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Normalità s. f. [der. di normale]. – Carattere, condizione di ciò che è o si ritiene normale, cioè regolare e consueto, non eccezionale o casuale o patologico, con riferimento sia al modo di vivere, di agire, o allo stato di salute fisica o psichica, di un individuo, sia a manifestazioni e avvenimenti del mondo fisico, sia a situazioni (politiche, sociali, ecc.) più generali. (Treccani)

Presentando su Internazionale un ormai datato libro di Emmanuel Carrère, Vite che non sono la mia, Goffredo Fofi parlò di un ritorno “alla normalità” dello scrittore parigino, “ma con occhio pieno di pietas e battendo il terreno di un privato che ci fa somigliare tutti e dappertutto: la famiglia, i legami e affetti primari con l’aggiunta delle amicizie forti, ma tra benestanti”. “[Il libro] si segue con forte partecipazione: sono cose che ci riguardano e ci si commuove”.

Leonardo Capanni ha aperto un articolo di presentazione sul titolo del Leicester con un’ode alla normalità di Ranieri, uno che se ne è fregato degli avanguardismi tattici, è tornato ad un primordiale catenaccio-e-contropiede vincendoci una Premier. “Un educato elemento di quieto ordine”, lo ha definito.

Flash forward ai giorni nostri. La vittoria del Leicester ai danni di un Liverpool un po’ in confusione dietro ha fatto pensare ai più frettolosi che, cavolo, il Leicester è tornato! Jamie Vardy è di nuovo il bomber dell’anno del titolo, Mahrez sembra un po’ meno ubriaco, perfino Okazaki è meno inutile ora.

É bastata una vittoria in Carabao Cup per fomentare tutto ciò, wow.

Il Leicester non ha più la Champions League in cui destreggiarsi, niente più titolo da difendere, niente più epos. Solo una voglia matta di tornare a godersi la normalità, quello stesso sentimento di pace che se ne era improvvisamente andato in quell’annata magica, col normalizzatore in panchina: è questo il grande paradosso che ci ha lasciato da decrittare quel Leicester. Craig Shakespeare è rimasto sulla panchina della squadra in estate, se possibile per portare ancora più spirito di Premier, ancora più birra e cipolle allo stadio.

Una squadra come il Leicester non può permettersi di avere gli exploit che si è concesso lo stempiato Ranieri, non deve giocare i quarti di Champions, pensa l’ecosistema ben poco meritocratico della Premier. Deve comprare Molla Wagué dall’Udinese perché è bello così, deve farsi apprezzare per l’inserviente che taglia l’erba e poco più. Doveva arrivare una figura ancor più britannicamente de-polarizzante per far tornare le cose alla consuetudine.

Shakespeare è stato un giocatore di discreto livello nelle serie minori inglesi. Ha giocato per i sellai del Walsall; per il decaduto Sheffield Wednesday; per il WBA prima che Tony Pulis e Salomon Rondon rendessero figo il WBA; per il Grimsby Town, squadra di Cleethorpes che gioca a Blundell Park dal 1898; nello Scunthorpe United, che ha uno stemma e (allora aveva) uno sponsor bellissimo.

Una squadra soprannominata “The Iron” finanziata da “L’Isola del Piacere”. Craig disapprova. Punti bonus per il colletto bordeaux e le maniche azzurre, fanno molto West Ham.

Appesi gli scarpini al chiodo, Craig si torna a West Bromwich per prendere in custodia un’organizzazione vicina alla comunità più povera della cittadina delle West Midlands. Successivamente diventa allenatore delle giovanili e, nel 2006, gli affidano la squadra riserve. Nell’Ottobre dello stesso anno, il club (neo-retrocesso in Championship) non sta dominando come avrebbe dovuto e Bryan Robson è messo alla porta. Gli subentra il vice Nigel Pearson, che dura solo un mese. Tocca a Craig, finalmente!

Dura solo un giorno, dice Wikipedia. Ma fa in tempo a battere 2-0 il Crystal Palace diventando così:

-L’allenatore più vincente della storia della Championship.

-L’allenatore più vincente nella storia del WBA.

-L’allenatore più produttivo di sempre, perché anche Zamparini almeno due giorni li lascia allenare, e anche se dovessero vincere la prima partita avrebbero impiegato un giorno più del nostro.

