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Nonostante la frenetica innovazione di un universo in perenne evoluzione tattica, quello del calcio giocato, la narrativa calcistica è un eterno ritorno ai fasti degli eroi del passato; ed ecco che un ragazzino argentino con la maglia blaugrana poco più alto di un ragazzo dei pulcini non può che essere il “nuovo” Maradona, o che un isolano portoghese che di nome fa Ronaldo non può che sfigurare dinanzi alla titanica immagine del Fenomeno.

Analogamente, come può un ragazzo francese, ma con genitori stranieri, cresciuto nei sobborghi di Parigi e plasmato a Clairefontaine, prima di farsi conoscere nel Monaco, non configurarsi come il legittimo erede di uno dei giganti della mitologia del pallone: Thierry Henry? Un’etichetta incollata sul 33 (poi diventato 29) biancorosso dal primissimo giorno: 2 dicembre 2015, Mbappé subentra a Fabio Coentrao diventando il più giovane calciatore a vestire la maglia monegasca, infrangendo un record più vecchio di lui che apparteneva, manco a dirlo, a Henry.

Qualche mese dopo, a 17 anni e 62 giorni, cancella di nuovo il nome “Henry” dal libro dei record; sono i minuti di recupero di un già deciso Monaco-Troyes e, con un agevole sinistro, Mbappé strappa a Tití il primato di marcatore più giovane della storia Rouge et Blanc. È il primo passo di una dirompente scalata che lo porta, in poco meno di un anno, ad essere uno dei ragazzi più determinanti di tutto il panorama calcistico, un impatto così esplosivo da scrollarsi di dosso lo scomodo, quasi limitante, paragone con Henry.

Lo scorso marzo coincide simbolicamente con la nascita del mito di Mbappé: il gol allo Stadio Michel d’Ornano è come un tuffo nello Stige: è il suo 13esimo in Ligue 1, a 18 anni e 3 mesi; (Henry ci impiegò un anno abbondante in più) la stella del ragazzo di Bondy inizia inevitabilmente a brillare di luce propria, staccandosi da quella di Thierry “The King”. Qualche giorno dopo l’esordio in nazionale contro il Lussemburgo, diventando il più giovane Bleu dal 1955, ma già legittimato a indossare la pesantissima 12 di Henry.

È una luce quasi accecante, la stella di Mbappé è la più luminosa e brillante del campionato francese: 15 gol in 1500 minuti in Ligue 1, che diventano 21 se contiamo i 6 in Champions League in 500 minuti. 1 gol ogni 97 minuti. A 18 anni.

Un paragone tra Mbappé (linea azzurra) e la media dei top attaccanti europei (linea tratteggiata nera) sottoforma di Spiderchart.

L’incisività dell’ormai Ex-Monaco è ancora più impressionante se paragonato ad altri grandi attaccanti. Il confronto è impari; il ragazzino francese ha una precisione di tiro migliore del 33% rispetto a quella della media degli attaccanti Top in Europa. Precisione che si trasforma in una migliore conversione in gol del 79% rispetto alla media; anche per quanto concerne i passaggi chiavi e gli assist Mbappé sembra non avere rivali, la produzione di 0,35 assist a partita regge il confronto addirittura con i vari Özil, De Bruyne e Forsberg. I dati subiscono un piccolo ridimensionamento se applicati al contesto tattico del Monaco e alla produzione offensiva della passata stagione (129 gol tra Ligue 1 e Champions League), ma restano comunque unici per un ragazzo della sua età.

L’incredibile stagione, che culmina con la vittoria in Ligue 1 e la semifinale e finale rispettivamente di Champions League e coppa di Francia, ha inevitabilmente puntato i riflettori su Mbappé, ambito da mezza Europa. Tra la nostalgica, quasi ossessiva, idea di seguire ancora le orme di Henry e finire all’Arsenal e l’ipotesi PSG, che sembrava tramontata dopo l’operazione Neymar, la destinazione più probabile sembrava Madrid, sponda merengue, e non soltanto perché momentaneamente la migliore squadra di club al mondo.

