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Il nono episodio di Appunti Sparsi apre con un grande gol di un grande #9 e poi c’è così tanta roba, così tanti gol, che 9 punti non bastano. Al decimo c’è un consiglio di lettura, poi fate voi eh, non voglio disturbare.

1. Chelsea – Roma = solo gol bellissimi

(A partire dalla gif di cui sopra)

1-0. La curvatuuuura che David Luiz (per l’occasione in mezzo al campo e sempre dalla fiera esultanza) riesce ad imprimere al pallone.

2-0. Il raddoppio dei Blues è sfacciatamente fortunato. E la fortuna è bella. Bruno Peres perde una pallaccia, ma Morata sbaglia totalmente il tiro e la palla finisce verso Hazard, che a sua volta non colpisce benissimo, quindi il rimbalzo del pallone scavalca Alisson.

2-1. La Roma accorcia le distanze con Kolarov, in un modo assai strano se al suo ritorno in Italia lo avevamo marchiato come in netto declino fisico. Passa tra Azpilicueta e Zappacosta senza mettere la freccia, ci presenta in area e la deviazione di Christensen non è sufficiente: la palla si infila sotto la traversa e si appoggia scenograficamente in rete. (Per il discorso fortuna, vedere il punto sopra. Ma sappiate anche che il commentatore inglese ha parlato di giustizia).

2-2. É il gol che apre l’episodio perché è un gol bellissimissimo. Dzeko prima porta fuori Christensen dalla propria comfort zone fingendo di venire incontro alla palla, poi si butta nello spazio. Fazio sa dove deve mettere quella palla: il resto è esecuzione balistica al suo meglio. Da notare come il gigante bosniaco mantenga lo sguardo sulla palla, rallentando il passo per colpire con maggior coordinazione.

2-3. Il secondo gol di Dzeko in una manciata di minuti ha rizzato le antenne ai suoi fan del primo giorno: un attaccante che porterà la Roma in alto, si ripete. Ed effettivamente è una rete da bomber vero: con un movimento a U esce dal fuorigioco e attacca il primo palo; la palla di Kolarov è ben calibrata e cade esattamente lì. Sembra un’ottima firma al quadro.

3-3. Invece il Chelsea agguanta il pareggio (non avevate pensato davvero che la Roma potesse vincere a Londra sotto di 2-0, vero?) nel modo più bizzarro possibile. La Roma è posizionata bene, Strootman si fa attrarre un po’ troppo dalla confusione che creano Fàbregas e Azpilicueta centralmente e quando la palla torna a Pedro sul vertice dell’area di rigore è smarcato. Tutto farebbe pensare ad un cross sul secondo palo, dove ha due compagni, invece la palla non esce ben dal destro dell’ex Barça, che la alza poco e non è nemmeno troppo tagliata. É il mix perfetto per Hazard, che istintivamente colpisce ad altezza dischetto e ritrova la palla alle spalle di Alisson. Strootman allarga le braccia sconsolato.

2. Valencia – Siviglia

Tanto sorprendente quanto atteso a braccia aperte, il Valencia ha smesso di essere lo zimbello della Liga. Da quando sulla panchina dei Murcielagos si è seduto Marcelino la squadra ha trovato un’amalgama insperata e viaggia in prima classe nella massima divisione spagnola, grazie anche ad alcune esplosioni inaspettate (prima della partita Zaza è stato premiato – da Amedeo Carboni! – come migliore giocatore della Liga per il mese di settembre).

Il Siviglia si presenta al Mestalla reduce da due brutte sconfitte: al San Mamès in campionato e un roboante 5-1 contro lo Spartak di Promes che complica le cose nel gruppo E. Berizzo è stato criticato per il turbinio di uomini (cosa già vista al Celta Vigo), ma anche e soprattutto per i risultati che, attraverso un gioco quasi mai brillante, stentano ad arrivare. Ecco perché la partita del Mestalla serve ad entrambe le squadre per definire meglio anche punto è il cantiere (entrambe le squadre hanno cambiato tanto in estate, allenatore e non) limiti e ambizioni.

