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Secondo la mitologia greca, stando ad una delle vicende narrate da Ovidio ne Le metamorfosi, Iasio, re dell’Arcadia, desiderava fortemente avere un primogenito maschio e così, quando nacque Atalanta, una femmina, decise di abbandonarla sul monte Pelio, dove prima un’orsa e poi un gruppo di cacciatori se ne presero cura. Crescendo, la giovane ninfa mostrò un’ottima propensione per la caccia e per la corsa, grazie alle quali durante una battuta di caccia fu la prima a ferire Calidonio, un cinghiale di straordinaria potenza che compare in diversi miti come antagonista di grandi eroi.

Venuto a sapere di quanto accaduto, Iasio riconobbe la figlia, intimandole di sposarsi. In un primo momento lei si oppose, in quanto un oracolo le aveva predetto che una volta sposata avrebbe perso tutte le sue abilità, poi, però, dovette cedere alle insistenze del padre, ma ad una condizione: avrebbe sposato solo chi fosse riuscito a batterla in una gara di corsa, uccidendo però chi non ne fosse uscito vincitore. Melanione, perdutamente innamorato di Atalanta, chiese aiuto ad Afrodite, la quale gli donò tre mele d’oro.

Durante la gara Melanione fece cadere le mele d’oro e la ninfa, incuriosita, rallentò, arrivando così seconda al traguardo della gara, vinta quindi dal suo futuro sposo. Egli, però, si dimenticò di ringraziare Afrodite per l’aiuto concessogli ed essa, infuriata, trasformò lui ed Atalanta in leoni, animali che all’epoca si credeva non si potessero riprodurre.

Atalanta viene definita più volte come un’esperta cacciatrice, provocante ma al tempo stesso virtuosa. Una personalità affascinante che, nell’ottobre del 1907, è d’ispirazione per un gruppo di giovani di Bergamo, che decidono di dar vita ad una società calcistica. Nasce così, esattamente 110 anni fa, l’Atalanta Bergamasca Calcio, chiamata così in onore della ninfa (e non “dea”, come viene erroneamente soprannominata la squadra nerazzurra) che verrà poi richiamata nello stemma del club.

Nei decenni successivi l’Atalanta si conferma ai vertici del calcio italiano, meritandosi l’appellativo di “Regina delle Provinciali”, ossia la squadra di una città non capoluogo di regione con più presenze nella massima serie: 57.

La tranquillità degli orobici, in realtà, è soltanto relativamente stabile, altalenante, vissuta tra ripetute retrocessioni in Serie B e continue promozioni in Serie A, tant’è che è proprio l’Atalanta (a pari merito con il Genoa) a detenere il record di vittorie del campionato cadetto, con 6 trionfi. L’unico trofeo che però la squadra di Bergamo può vantare nel proprio palmarès è la Coppa Italia 1962/63. Spesso ai piani alti, ma mai protagonisti; un po’ come quell’amico timido che sei obbligato ad invitare alla festa di compleanno nonostante non stia particolarmente simpatico, né a te né ai tuoi amici. Quello che le ragazze snobbano e che se ne sta in disparte, in silenzio, sorseggiando indifferentemente litri di Coca-Cola.

Dopo l’exploit a cavallo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, grazie al quale i tifosi bergamaschi hanno visto i nerazzurri giocare da protagonisti la Coppa Uefa, l’Atalanta è tornata nella sua comfort zone, ossia nella colonna di destra della classifica. La solita minestra riscaldata, condita con qualche (breve) retrocessione in B e con qualche vertigine dovuta all’intrusione nella colonna di sinistra.

È solo con l’avvento di Gian Piero Gasperini, datato estate 2016, che l’Atalanta ha potuto affermarsi con orgoglio e sfrontatezza, pestando i piedi a più di una “grande” del nostro campionato. Ma alzi la mano chi, dopo le prime cinque giornate dello scorso campionato, avrebbe puntato 1€ su di un Gasperini che, in tutta tranquillità, a Natale avrebbe mangiato il panettone seduto sulla panchina dell’Atalanta. I risultati parlavano chiaro: nelle prime quattro giornate, gli orobici avevano portato a casa la miseria di un punto, frutto di un pareggio, a fronte di tre sconfitte.

