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All’inizio dei campionati del mondo mancano ormai nove mesi, e finora sono otto le nazionali che hanno la certezza di parteciparvi: Russia, Brasile, Iran, Giappone, Messico,  Belgio, Corea del Sud e Arabia Saudita.

Questi sono i primi Mondiali organizzati in Russia; e a confermare una tendenza prevalente da una quindicina d’anni su scala globale, chi ultimamente si assume oneri e onori di un evento simile sono molto spesso le economie emergenti, specialmente i cosiddetti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica): il Brasile ha ospitato l’ultimo torneo iridato, e l’anno scorso le prime Olimpiadi disputate in Sudamerica hanno avuto luogo a Rio de Janeiro; la stessa Cina ha visto Pechino ospitare le Olimpiadi del 2008 e organizzerà, sempre nella capitale, quelle invernali del 2022; in Sudafrica poi hanno avuto luogo nel 2010 i primi mondiali africani.

Per quanto riguarda la Russia nel 2014, pur tra le minacce di boicottaggio dovute all’annessione della Crimea, le Olimpiadi invernali si sono tenute a Soči, peraltro diventata proprio da quell’anno sede fissa del campionato di Formula 1 grazie a un tracciato costruito all’interno del villaggio olimpico; i campionati Mondiali sono diventati un importante banco di prova, sia interno che esterno, tanto per il governo quanto per il calcio russo: lasciatici alle spalle il primo importante collaudo – la Confederations Cup vinta dalla Germania – cerchiamo di capire a che punto siamo, tanto dal punto di vista organizzativo che sportivo.

Per far capire quanto sia considerata importante dall’esecutivo della Federazione Russa la buona riuscita della competizione basta vedere due dei nomi tra chi si trova alla testa del comitato organizzatore: il presidente è Vitaly Mutko, vice primo ministro della Russia e presidente della Federcalcio, e il primo vicepresidente del Comitato di controllo è il suo superiore Igor Šuvalov (superiore a Mutko all’interno del governo in quanto primo vicepremier della Federazione); a completare la parte superiore dell’organico, con la carica di direttore generale del Comitato, c’è un tecnico puro, il 45enne Aleksey Sorokin.

Il presidente del comitato organizzativo Vitaly Mutko

La scelta di questo trio, che di prima impressione potrebbe sembrare una classica soluzione formata tanto da importanti membri di governo quanto da oscuri ma esperti tecnocrati, è in realtà una decisione più che assennata: infatti, se Sorokin è dal 2000 che lavora all’interno della Federcalcio Russa, Mutko è stato dal 1995 al 2003 presidente dello Zenit San Pietroburgo (vincendo la coppa di Russia nel 1999) ed è stato, fino all’ottobre scorso, ministro dello Sport; Igor Šuvalov, invece, è stato il responsabile dell’organizzazione delle Universiadi del 2013, tenutesi a Kazan’.

C’è anche da dire che, vista la enorme estensione della Russia, le 64 partite previste verranno disputate in un raggio che potrebbe sembrare molto esteso (da Kaliningrad a Ekaterinburg passano oltre 3.000 chilometri e 3 fusi orari), ma che allo stesso tempo ha costretto gli organizzatori, per ovvi motivi logistici, a lasciare fuori dalle città ospitanti luoghi sicuramente importanti nella geografia nazionale come Novosibirsk, terza città del Paese per abitanti, oppure Krasnojarsk e Vladivostok, anche se l’esclusione di quest’ultima è giustificata dal fatto di essere situata di fronte alle coste giapponesi.

Da non ignorare il contesto sportivo nel quale sono stati assegnati i Mondiali: Russia 2018 è diventata la XXI edizione del torneo nel dicembre del 2010, staccando di sei voti la candidatura congiunta di Spagna e Portogallo; il CSKA Mosca in aprile era arrivata fino ai quarti di finale della Champions League, venendo eliminata dall’Inter del triplete, e il calcio russo sembrava ormai prossimo all’ascesa, vista anche l’accoppiata Coppa UEFA-Supercoppa Europea vinta nel 2008 dallo Zenit San Pietroburgo e dalla semifinale agli Europei raggiunta dalla nazionale.

