un sorriso solare e contagioso, che negli anni ha perso in favore di un broncio concentrato e cattivo che ormai lo contraddistingue.

Nel frattempo, la situazione extra-calcistica cominciava a stabilizzarsi: pochi giorni dopo il suo tredicesimo compleanno, una segnalazione dei vicini di casa aveva avuto come conseguenza una visita degli assistenti sociali, che optarono per togliere i figli a Denise per darli in affido temporaneo. Dele finisce dunque in quella che tuttora chiama ‘la sua famiglia’ – nonostante non sia stato formalmente adottato, è molto legato ai coniugi Hickford -, perdendo progressivamente i contatti con i genitori biologici.

Contatti che si sono del tutto interrotti dopo il trasferimento al Tottenham nel 2014 e che – nonostante gli appelli dei genitori per mezzo dei media affinché ci sia un incontro “chiarificatore” – Alli non è intenzionato a riallacciare, tanto che di recente ha pure rinunciato a giocare col cognome paterno sulla maglia. All’epoca, la persona che maggiormente prese a cuore la storia di Alli fu il coach delle giovanili del MK Dons, Mike Dove, che Alli considera il suo mentore:

“Non fu facile educarlo alla vita, prima che al calcio. Ci riuscimmo perché era un cuore d’oro e, per la verità, sfruttammo il suo amore per il gioco. La cosa fondamentale fu educarlo nell’accettazione della sconfitta: in allenamento lo schierai spesso coi compagni più scarsi proprio per fargli accettare l’idea che non si può sempre vincere. Si sarebbe annoiato se gli avessi urlato costantemente contro o lo avessi disciplinato troppo: lo lasciavo semplicemente esprimersi e mi sembra che il metodo abbia funzionato”.

È interessante osservare come Alli sia diventato molto amico di Sam e George Baldock, attualmente ottimi mestieranti di Premier League ed entrambi provenienti da una famiglia agiata e molto attenta all’istruzione: il calcio, si sa, nell’unire le classi sociali non ha barriere. Senza contare che le caratteristiche comuni a buona parte dei giocatori sopra la media – sia che abbiano un background tradizionale o meno – sono la passione, la forza mentale e la volontà di progredire. E, nel caso di Alli, il divertimento.Con l’acquisita serenità extra-calcistica, lo sviluppo di Alli subisce un’accelerata e la sua carriera entra in overdrive, così come le sue giocate. Il primo tocco da professionista col Dons è infatti un tacco per lanciare a rete un compagno, mentre il primo gol è uno screamer da 30 metri. Non c’è da sorprendersi se dopo una manciata di partite il Tottenham – e non l’amato Liverpool dell’idolo Steven Gerrard – abbia bruciato la concorrenza investendo per lui 5 milioni di sterline, lanciandolo, nel giro di un paio di stagioni, nel gotha del calcio europeo. Come da previsioni, la sua carriera ha seguito un trend netto, ineluttabile, quasi scontato. Ma che giocatore abbiamo davanti oggi? Manca ancora qualcosa per annoverarlo tra i top europei?

Alli in campo

Vedendo giocare Dele Alli non possiamo che notare fin da subito come si tratti di un calciatore per certi versi molto pronto, mentre per altri ancora al di sotto delle sue enormi potenzialità. L’impressione è che il gioco tipico della Premier, molto esuberante, intenso ma poco attento tatticamente, faccia sembrare più maturo di quello che è un giocatore molto giovane che probabilmente in altri campionati – Serie A in primis – non sarebbe così protagonista come di fatto lo è stato, soprattutto nella sua stagione da sophomore.

Ovviamente il campionato in cui cresce un prospetto risulta determinante nella definizione di alcune sue caratteristiche di gioco piuttosto che di altre, ma se vogliamo provare a dare un’opinione il più completa possibile non possiamo non giudicare il giocatore da un punto di vista trasversale e comparativo, tirando in ballo anche altri ambienti calcistici. Con queste premesse partiamo dal dato più interessante che caratterizza la sua breve carriera: 18 gol fatti in 37 presenze di Premier League nella stagione 2016/17 e 22 totali in 50 partite ufficiali. Numeri monstre, soprattutto se consideriamo il fatto che non gioca da attaccante.