Mbappé sembrava più che affascinato dall’idea di vestire la camiseta blanca e lavorare con Zizou, franco-algerino che è sempre stato l’idolo di Kylian, tanto da chiedere alla madre di tagliargli i capelli in modo che fossero uguali identici a quelli di Zidane. Real Madrid che aveva già bussato alla porta di Mbappé; il ragazzo aveva appena spento 14 candeline e si allenava ancora a Clairefontaine.

L’allettante offerta di crescere nelle giovanili dei blancos venne però clamorosamente rispedita al mittente da Mbappé, che, supportato dal padre, figura decisiva nell’ascesa del ragazzo, preferì restare in accademia per crescere ulteriormente. (Col senno di poi, come dargli torto?). Alla fine la spunta il PSG, Mbappé sceglie nuovamente Parigi, il gioiellino francese torna a casa per la modica cifra di 145 milioni + bonus, secondo acquisto più oneroso della storia del calcio, secondo solo al suo nuovo partner d’attacco Neymar.

In seguito all’ufficialità, molti opinionisti hanno espresso le loro perplessità in merito ad un acquisto del genere, non comprendendo appieno né la scelta del calciatore, né quella della società. Mbappé va ad alimentare un parco attaccanti che già annovera tra le sua fila i vari Cavani, Neymar, Lucas, Di Maria, Draxler e Ben Arfa; inoltre il PSG di Blanc prima ed Emery poi, è solito giocare con un 4-3-3, con Cavani come riferimento centrale che, dopo aver segnato 49 gol nella passata stagione, difficilmente verrà fatto sedere in panchina.

Mbappé, che nelle giovanili veniva impiegato principalmente come ala, deve gran parte della sua magica stagione di debutto al 4-4-2 di Jardim, in particolare all’intesa con Falcao. La capacità del colombiano di calamitare su di sé l’attenzione dei difensori e creare sacche di spazio ha spesso permesso a Mbappé di smarcarsi tra le linee sfruttando a pieno la sua velocità e la capacità di attaccare il campo in pura verticalità in fase di transizione offensiva.

L’heatmap di Mbappé in una delle sue migliori partite: Monaco-Metz, prima tripletta della carriera, si nota come il francese partecipi alla manovra quasi solamente nella metà campo avversaria.

4-4-2 che a tratti ricorda il modulo adottato da Wenger per sfruttare al meglio le caratteristiche del suo pupillo Henry, in perfetta sinergia con Bergkamp. In realtà l’evoluzione tattica di Henry e di Mbappé è diametralmente opposta; il primo ha per tutta la carriera convissuto con un equivoco intrinseco alle sue caratteristiche, in origine fu sempre schierato da esterno fino all’epifania di Wenger che lo spostò al centro dell’attacco, elevandolo ad un giocatore di livello superiore, una punta formidabile nella sua completezza.

Mbappé, a 18 anni, grazie all’intuizione di Jardim, si configura già come una punta formidabile, ma con le caratteristiche di un’ala; nella passata stagione ha più volte dimostrato la sua propensione ad allargarsi e a cercare gli spazi di mezzo tagliando il campo nel corridoio tra centrale e terzino. L’apprendistato da punta centrale è stato semplificato, come accennato precedentemente, dalla sinergia con Falcao, giocatore con caratteristiche associative che, grazie alla sua attitudine a giocare da raccordo centrale, esenta di fatto Mbappé da una non indifferente mole di lavoro, permettendogli di essere più lucido nella ricerca della profondità.

Un esempio della capacità di Mbappé di attaccare lo spazio; aspettando il passaggio corre in orizzontale, allargandosi, senza perdere d’occhio il portatore di palla nemmeno per un secondo, per poi infine schizzare in profondità in linea con la difesa.

In un contesto tattico che prevede un solo terminale offensivo centrale risulta molto difficile immaginare Mbappé caricarsi sulle spalle tutti i movimenti tipici di un’unica punta; è pertanto altamente probabile, come peraltro già accaduto in nazionale, che in un attacco a 3 il francese venga schierato come esterno d’attacco.

