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“Tanta veces me mataron, tanta veces me morí y aquí estoy resucitando.”

Vi ricordate dove eravate esattamente otto anni fa, nell’ottobre 2009? Faceva freddo, o almeno in Argentina di sicuro. Pioveva un casino, cioè qui non ricordo, ma là in Argentina era terribile: una di quelle piogge diagonali da cui è impossibile ripararsi, di quelle che almeno non ti cade la goccia tra la lente degli occhiali e l’occhio (fastidiosissimo), ma in compenso ti infradici da capo a piedi facendoti buttar via l’impermeabile che vendono all’esterno del Monumental per pochi pesos. Erano giorni pazzeschi in Argentina.

Il Boca Juniors e il River Plate stanno raccogliendo risultati disastrosi come mai nella loro storia e solo il meccanismo infernale del promedio salvagigantes li crogiola nella presunzione di non poter retrocedere mai (peccato che, solo un anno e mezzo dopo, neanche il promedio, introdotto nel 1983 proprio per evitare la retrocessione al River Plate, potè salvare i millonarios dall’onta del loro primo descenso); il titolo di Apertura se lo giocano il Newell’s Old Boys e una matricola della periferia bonaerense, il Banfield, che in seguito se lo aggiudicherà per due punti sui rosarini. A Buenos Aires tutto questo però non sembra interessare. Cosa ci può essere, in Argentina, più importante dell’equipo? Semplice, la selección.

Erano giorni importanti in Argentina e, anche se ero dall’altra parte dell’oceano e mai ho palleggiato in un potrero con gli amici del barrio, li ricordo bene, perché è sembrato di rivivere le stesse sensazioni solo una manciata di giorni fa, quando Messi ha preso per mano i cuori di milioni di argentini e li ha portati al Mondiale con un po’ meno Diego Armando nella testa. C’era già Messi in quell’ottobre 2009 e fa impressione pensare che, a 22 anni, già si parlasse di un ragazzo che doveva prendere in mano la nazionale per dimostrare di essere come Maradona e, sì, c’era anche il Pibe in questa storia perché è difficile immaginarsi una storia che sia degna di essere raccontata senza Diego Armando Maradona nell’Argentina degli ultimi 35 anni.

Ottobre

Era il 10 ottobre, per l’esattezza, e ad uno stranamente accessibile orario – le 23 italiane – si giocava Argentina-Perù allo stadio Antonio Vespucio Liberti, detto Monumental, di Buenos Aires. Lo stadio, situato nel gentrificatissimo quartiere medio-alto di Belgrano, è la scelta più usuale per la nazionale, un po’ per scaramanzia e un po’ per prendere le distanze dalle fanfare dei più beceri frequentatori della Bombonera.

È lo stadio del River Plate e in quei mesi sembra afflitto da una specie di maledizione, però l’Argentina in queste qualificazioni mondiali ha vinto solo lì, bucando l’autoesilio rosarino e praticamente ogni trasferta, tranne quella in Ecuador alla seconda giornata, quando sulla panchina albiceleste ancora sedeva Alfio Basile, dimissionario nell’ottobre 2008, ad un anno esatto dalla nostra storia.

Notare lo stile à-la Angelo Bernabucci con cui Basile assiste alla sua ultima partita da ct dell’Argentina, affondato dal Cile di Bielsa.

 

Qualche critica c’era stata, ma quando non ci sono critiche al ct dell’Argentina? In effetti diverse scelte del Coco Basile erano state discutibili, ma nell’ottobre 2008 in Federazione non sono preparati alla successione: e adesso? In Argentina c’è una particolare tendenza populista che permea la società e lo sport, la mistica dell’hombre del pueblo e tutto il resto, l’accondiscendere agli istinti della massa a prescindere da ogni razionalità.

Tocca a Diego Armando Maradona, che non aveva fatto mai mistero di voler guidare la selección anche a costo di mettere da parte le divergenze con i mammasantissima della AFA.  Ha tanti difetti Diego, sa di poter contare su un carisma che sfocia fino quasi a confondersi con un’aura divina per giocatori e fan, ma per le nozioni tattiche si porta con sé Carlos Bilardo, ct dei Mondiali trionfali e “per poco non” del 1986 e del 1990, le cui abilità di stratega però sono state decisamente sovrastimate dalla piega che ha preso la storia del pallone grazie a quel mancino che ora siede alla sua destra.