La vera qualità di spicco di Alli è la sua capacità di pensare da attaccante e di muoversi di conseguenza; infatti – dato non trascurabile – la maggior parte dei suoi gol sono stati fatti in area di rigore. Colpi di testa, “zampate” e ciniche conclusioni a tu-per-tu col portiere costituiscono il core delle reti segnate, ma è soprattutto la confidenza con cui si muove in area di rigore e con cui cerca, trova e attacca gli spazi, smarcandosi con facilità sia in fase di penetrazione nelle combinazioni veloci che con la difesa schierata, che lo rendono un trequartista sui generis, che in determinate fasi del gioco si trasforma letteralmente in un attaccante.

Il numero di gol segnati risulta la conseguenza di queste sue caratteristiche, il che lo rende molto diverso da tutta quella serie di centrocampisti offensivi “da assalto” protagonisti di parte della storia recente del calcio mondiale, come Lampard, Hamsik, Perrotta o il Nainggolan “spallettiano”, solo per citarne alcuni. Questi ultimi hanno infatti reinterpretato quello che storicamente è sempre stato un ruolo appannaggio di elementi dotati di visione di gioco e piedi sensibili, aggiungendo fisicità, aggressività senza palla e attacco sistematico degli spazi nell’ultimo terzo di campo, fondando la loro efficacia realizzativa sulla grande capacità di inserimento.

Dele Alli sicuramente sposa alcune di queste caratteristiche, come la predilezione per le transizioni veloci e gli inserimenti, l’attenzione per il pressing alto e la dinamicità, ma il suo comportamento in area di rigore e le caratteristiche di molti dei suoi gol testimoniano di una punta pura, una volta che entra negli ultimi sedici metri, piuttosto che di un assaltatore. Lo stesso Pochettino si è dimostrato ben consapevole di queste sue qualità: “In the box, he looks like a striker, and outside the box, he plays like a midfielder”. Ciò che però il suo allenatore non mette in evidenza è come cambi il livello di incisività di Alli quando si trova ad agire fra le linee avversarie e negli spazi di mezzo.

La heatmap ci dice: poco gioco tra le linee?

Da questo punto di vista probabilmente la differenza nel giudizio la fa il fatto che in Inghilterra l’impostazione del calcio moderno non si è trovata a scontrarsi con nessuna tradizione tecnico-tattica radicata, visto che per anni in Premier abbiamo visto solo calciatori che correvano a più non posso senza un pensiero tattico strutturato alla base, insieme a pochi calciatori dalla classe notevole (di cui Cantona è stato probabilmente il più iconico rappresentante) che sguazzavano a meraviglia in questo contesto caotico.

Se pensiamo infatti al trequartista come è inteso nel calcio “latino”, appare chiaro come Alli abbia molto da maturare per poter essere un midfielder sul livello dello striker che già è: in mezzo al campo Dele ancora non riesce a prendersi le stesse responsabilità che si prende in area di rigore: si muove ancora come uno dei tanti “talentini” del ruolo di cui il calcio mondiale abbonda, proponendo ogni tanto qualche numero ad effetto o infilando qualche bel filtrante a smarcare la punta, tanto per esaltare Paolo Di Canio in telecronaca, senza però riuscire continuativamente a creare gioco, catalizzare palloni e movimenti della sua squadra e trovare la porta da fuori con la stessa pericolosità con cui la trova da distanze ridotte. Tutto normale, vista la giovanissima età e la scolarizzazione di base, come detto, piuttosto deficitaria.

Nonostante la prestanza e le eleganti leve lunghe, non sembra avere il passo di un Kakà né la sua incisività negli spazi, ad esempio, ma la tecnica di base resta elevata e raffinata, e la non troppo sviluppata capacità di spaccare le difese con assist sorprendenti, o la rarità con cui cerca e trova la porta dalla distanza, sembrano essere un difetto di personalità dovuto alla giovane età piuttosto che effettive carenze intrinseche.

Attaccare lo spazio in area e saper concludere come un vero centravanti: ™

Le qualità latenti per poter essere anche un trequartista “classico” di grande livello sembrano esserci, ma la Premier sarà l’ambiente adatto in cui sviluppare queste sue caratteristiche ancora in progress? Se c’è qualcuno che ha capito che voler essere due tipi diversi di giocatore di alto livello in una sola persona non è possibile, quello è Pochettino. Che lavora all’ascesa del suo gioiello, ma che prima o poi dovrà porgli una domanda scomoda: “Wanna be a striker, or a midfielder?”. Qualsiasi sarà la risposta, la certezza è che Dele Alli non si fermerà. Non lo ha mai fatto.

Articolo scritto in collaborazione con Cosimo Senzani.