Come esterno Mbappé potrebbe sfruttare in maniera diversa la sua caratteristica migliore, assieme alla velocità: il dribbling. Già nella passata stagione la sua propensione a cercare l’uno contro uno lo portava spesso a defilarsi sulla fascia e a cercare il fondo, saranno 50 i dribbling riusciti, 2,2 a partita, un dato più da esterno d’attacco che da vera punta (la media di dribbling riusciti per partita degli attaccanti top sfiora l’1,6 a partita).

La rapidità di gambe e il cambio di passo bruciante: Mbappé arriva sul fondo con una facilità quasi imbarazzante.

Non dovrebbe quindi essere eccessivamente complicato per Mbappé adattarsi ad esterno d’attacco puro nel 4-3-3 (o 4-2-3-1) di Emery, adattamento reso ancora più facile dalla presenza di Neymar, di fatto un falso esterno. La centralità che il 10 brasiliano pretende lo porta spesso ad accentrarsi per cercare più palloni giocabili, concedendo di fatto più spazi liberi per i tagli di Cavani e Mbappé.

La heatmap di Neymar nella partita d’esordio con la maglia del PSG; si nota immediatamente come spesso e volentieri cerchi il centro del campo staccandosi dalla corsia esterna.

Complice l’infortunio di Di Maria, l’attesa per vedere il nuovo tridente del PSG è stata minore del previsto; Emery ha deciso di schierare tutti e tre dall’inizio già contro il Metz, appena qualche allenamento dopo la presentazione di Mbappé. Il risultato è stato un netto 5-1, che sta quasi stretto ai parigini, dove sono andati a segno sia Cavani che Mbappé che Neymar.

Il 2 a 1 di Mbappé, da posizione centrale cerca di inventare un’imbeccata ad altissimo coefficiente di difficoltà per Neymar, la difesa respinge, ma il francese è bravissimo ad arrivare per primo sulla palla vagante. Primo gol per il Psg. All’esordio.

Nonostante l’avversario non irresistibile, Mbappé non sembra risentire del cambio di ruolo: 1 gol su 3 tiri (2 dei quali in porta), 2 dribbling, 4 passaggi chiave ed 1 assist, mantenendosi in linea con i dati registrati la passata stagione. Un debutto impressionante che ha però lasciato qualche dubbio sull’effettiva sostenibilità del tridente anche con squadre più blasonate.

La produzione offensiva è quasi esclusivamente opera dei tre là davanti: l’80% dei gol e il 57% dei tiri totali (ma il 75% di quelli nello specchio) provengono dai piedi di Neymar, Mbappé o Cavani, dato eccessivamente alto se teniamo conto che una porzione dei tiri – e il gol – vengono da Lucas, subentrato a Mbappé.

La heatmap congiunta di Neymar, Mbappé e Cavani; salta subito all’occhio una concentrazione eccessiva sul centro-sinistra. Essendo tutti destri e propensi a rientrare sul piede forte, una predisposizione per la corsia sinistra è comprensibile, ma ci sarà da lavorare per distribuire gli attacchi su più campo possibile.

Un altro tema tattico sostanzialmente migliorabile è il posizionamento dei tre attaccanti, se Neymar sembra essersi ritagliato un ruolo relativamente anarchico e creativo, con la possibilità di spaziare per tutto il campo, Cavani e Mbappé devono essere più disciplinati negli inserimenti ed imparare a completarsi a vicenda.

Un ottimo esempio dell’ancora poco collaudata sinergia Mbappé-Cavani: primo gol al Metz, i due fanno lo stesso identico movimento, quasi si disturbano a vicenda.

Piccoli accorgimenti a parte, il PSG dopo un deludente anno di transizione, si candida con forza ad un posto tra le migliori d’Europa, grazie all’innesto di uno dei tre giocatori più forti del mondo e del giovane francese più promettente.

In conclusione, è difficile trovare un difetto all’operazione Mbappé: un prestito con obbligo di riscatto che permette al PSG di rientrare – aggirare? – nelle norme del FPF senza rinunciare ad un giocatore il cui prezzo sarebbe soltanto potuto lievitare. Ma quando gli hanno chiesto se si sentisse un fenomeno, Mbappé ha risposto citando i soliti tre: Messi, Ronaldo e il suo nuovo compagno Neymar: “Sono loro i fenomeni, sono ancora lontano da quei livelli”.