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In Rusty il Selvaggio, capolavoro anni ’80 di Francis Ford Coppola che ha per protagonisti una gang di motociclisti della periferia statunitense negli anni ’60 della ribellione al conformismo, il regista dà forma ad un’opera straordinariamente inserita in un preciso contesto temporale, ma allo stesso tempo mossa da ragioni universali, senza tempo: il tema della precarietà della giovinezza e dell’inevitabile scorrimento del tempo, e della violenza intrinseca alla ribellione ad ogni forma di cliché e status quo.

In Rumble Fish – titolo originale – il vero protagonista, Matt Dillon, finisce per essere offuscato da un outsider che, però, sublima in character indimenticabile degli anni ’80 americani: Motorcycle Boy, impersonificato dalla faccia solcata da traumi e turbamenti di Mickey Rourke, nonostante le premesse che lo vedevano in un ruolo di seconda schiera, prendendosi così una rivincita su chi aveva già bollato come finita la carriera dell’attore newyorkese a causa della sua instabilità emotiva. Lo stesso schema che portò alla rivelazione di un grande attore e insieme all’inattesa rinascita di un grande regista si potrebbe applicare oggi in tutt’altro versante: quello di Aleksandar Kolarov e del suo discusso ritorno a Roma, con annesso cambiamento di colori sociali.

Kolarov compirà 32 anni il 10 novembre e non è mai stato in queste condizioni psico-fisiche. Di più: il serbo non è mai stato così influente nel sistema di gioco di una squadra come lo è stato in questi primi tre mesi romani. Aleksandar Kolarov, in estrema sintesi, è rinato dalle ceneri come una fenice ed ha imposto il suo marchio sul campionato italiano e, più in generale, su Roma.

Fin dalla presentazione ufficiale si era capito che non sarebbe stata la solita stagione. Kolarov non è un attore, è una maschera; ha solo due espressioni: con il cappello e senza cappello.

Acquistato da Monchi per circa 5 milioni dal City, dopo un campionato giocato da titolare come terzo di difesa sotto la guida di un perfezionista del gioco come Guardiola, Kolarov non ha neanche fatto in tempo ad atterrare a Fiumicino che è stato protagonista di discussioni, dubbi e turbamenti dettati un po’ dal suo passato biancoceleste e un po’ dal malcelato scetticismo che un 32enne lontano dall’Italia da sette anni porta con sé: come un’ombra da cui è impossibile staccarsi.

In circa tre mesi la situazione si è completamente ribaltata: oggi Kolarov è il miglior difensore della Serie A per rendimento, ha guadagnato i galloni di idolo nel cuore del tifo giallorosso, si sta affermando come uno dei migliori e più completi interpreti nel ruolo di esterno basso in Europa, ha segnato, disegnato assist, macinato chilometri, alternato giocate di pura classe a squarci di potenza barbara. Come una figura venuta da un mondo lontano, si è imposto con la forza di un leader diventando l’elemento-chiave della nuova Roma di Di Francesco.

E per dimostrarlo non ha nemmeno bisogno di toccare la palla.

Non chiamatelo terzino

Nel sistema di gioco del tecnico abruzzese, un 4-3-3 piuttosto definito in fase di costruzione, Kolarov è il custode della fascia mancina: terzino sinistro, ma soltanto nella sua accezione posizionale perché, se andiamo ad analizzare a fondo i suoi compiti la silhouette del serbo cresce a dismisura, lasciando negli occhi l’impressione di un giocatore totale, completo, una sorta di regista esterno che danza sulla linea laterale producendo un’enorme influenza sullo sviluppo della manovra romanista.

Il 2-3-2-3 in fase di possesso con cui la Roma ha schiantato il Chelsea. Kolarov è sempre la prima soluzione di scarico per i due centrali e la sua capacità balistica è un’arma fondamentale nello sviluppo verticale del gioco associandosi e scambiandosi con un esterno tecnico e con tendenze di gioco centripete come Perotti.

Un rifugio sicuro per ogni situazione di gioco che chiama all’azione il reparto arretrato, uno snodo inevitabile quando si tratta di mettere in atto la prima fase di costruzione con il giro-palla che parte dai centrali difensivi, ma allo stesso tempo una valvola di sfogo per le rapide uscite verticali che animano il 4-3-3 della Roma. Kolarov è il centro di gravità giallorosso, con la sua figura imponente e glaciale è un totem che dà riferimenti e sicurezze a una squadra alla ricerca di certezze sia tecniche che mentali.

Certezze tecniche e mentali = prima giornata di campionato, soffrendo molto a Bergamo, risolta così. Punizione diabolica calciata sotto la barriera, sfruttando il terrore altrui per il mancino del serbo. Una soluzione spietata, degno di un villain a firma Marvel.

Le risorse che un giocatore sui generis come Kolarov può portare sono numerose: se incanalato in un contesto tecnico e tattico adatto al suo stile di gioco, il serbo si trasforma in un’arma impropria. Verticalità, ricerca dell’ampiezza, rapide risalite di campo e transizioni offensive in pochi tocchi sfruttando la profondità e i tipici tagli interno-esterno di mezzali ed esterni d’attacco. Kolarov sta vivendo una fase irreale della sua carriera anche perché è stato calato in un habitat ideale alle sue qualità, sospinte da una straordinaria condizione psico-fisica che oggi gli permette di tutto.

