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Dopo 60 anni l’Italia non prenderà parte alla fase finale di un Mondiale. La debacle italiana, la Caporetto pallonara nei giorni del centesimo anniversario della sconfitta-simbolo della storia italiana, la figura di Ventura, le responsabilità diffuse a più livelli, colpevoli e presunti tali. A pochi giorni dalla notte più buia del calcio italiano, quattro autori hanno provato a districarsi nella palude di un passaggio sportivo che, comunque la si pensi, assume contorni epocali.

Imparare

di Leonardo Capanni

Esiste un vecchio detto popolare siciliano che recita: “Il vestito nulla è, tutto sta come lo si porta”. Un concetto estendibile alla situazione italiana: una Nazionale che all’inizio del percorso di qualificazione a Russia ’18 non si presentava certo con un elegante completo Armani, bensì con uno di quegli abbigliamenti tecnici che riescono a proteggerti da vento e pioggia ma che si rivelano inadatti a palcoscenici di altro genere. Con lo stesso materiale a disposizione, però, l’Europeo del 2016 ha rappresentato una parentesi felice, quasi una sorpresa inaspettata, grazie alla coerenza di una visione tattica e gestionale che ha sfiorato la perfezione sotto la guida di Antonio Conte. Schiantate selezioni nettamente più forti nei singoli come Belgio e Spagna e pareggiato contro la Germania campione del mondo, l’Italia si apprestava a vivere un biennio di “rifondazione”. Rifondazione che sarebbe meglio chiamare col proprio nome: restaurazione.

La scelta di Ventura, su imbeccata di Tavecchio, nonostante avesse in sé tutti i vizi e le contraddizioni di un sistema più politico che sportivo, è stata inizialmente accolta con favore e i primi risultati sembravano presagire un percorso aperto ad incertezze, ma abbastanza spianato per intravedere l’obiettivo di medio termine della nuova Italia: qualificarsi e ringiovanire, dopo due Mondiali oltremodo miseri e due buoni Europei. Il vizio di forma, però, si è palesato con lo scorrere del tempo, che nel caso del paziente-Italia anziché essere galantuomo si è trasformato nelle fattezze di un boia con tanto di accetta in mano. Affidarsi a un allenatore di schemi e sviluppi di gioco come Ventura, un uomo di campo che ha fatto le sue fortune seguendo approcci ormai sorpassati dalla contemporaneità, ha finito per mandare in cortocircuito un intero sistema, nello spareggio più brutto e drammatico che la storia azzurra abbia mai offerto.

Poi un giorno, con calma, parleremo pure del problema della telecronaca in Italia. Cose che voi umani…

Da qui passa la prima delle grandi questioni nazionalpopolari: a chi affidarsi? Quale figura salvifica può compiere la mission impossible del ritorno dell’Italia a grandi livelli? Come avrebbe apostrofato l’irresistibile Corrado Guzzanti in uno dei suoi personaggi televisivi più surreali e riusciti: “la domanda è mal posta. La risposta è dentro di te, e però è sbagliata”. Perché tracciare il processo di ricostruzione di un sistema significa abbracciare nuovi orizzonti e metodi, e non rincorrere la singola eccellenza. Si dice che imparare è un’arte, e se da qualcuno dobbiamo imparare – come evidente – allora è giusto analizzare, capire e infine elaborare un modello coerente e funzionante.

Il limite rappresentato da un allenatore che fa della riproposizione meccanica di singoli sviluppi di gioco, movimenti pre-confezionati e moduli rigidi un fiero e sprezzante modo di essere che lo distingue dalla massa, è il primo di molti problemi da affrontare. Ventura è questo, ma lo si conosceva da decenni; non ha mai derogato ad altri la sua visione del gioco, non è arretrato di un centimetro davanti ai limiti della sua proposta monocorde, ha rifuggito ogni forma di aggiornamento in tempi di profondi mutamenti e nuove filosofie vincenti.

Un difetto che rispecchia fedelmente lo stato dell’arte del calcio italiano in modo verticale: dalle squadre Primavera fino ai Giovanissimi provinciali, l’assillo del singolo risultato divora il lavoro a lungo termine e le idee, la piccola contingenza cannibalizza la visione d’insieme. L’ideale nemesi delle due nuove grandi scuole continentali che sfornano giocatori pronti e giovani, già in piena confidenza fin dalle prime apparizioni nelle varie selezioni nazionali: oggi Spagna e Germania – e in misura minore Belgio e Portogallo – sono diventate leader mondiali grazie anche ad un invidiabile lavoro che unisce managerialità (figure e comparti inesistenti in Italia, a più livelli), cultura del lavoro sul lungo termine e un modello a cui aggrapparsi, plasticamente rappresentato in campo dai princìpi di gioco che vengono insegnati dalle giovanili fino alle selezioni maggiori.

