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Riconoscere il talento in un calciatore è uno di quei compiti che gli osservatori svolgono a metà tra dei rabdomanti e dei giocatori incalliti di blackjack. L’esplosione delle statistiche avanzate ha reso il compito degli scout più “instradabile” all’interno di un certo tipo di profilo tecnico, ma il calcio non è il basket o il baseball. Nessuna piattaforma è ancora in grado di fornire sufficienti informazioni per descrivere una partita o un calciatore basandosi esclusivamente sui numeri. In realtà anche i due sport sopracitati mantengono una componente estranea alle statistiche ma nel calcio questa componente è talmente sviluppata che per certi giocatori e per certe partite il fattore umano impone di utilizzare i numeri come supporto secondario e con estrema cautela.

Nel campionato italiano di Serie A passeggia (perché passeggia nel senso stretto del termine) un giocatore di cui farebbero volentieri a meno il 75% delle squadre iscritte eppure quando calcia il suono che riecheggia all’interno dello stadio è lo stesso di quei mancini che hanno scritto la storia di questo sport.

È probabilmente il giocatore forte più nella media che esista, con un linguaggio del corpo talmente irritante da prendere fischi anche quando la sua partita non è così da buttare. L’unico elemento che gioca a suo favore è appunto il talento e Sabatini, che se non ha qualità rabdomantiche lui allora non le ha nessuno, non si è lasciato sfuggire l’opportunità di portare Josip Ilicic al cospetto del pubblico italiano.

Non giocherà mai in una big europea e difficilmente il suo palmarès si arricchirà di qualche trofeo da qui alla fine della sua carriera. Poi lo vedi calciare e per un momento il gioco (niente di più, niente di meno) si spoglia di quella patina analitica tanto cara alle nuove generazioni e riassume i connotati di un’espressione artistica pensata per essere puro godimento.

Ilicic

Un giocatore incompleto

Quando si affronta il discorso intorno a Josip Ilicic la parola più gettonata è sempre “discontinuo”. Dare un certo tipo di continuità alle proprie prestazioni è sinonimo di generare fiducia all’interno dello staff tecnico, dei compagni e dei tifosi. In partita singola Ilicic ha dimostrato di poter regalare prestazioni da fuoriclasse di razza, eppure scommetto che pochi tifosi delle squadre nelle quali il ragazzo sloveno ha militato sarebbero disposti a scommettere su di lui per un match importante. Difficile dargli torto.

Ilicic da quando è in Italia ha giocato con i sentimenti dei propri supporter (tra cui il sottoscritto) alternando stagioni catartiche ad annate in cui un lampione in grado di deviare in maniera più o meno prevedibile un pallone, sarebbe stato più utile di lui in mezzo al campo. Alla sua stagione d’esordio in Sicilia mette insieme 8 gol e 7 assist facendo gridare all’ennesimo colpaccio di Sabatini che in una tiepida notte d’agosto aveva sottratto al Maribor Ilicic e Armin Bacinovic. Sull’attuale centrocampista della Sambenedettese meglio soprassedere, ma l’altro fa innamorare la piazza. Passa un anno e si entra nelle sue personalissime montagne russe.

Chiude il 2012 con due gol e cinque assist in 33 presenze. Non vince il premio di giocatore più peggiorato della lega semplicemente perché non esiste (molto male). A Palermo cercano già uno stolto acquirente a cui rifilarlo e lui zittisce la critica ripresentandosi per la nuova stagione e mettendo a referto 10 gol, 2 assist e 57 passaggi chiave. Nonostante una squadra infarcita di talento con Dybala, Vazquez, Kurtic e Ilicic, i 32 punti conquistati non sono sufficienti alla permanenza in Serie A. Pausa.

Ilicic

Ok, possiamo riprendere.

Nei tre anni a Palermo emerge tutta la fragilità tecnica di un giocatore che, come anticipato, viene spesso etichettato come discontinuo. Giudicare è facile, interrogarsi sui motivi richiede un po’ più di attenzione. Josip nasce in una città che un tempo era Jugoslavia e adesso è Bosnia, ma la transizione è stata tutt’altro che pacifica. Prijedor si trovava nella parte “serba” della Bosnia ma il padre di Josip era un croato e nel 1989, dopo appena un anno dalla nascita del figlio, viene ucciso probabilmente da qualcuno che fino ad allora era stato un suo vicino. La signora Ana prende i figli e scappa in Slovenia dove Ilicic comincerà a prendere dimestichezza con il pallone.

