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Apocalypse now è un film del 1979 diretto da Francis Ford Coppola ed interpretato tra gli altri dal fido Marlon Brando e da Robert Duvall. In un simile contesto, il titolo in questione evoca il dramma e le distorsioni psicologiche, materiali e fisiche che la guerra comporta nei confronti tanto dei civili quanto degli stessi militari.

In senso lato, la parola “apocalisse” è sinonimo di catastrofe, rovina totale, fine del mondo.
Che in questi termini, la mancata qualificazione dell’Italia ai prossimi Mondiali possa costituire un’apocalisse viene difficile immaginarlo, ma, parafrasando il presidente FIGC Carlo Tavecchio dopo la derrota di Madrid, ci troviamo di fronte ad un evento storico ed infausto allo stesso tempo.

Frozen Friday

Il match di venerdì scorso, nel gelo della Friends Arena di Solna, ha raccontato di un’Italia sbiadita, opaca, incapace di porre rimedio alle medesime problematiche delle ultime prestazioni, segnatamente un possesso palla sterile ed una fase offensiva pressoché innocua. Proprio quest’ultimo aspetto è sembrato essere la più fendente ‘spada di Damocle’ sul destino dell’Italia. L’unica palla gol pulita dell’intera partita si è materializzata al 6° quando Darmian, dopo uno scambio nel breve con Verratti, ha servito Belotti con un cross preciso, mal capitalizzato dal centravanti del Torino.

Il resto dell’incontro ha visto sì la Nazionale di Ventura mantenere a lungo il controllo del pallone (63,4% a fine gara), senza riuscire però mai a rendersi veramente pericolosa (il palo colpito da Darmian nasce dagli sviluppi di un corner).

Verratti, l’uomo di maggior talento e creatività tra gli undici schierati da mister Ventura, è parso un pesce fuor d’acqua nel 3-5-2 di Solna. Il centrocampista del PSG ha vagato a lungo per il campo in cerca della corretta posizione, finendo spesso a ridosso della linea dei due attaccanti. Il risultato è che il centrocampista che effettua più passaggi di tutta la Ligue 1 ha finito con il toccare il pallone solo 57 volte, e quasi mai da posizione nevralgica.

Il grafico sopra riporta la zona coperta da Verratti contro la Svezia.

Questo invece riguarda il turno di campionato contro l’Amiens, per un totale di 148 palloni toccati.

Come si evince dal grafico, con l’Italia Verratti si muove in una zona di campo che non gli si addice, gravato da compiti di inserimento e movimento senza palla che lo allontanano dal centro della manovra.

Un ulteriore aspetto infelice è derivato dai movimenti delle due punte, quasi sempre speculari e mai contrari. Immobile e Belotti hanno giocato a lungo sulla stessa linea di campo rendendo oltremodo semplice il compito dei due centrali difensivi svedesi. Eclatante il dato che mostra come il Gallo, nei 65’ a sua disposizione abbia toccato il pallone solo in 7 circostanze. Si creava così una voragine tra centrocampo ed attacco che rendeva difficili e complicate le associazioni tra i due reparti.

Nonostante la superiorità numerica a centrocampo, l’Italia ha spesso preferito eludere la pressione avversaria tramite le fasce laterali, sempre ben presidiate dal lineare 4-4-2 di Andersson. Risulta chiaro, quindi, come il piano partita degli Azzurri si sia rivelato del tutto inefficace.

Al contrario la Svezia ha portato fin dai primi minuti di gioco la partita nel terreno a lei più congeniale. I due attaccanti Berg e Toivonen, provocatori ma contemporaneamente bravi nel gioco di sponda, hanno funto da appoggio per i compagni che si inserivano alle spalle dei centrocampisti azzurri, costringendo la nostra retroguardia ad abbassarsi pericolosamente. Si tratta del fil rouge che ha condizionato il primo tempo della gara di andata, con i nostri giocatori incapaci di alzare il baricentro e costringere le due punte svedesi a giocare lontane dalla porta, dove sicuramente avrebbero faticato di più ad imporsi.