Quello che spiega Löw riguardo la trasformazione tecnica e culturale dei vari livelli del calcio tedesco al network della FIFA, è quanto di più prezioso e attuale in questo momento storico.

Una coperta di Linus che copre inevitabili limiti e difetti del materiale a disposizione, elevando i giocatori dei club in pedine pronte, consapevoli e difficilmente smarrite all’interno di un collettivo. Allenare e instillare i princìpi anziché favorire un calcio schematico di sviluppi di gioco (esempio: quante volte abbiamo visto le squadre di Ventura eseguire il movimento-esca con velo tra i due attaccanti disposti in verticale, a prescindere dall’avversario e dalla specifica situazione di gioco? Cinquecentoduemila? E quanti sviluppi orizzontali fin dalla linea a 3 a ricercare l’ampiezza dell’esterno con scolastico cross dalla trequarti?) può essere la prima pietra concettuale di una nuova era, inedita e affascinante, quanto straordinariamente necessaria.

Più coraggio nel proporre un lavoro sui concetti, nella ricerca di un modello uniforme, e meno mestieranti aggrappati a vecchie logiche neanche più redditizie come certi cliché nazionalpopolari sempre in voga vorrebbero far credere. Da quasi venti anni stiamo inesorabilmente depauperando un asset importante per l’intero paese con scelte che ricordano il rituale giapponese del harakiri; in tempi di nuove professionalità, evoluzioni metodologiche continue e quasi in real-time, è giunto il momento di ricostruire – o meglio, mettere al passo coi tempi – un intero sistema attraverso scelte coraggiose e di ampio respiro.

A corollario propongo una statistica per i Salvini, le Meloni, i Pochesci e i nostalgismi della patria da social di questo mondo. Percentuali dei calciatori stranieri nei maggiori campionati europei: Serie A 53,2%; Bundesliga 52,7%; Premier League 67,2%; Liga 44,8%. E in Italia il problema si chiama “straniero”, ovviamente.

“Lo straniero”. Un’analisi comunque più lucida e meno surreale di molte lette sui social in questi giorni.

Perdere il controllo

di Paolo Stradaioli

La componente gestionale per un commissario tecnico è da sempre la caratteristica più apprezzabile. Giampiero Ventura è finito sul banco degli imputati, tra gli altri motivi, proprio perché ha dimostrato di aver perso la fiducia della squadra dopo il 3-0 subito in terra iberica. Ma questa fiducia c’era mai stata?

In realtà sì, in pochi erano pronti a scommettere in una débâcle di queste dimensioni dopo le prime partite di qualificazione. Intanto perché le convocazioni di Ventura avevano un loro senso logico; Insigne prima del playoff ha giocato 7 partite di qualificazione su 10, i terzini si sono alternati in base allo stato di forma, più in generale l’unico a non essere mai stato incluso dal ct nonostante le buone prove con il club, è stato Jorginho.

Inoltre la squadra sembrava orientata verso una maturazione tattica confacente alle idee del tecnico. Dopo i primi mesi di 3-5-2 di transizione postcontiana Ventura stava sviluppando in pianta stabile il suo 4-2-4, inserendo lo zoccolo duro della sua nazionale. Buffon, Bonucci, Barzagli, De Rossi, Candreva, Immobile e Belotti. Durante il suo ciclo non si è mai sentito di mettere in discussione questi uomini e a pensarci bene, tolto Buffon, tutti questi hanno spaccato svariate volte l’opinione pubblica sulla loro credibilità a livello superiore.

L’unico che ha saputo innescare Immobile in azzurro ha giocato una partita…

Nessuno di questi è un campione (Gigi, ovvio che lo sei ma non c’è il tempo di ripeterlo ogni volta) eppure c’è stato un momento nella loro carriera in cui l’etichetta si avvicinava sempre di più ai loro nomi. Un po’ come la nomea di Maestro del Calcio™ ha sempre flirtato con il Ventura allenatore. Fare il commissario tecnico però è un’altra cosa. Gestire chi si ritrova insieme per tre, quattro volte all’anno non può dipendere dalla creazione di un’ossatura immutabile su cui costruire il resto. Un percorso di qualificazione ad un grande evento dura un paio d’anni durante i quali può succedere di tutto: Bonucci ha cambiato squadra e con il Milan gioca il gemello cattivo, Barzagli si era già ritirato e qualcosa vorrà pur dire, De Rossi quando non ha un contratto da rinnovare è questo giocatore e se ne può fare tranquillamente a meno, Candreva rende soltanto in determinate condizioni, Belotti e Immobile sono due grandi attaccanti ma insieme si disinnescano a vicenda.