Tralasciando il discorso relativo a ciò che sono stati gli anni ’90 per i paesi balcanici (Ilicic non parla volentieri della guerra e di quello che ha comportato per la sua famiglia), la crescita calcistica del ragazzo è stata poco più che autodidatta. Il campionato di calcio sloveno è attualmente al trentesimo posto nel ranking Uefa, dietro a nazioni come Kazakistan, Bielorussia, Azerbaijan. Quello giocato da Ilicic in tenera età è un calcio di basso livello, non in grado di insegnare i fondamentali come fanno in scuole più pregiate e limitante da un punto di vista della crescita tecnico-tattica.

Quando arriva in Italia ha già 22 anni, fare modifiche sul suo gioco a livello strutturale richiederebbe del tempo che il Palermo (come tutte le società professionistiche che acquistano un giocatore a quell’età) non può spendere. Aggiungendoci poi che sotto la presidenza Zamparini non era consigliabile per un allenatore acquistare casa in Sicilia, la formazione di Ilicic è rimasta incompleta.

Wait.

Ilicic

❤❤

Ok, go on.

Carne o pesce?

Nonostante tutti questi limiti la Serie B rimane un contesto incredibilmente stretto per un giocatore con quel sinistro. I Della Valle scippano, si dice, lo sloveno al Liverpool e in maglia Viola ritorna la totale assenza di punti di riferimento per giudicare il rendimento del nuovo #72 della Fiorentina.

Con Montella il feeling proprio non c’è; il tecnico campano è in fase di sperimentazione tattica e in generale mantiene una certa fluidità nei suoi moduli. Ilicic viene impiegato come seconda punta, delle volte come falso nueve nel senso più negativo del termine, perché del centravanti non ha niente e si vede. Un infortunio a inizio stagione non lo aiuta, ma più in generale la prima stagione passa abbastanza nell’anonimato con punte di odio che il Franchi riserva a quello che a prima vista sembra l’ennesimo flop firmato Della Valle.

Il discorso in realtà ruota intorno all’incompatibilità dei progetti tattici di Montella con l’estro di Ilicic. In un sistema mutevole, che richiede letture di un certo tipo e un acume tattico sviluppato, lo sloveno va in confusione e la sua presenza in campo è dannosa più per i compagni che per gli avversari.

Inserito invece in un contesto più strutturato, possibilmente affiancato da giocatori dinamici che sappiano giocare con ma soprattutto senza palla, capaci di allargare le maglie avversarie, allora è tutta un’altra storia. Non è un caso che anche la seconda stagione in Toscana rischi di essere un flop, senonché da febbraio in poi alla squadra di Montella si unisce Salah: ipercinetico e in grado di abbassare le difese avversarie come pochi hanno saputo fare in Italia di recente.

Si intravede qualche sprazzo di luce fino ad arrivare alle ultime cinque partite del campionato, quando prende letteralmente in mano la squadra e la trascina al quinto posto. Alla fine i gol tra campionato e Europa League saranno dieci di cui sette segnati nelle ultime sei partite.

Quando Paulo Sousa riceve l’incarico di tecnico della Fiorentina una delle prime cose che fa è alzare il telefono e assicurarsi che il ragazzo sia concentrato e pronto a lavorare perché la sua idea di calcio è molto identitaria e spesso sfocia nella prevedibilità. Delle volte bisogna accendere la luce, e Ilicic è l’uomo giusto.

Segnerà 13 gol (di cui 7 su rigore) conditi da 5 assist e una presenza in campo che costringerà le difese avversarie ad uscire spesso sulla ricezione dello sloveno perché da fuori area raramente non trova la porta. Su 74 tiri totali una shot accuracy del 53% lo colloca in termini di efficienza al tiro alla pari di gente come Kalinic, Belotti, Eder. Un giocatore pericoloso, capace di facilitare il gioco o di finalizzarlo e praticamente infallibile dal dischetto (dal 2010 ad oggi ha fatto 11/14, magari sarebbe una buona idea affidargliene qualcuno in più).