Non si sa molto altro sulla relazione tra Craig Shakespeare e il WBA. C’è questa foto, in cui Umbro si è sbagliata e ha messo lo sponsor sul colletto; la cerniera sembra appartenere al ciclismo, ma la maglia non è aderente (ottimo per Craig) ed è bianca (ottimo per Craig, non si vedono le pezze).

Shakespeare ha segnato ben 18 gol per il WBA. Insomma, è una di quelle leggende secondarie del club, di cui dopo vent’anni parlano solo nei tre/quattro bar adiacenti allo stadio. Una di quelle che quando se ne vanno non ti dispiace neanche così tanto, che però quando tornano da avversari nel tuo stadio che fai, non le applaudi? (Esempio contemporaneo: Palacio-Inter).

Così, nel Giugno 2008, Shakespeare molla i Baggies e segue Nigel Pearson al Leicester. I due erano stati compagni di squadra allo Sheffield Wednesday e, secondo Craig, Pearson è il miglior capitano per il quale abbia mai giocato. Il Leicester vince con disinvoltura la League One: una sola stagione di purgatorio in terza serie. Anche l’anno dopo, il Leicester vola e arriva quinto in Championship. La strada ai playoffs fu breve, ma Nigel e Craig sono best buddies ora.

Shakespeare seguirà Pearson dovunque andrà, come quell’amico che decide di accompagnarti al luna park abbandonato anche se sta rabbrividendo di paura. Dopo la sconfitta ai playoffs, ai rigori contro il Cardiff, Pearson venne a sapere che Paulo Sousa fu invitato all’incontro dal proprietario Mandaric: un cambio in panchina fremeva (l’ex tecnico della Fiorentina durò poi poche settimane sulla panchina delle Foxes. L’abitudine di fare il gufo alle partite altrui gli è rimasta, dicono).

Nigel e Craig vanno allora nello Yorkshire, a Hull. L’Hull City 2010-2011 fa invece le veci del luna park abbandonato: problemi finanziari e altre storie brutte rendono il club relegato dalla Premier una difficile cavallina rosa sulla quale salire. La tigre dell’Hull sta malissimo addosso a Craig e nemmeno le foto di coppia sono un granché. Nigel e Craig si barcamenano all’undicesimo posto, iniziano piuttosto bene la stagione successiva, ma capiscono che è ora di tornare a casa.

A Leicester, infatti, sono finiti i giorni della presidenza Mandaric e il club di Vichai Srivaddhanaprabha vuole tornare a mettere le pantofole e il pilota automatico. Per tutto questo tempo, in cui si avvicendano squadre e presidenti, è rassicurante pensare a Craig come l’onnipresente braccio destro di Pearson. La sua storia è quella di un vice perenne. A partire dal nome, Shakespeare ha tutto per essere il perfetto allenatore-in-seconda: tipo il German El Mono Burgos col Cholo Simeone all’Atleti, una coppia talmente perfetta che si spera non tramonti mai. Un figone col volto di chi ne ha prese tante ci mette la faccia, l’aiutante grassoccio dà consigli, aiuta il massaggiatore quando serve, placa la collera dei giocatori appena sostituiti. Craig Shakespeare vi vuole bene perché è fragile come voi.

Pochi giorni dopo essere tornato sulla panchina del Leicester, il simpatico calendario della Championship 2011/12 prevede la trasferta delle Foxes ad Hull. La tifoseria di casa si rivolge a Pearson come il Giuda traditore, vince all’ultimo minuto e chiede all’ex manager perché mai se ne è andato in una squadra inferiore.

Il gol di Koren che fissa il risultato sul 2-1 all’88’. Non ti abbiamo dimenticato, Robert. Qui per la partita (quasi) completa: riconoscete il portiere del Leicester?

La stagione del Leicester, dalla trasferta di Hull in poi, subisce una netta flessione e solo dopo uno scossone tipo Juve-a-Sassuolo la squadra torna sui giusti binari. Le Foxes terminano al nono posto, nonostante Eriksson lasciò la squadra tredicesima.

Le stagioni si susseguono a Leicester, in modo tutt’altro che tranquillo. Il sesto posto a Maggio 2013 garantisce un posto ai Playoff contro un più quotato Watford, reduce da un campionato da 9 punti in più. A Leicester vincono i padroni di casa 1-0, decide Nugent. La partita di ritorno è uno di quei instant classic che avrete visto milioni di volte. Avanti 2-1, il Watford segna il terzo gol al 97′ dopo che Almunia para un rigore ad Anthony Knockaert, che sbaglia anche la ribattuta da due passi, e nonostante ciò ha ancora un lavoro in Premier League (forse lo salva avere la foto-profilo Twitter truzza). Troy Deeney fa impazzire Vicarage Road infilando sotto al sette un gol storico. Statua di sale Knockaert, mastica amaro Pearson. Figlio di puttana come ce ne sono tanti in Inghilterra, di quelli che sputano tranquillamente sul piatto in cui hanno mangiato ed escono sbattendo la porta, la catartica figura di Pearson ha avuto poi, un anno dopo, una dolce rivincita.