Tutte contingenze che, se messe in campo in una partita contro la Spagna, creano il collasso dell’intero sistema. Gente come Insigne, Verratti, Bernardeschi, Florenzi, Gabbiadini, Jorginho, non si è mai sentita parte integrante di questa nazionale e la cosa non stupisce. Nessuno di questi è stato mai messo nella condizione di rendere al meglio, l’imperativo per Ventura è sempre stato quello di schierare gli uomini che per lui erano migliori senza creare un’identità tattica per questa squadra. Finché giochi contro il Lichtenstein i risultati ti possono anche sorridere, ma alla prima vera batosta la paghi.

Le ultime settimane sono state surreali in casa azzurra e culminate con la palese rinuncia di De Rossi ad entrare in campo nel match di San Siro. Gestire un gruppo è la cosa più difficile per un allenatore e Ventura ha dimostrato che, in un contesto con più di pressione rispetto ai suoi precedenti incarichi, non è in grado di farlo. È bastata una sconfitta in Spagna (prevedibile, per altro) per mandare in rovina due anni di gestione, che nonostante le dichiarazioni finali di Ventura, verrà ricordata come una delle più disastrose degli ultimi sessant’anni.

E adesso?

di Giuseppe Zotti

Quando si devono fare i conti con un disastro epocale, le conseguenze possibili sono due: o si fa saltare qualche testa per evitare danni peggiori – e un secolo fa a pagare per tutti per Caporetto furono il generale Cadorna e il Presidente del Consiglio Boselli, ma non Vittorio Emanuele III e Badoglio – oppure la piazza pulita viene fatta dal basso, e allora lì saltano le teste di Zar, generali e ministri a non finire. Ovviamente non è il caso di paragonare le 100.000 perdite militari e il milione di profughi civili della disfatta di Caporetto con la mancata qualificazione a un Mondiale di calcio, ma una delle domande che ci si sta ponendo adesso, probabilmente veniva posta anche cento anni fa, e cioè: e adesso? Cosa succederà?

Abbiamo visto come a livello istituzionale il fallimento sia stato attribuito solamente a Ventura – che di certo non manca di colpe – mentre Tavecchio, che pure ha scelto Ventura e soprattutto ha dimostrato ancora prima di venire eletto alla guida della FIGC un’incompetenza e un’inadeguatezza imbarazzanti per una carica simile, si sia auto-assolto, forte anche del consenso in alcuni settori della Federcalcio (la Lega Dilettanti di cui è stato presidente e la maggior parte dei club di A).

Fra le questioni aperte dal plenum di ieri della FIGC senza dubbio la più importante è quella del nuovo c.t.: sbagliatissimo il comportarsi come se fosse già risolta, senza nemmeno prendere in considerazione l’ipotesi che Ancelotti non se la senta di guidare la nazionale azzurra: pur essendo libero da impegni e sicuramente desideroso di un riscatto dallo scottante esonero con il Bayern, il tecnico di Reggiolo potrebbe anche non essere convinto a guidare l’Italia se ravvisasse un’eccessiva disorganizzazione, o peggio ancora, incompetenza, ai vertici della Federazione; questo, però, rimane un discorso sensato se si parla di personalità non attaccate alla propria carica, o che vivono in campane di vetro che distorcono oltre ogni limite i propri giudizi.

Forse – anche se pure in questo caso la formula dubitativa è d’obbligo – si potrebbe riprendere a parlare della Serie A a 18 squadre; i segnali sono potenzialmente incoraggianti, considerando che recentemente si è vista la decisione di ridistribuire gli introiti dei diritti TV in maniera più equa tra le 20 società della massima serie: il passo della riduzione della A a 34 giornate complessive (e anche della B a 20 squadre) è un passo sicuramente arduo da fare, visto che i club più potenti male hanno visto questa redistribuzione verso il basso; tuttavia, è forse il momento migliore per tentare di raggiungere questo risultato.