Soprattutto, va dato uno sguardo in dettaglio alle varie proprietà del periodo dei club della Prem’er Liga, per poterci rendere conto di quanto il calcio russo al momento dell’assegnazione si trovasse in uno stato di particolare benessere economico, ancor più che sportivo: lo Zenit appena laureatosi campione nazionale per la terza volta, aveva come presidente Aleksandr Dyukov, presidente del consiglio di amministrazione della Gazprom Neft, sussidiaria petrolifera della Gazprom (nel 2010 il fatturato della Neft superava i 32 miliardi di dollari).

Alla presidenza del CSKA di Mosca si trovava – e si trova tuttora – Evgeni Giner, co-proprietario della holding VS Energy, che unisce società energetiche e strutture ricettive soprattutto in Ucraina; a guidare lo Spartak Mosca c’era – e mantiene la carica anche oggi – Leonid Fedun, azionista di maggioranza di una delle più importanti compagnie petrolifere al mondo, la Lukoil (il cui fatturato è superiore al PIL di una delle più importanti potenze economiche africane, il Marocco); per il Lokomotiv Mosca, inoltre, l’essere ancora di proprietà delle ferrovie russe non era sintomo di debolezza economica (quasi 28 miliardi di euro le revenues del 2010, una cifra vicina al valore di merci e servizi dell’intera Lettonia); da non dimenticare, inoltre, le grandi influenze dei governi delle Repubbliche di Tatarstan e Cecenia nelle dirigenze di Rubin Kazan’ e nel Terek Grozny.

Tra gli stadi che ospiteranno gli incontri previsti, soltanto due necessitavano di un semplice rinnovamento in vista del torneo: il Lužniki di Mosca, dove si disputerà la finale e che per anni è stato la casa di Spartak e CSKA, e lo stadio Centrale di Ekaterinburg, dove davanti a una capienza di quasi 36.000 spettatori gioca l’Ural.

Per il resto, sono pochi i campi da gioco che hanno già aperto i cancelli almeno per festeggiare l’inaugurazione: il Fišt di Soči (arena principale dei giochi invernali del 2014); la Otkrytie Arena, nuova sede delle partite interne dello Spartak Mosca e situata nel sobborgo di Tušino, nella parte nord della capitale; e infine la Zenit Arena (ufficialmente stadio Krestovsky) di San Pietroburgo, progettata dal celebre architetto giapponese Kisho Kurokawa e inaugurata quest’estate dopo una spesa complessiva che sembra essere molto vicina al miliardo di euro; sede della finale di Confederations e, l’anno prossimo, dell’incontro inaugurale di una delle due semifinali e della finale per il 3° posto.

Quarto e ultimo stadio nuovo di zecca e già messo in attività è la Kazan’Arena, forse l’esempio migliore di stadio polifunzionale, visto che, inaugurato per le Universiadi del 2013, è stato poi sede nel 2015 dei mondiali di nuoto; anche in questo caso inoltre la costruzione dello stadio è stata affidata a degli autentici giganti dell’architettura, ovvero la compagnia statunitense Populous: tra i complessi sportivi costruiti spiccano lo Yankee Stadium a New York e, per il calcio, il Da Luz di Lisbona, l’Emirates Stadium e il nuovo Wembley, senza contare strutture usate per più sport o per eventi generici da migliaia di spettatori come l’Aviva Stadium di Dublino o l’O2 arena di Londra.

Tanto quanto la Zenit Arena anche la nuova casa del Rubin Kazan’ può esemplificare al massimo gli obiettivi di tipo pubblicitario-propagandistico legati al mondiale russo: non si tratta di un semplice ammodernamento dello stadio preesistente – come spesso succedeva nei mondiali precedenti il 2010 e l’inizio della tripletta organizzativa BRICS – ma di una vero e proprio tentativo di esibire modernità (basti pensare al piano di mantenere dentro il Krestovsky una temperatura stabile di 15 gradi anche in pieno inverno, o al di maxischermo di 3700 metri quadri a Kazan’) in linea ovviamente, con il gusto e le tendenze globali correnti.

La Zenit Arena di San Pietroburgo

Il fatto che ci siano due stadi ristrutturati e altri quattro già inaugurati vuol dire un’altra cosa, cioè che la metà degli stadi non è pronta: un ritardo che è diventato autentico imbarazzo per l’organizzazione è sicuramente quello di Saransk – ancora in costruzione quando doveva essere terminato nel 2012 – e sembra che ci sia una corsa contro il tempo anche per quelli di Kaliningrad e Samara; per esclusione, quelli messi meglio pur non essendo ancora inaugurati sono gli stadi di Nižny Novgorod, Rostov (anche in questo caso ad aver vinto la gara d’appalto per la progettazione è la Populous) e Volgograd.

