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“A 38 anni è giusto dare spazio ai ragazzi. A dicembre scadrà il mio contratto, e ti rendi conto da solo che è arrivato il momento di smettere. Ogni giorno ho problemi fisici, non riesco più ad allenarmi come vorrei perché ho sempre qualche acciacco. Alla mia età ci sta di dire basta. Non è che puoi andare avanti per forza fino a 50 anni. Farò qualcos’altro.”

Le parole di Andrea Pirlo, rilasciate alla Gazzetta dello Sport, certificano l’ufficialità del suo ritiro dal calcio giocato. A 38 anni e dopo tre stagioni di puro divertissement a New York, è arrivato il momento dell’annuncio per uno dei più iconici interpreti del ruolo di regista. Un giocatore-simbolo, unico nella sua classicità. Abbiamo deciso di rendere omaggio ad Andrea Pirlo con molteplici punti di vista seguendo le tappe di una carriera ricchissima di passaggi da ricordare.

Pirlo bandiera nerazzurra

di Giovanni Piccolino Boniforti

Mi voglio ricordare di Pirlo come quello che non è mai stato: una grande bandiera dell’Inter. Voglio deprimermi ancor di più ripercorrendo l’excursus che ha portato Andrea Pirlo all’Inter. Doveva difatti essere uno spettacolo vederlo giocare con i ragazzini ad inizio anni novanta tra Flero, Voluntas e Brescia come mezzapunta; anche perché era talmente chiaro che sarebbe diventato un campione che l’esordio in massima serie arrivò già il 21 maggio 1995, quando prese il posto di Marco Schenardi in un Reggiana-Brescia 2-0: a 16 anni e 2 giorni è, manco a dirlo, il più giovane esordiente della storia delle Rondinelle.

È vero, per giocare stabilmente in prima squadra ha dovuto attendere il mite e intuitivo Edy Reja, che nella stagione 1996-97 lo ha lanciato con 17 presenze (e 2 reti) nel Brescia vincitore del campionato di B. La stagione seguente è arrivata la gloria anche in massima serie, dove ha realizzato 4 gol in 29 presenze – in un modesto Brescia poi retrocesso – che gli sono valsi la chiamata dell’Inter. Ora, io faccio fatica a ricordare l’ultimo giovane italiano così promettente che non sia stato bruciato. E neanche con Pirlo ci siamo totalmente smentiti: le 18 presenze totali in campionato, partendo spesso dalla panchina nonostante l’avvicendarsi di ben quattro allenatori (a memoria: Simoni, Castellini, Lucescu e il redivivo Roy Hodgson) alla guida della squadra, non hanno in tal senso aiutato il suo sviluppo; e pensare che davanti aveva Winter, Ze Elias e Cauet.

Nel 1999 l’Inter lo ha saggiamente mandato in prestito alla Reggina, alla prima stagione in A della sua storia, dove, insieme al gemello dell’Under21 Roberto Baronio e al freak Mohamed Kallon (24 squadre in carriera, compresa la sua, in 4 continenti), ha disputato un gran campionato con 28 partite e 6 gol. L’ascesa nerazzurra sembra a quel punto inevitabile, e le investiture illustri non mancano: “Quando giocavamo insieme tutto dipendeva da lui. Ha sempre avuto il grande merito di vedere in anticipo quello che poteva succedere all’interno dell’azione. La sua visione di gioco, quello che sa fare, quello che sa costruire, fanno di lui un fuoriclasse”. (Roberto Baggio).

Ma dopo aver trovato poco spazio nelle prima parte della stagione – 8 presenze -, a gennaio viene ceduto nuovamente in prestito, stavolta al Brescia. Perché in effetti Jugovic, Dalmat e Brocchi sono più forti di lui (emoji della faccina con le lacrime), anche se la scusa ufficiale per cui viene relegato in panchina è che può giocare soltanto come alternativa di Clarence Seedorf da mezz’ala o trequartista. Da qui in poi la storia è nota: Carlo Mazzone decide di arretrare la sua posizione in campo, impiegandolo come regista, per farlo coesistere insieme a Roberto Baggio, che non è che bazzichi zone così diverse da quelle dell’olandese.

