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Nell’immaginario comune il Real Madrid rappresenta una sorta di supernova luccicante del calcio mondiale: sia a livello societario che a livello tecnico, i Blancos rimangono un’entità a sé stante, più ricchi degli altri, più potenti degli altri, più vincenti degli altri, più tremendamente solidi degli altri. Perfino la camiseta blanca – col suo colore-non colore – sembra testimoniare di una realtà aliena e inarrivabile: composta di fuoriclasse in ogni ruolo e pronta a spendere qualsiasi cifra soltanto per poter collezionare un elemento più o meno utile al fine comune, ovvero vincere sempre e comunque. Facendo continuamente i conti con il peso della Storia.

L’odierna egemonia dei Merengues di Florentino Perez, però, è un processo basato su più tappe, ricco di sbandamenti, svolte, periodi di transizione e trionfi fino all’attuale fase, quella del cannibalismo a danno degli altri competitor del calcio mondiale. Un dominio che, nell’ultimo biennio, ha assunto contorni barbari: due Champions League in fila – solo il Grande Real ha fatto meglio – due Mondiali per Club, una Liga, due Coppe di Spagna e soprattutto la diffusa sensazione che questo Real, solido e imperscrutabile come una roccia lavica, sia diventato qualcosa di inaffrontabile per i comuni mortali, destinati prima o poi a schiantarsi sul monolite bianco.

Un periodo d’oro che, scarnificato dalle superstar da copertina come CR7, Benzema, Ramos e Modric, affonda le sue radici in due elementi del tutto dissimili – per non dire opposti – ma che hanno contribuito in maniera fondamentale alla composizione di una squadra dominatrice per diritto: Zinedine Zidane e Casemiro. Se di Zidane allenatore forse si devono ancora comprendere fino in fondo meriti, idee e proposte tattiche, di Casemiro si parla sempre troppo poco, o troppo spesso si rischia di cadere in quella narrazione auto-consolatoria che richiama i concetti archetipici del povero ma bello o peggio ancora: dello scarso ma efficace, del sacrificio come unico mezzo per la gloria. Casemiro è molto di più di questo logoro storytelling.

Acchiappatutto

Se un allenatore carismatico ma capace di un forte pragmatismo come Zidane afferma senza troppi problemi di non poter fare a meno del brasiliano, significa che qualcosa dalle parti del Bernabéu è cambiato. Dove un tempo contava il palcoscenico e il peso specifico di questo – quel concetto a metà fra riverenza e timore che in Castilla viene meravigliosamente etichettato con l’espressione miedo escénico -, adesso l’ordine dei fattori pare essere mutato grazie ad uno degli uomini-chiave dei Blancos: Casemiro, con il suo silenzioso e a tratti discusso ingresso nello starting XI del Real, ha apportato un cambiamento di mentalità. Qualcosa di difficilmente replicabile a queste latitudini.

Togliamoci subito il dente delle statistiche dettagliate e conseguente stile di gioco: viaggiare con 2,1 intercetti e 1,3 clearance a partita tra Champions e Liga, e allo stesso tempo mantenere una media di 87,1% di pass accuracy su 56 passaggi a partita, è l’istantanea del peso specifico – pari a quello dell’amianto – che il brasiliano ha all’interno dell’undici madrileno.

Dove il cammino dell’uomo timorato della metà campo è stato corrotto dalle iniquità, la vendetta è calata con furiosissimo sdegno: Makelélé, Diarra, Gravesen, perfino Khedira. Uomini e giocatori con profonde differenze, uniti, però, da un fil-rouge: il fallimento del proprio compito più recondito davanti al palcoscenico del Bernabéu. La rovinosa caduta dell’incontrista, il logorio dell’equilibratore tattico: una specie non protetta, pronta al sacrificio in pubblica piazza in nome della qualità e dello spettacolo per i palati insaziabili del tifo blancos. Mai nessun centrocampista ascrivibile alla categoria “di quantità” ha realmente conquistato il proscenio madrileno, generando costantemente brusii e malcontenti fin dalla lettura del nome in formazione, a causa della peculiarità intrinseca all’ambiente-Real.

Ma una vera e propria rivoluzione di velluto è avvenuta in questo biennio – ed è tuttora in atto -, capace di generare ricadute positive su un intero collettivo di marziani prestati al gioco. Casemiro è il protagonista – o meglio: il miglior attore non protagonista – dell’evoluzione del Real da squadra top a cannibale, che è entrata prepotentemente nella storia come un vampiro assetato di vittorie e trofei da accatastare nel ricolmo museo di casa. Casemiro, con la fondamentale mano di Zidane e del suo 4-1-4-1 ibrido, è diventato il collante imprescindibile dei Blancos. Grazie ad una serie di qualità difficilmente riscontrabili a una prima occhiata.

L’arrivo di Casemiro al Bernabéu e l’incontro con Zidane. Il caffè sempre “molta panna, molto zucchero”, ovviamente.

Non ruba mai l’occhio, rischia poco o pochissimo in fase di possesso, viene addirittura scansato in alcune fasi di prima costruzione, a volte elude volutamente il possesso nelle situazioni di transizione positiva, quando i fulminei ribaltamenti di campo dei Merengues si trasformano in un’arte da mettere in pratica con un tocco e a velocità supersonica: compito straordinariamente assolto dal trio Modric-Kroos-Isco in favore della verticalità garantita dagli uomini di fascia.