Non meno importante della questione stadi, e ad esso collegata, è la questione delle condizioni lavorative nella costruzione degli impianti.

Indicativa, anche in questo caso, la situazione della Zenit Arena: gli operai assunti per i lavori di costruzione dello stadio di quella che può essere definita la squadra di Putin – per la maggior parte provenienti dall’Asia Centrale oppure “prestati” dal governo nordcoreano – ricevevano una paga giornaliera per la maggior parte compresa tra i 500 e gli 800 rubli (da 7 a 11,50 euro al giorno), quando invece la promessa, mantenuta per una sola settimana per creare un falso senso di speranza fra i neoassunti, era di 2000 rubli, quasi 30 euro al giorno.

Inutile dire che, con una premessa simile, il lavoro straordinario non pagato (leggasi: sfruttamento) che raggiunge anche le 15-17 ore quotidiane, oppure le stesse condizioni di vita – con i nordcoreani tenuti addirittura in container – siano sicuramente il lato peggiore dei prossimi Mondiali; una tendenza perfettamente in linea tanto con le edizioni precedenti quanto con quelle future, e l’esempio di Qatar 2022 è già purtroppo emblematico.

Anche dal punto di vista sportivo la nazionale si trova in una situazione non propriamente ideale: al momento dell’assegnazione dei Mondiali, la Russia, pur avendo mancato la qualificazione alla Coppa del Mondo in Sudafrica dopo uno spareggio perso per la regola dei gol in trasferta contro l’abbordabile Slovenia, ricordava ancora vividamente l’ottimo Europeo del 2008.

Dopo, solamente risultati deludenti: a Euro 2012 una sconfitta – certamente evitabile – contro una Grecia disastrata (quel gran professionista di Fulvio Collovati parlò elegantemente di “squadra di merda” senza rendersi conto di essere ancora in onda) spedì i russi a casa e, contemporaneamente, portò gli ellenici a un’insperata qualificazione ai quarti; ai Mondiali in Brasile i 23 di Fabio Capello riuscirono a racimolare solo due miseri punti contro Corea del Sud e Algeria, non proprio big del calcio internazionale.

Fabio Capello alla guida della nazionale russa

Negli ultimi due anni la situazione non è migliorata: negli Europei in Francia la Russia si è fatta notare molto più per la violenza dei suoi hooligans che per i suoi limitati risultati nella competizione, dato che un pareggio in zona Cesarini contro l’Inghilterra, e poi le sconfitte contro Slovacchia e Galles hanno impedito anche un eventuale ripescaggio per via dell’ultimo posto nel girone. La Confederations Cup, seppur riuscita dal punto di vista organizzativo anche grazie al numero ridotto di sedi ospitanti (Mosca, San Pietroburgo, Kazan’ e Soči) dal lato calcistico è stato l’ennesimo flop: dopo la prevedibile vittoria con la Nuova Zelanda e una sconfitta tutto sommato accettabile con il Portogallo campione continentale, è arrivata una nuova eliminazione al primo turno, questa volta a causa del 2-1 patito contro il Messico.

Questa serie di risultati deludenti ha avuto le sue ripercussioni anche sulla continuità di gioco della nazionale, che si è trovata a cambiare ben quattro c.t. nel giro di sei anni.

A guidare la selezione russa al momento dell’assegnazione della coppa del Mondo del prossimo anno si trovava da pochi mesi l’olandese Dick Advocaat; dopo Euro 2012 è toccato a Capello, che a seguito del fallimento in Brasile stava vivendo un altro periodo tutt’altro che esaltante, con appena due vittorie nelle prime sei partite delle qualificazioni europee, la prima contro il modesto Liechtenstein e seconda a tavolino con il Montenegro (rilevante in negativo anche un pareggio interno con la Moldavia) e che ha avuto come conseguenza una rescissione consensuale nel luglio 2015.