In uno dei gol più ricordati di sempre, Baggio fa una cosa alla Baggio, però il lancio di 40 metri direttamente sul piede del Divin Codino lo disegna Andrea Pirlo…

Non basta? Nell’estate 2001 Pirlo passa al Milan a titolo definitivo in un’operazione da 35 miliardi di lire, con i cugini che completano la beffa col cartellino di Dražen Brnčić (per i cultori: 28 partite in B col Venezia di Igor Budan nel 2002, prima di costruirsi un’ottima carriera nella Jupiler League olandese). Per sostituirlo, naturalmente, l’Inter pensa a Emre, Okan Buruk e – di ritorno dal prestito – Cristiano Zanetti, pure lui ceduto dopo mesi di ottimo rendimento.

Il resto è storia: a causa degli infortuni di Gattuso e Ambrosini, Pirlo viene collocato da Carlo Ancelotti nella sua posizione ormai divenuta storica. Per tutte queste ragioni preferisco far finta che abbia vinto il Triplete del 2010 instaurando una perfetta intesa con Wesley Sneijder. In alternativa, lo so, potrei soltanto seguire l’iter di Randle Patrick McMurphy in Qualcuno volò sul nido del cuculo; ma, ecco, a questo punto preferirei evitare e vivere un’impossibile illusione.

Tocchi celestiali al servizio del Diavolo

di Alberto Mapelli

Andrea Pirlo si trasferisce al Milan nel giugno 2001 (si può trovare ancora il “comunicato ufficiale” negli archivi del sito nerazzurro), dove si afferma come uno dei centrocampisti più completi e tecnici del panorama mondiale, in un crescendo difficilmente riassumibile in poche parole e rimanendoci fino al 2011. Dieci anni di amore intenso, vincente, terminato nel peggiore dei modi per una mancanza di fiducia reciproca.

Il Milan non credeva più in lui a causa di un fisico mai stato impressionante ma in quel momento, almeno apparentemente, fragile e sul punto di abbandonarlo del tutto. Pirlo si sentiva ancora in grado di fare la differenza e per questo chiedeva garanzie tecniche che il club rossonero non si sentiva più in grado di dargli. Questa mancanza di fiducia lo spinse tra le braccia di una Vecchia Signora…

In mezzo però ha fatto piangere tante volte i tifosi avversari, anche quelli bianconeri. Quella Champions vinta a Manchester contro la Juventus è indubbiamente uno dei ricordi più belli dei suoi anni rossoneri. E poi l’altra, ad Atene, dove la dea bendata restituì al Milan e a Pirlo ciò che incredibilmente avevano smarrito nell’incubo di Istanbul. Una sua punizione guidata dal fato incocciò Inzaghi, che essendo Inzaghi, segnò una delle reti più inspiegabili della storia del calcio.

“Se Inzaghi non va dal gol, è il gol che va da Inzaghi”. In mezzo l’esultanza di Pirlo, a braccia larghe, quasi liberatoria, in modo simile a quanto fatto dopo il rigore di Grosso.

Al Milan, però, Andrea Pirlo deve molto più di due Champions vinte da protagonista. Deve il coraggio di Carlo Ancelotti di dare continuità a quella geniale intuizione di Mazzone, deve un Gattuso e un Ambrosini sempre pronti a “coprirgli le spalle”, deve la possibilità di fare parte di uno dei centrocampi più tecnici al mondo circondato da Rui Costa, Seedorf, Kakà, Rivaldo. Deve, in sostanza, la possibilità di essere inserito in un contesto in grado di esaltare e far risaltare le sue qualità quasi anacronistiche, in un mondo calcistico sempre più volto all’inseguimento del centrocampista box-to-bosul modello inglese.