Il Valencia parte col classico 4-4-2 di stampo marceliniano: i tra i pali c’è l’ex Juve Neto, con Gayà, Murillo, Gabriel Paulista e Montoya (4/5 sono scarti, sì: this is Marcelino). Parejo in regia, Kondogbia come scudiero e due ali offensive ma disciplinate come Soler e Guedes completano la mediana. Davanti Rodrigo e Zaza. Il Siviglia risponde col classico 4-3-3 di coach Berizzo. Guido Pizarro è il vertice basso in mezzo al campo (infortunato N’Zonzi), El Mudo Vázquez e Banega le mezzali. Davanti Muriel è supportato da Jesus Navas e Nolito, mentre dietro Kjaer sopperisce all’assenza di Carriço.

Il Siviglia cerca di pressare nella metà campo avversaria (Nolito esce su Montoya, Escidero accorcia verso Soler), ma lo fa con tempi sbagliati e il Valencia riesce ad uscire con tranquillità e a cambiare fascia: puntando Mercado con spazio, Guedes va a nozze e dopo 75” ha già tirato in porta secondo questo copione. I pipistrelli, invece, non hanno fretta di andare a prendere l’avversario e, pur mantenendo un baricentro alto, lasciano che siano gli esterni (Soler e Guedes) ad occuparsi delle mezzali avversarie, Vàzquez e Banega, ex di turno beccato dal Mestalla. I continui strappi ad allungare la difesa avversaria di Zaza sono il cacio sui maccheroni: evitare fronzoli e andare in porta per la via più diretta e verticale possibile è uno dei mantra di Marcelino, alla 250esima panchina in Liga.

I due mediani valenciani sono sempre schierati in diagonale e non è raro vedere Parejo alzarsi per andare a schermare il passaggio della manovra sevillana da Pizarro. Sorprendente è anche l’attenzione che Marcelino ha infuso in Murillo e G. Paulista, tanto che questi due, sempre pronti a scappare verso la propria porta per assorbire lanci lunghi ed inserimenti, costringono Garay alla panchina. I giovani Carlos Soler e Gonzalo Guedes portano qualità e quantità nella trequarti avversaria; Zaza non molla un pallone, i terzini (specialmente Gayà) accompagnano la manovra con ottimo piede per i traversoni; Rodrigo, seconda punta dal lavoro preziosissimo, è nella migliore forma della carriera. Rendere ben più che guardabili giocatori che non lo erano più da un tempo è una qualità sottovalutata di Marcelino. Si pensi ai tre ex Inter Montoya, Murillo e Kondogbia (che ora spezza linee avversarie palla-al-piede e va di tacco, davvero, l’ho visto coi miei occhi), ma anche a G. Paulista, scabroso all’Arsenal ma fortemente voluto (allenato dall’asturiano al Villarreal) e reso titolare. Parejo stesso per lunghi tratti della passata stagione era sembrato, se non un peso, un pesce fuor d’acqua.

Il Siviglia, a dir la verità, è anche sfigato come un cane alla fiera dei felidi: alla mezz’ora Lenglet deve lasciare il campo e costringe Berizzo a stringere Mercado inserendo Corchia terzino destro. Già a secco di uomini, il reparto difensivo del Siviglia fa acqua un po’ da tutte le parti: troppo iperattivi ed imprevedibili Zaza e Rodrigo, troppo abili nel variare modo con cui farti male. Mentre le palle lunghe verso Muriel erano facile preda dei centrali avversari, le manovre avvolgenti del Valencia permettono a Zaza e Rodrigo di essere serviti come le loro caratteristiche comandano. Il Valencia è ormai in fiducia, sensazione ingigantita dall’affrontare una squadra quasi impaurita di sè stessa. Il primo gol porta Marcelino in paradiso: tutto verticale a uno o due tocchi con gli avversari che a malapena riescono a reagire. Murillo trova una traccia verticale per Rodrigo, alle cui spalle si getta Guedes. L’ex Benfica fa da parete e lo serve splendidamente. Mercado non ha letto l’inserimento dell’ala portoghese, che si invola verso Sergio Rico. Fa sedere Kjaer rientrando sul destro, vanifica l’arrivo di Pizzardo e scarica uno scaldabagno sotto la traversa.