Quella contro il Palermo sembrava essere a tutti gli effetti l’ultima spiaggia per Gasperini, che, dopo la breve e triste parentesi interista, stava per fallire un’altra volta. L’Atalanta perde, ancora, ma grazie alla mancanza di tempo per un eventuale e ponderato avvicendamento in panchina, dovuta all’imminente impegno infrasettimanale, il Gasp ha un’altra possibilità, a Pescara, contro un Crotone temporaneamente esiliato dallo Scida.

Fin dall’inizio ha puntato sul suo classico sistema di gioco, ma evidentemente un ingranaggio del suo collaudato 3-4-3 non aveva funzionato a dovere e così, conscio della sua posizione tutto fuorché stabile, decide di rivoluzionare gli interpreti, gettando nella mischia diversi giovani provenienti dalla Primavera: Caldara al centro della difesa, Gagliardini e Kessié in mediana, Conti sulla destra e Petagna riferimento offensivo. L’azzardo viene ripagato da un 3-1 in rimonta che quantomeno concede respiro ad un ambiente a dir poco elettrico.

La domenica successiva a Bergamo arriva il Napoli e Gasperini decide di confermare in blocco gli undici di Pescara. L’Atalanta vince e convince, e nelle successive cinque gare colleziona quattro vittorie ed un pareggio, mettendo da parte un bottino di 20 punti in 12 partite e proponendo un gioco tanto intenso quanto inaspettato; provocante ma virtuoso, proprio come la figlia di Iasio.

Al giro di boa l’Atalanta si trova in zona Europa League. Chiunque, però, dall’esperto opinionista televisivo a quello un po’ meno esperto da bar del paese, crede che la squadra di Gasperini non riuscirà a mantenere a lungo la verve e l’ottima proposta di gioco messi in mostra fino a quel momento. I Nerazzurri, però, non sono dello stesso avviso e continuano a macinare punti su punti, allungando la lista delle vittime illustri cadute sotto i loro colpi. L’ultima fase del campionato, anzi, risulta essere inarrestabile: la sconfitta laziale a Crotone (sì, ancora il Crotone) all’ultima giornata regala simultaneamente una salvezza miracolosa ai pitagorici e il quarto posto all’Atalanta, miglior risultato di sempre.

Il meglio del meglio della stagione dei record. Qualche gol di Gomez è da togliere il sonno.

I numeri della stagione bergamasca sono clamorosi e l’elenco dei record impressionante: 72 punti totali (40 dei quali raccolti tra le mura amiche e 32 in trasferta), 37 punti in un girone e 21 vittorie totali, 9 delle quali lontane dall’Atleti Azzurri d’Italia. L’amico timido in disparte ha posato il bicchiere di Coca-Cola e ha iniziato a bere un cocktail dietro l’altro, finendo per ballare sui tavoli, attirando attenzioni e simpatie degli invitati.

I gioielli messi in vetrina, però, vengono venduti durante l’estate e sebbene i milioni incassati siano vitali per le casse del club bergamasco, è difficile anche solo immaginare che l’Atalanta possa ripetere la stagione appena conclusa trionfalmente. Se poi al depauperamento della rosa si aggiunge l’ulteriore impegno sul fronte europeo, che storicamente ha tolto energie psicofisiche a squadre ben più attrezzate dell’Atalanta, l’impresa sembra irripetibile.

Sebbene siamo solo al principio della stagione della conferma, sembra che il doppio impegno stia effettivamente pesando, seppur lievemente, sul rendimento della squadra di Gasperini, la quale però, invertendo il trend degli ultimi anni, sta affrontando con maggior concentrazione l’avventura europea a discapito del campionato, nel quale naviga comunque in acque tranquille.

La partita-manifesto del sistema Gasperini in Europa: l’uragano nerazzurro che schianta un Everton allo sbando.

Il sistema Gasp

Il Gasp è sempre rimasto fedele al suo 3-4-3, apportando piccole migliorie che ne hanno potenziato l’efficacia e la versatilità, sia nella fase offensiva che in quella difensiva. Scendiamo nel dettaglio e cerchiamo di capire come funziona questa macchina apparentemente quasi perfetta.