Al Milan vince anche due Scudetti, due Coppe Italia, una Supercoppa Italiana, due Supercoppe Europee e una Coppa del Mondo per Club. Nel frattempo entra stabilmente nell’XI titolare della Nazionale Italiana e vince un Mondiale, IL Mondiale, con una compagine azzurra a indicare la via da seguire nell’estate più complicata per il nostro sistema calcio. Mette lo zampino anche in quella vittoria: apre la nostra competizione con il gol dell’uno a zero al Ghana, disegna la traiettoria per la testa di Gilardino, segna il rigore in finale ma, soprattutto, partecipa all’azione resa immortale dalla telecronaca di Fabio Caressa.

Anche al Milan regala diversi gioielli, specializzandosi anche nel tiro da fuori oltre che da calcio di punizione. Personalmente penso che il gol più bello realizzato da Pirlo con la maglia del Milan (e forse in assoluto) sia l’ultimo, quello a Parma, con una conclusione da distanza incredibile. Con il senno di poi era un segnale. No, Andrea Pirlo non aveva ancora finito di donare magia al calcio italiano.

È il 2 ottobre e Pirlo è alla sesta presenza stagionale. Chiuderà con 17 apparizioni totali (poco convincenti) e solo questo sigillo. Il dubbio che fosse sul viale del tramonto è venuto a chiunque…

Bianco e nero, in technicolor

di Gianluca Lorenzoni

Se fossi costretto a scegliere una singola parola per descrivere Andrea Pirlo, l’eredità che ci lascia dopo aver annunciato il ritiro, quello che ha rappresentato in campo e che con tutta probabilità rappresenterà nella nostra memoria, andrei con: ineluttabile. Che dovrebbe suonare più o meno come “contro il quale c’è poco da fare”. Ineluttabile come la traiettoria di una palombella improvvisa di trenta metri destinata a finire puntualmente sui piedi di Lichtsteiner, trasformato dal bresciano in un’arma impropria; ineluttabile come l’esito di un calcio di punizione dal limite; o come il fatto che privarsi a cuor leggero di un interprete straordinario possa ritorcertisi contro nella lotta scudetto.

Pirlo ha fatto parte di quella categoria di eletti capaci di soggiogare l’entropia e il caos del gioco al proprio volere, narratori onniscienti in grado di architettare trame complesse soltanto per il gusto di dimostrare come per loro – e per loro soltanto – fosse facile risolverle, rendendo limpide come alcune giornate autunnali giocate semplicemente impensabili. Onestamente, ne ho visti soltanto tre con questo dono: Zidane, Iniesta e Pirlo, appunto. Falcao, Cruijff, Rivera e Di Stefano saranno stati fatti della stessa pasta probabilmente, ma non sarebbe corretto distaccarsi troppo dall’esperienza diretta.

Baricco, a proposito di Zidane, scrisse: “A me ricorda Michael Jordan. Non è che loro cercano il gioco: è il gioco che cerca loro. Loro sono il baricentro, il resto gli gira attorno, secondo una logica che ha qualcosa di irrazionale, perfino di magico. E se qualcosa accade, accade dove sono loro”. Ecco, a distanza di un decennio, Pirlo in bianconero ha rappresentato l’ideale continuum con l’altro 21, quello francese, l’eccellenza cerebrale prima ancora che tecnica distillata su un campo da calcio.

Arrivati entrambi con meno fanfare di quello che fosse lecito aspettarsi (Zizou reduce da un Europeo sottotono, Pirlo dato per finito se non addirittura dannoso nell’economia di una squadra), con vere e proprie rivoluzioni tecniche in atto – seppur in condizioni ambientali totalmente opposte -, hanno entrambi impiegato il tempo di un caffè per instaurarsi al centro del villaggio.

Ventitre minuti esatti nel caso di Andrea Pirlo. Quella palla per Lichtsteiner – e chi sennò? – all’esordio nel e dello Juventus Stadium, ricordo, ci rinfrancò col calcio, lasciando definitivamente alle spalle il medioevo dei Melo, degli Aquilani e dei Tiago. Pace all’anima loro. Fu un sollievo difficilmente trascrivibile, credetemi: come riportare alla mente un vecchio capolavoro in bianco e nero che sembrava appartenere ad un passato lontanissimo, finalmente restaurato in technicolor. Il primo Scudetto dell’era Conte si poggiò quasi interamente sulla consapevolezza che con Pirlo i periodi bui non potevano che appartenere al passato. La sua voglia di rivalsa, dopo che dalle parti di Milanello lo avevano comodamente adagiato sul carrello dei bolliti, ha fatto il resto.