GOLAZO e 1-0.

Il Siviglia non riesce più a riprendersi e, nella ripresa, affonda. Tripudio dei padroni di casa, che si permettono di abbassare il ritmo e attenzione difensiva semplicemente perché vanno dentro quando vogliono. Al 51′ raddoppia Zaza, con un ottimo trucchetto di magia: palla c’è, palla non c’è, palla la ritrovi in fondo al sacco. La metà-campo ospite è assai inclinata verso il basso quando la incendia Guedes: tre passaggi e il neo-entrato Santi Mina arriva alla conclusione, sotto le gambe di Sergio Rico: 3-0. Il quarto ed ultimo è un ballo su di una tomba. Gonçalo Guedes, di gran lunga il migliore in campo, segna solo gol bellissimi e anche questo non è da meno. Kondogbia lancia benissimo in profondità, Kjaer deve davvero farsi due domande e Guedes taglia il campo palla-al-piede. Presentatosi davanti a Rico, lo buca con un pallonetto delizioso. Ci hai strappato il cuore, Gonçalo!

 3. Benevento – Fiorentina

di Leonardo Capanni, il Bill Simmons di ZC, che a questa rubrica vuol così bene da arrivare a scrivere di Benevento-Fiorentina.

Sono in seria difficoltà nel commentare questa partita perché ricorda una di quelle situazioni da teen-movie americano dove perfino una matricola del college, nel pieno dei suoi timori adolescenziali, riesce comunque ad imporsi come il bullo della classe perché scopre che esistono studenti infinitamente più sfigati di lui, magari con un paio di occhiali spessi quanto un posacenere e l’acne al massimo dello splendore.

La Fiorentina di Pioli, dopo una vittoria carica di timori con l’Udinese, va a Benevento e banchetta. Uno di quei pasti da osteria che finisci per uscire con un bel mal di testa da sbornia, perché cibo e vino casereccio non mancano mai al tavolo. La parte dell’oste generoso tocca al Benevento: impresentabile a questi livelli. Non vorrei neanche calcare troppo la mano, ma erano anni che non vedevo una squadra di Serie A in queste condizioni già a metà ottobre.

Ho visto cose che voi umani non potreste immaginarvi, sentenziava Roy Batty in Blade Runner, ma se il replicante interpretato da Rutger Hauer aveva visto navi da combattimento in fiamme al largo dei Bastioni di Orione, di sicuro non era riuscito a vedere le fasi di aggressione e pressing individuale della squadra di Baroni (a proposito: grandissima dignità in sala stampa per il mister fiorentino, in bocca al lupo per il futuro).

Poteva essere tranquillamente un video per la velocità con cui si è svolta quest’azione. I movimenti della coppia Chibsah-Viola popoleranno i sogni di ogni bambino beneventano ad Halloween, che, d’altronde, è la notte delle streghe.

Un nome su tutti, che mi ha colpito più di tutti: Raman Chibsah. Il ghanese assurge a icona dell’avventura giallorossa in A: costantemente fuori tempo, inutilmente aggressivo e falloso, incapace di leggere la copertura dello spazio alle sue spalle, puntualmente in ritardo su ogni scalata, disastroso nella gestione del possesso più elementare. C’è poi un fattore mentale che ha assunto dimensioni drammatiche degne di un film di Bergman: appena in svantaggio le Streghe hanno iniziato a vagare per il campo, come svuotate di ogni goccia di energia e lucidità.