Ora non sono più amici: Maradona ha accusato Bilardo di aver cospirato per il suo allontanamento dalla nazionale.

Da quando la panchina la tiene al caldo Maradona, le cose per la nazionale sono rapidamente precipitate. La luna di miele del 4-0 al Venezuela finisce già il primo di aprile, con il “pesce” che i boliviani rifilano ad un’Argentina a corto di ossigeno nella trasferta da alpinisti di La Paz: 6-1 e peggior sconfitta della nazionale in una partita di qualificazione ai mondiali. La vittoria sofferta contro la Colombia fa da preludio a tre sconfitte consecutive, tra cui la prima casalinga dell’Argentina contro il Brasile in un match di qualificazione.

Un’onta su cui c’è forte la mano del ct, che schiera la difesa del Velez Sarsfield (nella sintesi un giovane Stefano Borghi parla del “promettente Otamendi”), praticamente irrisa dal magic moment di Luis Fabiano nel periodo in cui segnava a grappoli sotto la guida di Dunga e vestiva la maglia del Milan ad ogni sessione di mercato, e un centrocampo formato tra gli altri dal bolso Veron e dalla meteora del Napoli Datolo, autore dell’unico gol argentino ai verdeoro. Per la verità quasi nessuno temeva di uscire dal Mondiale prima dell’ultima debácle contro il Paraguay, quando una lezione di tattica di Tata Martino affondò una squadra dal valore di mercato 30 volte superiore grazie al gol di Haedo Valdez e all’ultima giocata magistrale su un palcoscenico internazionale di Cabañas, prima di quel proiettile che lo raggiungerà alla testa pochi mesi dopo in un bar di Città del Messico e che lo lascerà vivo per miracolo.

La credibilità del Maradona allenatore rimane, in pratica, per sempre ad Asunción. La qualificazione al Mondiale si decide un mese dopo: l’Argentina ospiterà il Perù già eliminato e poi andrà a giocarsi uno scontro diretto che potrebbe diventare punto di non ritorno in terra charrúa. Un mese infuocato, con Maradona costantemente sulla graticola: abbozza per il bene della nazionale, sicuro di avere presto l’occasione per sfogarsi davanti a tutti quelli che stanno dicendo peste e corna.

Rivoluziona la squadra che lo ha tradito: via il gruppo dell’Inter che sta imboccando la stagione del triplete, fuori il genero Aguero dall’undici titolare, via la retroguardia autarchica, Mascherano retrocesso in difesa ante litteram rispetto alle visioni guardioliste (terzino, però, perché Maradona di Guardiola non ha niente). Si punta su giovani in rampa di lancio, come le matricole Di Maria e Romero tra i pali e i debuttanti assoluti Higuaín e Insúa, tutti dal primo minuto contro il Perù.

Maradona ha mille difetti ma nessuno come lui sa intercettare e assecondare i sentimenti del popolo: gli unici “vecchi” convocati sono il pupillo Heinze, un carneade 36enne di nome Rolando Schiavi, che Diego ha reso il più anziano debuttante albiceleste di sempre, e un 35enne dalla storia un po’ particolare. Da film, dicono loro.

El Hombre de la pelicula

Si chiama Martín Palermo e in effetti già il nome potrebbe sembrare uscire da un film. Non una commedia impegnata come il Tom Baxter che letteralmente esce dallo schermo ne La rosa purpurea del Cairo, ma più come il personaggio svitato di una serie televisiva giovanile di quelle che l’Argentina esporta a iosa. Tra i tanti soprannomi che vanta, oltre a titán e optimista del gol (quest’ultimo coniato dal suo mentore Carlos Bianchi), c’è anche el loco e non è una notizia perché, in cotanta fantasia latinoamericana, a volte qualche residuo di sangue europeo incarta gli apodos nei soliti cliché.