Innanzitutto va detto che il tecnico di Grugliasco ha sdoganato l’imposizione di un modulo fisso, rendendolo camaleontico, cambiando spesso e volentieri posizionamento in base allo schieramento degli avversari. Ecco infatti che il 3-4-3 si trasforma in un 3-4-1-2 quando l’avversario di turno sviluppa il gioco dai piedi del mediano (per esempio con un 4-3-3 o un 3-5-2), chiedendo all’esterno alto di destra di abbassarsi in marcatura su quest’ultimo quando l’Atalanta è in fase di non possesso.

Nel caso invece incontrasse un modulo che prevede un trequartista che cerca spazio tra le linee (per esempio con un 4-2-3-1 o un 4-3-1-2), lo stesso esterno di destra viene sacrificato per permettere l’inserimento di un mediano col compito di prendersi cura del trequartista avversario, ed ecco che il 3-4-3 si tramuta in un 3-5-2, grazie alla scalata verso destra dell’esterno alto di sinistra e della punta centrale.

Per quanto riguarda la costruzione di gioco, le prerogative dell’Atalanta sono la ricerca dell’ampiezza e la continua costruzione di triangoli e rombi immaginari tra i giocatori che occupano i corridoi esterni ed interni del campo. Gli uomini di Gasperini, infatti, sviluppano la quasi totalità delle azioni d’attacco sulle fasce, adoperando il centro del campo solo ed esclusivamente come zona di transizione per far scivolare il pallone da un lato all’altro il più velocemente possibile.

L’uscita è quindi laterale e vede il terzo difensore, l’interno di parte, l’esterno di centrocampo e quello d’attacco (o il trequartista) protagonisti di un rapido e deciso fraseggio palla a terra, finalizzato a premiare l’attacco alla profondità dell’esterno di centrocampo, il quale, una volta giunto sul fondo, può crossare al centro dell’area (occupata nel frattempo dalla punta centrale, dall’esterno d’attacco opposto e dall’inserimento del centrocampista che non ha partecipato alla costruzione) o appoggiarsi rasoterra all’esterno d’attacco (o trequartista in caso di 3-4-1-2) che si è accentrato per creare lo spazio necessario all’attacco verticale.

Il sistema di gioco atalantino è sprovvisto di un centrocampista centrale che detta i tempi della manovra, ma ciò non vuol dire che l’orchestra di Gasperini non abbia di un direttore. Il playmaker dell’Atalanta, infatti, gioca una ventina di metri più avanti, defilato sulla sinistra; ha il 10 sulle spalle e la fascia al braccio. La rapidità, la creatività e l’imprevedibilità di Alejandro Gómez sono il grimaldello col quale il Gasp riesce a scardinare le difese avversarie.

“El Papu” parte largo a sinistra e si accentra, palla sul destro, cercando il tiro a giro sul secondo palo o l’imbucata che premia il movimento della punta e l’inserimento di un centrocampista o dell’esterno opposto che attacca il lato debole avversario. Gomez ha un’eccellente visione di gioco, una straordinaria sensibilità di piede e gran parte delle chanche sgorgano dai suoi piedi.
I punti cardine della fase di non possesso, invece, sono il pressing (a tratti asfissiante) sul portatore di palla, la marcatura portata tenendo come riferimento l’uomo dal centrocampo in su e la superiorità numerica della linea difensiva rispetto agli attaccanti avversari.

Esempio: i rivali di turno giocano con un 4-3-3 e l’Atalanta, di conseguenza, risponde con un 3-4-1-2. Gomez “balla” nello spazio di mezzo tra il centrale destro e il terzino e Petagna staziona sul centrale di sinistra. Ilicic prende il mediano, mentre Freuler e De Roon (o Cristante) marcano rispettivamente la mezzala di destra e quella di sinistra.

Così facendo, costringono il portiere a iniziare l’azione dal terzino sinistro, che non appena entra in possesso del pallone viene attaccato dall’avanzata di Hateboer.