La Fiorentina ha efficacemente assecondato l’inerzia del match: vantaggio su una giocata che ha coinvolto i quattro giocatori con licenza di offendere (Chiesa-Thereau-Simeone-Benassi), poi un piano inclinato che ha portato al 2-0 di un redivivo Babacar, che, addirittura, fa prima sfilare il cross di Laurini davanti a sé, poi la palla rimbalza in area dove un ottimo Veretout la rimette al centro di testa, dove Baba è completamente solo sul limite dell’area di porta. Il posizionamento della linea a 4 delle Streghe e la reazione inesistente dopo 4 secondi di gioco, dicono tutto.

Però, dato che le cose belle prevalgono sempre su quelle brutte, ho pazientemente ritagliato questa gif per voi. Perché anche dagli scenari più apocalittici può nascere il bello, un po’ come nella Londra thatcheriana della scena post-punk e new wave. È l’esordio di Simone Lo Faso: 15 minuti di ordinaria amministrazione, impreziositi da una giocata del classe ’98 che fa intravedere un vestito di stoffa pregiata sotto la maglia viola-azzurra. Big up, kid.

4. Napoli – Inter

di Charles Onwuakpa, che dopo la rovinosa debacle dell’Udinese ha suggerito una Serie A a 16 squadre e ha ragione.

Sabato scorso al San Paolo è andata in scena una gara molto interessante tra due dei migliori tecnici italiani in circolazione: Luciano Spalletti e Maurizio Sarri. I nerazzurri hanno ottenuto un pareggio importante riuscendo a bloccare una macchina da gol come il Napoli finora; forse nemmeno il tifoso nerazzurro più ottimista, memore delle batoste prese qui ed a Milano la scorsa stagione, avrebbe potuto immaginare lo 0-0 come score finale della gara.

“Come hanno fatto a non prendere gol?”, vi starete chiedendo. Beh, ho provato a scomporre velocemente in tre parti il piano gara (principalmente difensivo) del tecnico di Certaldo, il quale ci ha permesso di capire come si ferma questo Napoli (per batterla bisogna chiedere direttamente al City di Pep Guardiola).

Immagine tratta dall’articolo originale sul mio blog.

Il pressing

Prendendo spunto dall’atteggiamento del Manchester City in Champions, l’Inter ha provato a pressare in zone alte del campo.

Icardi aggrediva il centrale in possesso (quasi sempre Koulibaly) schermando così la ricezione centrale sul lato debole (Albiol) e forzando l’uscita della palla verso le fasce, dove gli esterni uscivano in modo aggressivo sui terzini avversari. Borja Valero, il quale marcava Jorginho, schermava quest’ultimo mentre accorciava sul centrale dal lato debole qualora questi ricevesse palla: con i due mediani nerazzurri sulle due mezzali azzurre, il Napoli verosimilmente avrebbe dovuto rinviare lungo, ma grazie alla sua abilità nel fraseggio ad uno o due tocchi, riusciva abbastanza velocemente ad eludere il pressing nerazzurro pescando un uomo tra le linee o, peggio ancora, Insigne in 1vs1 con D’Ambrosio.

Bastano 50 secondi di gioco al Napoli per eludere il pressing avversario.

Togliere tempo e spazio ad Insigne
Come detto sopra, il principale problema per l’Inter sarebbe stata quella di contenere Insigne qualora si fosse trovato in 1vs1 con D’Ambrosio: a tal proposito Spalletti ha chiesto ai suoi centrocampisti ed esterni di chiudere velocemente sul fantasista azzurro con raddoppi continui allo scopo di negargli tempo e spazio di giocata, nonché impedirgli di convergere verso il centro e cercare il tiro o filtrante. Questo aspetto difensivo ha funzionato bene perché Insigne ha spesso faticato a saltare l’uomo con efficacia ed è stato poco preciso nel tiro.

Come si ferma Insigne.