Primo posto, 102 punti, 31 vittorie (di cui 9 consecutive): il Leicester 2013-2014 schiaccia la Championship a proprio piacimento. É una stagione storica, per diversi motivi. Si cominci a modellare la squadra del titolo (Drinkwater, Schlupp, King, Wasilewski); Jamie Vardy comincia a farsi largo a fianco di David Nugent, che comunque rimane il miglior marcatore e la stella della squadra; Vardy prende più del doppio delle ammonizioni di capitan Morgan; c’era Ignasi Miquel, affidabile compagno di pomeriggi di Premier, che ora gioca al Lugo e un po’ dispiace.

La mitopoiesi di un Leicester più forte anche della realtà non è un’invenzione di Claudio Ranieri, e questa gif lo proverà. Qui c’è tutta la stagione, due ore di Leicester, caratterizzata da rutto libero e batoste a Millwall e Ipswich Town.

Il buco nero in cui Nugent segna dopo essersi girato di spalle sconsolato è lo stesso in cui Craig Shakespeare è il vostro vicino di casa col barbecue sempre pulito alla perfezione.

Per prepararsi all’avventura in Premier, in estate vengono rinnovati i contratti a Morgan, Vardy, Wasilewski, Schlupp (un Taye Taiwo che ce l’ha fatta), Nugent e King. Le spese maggiori sono per Ulloa dal Brighton e Kramaric dal Rijeka. Il portiere australiano Schwarzer (parlando di sicurezze: Mark S. secondo portiere si va a dominare) ed Estaban Cambiasso arrivano a zero, Danny Simpson sulla destra per due biscotti. A febbraio arriva Huth in prestito (poi definitivo) dallo Stoke. Pearson e Shakespeare sono sempre lì, al solito posto, con Steve Walsh (aka L’uomo che ha portato Mahrez) al loro fianco come capo scout. Chi non rimane, invece, è James Pearson, il figlio del coach, che non ne ha abbastanza per la Premier e deve scendere in categorie inferiori.

La stagione in Premier va male, malissimo. Tra il 22 settembre e il 27 dicembre arrivano solo due punti. La società non cambia e ha ragione lei: la svolta arriva ad aprile. Quattro vittorie consecutive permettono alle Foxes di rialzare la testa: chiuderanno con 22 punti nelle ultime 9 giornate, al quattordicesimo posto. L’ultima, giocata in casa a bocce ormai ferme, è vinta 5-1 sul già retrocesso QPR. Il gol più bello dell’anno è questa meraviglia di David Nugent, che in carriera ha segnato solo gol bellissimi. La catena sinistra Leicester è Konchesky-Schlupp. Vardy mette a referto 5 gol e 8 assist, Mahrez 4 gol e 3 assist. Il miglior marcatore della squadra è Fernando Ulloa con 11 reti (una ogni 219 minuti in Premier). Non è la classica anticamera di un titolo, vero?

Pearson è il manager del mese in aprile, eppure, nonostante avesse dimostrato una notevole flessibilità tattica passando anche a 3 dietro sul finire di stagione, non viene confermato. É sempre stato considerato uno così, un po’ strano. Si può leggere di come la ragazza di Albrighton se ne burlava su Twitter, qui invece di quando ha preso per il collo McArthur. Pare che il suo licenziamento abbia a che fare con un video pornografico a base razzista girato dal figlio con altri due giovani del Leicester in Thailandia. Un altro episodio in cui Pearson non è troppo cordiale coi giornalisti: forse Shakespeare serviva a tenere a bada il suo capo. Craig è di certo un suo amico, fedele compagno di uno che si diverte a leggere necrologi. Al Derby County ha litigato anche con la capretta simbolo del club; da pochi giorni ha iniziato una nuova avventura, nella B belga, la prima fuori dal Regno Unito. Si chiamano Oud-Heverlee Leuven e sono posseduti dal King Power Group come il Leicester. Qui si compra la loro maglietta, che è molto ok.