Eppure proprio Casemiro rimane il custode e insieme l’architrave della sofisticata architettura madrilena, garantendo un lavoro a tratti irreale per costanza, applicazione mentale e capacità di lettura del gioco, pur difettando in dinamismo. Costantemente padrone dello spazio davanti e dietro di sé, inevitabilmente dominatore della zona centrale del campo e degli spazi di mezzo in fase di non possesso, quasi sbalorditivo nell’anticipare col pensiero la giocata – o lo sviluppo successivo di questa – di qualunque tipologia di avversario nell’ultimo terzo di campo e infine fondamentale nei meccanismi di difesa in avanti e nelle fasi di ri-aggressione.

E per qualunque avversario intendo qualunque avversario (rullo di tamburi e crash di piatti).

Quella di Casemiro è un’arte minimale ma nobile, un mestiere minuzioso come può esserlo quello di uno specialista chiamato a risolvere problemi: la trasposizione calcistica del Mr. Wolf di tarantiniana memoria, applicata all’equilibrio tattico di squadra.

Stretto nella sua concentrazione quasi ascetica e nelle sue smorfie corrucciate da uomo che porta un peso più grande di sé sulle spalle, Casemiro è forse il singolo giocatore, nel ruolo di volante, che ha spostato gli equilibri in maniera così decisiva da rimodulare il concetto stesso di collettivo: c’è un Real con Casemiro, e un Madrid senza Casemiro. Concetto espresso plasticamente da Massimiliano Allegri a Marca alla vigilia della finale di Champions:

“Tutti parlano di Isco, Bale e Cristiano Ronaldo ma il giocatore più importante del Real per me è Casemiro: senza di lui, la squadra non giocherebbe allo stesso modo. È fondamentale.”

Capace di inibire anche le giocate più rapide e il possesso palla più strutturato con apparente semplicità, la maturazione di Casemiro ha qualcosa di miracoloso se pensiamo che fino al 2015 sembrava un giocatore destinato a far numero: l’ennesimo sub da schierare in campo nelle fasi di sofferenza collettiva, in cui il risultato vacillava e c’era bisogno del tipico centrocampista da chiamare in causa in qualità di distruttore.

La continua crescita del brasiliano, al contrario, regala un mediano capace di (quasi) tutto, un aggiustatore di cose e insieme un equilibratore situazioni: un conduttore attraverso cui far scorrere fluidamente una volontà di vittoria. E a questo punto se fossi il centro-sinistra italiano, un pensierino per un incarico a fine carriera – tipo il segretario di partito – ce lo farei.

Qualche bomba che vi farà esclamare: Casemiro è una bomba!

Eppure non c’è solo questo aspetto, perché l’intelligenza calcistica e il senso tattico di Casemiro sono diventati una manifestazione così egemone sul suo stile di gioco da farci perfino scordare di quante qualità dispone il numero 14 merengue. Il tiro, nella sua accezione più primigenia, è una di queste.

Ok, a Madrid neanche può provare a proporsi in allenamento per soluzioni da fermo, però calciare con questo stile da 30 metri e infilarla proprio là, rende giustizia alle sue qualità.

Un modo di calciare archetipico, portato esclusivamente col collo del piede steso quasi a 90 gradi, liberando la gamba verso l’alto, incurvando il corpo come da manuale della scuola calcio. Le soluzioni da fuori del brasiliano sfiorano la perfezione per potenza e precisione, ma è una perfezione concreta, mai astratta o complicata, senza sovrastrutture; non genera mai l’impressione di un gesto inarrivabile, sembra piuttosto un copione studiato e messo in pratica come da manualetto di istruzioni. Un tutorial da mostrare ai ragazzini che iniziano ad approcciarsi al gioco.

Sì, nella vita esistono le eccezioni: contro il Napoli segna con un tiro che sembra uscito da una di quelle enormi fionde medievali che si caricavano con le pietre per respingere gli assedi nemici.

Una di quelle conclusioni di collo pieno di cui rimane solo il rumore dell’aria che si sposta.

Qui sopra ho allargato il concetto di “bomba” a questo assist contro il Bayern nell’ultima Champions perché: 1) Un assist di Casemiro è materiale raro e prezioso come un’ametista; 2) fa a sportellate con Müller e poi avanza minaccioso e regolare come se fosse l’anello di congiunzione tra un uomo e un tank anti-mine; 3) calibra alla perfezione un cross tagliato sulla testa di CR7 nonostante la scarsissima coordinazione, e 4) confeziona questa giocata strappa-Bayern subito dopo l’errore più grossolano della sua carriera madrilena: questo intervento à-la Facundo Roncaglia.

In definitiva, a 25 anni e nel pieno della maturità agonistica, Casemiro ambisce al ruolo di uomo nell’ombra più decisivo in Europa, risolvendo problemi complessi con l’apparente facilità di un personaggio da fiction e portando con sé la consapevolezza e quei concetti base di chi crede che il calcio sia sostanzialmente un gioco dove l’armonia del collettivo supera per importanza ed efficacia lo splendore del singolo.