A volte ho la sensazione che basti veramente poco per farsi soprannominare loco in Sud America e, nel caso di Martin Palermo, le locure sembrano più che altro fermarsi ad una sua capacità innata di attirare l’attenzione in campo semplicemente facendo il suo mestiere, ovvero il gol. Ne ha segnati aggrappandosi alla traversa, di testa da centrocampo, dalla propria metà campo, con un crociato rotto, calciando con entrambi i piedi contemporaneamente, ma basta questo per definire qualcuno “pazzo”? Evidentemente sì, se non riesci ad essere incasellato in nessuno dei due fenotipi che permeano l’ontologia calcistica argentina: garrador e técnico, giocatore di cuore e giocatore di piedi.

Palermo era l’unico che riuscisse ad essere amato senza essere definitivamente né l’uno né l’altro: fermo in campo fino al pallone buono di un Riquelme o di un Barros Schelotto, sempre decisivo al momento giusto. In comune con Maradona aveva proprio questo: la capacità di dominare, di surfare addirittura, sull’onda emotiva, sulla spinta di un popolo che può farti volare come affondarti.

Quell’onda, quella sera di ottobre, gridava “Palermo! Palermo!” ancora prima che entrasse. Lo stadio che doveva essergli ostile per eccellenza cantava il suo nome, il nome di un attaccante lontano dalla nazionale da ben dieci anni, dal 1999. Quel 1999 in cui il film di Martín Palermo mescolò il grottesco dei tre rigori sbagliati in una sola partita, peraltro di Copa América contro la Colombia – un evento che contribuì fortemente ad ostracizzare Palermo dall’albiceleste negli anni a venire – al drammatico del legamento crociato rotto in una partita contro il Colón, nella quale segnò proprio su una gamba sola non avendo più cambi il suo Boca, al finale sports hero á la Rocky Balboa in cui rientra prima di ogni previsione, subentrando nella semifinale di ritorno di Libertadores proprio contro il River Plate e chiudendo il Superclásico nel finale nonostante una condizione fisica semi-impresentabile.

In mezzo a questi dieci anni, tanti trionfi, una Coppa Intercontinentale decisa con una doppietta davanti al Real Madrid, un’esperienza in Spagna iniziata sotto buoni auspici e resa un inferno da un maledetto muretto che gli cade sulla gamba durante l’esultanza per un gol: un lungo infortunio, a 31 anni l’oblìo annunciato evitato solo da una nuova chiamata del suo Boca. A casa sua riprende a vincere, a segnare tanto, gol bellissimi e gol “alla Palermo”, i frequenti infortuni sembrano sempre bloccarlo ma evidentemente c’è un disegno superiore che deve compiersi prima della fine.

Maradona sente il Monumental chiamare Palermo di fronte all’abulico primo tempo di una squadra messa in campo senza raziocinio e non è tipo da ignorare le mozioni del pueblo. Come un imperatore romano di fronte ai moniti del suo più fidato aruspice, asseconda il pubblico dello stadio che meno ama e inserisce il centravanti al posto di Enzo Perez, abbandonando una volta per tutte qualsiasi velleità di presentare una formazione tatticamente logica: “Vai e risolvi questa storia, come hai già fatto tante altre volte”.

El Titán non è nuovo del mestiere ma questa volta non è come le altre: chiede intimorito “Come faccio?”. “Vai e mettiti in una posizione avanzata”. Breve sineddoche del Maradona allenatore. Palermo entra in campo, due minuti dopo segna Higuaín al debutto e ora Martin sembra quasi un orpello scomodo in un attacco che non ha più bisogno di lui.

“Lo que queria el pueblo”

Ma si scatena la tempesta, una tormenta apocalittica che sembra voler lavare le colpe di un’Argentina dimessa, che si accontenta e non la chiude. Il gol di Rengifo al 90° sembra avvenire per diventare un incubo imperscrutabile degli argentini, una specie di “uomo nero” del fútbol, avvolto dal mistero di una pioggia che quasi non permette di vedere quella rete. Non si sa bene quello che succede, ma succede, e il Monumental cade in un silenzio palpabile, irreale, che amplifica il rumore di una pioggia che non cessa di tagliare la pesantissima aria di Buenos Aires in senso obliquo.