Ranieri ha il grande merito di essere entrato in punta di piedi. Dentro i rinforzi estivi (Okazaki, Kanté, Fuchs) e più minuti a chi li merita (Simpson, Drinkwater). Il modulo di riferimento rimane il 4-4-2, lo stile  è speculativo anziché no e la cartolina finale è il miglior sorriso di Shakespeare di sempre. Non occorre ricordare come andò quella stagione, così possiamo allontanarci dalla nostalgia tentatrice e gustarci questa gif di Shakespeare in conferenza stampa.

Imperlato di sudore dopo una sconfitta 2-0 ad Old Trafford.

Shakespeare infatti diventa capo-allenatore, non appena Ranieri viene brutalmente licenziato. Guida i suoi nel ritorno dei quarti di finale di Champions contro la banda Simeone, porta le Foxes ad una salvezza tranquilla e vedremo le sue reali doti quest’anno. Prima però, quando ancora era alle dipendenze di Ranieri nella stagione dei record, Allardyce lo scelse come assistente della sua Inghilterra. Andò male, ma molto male (nella storia che sconvolse il calcio inglese anche Jimmy Floyd Hasselbaink e il piccolo club belga di cui sopra), tanto che Big Sam fu cacciato dopo soli 67 giorni e una vittoria in una partita giocata.

Ranieri ha sempre definito Craig “un assistente fedele”, anche dopo aver denunciato il pugnale infilatogli alle spalle da qualcuno. Ragionevolmente, due così potrebbero mai litigare? NO. Sono due persone troppo pacifiche per azzuffarsi: guardate questa foto di Craig col cronometro al collo e la felpa dei Tre Leoni. Posto che un giorni gli chiederemo perché boccheggia come Nibali in salita, qual è il primo aggettivo che vi viene in mente, se non normale? Quale altro aggettivo viene in mente per il suo Leicester, una squadra (finalmente?) normale?

BONUS: Shakespeare tiene palloni in mano

Scorrendo la galleria fotografica dell’allenatore del Leicester si trovano un sacco di foto con lui che regge in mano cose, principalmente palloni da gioco. Pretende un ritmo così alto nelle partitelle a campo ristretto che lui stesso rimette in campo il pallone? Li usa come reggibraccio? Ci si accanisce contro per non colpire bottigliette a calci o sfigurare la sagoma della barriera di plastica? Qualsiasi sia il motivo, se non vi siete già innamorati del prossimo tema fondamentale della letteratura inglese, l’allenatore indaffarato come metafora del turbocapitalismo, eccovi alcune foto per innamorarvene.

Rosso livore.

Il sotto-tema faccia incazzata + doppio pallone e giaccone all’apparenza molto pesante è molto calcato dai fotografi di Leicester. Qui i palloni non sono altrettanto belli, qui il giaccone non sembra essere adatto per l’Alaska, in quest’altra tiene i palloni della Champions che vanno un po’ contro la sua condizione manageriale. Non vuol dire che a Shakespeare non piace l’immobilismo sociale, però, sapete com’è, di questi tempi è dura (e la foto comunque che non può non piacere perché sta urlando come un pazzo a qualcuno, forse sono le notti di Coppa che lo agitano più del solito).

No, i palloni non sono un vezzo estetico: li passa davvero ai giocatori. Gli piace arrotolarsi il cronometro tra le dita della mano destra e le magliette a mezze maniche attillate non gli donano affatto (ma il nero non snelliva?). Ogni tanto sembra anche sorridere, ma si deve sforzare perché per lui il calcio è più che altro dedizione e sacrificio: tenere in mano palloni dai colori mefistofelici collide col suo credo. Naso a patatina e alquanto accigliato.

Ma un allenatore preparato si porta sul campo fogli e fogli di spiegazioni da impartire ai giocatori, schemi e annotazioni: eccolo mentre non rinuncia a passare una sfera con le mani, forse per far migliorare Schlupp negli stop al volo. Stavolta a tenere la palla c’è Wes Morgan, ma mente il giamaicano parla di scalate e coperture Shakespeare gliela strappa di mano e si mette a fare la foca. Non che ci possa riuscire, sia chiaro.

Fa reggere palloni anche ai suoi sbarbati assistenti [via Reuters / Jason Cairnduff]

Shakespeare è il compagno di squadra che svuota le sacche dei palloni e raccoglie l’attrezzatura ad allenamento finito. Craig è tuo amico.