I 33,5 passaggi a partita sono poca roba, ma anche in questo caso emerge la peculiarità del giocatore. Non è un regista, non lo è mai stato e verosimilmente non lo sarà mai. Ha bisogno di essere coinvolto nel gioco ma non come architetto bensì come terminale che può sia andare in porta sia mandarci qualcun altro. Non è tanto essere un trequartista all’antica, è approcciarsi al ruolo in una maniera istintiva per la quale la migliore soluzione è sempre la prima e, se sempre più spesso è quella giusta, lo si deve alla comprensione del gioco che Ilicic sta lentamente acquisendo partita dopo partita. Le sue giocate non sono cerebrali ma riflettono la crescita tattica che un giocatore ha potuto sviluppare confrontandosi con allenatori come Montella, Sousa, Gasperini.

Fermi.

Ilicic

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Avanti.

Il secondo anno alla guida del tecnico portoghese, cala. Cala perché è nelle sue corde, cala perché ormai ci ha abituato così, cala perché tutta la squadra subisce una sorta di involuzione e di conseguenza le sue prestazioni ne risentono. Ancora una volta dimostra che le sue abilità se messe a disposizione di un organico solido, in grado di macinare gioco, possono essere la chiave per fare il salto di qualità, ma se lasciate agire nel nulla sono controproducenti e la valutazione riguardo il giocatore torna ad essere quella del ragazzo svogliato, inconsistente e discontinuo.

Stranamente aumenta il suo volume di tiri arrivando a calciare verso lo specchio 3,2 volte a partita, ad oggi il dato più elevato della sua carriera. Evidentemente è un tentativo di risolvere la partita da solo, fattore che in realtà non fa parte dello skillset dello sloveno. Giocatori come Dzeko o come Immobile, delle calamite per occasioni da gol, risolvono le partite a forza di martellare la porta avversaria e, allargando il raggio d’analisi, basta pensare a gente come Cristiano Ronaldo, Aubameyang, Cavani, tutti calciatori che in qualche modo orientano il gioco della propria squadra al fine di farli concludere.

Ilicic non è questo tipo di giocatore. Può risolvere una partita con una punizione, certo, ma quello è un episodio da calcio da fermo, se in un sistema è costretto a tirare quanto Icardi o quanto Pavoletti vuol dire che le soluzioni in quel sistema scarseggiano e lo costringono a sobbarcarsi del lavoro per il quale non è idoneo. Lo scorso anno nella Fiorentina andavano in porta soltanto lui e Kalinic, un giocatore completo si sarebbe esaltato ma Ilicic non è un go-to-guyper dirla all’americana – e infatti si impantana insieme a tutta la squadra. Ma un giocatore non dovrebbe essere più incisivo se tira più spesso? Dovrebbe, i numeri dicono questo, ma i numeri rimangono sul laptop e non in campo.

Ilicic

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Dove si va da qui?

A fine stagione la dirigenza opera un repulisti generale (non so quanto produttivo) e Ilicic, conteso tra Atalanta e Sampdoria, passa ai neroazzurri. A Bergamo ritrova un sistema molto strutturato, squisitamente olistico, che vive di meccanismi consolidati, nei quali al momento lo sloveno sembra essersi immedesimato alla perfezione. Gasperini lo schiera spesso in coppia con Gomez perché l’argentino nel breve è uno dei migliori giocatori del campionato: è veloce e spesso costringe gli avversari a raddoppiarlo. Abbinato a questo giocatore, a dei centrocampisti molto dinamici e a una punta che snocciola sponde come fossero cioccolatini, Ilicic è nel contesto perfetto per rendere al meglio.

Per ora le cose stanno andando piuttosto bene, potrebbero andare meglio, ma dopo una stagione in sordina di solito ne regala una da stella Michelin quindi basta mettersi comodi, continuare a dire che è discontinuo e gustarsi ogni volta cha carica il sinistro. Perché di mancini così da queste parti non se ne vedono spesso. Le statistiche? Parlano di un giocatore normale, uno nella media, ma io fatico a credere che Ilicic abbia mai letto una statistica che lo riguardasse. Per quanto lo aiuterebbe, rimane comunque un gioco, e ognuno detta le sue regole. O no?

Ilicic