L’Argentina ha un piede fuori dal Mondiale e prova a sferrare gli ultimi assalti come può. L’arbitro concede due soli minuti di recupero, una specie di “Avete avuto le vostre occasioni, ora basta”. C’è un ultimo calcio d’angolo, viene battuto così così, la palla sfila dalla parte opposta e il fischio ancora non arriva, Palermo non lo marca nessuno, ma il pallone spiove ancora sul lato opposto, lo raccoglie Insúa che calcia malino cercando di chiuderla sul primo palo, trova una deviazione che fa schizzare la palla invece sul secondo, dove Palermo è sempre rimasto solo, pronto per spingerla in rete.

In quell’istante interminabile, davanti a lui, sarà passato tutto in un infinito timelapse: gli inizi in porta, Alfonso Garcia – uno di quei maestri Yoda dal nome tanto semplice da sembrare predefinito che riempiono l’epica calcistica argentina di deus ex machina – ovvero il primo a piazzarlo in attacco, l’allenatore dell’Estudiantes Miguel Angel Russo che invece lo caccia dal club ritenendolo “buono solo per tagliare l’erba del campo”, il passaggio in seconda divisione che sembra cosa fatta e l’incredibile chiamata del Boca a sottrarlo da una spirale negativa che magari lo avrebbe allontanato dal suo destino di cavaliere Jedi del calcio argentino. Gol. Elettrizza uno stadio che non si sarebbe immaginato di provare emozioni simili di fronte ad una bandiera del Boca, che segna al 93° contro una formazione di bianchi in banda rossa.

“GOOOOOOOOOOOL. Palermo. GOOOOOOOOOOOOOOOOL! Argentinos, Palermo tenía que ser. Martin Palermo, tanta veces te mataron, tanta veces te morí y aquí estoy resucitando. Siempre arriba, siempre vuelve […] Lo quería la gente, lo quería el pueblo y entró el goleador del pueblo.”

Victor Hugo Morales celebra questo momento con un relato, come suo solito, da brividi. Parafrasa una delle frasi più celebri di un famoso pezzo della cantante popolare argentina Mercedes Sosa, scomparsa pochi giorni prima di quella partita, e offre uno spaccato indissolubile creando un tutt’uno con il gol di Palermo, come solo Morales sa fare.

L’Argentina andrà ai Mondiali, vincerà nel finale anche l’ultima partita in Uruguay grazie al gol di Bolatti, un altro che forse avrà una statua a grandezza naturale in casa di Maradona. Diego non si dimenticherà del “Que la chupen” con cui Bolatti gli ha permesso di sbottare davanti ai giornalisti a qualificazione avvenuta, né tanto meno della scivolata di pancia che Palermo gli ha regalato nella palude del Liberti: tra i 78 convocati solo nel 2009, non rinuncia a portare Bolatti e Palermo in Sudafrica. Nelle gerarchie al Mondiale, il quasi 37enne attaccante del Boca precede un Milito fresco di triplete e doppietta in finale di Champions, ma la gratitudine per Diego è un punto d’onore e Palermo sfrutta la passerella di una spedizione non esattamente indimenticabile segnando il suo primo ed unico gol in un Mondiale a nove minuti dal suo esordio.

Il destino di Martin Palermo si compie quel 10 ottobre 2009. Continuerà a segnare con grande continuità fino all’ultimo dei suoi giorni di calciatore, ma la sensazione è quella di un replicante di Blade Runner che lotta contro l’ineluttabile, dopo aver già adempito al compito per il quale era stato programmato.

L’ultimo anno e mezzo di carriera fa solo volume, il testamento calcistico di Palermo è in quella tempesta di ottobre al Monumental, dove pochi mesi prima gli Oasis avevano tenuto uno dei loro ultimissimi concerti. Il loro testamento artistico, si dice in questi casi. Ecco, Palermo era un titán, un loco, un optimista del gol, un hombre de la película, ma forse anche una grande rockstar, che si nutriva del calore del pubblico e lo infiammava: da rendere fieri i fratelli Gallagher. Titoli di coda, Martin, e tanti ringraziamenti.