L’era degli allenatori di grido (prima di Advocaat c’era un altro olandese, Hiddink) finisce con il tecnico di Pieris: al suo posto arriva Leonid Slutsky, che oltre a essere commissario tecnico sedeva anche sulla panchina del CSKA Mosca; dall’eliminazione al primo turno dell’Europeo dell’anno scorso la guida della nazionale è quindi passata a Stanislav Čerčesov, portiere dello Spartak Mosca a cavallo tra gli ‘80 e i ‘90 e al momento della chiamata reduce da un double campionato-coppa conquistato in Polonia con il Legia Varsavia.

Continuo a essere convinto che il ranking FIFA non sia sempre uno strumento di misurazione affidabile, ma con i risultati raccolti in questi sette anni non stupisce che la nazionale russa abbia toccato il punto più basso nella sua storia di questa graduatoria proprio pochi mesi fa, con il 63° posto di giugno; l’anno scorso, inoltre, sono arrivate sconfitte difficilmente giustificabili, come un 3-4 interno con il Costa Rica e soprattutto il 2-1 subito a Doha dal Qatar; più in generale dalla fine dell’Europeo francese in poi sono state vinte appena quattro partite delle 12 giocate: contando che gli avversari più quotati di questi incontri sono stati il Belgio e il Portogallo, la situazione è sicuramente allarmante.

Verrebbe da chiedersi il perché di questo lungo e preoccupante calo di prestazioni della selezione della Russia: il motivo più probabile è il mancato ricambio generazionale della nazionale.

Tra il 2012 e il 2015, infatti, hanno lasciato Izmailov, Pogrebnyak, l’ex Chelsea Žirkov e soprattutto i due eroi di Euro 2008, Pavlyučenko e Aršavin; pur rimanendo ancora il totem Akinfeev e i gemelli Berezutsky (35 anni) tutti e tre bandiere del CSKA, per il resto sono pochi i talenti su cui Čerčešov può puntare: sicuramente Roman Neustädter, titolare fisso con ottimi risultati allo Schalke 04 (l’anno scorso fu anche accostato alla Roma), tanto da riuscire a disputare due amichevoli con la nazionale tedesca salvo poi scegliere definitivamente la cittadinanza e la selezione russa, oppure un attaccante regolare come Artëm Dzyuba, o ancora un ottimo centrocampista come Alan Dzagoev.

Roman Neustädter con lo Schalke 04

Questo trio, tuttavia, andrebbe considerato più un’eccezione che un punto di partenza, vista anche l’età dei tre: Neustädter ha già 29 anni, Dzyuba anche e in sei anni ha disputato appena 22 incontri internazionali, mentre Dzagoev è quello più affidabile, essendo più giovane (27 anni) e più esperto, avendo giocato oltre 50 partite in nazionale.

Anche se delle promesse giovanili per i prossimi anni sembrano mancare, visto che l’unica partecipazione recente dell’Under-21 agli Europei risale al 2013, e anche in questo caso è stata un fallimento totale (zero punti nel girone con 8 reti subite in 3 partite), forse c’è qualche speranza per gli anni a venire grazie all’Under-19, finalista agli Europei di due anni fa.

Ci sarebbe stato da tenere d’occhio Ramil Sheydaev, punta tanto tecnica quanto abile sottoporta che gli ha permesso di tenere un’altissima media realizzativa nelle nazionali giovanili russe (20 reti in 24 partite tra Under-20 e Under-21), ma la sua scelta di militare con la selezione azera approfittando della nazionalità del padre, ha tolto alla Russia un talento nitido che in prospettiva potrebbe rivelarsi una grande perdita.

Se i Mondiali del 2018 risultassero un fallimento organizzativo sarebbe un grave smacco per il governo, che ha investito tantissimo per dare un volto moderno alla Russia putiniana passivo-aggressiva; se il fallimento fosse sportivo – con o senza il contorno di un’eventuale organizzazione scadente – terminerebbe in maniera definitiva un ciclo che 10 anni prima sembrava appena cominciato sotto entrambi gli aspetti, sportivo per la semifinale degli Europei  e i trionfi dello Zenit San Pietroburgo, e allo stesso tempo organizzativo visto che proprio quell’anno per la prima volta una finale di Champions era stata disputata in Russia, proprio al Lužniki dove l’anno prossimo si terrà l’atto finale della più importante scommessa sportiva del Paese dai tempi delle Olimpiadi di Mosca.