I quattro anni a Torino, chiusi con le lacrime di Berlino, non hanno fatto che confermare, se mai a qualcuno fosse venuto il dubbio, la sua grandezza e unicità. Tra uscite dal pressing marziane, lanci abbaglianti, punizioni inesorabili, finte di capelli che ogni volta ti chiedi come sia possibile che il marcatore puntualmente abbocchi, barbe lunghe e occhi spenti, perle nei derby e nei big-match, il sunset boulevard bianconero è l’ultimo atto verso l’eternità, il periodo in cui non deve dimostrare più nulla e quindi “può tentare qualsiasi cosa e qualsiasi cosa, riconoscente, gli riesce” (Gabriele Romagnoli).

C’è però un momento preciso che mi tornerà in mente quando mi capiterà di ripensare al Maestro. Ed è questo qui. Che in fondo non è altro che una definizione plausibile di cosa significhi ineluttabilità.

Anche Webb dice che non c’è niente da fare se in campo c’è Pirlo…

Pirlo, il Maestro di un’arte “maledetta”

di Alberto Mapelli

La prima cosa che mi viene in mente pensando a Pirlo, ancor prima dei suoi assist, della capacità di fare girare una squadra, della genialità che scaturiva dai suoi piedi ad ogni tocco, sono i calci di punizione. Il giocatore Andrea Pirlo viene, nella mia testa, sublimato nella magia dei suoi calci piazzati e di quel modo particolare di calciare il pallone, denominato dai media “la Maledetta”. Poco importa che, come lui stesso ammette nella biografia, fosse stato ispirato da un altro fenomeno delle punizioni come Juninho Pernambucano. Quel modo particolare di calciare il pallone, con solo le tre dita e il corpo leggermente all’indietro, è diventato alla Pirlo.

La Maledetta. Poesia.

Il Maestro di punizioni ne ha segnate tante, tantissime. Con 28 calci di punizione realizzati è leader indiscusso per numero di reti segnate in Serie A al pari di Sinisa Mihajlovic, altro specialista per antonomasia. A volte, però, quando si cerca di ricordarsi qualcosa in particolare capita che un altro cassetto della memoria si apra, nonostante contenga qualcosa di affine ma leggermente diverso. Il motore di ricerca utilizzato dal mio cervello alla mia query “Gol+Pirlo+Punizioni” mi ha presentato, tra le altre, questa risposta:

Traiettorie fantastiche e dove trovarle. Anche se, a pensarci bene, aveva già disegnato una pennellata simile in una partita molto meno importante, con la palla che sembra ignorare le leggi della fisica.

Le punizioni di Andrea da Brescia non si possono ridurre solamente in Maledette e Affini. Prima e dopo che brevettasse questa particolare traiettoria che in tanti provano oggi a imitare e fare propria, con risultati più o meno simili all’originale, il #21 ha sempre cercato la maniera più intelligente ed efficace possibile per gonfiare la rete alle spalle del portiere. Spesso ha anche sfruttato la nomea costruita per uccellare sul palo non coperto dalla barriera il malcapitato estremo difensore. Emblematica è la punizione contro la Roma, in cui la palla passa anche tra le gambe di Burdisso, che Pirlo sembrava già sapere che sarebbe passato di lì in quel momento.

Nick, chiudile!