Il 4-4-1-1 in fase di difesa posizionale

In fase di non possesso i nerazzurri si schieravano con un blocco basso volto a non concedere la profondità a Mertens: squadra corta con due linee a 4 e Borja Valero sempre su Jorginho, difesa a zona con l’uomo come riferimento principale, grande densità in zona palla per impedire i fraseggi veloci al centro da parte dei partenopei, esterni molto generosi nel ripiegamento difensivo (a tratti si formava un 6-3-1 vero e proprio) e tutto sommato una buona attenzione in fase di difesa posizionale da parte dei terzini, Nagatomo in primis. L’unico momento di reale sbavatura sarebbe potuto costare caro al minuto 19 del primo tempo, ma Handanovič ha prontamente risposto su Callejón prima e Mertens poi.

Le due linee compatte dell’Inter ed il ripiegamento difensivo di Candreva su Insigne. Ivan Perišić qui rimane indeciso se uscire su Albiol o seguire Hysaj (molto ricercato sulla fascia sabato) e viene preso in mezzo da palla e terzino.

In generale, la squadra di Spalletti ha retto piuttosto bene grazie alle belle parate di Handanovič e soprattutto all’ottima prova di Milan Škriniar, fondamentale in entrambe le fasi per i nerazzurri. A ciò va aggiunto il fatto che l’Inter aveva avuto più giorni per preparare la partita oltre ad essere più fresca in campo, correndo ben 4 km in più dei padroni di casa.

Infine, un applauso andrebbe riservato a Spalletti stesso, capace di trasmettere grande concentrazione ai suoi ragazzi contro un’avversaria di tale qualità tecnica: la forza mentale dei nerazzurri si era già vista a Roma tra l’altro; mantenere questa lucidità e nel frattempo migliorare nel gioco (meno dipendenza dai cross e più possesso ragionato) sarebbero due obiettivi importanti nel percorso di crescita collettiva in corso.

Anche la preghiera nel pre-partita ha funzionato.

5. Difesa del Liverpool <<< difesa Benevento

1-0. I padroni di casa passano in vantaggio sfruttando una delle (tante) carenze croniche dei Reds: un portiere affidabile. Mignolet esce totalmente a caso, Kane lo scarta come fosse un birillo e appoggia in rete dopo 4′.

2-0. Il raddoppio, una facezia di minuti dopo, è vietato ai minori. Su rilancio di Lloris Lovren toppa totalmente il tempo d’intervento di testa; Kane si invola verso la porta avversaria e serve precisamente Son, che ha bruciato Milner dall’altra parte. Passaggio e finalizzazione: troppo facile per gli Spurs.

2-1. Non è finita finché c’è Salah. Con la compartecipazione di Sánchez e Vertonghen e il gran passaggio di Henderson, l’egiziano si incunea tra l’incolpevole Aurier e il centrale belga. Ciabatta il tiro (il destro di Salah lo si ricorda tutti), ma lo strano rimbalzo della palla inganna Lloris, bacia il palo ed entra.

3-1. Proprio sul finire della prima frazione, il Liverpool si fa trovare impreparato a seguito di una palla respinta di testa da Matip, che peraltro avrebbe potuto fare tante belle cose tipo appoggiarla a Mignolet. Il più lesto ad avventarsi sulla sfera, calciando al volo in modo piuttosto strozzato, è Dele Alli. Nonostante non sia un tiro stilisticamente perfetto, è sempre un tiro che fa gol al Liverpool.

4-1. Un altro gol patetico subito dai Reds. C’è una punizione, Mignolet esce male (ma dai!), c’è del casino (ma dai!), un tizio è sdraiato sulla linea di porta (coooosa?) e alla fine della fiera segna Harry Kane (ma dai!). Sì insomma, queste ultime due righe potrebbero essere il riassunto dell’ottobre del Liverpool.

6. Il gran gol di Wayne Rooney in Everton – Arsenal

Un gol alla Rooney, o si può dire solo di Robben? L’accorciare i passi prima del tiro, colpirla con quel mezzo-collo interno, l’impercettibile flessione in avanti del petto per rimanere sopra la palla e non spedire il tiro in tribuna, il giro impresso alla sfera, l’angolino alto alla destra del portiere… MOLTO Rooney.