A questo punto l’intero pacchetto difensivo scivola verso destra, per coprire l’avanzata del laterale uscito in pressing, mentre, sul lato opposto, la scalata di Spinazzola consente la superiorità numerica 4vs3. Il terzino in possesso di palla non ha uno scarico facile – anche a causa della limitazione dettata dalla linea del fallo laterale – e, in alternativa al lancio lungo, prova a dialogare con un compagno, ma il pressing corale consente agli uomini del Gasp di recuperare palla e di puntare l’area avversaria in una zona pericolosa. Azione speculare a sinistra: se il terzino destro entra in possesso di palla è Spinazzola che accorcia, mentre i tre centrali scalano verso sinistra e Hateboer si abbassa per garantire la copertura sul lato debole.

Così facendo, la superiorità numerica consente ai tre difensori centrali di seguire il proprio uomo anche in caso di palla scoperta, senza esporsi a grandi rischi. E poco cambia anche in caso di un eventuale cambio di modulo: i principi di base sono sempre i medesimi, a prescindere dal sistema che l’allenatore decide di adottare.

Quella di Gasperini è una proposta di gioco che per funzionare alla perfezione necessita di un gran dispendio di energie psicofisiche. È un’orchestra all’interno della quale nessuno strumento può permettersi di stonare o, meglio ancora, viaggiare sottoritmo. Ma nonostante gli uomini che scendono in campo siano l’unica realtà visibile all’occhio dello spettatore, non va assolutamente dimenticata l’incredibile organizzazione societaria che opera dietro le quinte e che porta il nome di Zingonia.

A Zingonia nulla è lasciato al caso, a partire da tutto ciò che ruota attorno al settore giovanile, da sempre una fonte inesauribile di talenti cristallini. A differenza di gran parte delle squadre italiane, l’Atalanta le proprie fortune se le costruisce in casa. Il settore giovanile del club bergamasco presenta cinquanta osservatori, quaranta dei quali battono i campi di Bergamo e del Nord Italia, mentre i restanti dieci vengono inviati nel resto d’Italia e all’estero, pronti ad accaparrarsi i migliori prospetti del calcio nazionale ed internazionale.

«Andate e fate» è il motto di Maurizio Costanzi, responsabile del settore giovanile atalantino. Un chiaro segnale di come la società bergamasca punti sulla crescita dei propri ragazzi col fine di aggregarli in prima squadra e “lasciarli andare” in cambio di denaro che verrà poi reinvestito in mosse intelligenti, come l’acquisto dell’Atleti Azzurri d’Italia per 8 milioni di euro e la ristrutturazione dell’intero centro sportivo di Zingonia, comprensivo di otto campi da gioco e una struttura di 1.200 mq all’interno della quale sono presenti comfort e attrezzature all’avanguardia.

Per renderci conto della mole di talenti sfornata dalla fucina nerazzurra basti pensare, riguardo all’ultimo periodo, a Caldara, Gagliardini, Conti, Bastoni, Kessié, Grassi, Sportiello, Baselli e Zappacosta, mentre andando indietro nel tempo la lista si allunga con nomi come Gabbiadini, Montolivo, Bonaventura, Consigli e Pazzini, senza dimenticare Scirea, Donadoni, Morfeo e Tacchinardi.

Il sito calcioefinanza.it calcola che le plusvalenze fatte registrare dall’Atalanta nel periodo 2000-2016 si attestino attorno ai 255 milioni di euro, sinonimo di quanto i risultati della prima squadra siano frutto della lungimiranza e degli investimenti azzeccati di una società sempre un passo avanti rispetto ai diretti competitor. Un progetto iniziato decenni fa e che finalmente sta dando i frutti auspicati.

Ammirando gli intensi ma armoniosi movimenti degli uomini del Gasp e la pressoché perfetta organizzazione societaria si prova una sensazione di equilibrio, e sembra un segno del destino che Atalanta (dal greco Atalànte) significhi proprio “in equilibrio”. Gasperini e l’Atalanta avevano un disperato bisogno l’uno dell’altra ed ora i tifosi bergamaschi possono godere della sinergia che si è venuta a creare, sperando che questa volta Afrodite non metta fine ai loro sogni trasformandoli entrambi in leoni.