E quel “di tutto” è da intendere nella sua accezione più smisurata.

Si può uscire con un tunnel di suola da un pressing alto portato sulla linea del fallo laterale? Rivolgersi all’analista di Pedro per ulteriori approfondimenti.

La metamorfosi kafkesque del paziente Kolarov ha dell’incredibile, se si pensa che soltanto un anno fa era destinato ad essere il terzo centrale nella difesa a 3 del City, uno di quei difensori a cui è richiesta un’uscita palla pulita dalla prima pressione avversaria e poco più, dispensato dal coprire ampie porzioni di campo in conduzione, se non strettamente necessario. Kolarov, insomma, era avvolto da una patina di saggezza crepuscolare e avviato verso un tramonto lungo e placido come quelle grandi star che non riescono più a sostenere i ritmi di una carriera caratterizzata dalla tavoletta dell’acceleratore tenuta costantemente giù.

La maturità del serbo passava da compiti saggi e composti, da attente letture posizionali, da morbidi tocchi e aperture che permettessero una prima costruzione ragionata, e saltuariamente da qualche colpo di bazooka da fermo. Il Kolarov della gestione Di Francesco appare come la nemesi e insieme l’evoluzione del vecchio Aleksandar: violento nelle sue conduzioni palla al piede, prepotente e sfrontato nella quantità e nella qualità delle soluzioni di calcio, centrale nell’universalità dei suoi compiti, martellante nel suo repertorio che unisce con naturalezza fisicità e tecnica.

L’arrivo di Kolarov alla Roma è più simile all’impatto di un uragano caraibico che acquista forza e potenza con lo scorrere del tempo che a quello di un vecchio saggio che calibra con perizia le proprie qualità, camuffando i naturali limiti dettati dall’età e dall’usura fisica.

Come quella volta che a Stamford Bridge decise di partire da fermo per mettere a ferro e fuoco la difesa del Chelsea scaricando poi un tomahawk sotto la traversa. “Te lo ricordi, signo’?” (cit.).

Nonostante i capelli sfumati di un grigio antracite e qualche ruga da rockstar consumata, Aleksandar Magno – come ribattezzato nella sua avventura nella capitale – sta davvero vivendo una stagione fuori scala. Nessun terzino sinistro in Europa ha la sua stessa influenza su un collettivo, in Italia soltanto Ghoulam può vantare un rendimento molto vicino a quello del serbo, ma inserito in un meccanismo collettivo decisamente più avanzato e sofisticato, dopo anni di miglioramento continuo e apprendimento nell’università sarriana. L’improvviso ritorno di Kolarov, al contrario, porta con sé tutti i crismi della caduta di un’entità aliena. Impressione ormai diffusa e corroborata anche dalle statistiche avanzate.

Il serbo viaggia in una dimensione parallela composta di 2,4 key passes a partita, con l’87% di pass accuracy su una media di 65 passaggi per match, di cui 4,2 lunghi (oltre i 15 metri). Non solo: porta a referto il 64% dei duelli aerei vinti, zero cartellini, 3 gol e 4 assist totali divisi fra Serie A e Champions League, 1,6 intercetti a partita, 1,8 dribbling riusciti e 25 chance create. Nessun terzino in Italia ha una quantità e un ventaglio di soluzioni così variegato come quello di Kolarov.

Se a questo aggiungiamo quella sfera che esula dalla lettura tattica e tecnica delle singole prestazioni, ovvero la personalità, la sicurezza e la determinazione con cui porta le giocate, allora il quadro è completo. A volte sembra trascinare i compagni proponendosi e cercando la giocata anche nelle situazioni più complesse, non perde mai il senso del gioco, è capace di leggere perfettamente i vari momenti in cui una partita si decide, genera una diffusa sensazione di sicurezza anche quando chiamato in causa con compagni meno rodati (vedi Hector Moreno e Juan Jesus).

Inseriamo pure una componente fisica e comportamentale che lo fa percepire come se fosse fuoriuscito da un dramma ricco di pathos a firma Clint Eastwood, e il gioco è fatto.

Forse anche Clint l’avrebbe girata così: punizione fuori campo e primo piano sull’espressione di Kolarov, in versione pistolero solitario, che completa il suo lavoro all’Olimpico di Torino.

Arrivato inaspettatamente allo zenith della carriera ribaltando uno scenario che lo vedeva come utile comparsa, Kolarov sta dimostrando che applicazione, professionalità e cultura del lavoro pagano alti dividendi, moltiplicando l’innegabile talento di base. La sua stagione assomiglia ormai alla corsa di un treno merci lanciato senza freni e pronto a travolgere ogni resistenza; i rallentamenti in una stagione da oltre 50 partite saranno inevitabili, così come il prossimo ritorno di Emerson Palmieri potrà regalare nuove soluzioni e al tempo stesso porre interrogativi a un Di Francesco sempre più Kolarov-dipendente:

“Kolarov deve essere un esempio per tutti i giovani. Ha una qualità di prestazione unita a rendimento devastanti”.

Ma ciò che il serbo sta mostrando ad ogni partita è materiale di prima qualità: una certezza granitica, da cui continueranno a passere buona parte delle fortune giallorosse in una stagione iniziata sotto il segno di dubbi e profondi cambiamenti.