7. I peggiori falli dell’Everton in Everton-Arsenal

I Toffees hanno capito che l’unica è buttarla sulla rissa. Dopo 8 punti in 9 partite in Premier, un tragicomico cammino in Europa League e la cacciata di Koeman, meglio tardi che mai, verrebbe da dire.

1) Idrissa Gueye, che verrà espulso con parecchi minuti di ritardo, falcia Sánchez perché è molto più forte di lui e per tutta la partita non l’ha visto.

Occhi iniettati di sangue: 7

Utilità: 2

Caduta Gunner: 9

2) Sánchez supera di netto Ashley Williams, che per fargli capire chi comanda lo abbatte.

Occhi iniettati di sangue: 4

Utilità: 8

Caduta Gunner: 8,5 (cade sempre in modo spettacolare Sánchez)

3) Non è stata la miglior partita giocata da Petr Cech. Ha concesso un inutile gol all’Everton nei minuti finali ostinandosi a tenerla lì, tra le gambe, forse ancora terrorizzato da questo intervento di Calvert-Lewin che cita, sommessamente e placidamente, Paolo Guerrero.

Occhi iniettati di sangue: 5

Utilità: 7

Caduta Gunner: 3

4) Qui Gueye fa fallo, non può non aver fatto fallo, eppure l’arbitro lascia correre e Rooney segna. Sliding doors.

Occhi iniettati di sangue: 6

Utilità: 10

Caduta Gunner: 2, afflosciarsi a terra è poco Premier.

5) Sánchez è molto più veloce del secondo più veloce in campo, brucia tutti ma è isolato sulla fascia, allora esce Pickford che lo scorta a bordo campo con maniere sospette. Tutto regolare.

Occhi iniettati di sangue: 1

Utilità: 6

Caduta Gunner: 7

6) É tipo il secondo minuto di gioco, ma Calvert-Lewin è già lì a spingere difensori ospiti come fossero sacchi di sabbia.

Occhi iniettati di sangue: 2

Utilità: 1

Caduta Gunner: 9, Koscielny sembra un jet. O l’esultanza di Maradona dopo quel gol.

7) Ancora Calvert-Lewin. Stavolta manda Monreal oltre le barriere senza remore.

Occhi iniettati di sangue: 6

Utilità: 1

Caduta Gunner: 9

8) Davies è giovane e qui deve aver perso la testa. In una furibonda rissa a centrocampo per il controllo della sfera, manda Lacazette gambe all’aria.

Occhi iniettati di sangue: 7

Utilità: 3, perché almeno l’Arsenal non è ripartito

Caduta Gunner: 5, Lacazette si dimena troppo per essere in Premier.

9) Intervento scompostissimo di Gueye che gli costa la seconda ammonizione. ENNÒ IDRISSA!

Occhi iniettati di sangue: 9

Utilità: 0

Caduta Gunner: 9

8. Milan – Genoa

Ora le cose si mettono davvero male. (Per il Milan, ovviamente, ma siamo stati così colpiti dalla prova negativa dell’Udinese che è passata sotto-traccia quella oscena dei liguri).

Si rivede Zapata dietro, Bonaventura esterno a sinistra a tutta fascia come contro l’AEK Atene. La novità più grande coinvolge la posizione di Çalhanoglu: ora il turco affianca Suso dietro al centravanti, il rientrante Kalinic. Il 3-4-2-1 è l’ennesimo cambio in corsa di Montella, che non ha mai (per mille motivi) schierato gli stessi 11 rispetto alla partita precedente. Il che è ok: Allegri ogni anno sfrutta la prima dozzina di giornate per rivoltare la squadra come un calzino finché non ne trova l’assetto ideale. Montella ha tutto questo? Come sta il barometro della fiducia societaria?