Per ultimo – e qui si tratta di un grande punto di domanda – rimane la questione del cosiddetto ius soli sportivo: a prescindere dal significato politico di una legge simile, rimarrebbe il fatto che una più facile naturalizzazione di atleti nati in Italia o qui residenti, e attivi sportivamente da anni, apporterebbe sicuramente benefici positivi al calcio e in generale allo sport italiano; gli esempi di efficacia di norme simili partono da almeno 20 anni fa (la Francia del 1998 campione del mondo con una rosa di berberi algerini, senegalesi, armeni, baschi, neocaledoni, guadalupensi), fino ad arrivare alla Germania dominatrice attuale del calcio internazionale, infarcita di turchi, ghanesi, polacchi e non solo.

Se insieme a questo si arrivasse a una responsabilizzazione in età non troppo avanzata dei giovani provenienti dai vivai – e qua si tratta di un obiettivo che credo sia assai lontano dall’essere raggiunto in tempi brevi – allora si potrebbe parlare di vero cambiamento, e di una speranza seria per gli anni a venire: d’altronde le selezioni giovanili si stanno comportando in modo decisamente positivo, a partire dall’Under 20 terza agli ultimi mondiali; segno che il materiale per la ricostruzione non manca.

Fallimento annunciato

di Niccolò Bennati

Se ci fossimo qualificati, nessuno lo avrebbe mai detto, almeno fino alla più che probabile magra figura in terra russa, ma l’esperienza di Ventura è stata fallimentare sin dall’inizio: non per i risultati, non tanto per le prestazioni, dato che gli uni e gli altri sono stati per buona parte del percorso in linea con le performance dei predecessori, ma perché la strada che ha scelto di intraprendere divergeva dalle intenzioni iniziali e dai motivi per i quali era stato assunto.

Gian Piero Ventura, 68 anni, curriculum “provinciale”, un campionato vinto in Serie C1 per dare lustro al palmarès, non era certo stato preso per i titoli, per il nome o per l’esperienza internazionale: a lui si affidava il compito di dare il via ad un nuovo ciclo dopo il canto del cigno dei senatori ad Euro 2016. Innestando giovani, dando un’identità, formando un gruppo.

Qualcosa nel frattempo però deve essere andato storto, visto che siamo arrivati a giocarci Russia 2018, affrontando gli svedesi, con un’età media di 31 anni. Dato ancora più allarmante: con TRE campioni del mondo 2006 in campo. A undici anni di distanza. Per capirci: la Germania, nella sua ultima partita ufficiale, ha schierato solo due reduci del mondiale vinto tre anni fa; in totale i convocati erano sette, tra cui giocatori come Mustafi, Draxler e Ginter che erano indubbiamente ai margini della spedizione brasiliana.

Sopra la Germania che si è qualificata a Russia 2018 vincendo contro l’Irlanda del Nord.

Ventura ha visto una scorciatoia e l’ha presa, rivelatasi poi un vicolo cieco: perché la tentazione di proseguire con quei “nonni” che nei loro club ancora se la cavavano era troppo grande, ma non era lì per quello Gian Piero Ventura. L’Italia, dopo due fallimenti mondiali, aveva ritrovato l’entusiasmo nella carica magnetica di Antonio Conte agli Europei di Francia: un’esperienza che aveva fatto dimenticare quanto ci fosse bisogno di un repulisti generazionale.

Ci siamo rifugiati nell’ovattata sicurezza dei vecchi leoni, ci siamo ripetuti che “i giovani non ci sono” fino a crederci davvero, ed il ct è stato perfetto veicolo di questa interpretazione. Buffon, Barzagli, De Rossi non sono giocatori finiti, ma sono giocatori dei quali bisogna imparare a fare a meno e, prima lo si impara, prima i giovani potranno crescere, prima una nuova Italia si potrà vedere: sono presenze ingombranti, nel bene e nel male, alle quali dovevamo smettere di aggrapparci già tempo fa. E non si prendano ad esempio le prestazioni con i rispettivi club, dove giocano nella sicurezza che ti dà una squadra vincente, dominano per carisma e personalità, vivono di automatismi che Ventura, peraltro, si è sempre rifiutato di riproporre.

I giovani ci sono, eccome, chi si siede in panchina adesso abbia il coraggio di epurare una generazione che ha fallito e ri-fallito per ripartire solo da pochissimi comandanti trentenni (Bonucci, e poi?) all’interno di un manipolo di giovani vogliosi e determinati, a cui i club italiani, checché se ne dica, stanno concedendo sempre più spazio.