Da tifoso che spesso lo ha visto giocare contro la propria squadra, la sensazione di inquietudine ogni volta che posizionava la palla su una mattonella potenzialmente invitante è difficilmente replicabile da qualunque giocatore attuale. Andrea Pirlo non è mai stato monotematico e non si è mai fatto influenzare dall’importanza della gara o del momento all’interno della gara stessa. In ordine completamente sparso si possono ricordare il gol nel derby, quello a due minuti dalla fine in un Marassi inzuppato, quello all’Atalanta a Torino, le traiettorie in maglia Reggina quando Pirlo non era ancora Pirlo, il 3 a 0 contro il San Marino, il 3 a 1 al Cagliari. E sono solo una selezione a gusto completamente personale delle tante, tantissime perle che il Maestro ci ha regalato durante la sua fantastica carriera.

Mini-classifica show

di Leonardo Capanni

Oltre ai gol, alle punizioni e ai rigori celebri, ho provato a stilare una mini-classifica, diciamo pure un condensato estremo, di alcuni sprazzi meno celebri di pirlesque che in pochi secondi riuscissero a racchiudere la cifra estetica e stilistica di un giocatore unico. Di seguito alcune piccole gemme da osservare attentamente, giocate che rappresentano l’epifania del Pirlo-style: un calcio autoreferenziale nella sua armonia, e che continua a fare storia a sé.

Riuscire ad illudere l’opinione pubblica e i media per anni sul fatto che Lichtsteiner fosse uno dei migliori esterni destri in Europa; farlo segnare a raffica sull’attacco al lato debole, magari facendo prima collassare lo schieramento avversario come un bambino che smonta e rimonta un castello di Lego. È impressionante, quasi alieno, il combinato di calma, sensibilità di piede e soprattutto senso innato del tempo di gioco, che sembra vivere stadi diversi all’interno della stessa azione – dilatandosi o restringendosi – a seconda della scelta specifica di Pirlo.

L’assist per il momentaneo vantaggio di Di Natale contro la Spagna ad Euro 2012 è una di quelle giocate che racchiudono in sé un intero stile di gioco, una forma di intelligenza spazio-tempo superiore. Non sarà ricordata come la giocata della carriera, ma è di una difficoltà estrema perché: 1) Pirlo fa fare la figura del peracottaro a Busquets, ovvero la più perfetta macchina da pressing, lettura delle situazioni di gioco e riconquista del pallone, che va a vuoto come se fosse un giocatore inferiore di tre categorie; 2) Xavi lo rincorre, ma Pirlo allarga quel tanto che basta la spalla rendendolo innocuo e tagliando la sua direttrice di corsa con un portamento da star hollywoodiana; 3) L’assist è una meraviglia: un passaggio filtrante che più taglia-linee non si potrebbe, effettuato col sinistro: sembra una sorta di vip-pass per il Valhalla tanto spiana una prateria davanti a Di Natale.

Questa è una giocata che nessuno può ricordare, una singola goccia che si perde nella maestosità di un oceano. Non è un assist, non è un’occasione speciale, non è un gol. Però rappresenta tante cose in piccolo: una forma-bonsai della capacità mistica di Pirlo di aprire e chiudere il centro del campo e far respirare o accelerare il possesso, fungendo da collettore di un intero sistema che si appoggia su di lui come farebbe un bambino spaesato davanti alle difficoltà del mondo.

Un giocatore totalmente invulnerabile al pressing, sia esso individuale o di reparto: una strana mezza ruleta sul controllo orientato, appoggio e accompagnamento, tunnel sull’uscita del pressing individuale, infine finta di corpo senza toccare il pallone, aprendo così un intero fronte di gioco sulla fascia destra. Il tutto con una scioltezza quasi offensiva per gli altri: come se potesse proporre queste giocate tenendo in mano un manhattan con tanto di ciliegia al maraschino e ombrellino colorato.

Che poi, in fin dei conti, è proprio la sensazione che Pirlo ha suscitato almeno una volta in ognuno di noi.

Pirlo come te

di Paolo Stradaioli

Ve la ricordate quella storia di Andrea Pirlo sinti? Io personalmente no, eppure all’epoca sembrava una bomba giornalistica di livello assoluto, a testimonianza che le fake news non le ha inventate The Donald e sicuramente non le ha inventate Facebook.