Tornando alle formazioni. Kessié-Biglia coppia in mezzo. Borini confermato sulla destra, Rodriguez terzo centrale a sinistra (altra posizione inedita). Juric contrappone un 3-5-2, con Bertolacci-Veloso-Rigoni in superiorità rispetto alla coppia rossonera. Il Genoa gioca sempre con una variazione sul tema del 3-5-2: Juric ha giocatori duttili (limitatamente alle ambizioni del Genoa) ed esperti dalla metà campo in su. Nelle fasi iniziali il Milan denuda nuovamente tutte le problematiche che abbiamo imparato a conoscere. Suso sempre a zonzo sull’amata fascia destra, Kalinic isolato, Çalhanoglu pesce fuor d’acqua, Bonucci in difficoltà contro – wait for it – Galabinov. Kessié prova smuovere le acque attraverso sgroppate palla-al-piede, ma è un po’ poco.

Le pessime fasi difensive, comunque, permettono alle due squadre di arrivare sul fondo (Milan) o attaccare di rimessa con mortifere verticalizzazioni (Genoa). Taarabt viene invece a cercarsi spazio sulla destra, in zona Zapata, che lo neutralizza costantemente. Il Genoa sovraccarica la fascia destra per arrivare a concludere sulla sinistra sfruttando la rapidità di Taarabt e Laxalt, ma alcuni interventi di Donnarumma e la poca precisione degli attaccanti del Grifone vanificano tutto. Juric si affida tanto alla marcatura a uomo: gli esterni si marcano a vicenda per tutta la partita; Kalinic è braccato e, quando non reso sterile, sbaglia da solo. Incredibile come un centrocampo in superiorità numerica non sia mai riuscito a mettere in difficoltà i rossoneri.

Poi il capitano del Milan viene espulso.

Romagnoli rileva Çalhanoglu e si passa al 4-3-2, con Borini e Rodriguez terzini, Zapata e Romagnoli centrali, Bonaventura-Biglia-Kessié in mezzo e davanti Suso-Kalinic. Più che ad organizzazione tattica e movimenti, il Milan è spinto dall’orgoglio che spesso l’inferiorità numerica crea. I rossoneri hanno continuato ad attaccare il Genoa, insediandosi stabilmente nella metà campo altrui anche una volta che Bonucci assisteva dal tunnel. Negli spogliatoi Montella ha avuto occasione di organizzare qualcosa: ci sono anche occasioni in cui si pressa alto, come quando Suso ha messo in porta Kalinic, senza che il croato riuscisse a trasformare sul più bello. Il Genoa si rende pericoloso di rimessa o sfruttando la superiorità numerica e l’ampiezza degli esterni, ora che il Milan ha pareggiato gli uomini in mezzo, andando pazientemente da una parte all’altra attendendo il varco giusto. I rossoneri ci provano col cuore, davvero, fino alla fine, ma le idee scarseggiano e al dì fuori di Suso e Bonaventura la fase offensiva è davvero poca cosa. E tutti i milioni spesi sul mercato? Shrug.

Il Milan è a -9 dalla Zona Champions™, ad inizio stagione l’obiettivo minimo. La trasferta del Bentegodi, mercoledì 25/10, sarà decisiva. Poi (in undici giorni) Juve, ad Atene, a Sassuolo e dopo la pausa Nazionali valigie pronte per il San Paolo di Napoli. Vincenzo, buona fortuna!

9. Un gol di Quincy Promes, così, a caso

Ma anche per curare le nostre vie respiratorie che, almeno a Milano, stanno messe sotto da smog ed influenze varie. (Questa gif è offerta da Tachifludec. Da Angelini).

Mentre alla difesa del Siviglia servirebbero anti-depressivi in quantità massiccia.

10. Un consiglio di lettura

Sul vostro sito preferito il cui nome non contiene X, è uscito un pezzo fikissimo di Paolo Stradaioli (aka Povilas Stradaiolevicius), uno dei tanti ragazzi cui Appunti Sparsi deve pagare una pizza. Si parla di Guardiola in modo non banale, just take a look.

“Signori questo è il Tiqui-Taca, ed è una merda. Non come Appunti Sparsi”.