Tre anni dopo, quando uscirà il suo libro “Penso quindi gioco”, sarà lo stesso Pirlo a smentire la notizia sottolineando che la sua famiglia è lombarda al 100%. Perché non lo ha fatto prima? Perché il rumore gli dà fastidio; in campo e fuori vuole essere libero di disegnare il suo calcio e tracciare la sua storia e in quella circostanza ha preferito rimanere in silenzio. I giornali possono arrivare fino a un certo punto, ma se poi non trovano riscontro nei fatti devono far cadere la storia e a lui andava bene così.

Il mio professore di Storia e Filosofia al liceo si riferiva all’uomo medio con l’epiteto di peppino. Andrea Pirlo è un peppino, con la differenza che la palla va dove dice lui.

Pirlo

Gif muta.

Nel 2014 ha divorziato dalla moglie perché invaghitosi di un’altra donna, la causa di separazione più inflazionata tra le coppie odierne. Lei ha deciso quest’estate di tornare sulla vicenda finendo sulle prime pagine delle riviste di gossip. Lui non ha commentato, non gli interessa, è capitato come capita a tanti altri e adesso è felice con un’altra. È la vita, e per lui la vita non fa rumore.

Sempre quest’estate c’è stato il conclamato trasferimento di Bonucci dalla Juve al Milan, spaccando la critica tra chi lo vedeva come un traditore, chi come un mercenario, chi come un illuminato. Ancora oggi è l’argomento principale da cui partire per parlare delle prestazioni del Milan in campo. Quando Pirlo fece il percorso inverso nessuno, o comunque in pochi, sentirono il bisogno di creare uno storytelling al fine di rinnegarlo o venerarlo. Con il Milan si era rotto qualcosa, aveva chiuso un ciclo, non c’erano più le condizioni per andare avanti insieme. Ha cambiato datore di lavoro come le persone normali fanno, come i peppini fanno. A cosa gli serve parlare con la stampa?

Ai quarti di finale di Euro 2012 estrae dal cilindro il famigerato cucchiaio su calcio di rigore generando un’ebrezza irrefrenabile in tutte le case italiane. In quel momento non c’è un singolo spettatore che non sta pensando una cosa del tipo “questo è un genio del futbol”. No. Lo ammetterà lui stesso in un’intervista al Daily Mail: “Hart continuava a muoversi sulla linea della porta e quando ho visto che si buttava ho fatto la mia scelta. Non c’era nulla di premeditato”. Cosa fai quando il portiere è un esagitato? La piazzi. Noi avremmo appoggiato un destro indegno, lui la scava perché quel piede è capace di gesti artistici sconosciuti a chi scrive e probabilmente a chi legge, ma è una reazione normale e logica a ciò che gli succede intorno.

Pirlo

Poi bisogna avere anche un certo tipo di battito cardiaco per fare una roba simile…

Il giorno del ritiro, però, vedrai che organizza tutto e poi chiama i suoi ex compagni, e poi… No, no, no. Pirlo vuole giocare a golf e stare con i figli. Rilascia un’intervista alla Gazzetta soltanto perché c’è un oceano di mezzo e forse qualcuno pensava avesse già smesso. Da quanto tempo non sentivamo più il nome di Pirlo? Bei tempi quando aveva firmato per il Chelsea e ne parlavano tutti. Un momento. Con il Chelsea? Secondo lui l’accordo c’era, poi è intervenuto Silvio e non se n’è fatto niente. Dice di aver usato l’acquisto di Huntelaar come incentivo a restare. D’altronde si è fatto tre legislazioni mica per caso.

Andrea Pirlo adesso è negli States, assapora il gusto della vita post ritiro abituandosi all’idea che in fondo l’Italia non gli manca così tanto. A New York fa il cicerone per chiunque abbia voglia di andarlo a trovare; ex compagni di squadra, ex politici, modelle che forse la conoscono meglio di lui, e in generale ci sono posti peggiori dove spendere la seconda parte della vita. Che tanto poi, dovesse anche tornare, chi volete che se ne accorga?

Easy like Sunday day…

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Illustrazione a cura di Sarita.