(foto: Claudio Villa/Getty Images)

L’elemento di maggior talento del collettivo svedese, Emil Forsberg, non ha tradito le attese nella gara di andata, banchettando a piacimento nell’half space di centro-sinistra, poco protetto dagli Azzurri, ed illuminando la manovra offensiva della squadra di casa. Il dato che colpisce maggiormente della sua partita è una precisione dei passaggi pari al 91,3%, rimarcabile in virtù della zona di campo lungo la quale ha imperversato (per lui anche 2 passaggi chiave).
Il gol decisivo di Johansson, arrivato peraltro nel nostro miglior momento e propiziato dalla sfortunata deviazione di De Rossi, non è stato che la beffa di una serata nata male e finita peggio.

Corsa contro il tempo

La gara di ritorno ha visto, se non altro, un’Italia diversa. I tre cambi rispetto alla sfida della Friends Arena, più forzati che realmente voluti, hanno parzialmente migliorato l’efficienza del 3-5-2 di Ventura.

Florenzi, forse il migliore dei suoi, nonostante avesse giocato l’ultima partita da mezzala più di un anno fa, ancor prima del duplice infortunio, ha interpretato il ruolo in modo sicuramente migliore dello squalificato Verratti. Il suo calcio fatto di grinta, corsa e sacrificio oltre ad un’abilità innata ad inserirsi tra le maglie della difesa avversaria, è risultato una delle più gradevoli variabili al gioco statico della gara di andata. Lo stesso Gabbiadini, posizionandosi verticalmente rispetto sia ad Immobile che a Jorginho, si è fatto trovare più volte tra le linee libero di ricevere, garantendo così una costante alternativa al ripetitivo gioco sulle corsie laterali che ben poca fortuna aveva avuto in Svezia. Il centrocampista del Napoli, infine, ha fatto valere le sue doti di playmaking dando il là a diverse trame offensive. Di lui si contano ben 3 passaggi chiave, con un 83,1 % di precisione su 83 palloni giocati.

Con il passare dei minuti la qualità di gioco dell’Italia, però, è drasticamente diminuita. L’ansia e la paura di non riuscire a trovare la via del gol sono cresciute in modo direttamente proporzionale a confusione e frenesia in fase di costruzione.  I giocatori sono tornati a cercare con insistenza l’arma offensiva più confortevole, ma allo stesso tempo inefficace: il cross. A fine partita se ne conteranno 51, cresciuti a dismisura per l’appunto nella seconda frazione di gioco. La difesa svedese ha potuto sfoggiare le sue migliori qualità, dall’alto (nel vero senso del termine) di una predisposizione fisica che ha permesso loro di spazzare senza difficoltà qualsiasi minaccia giungesse in area di rigore. Dei 27 tiri effettuati dall’Italia, pochi hanno impensierito un portiere modesto come Olsen, a riprova della scarsa qualità delle occasioni prodotte.

In arancione i cross da parte dell’Italia; in blu quelli, anzi, quello della Svezia.

Dal punto di vista prettamente difensivo la prova di San Siro è stata positiva, o almeno priva degli errori concettuali che avevano caratterizzato la gara di andata. L’Italia ha pressato con costanza, finché ne ha avuto la forza, i portatori di palla svedesi. Di conseguenza la squadra è rimasta corta, con il baricentro alto ed una linea difensiva diversi metri più vicina alla porta avversaria, complicando il compito alle due punte avversarie.

Il grafico mostra la densità difensiva della Svezia, rinchiusa nella propria metà campo.

Alla formazione svedese non è restato altro, a quel punto, che serrare le fila e rintanarsi nella propria metà campo, limitandosi a proteggere il risultato dell’andata. Con successo.

Bestia nera

La rimonta non si è compiuta e l’Italia per la prima volta dal 1958 non parteciperà ad una coppa del mondo. Un’eternità. A quei tempi l’inedita coppia Domenico Modugno e Jonny Dorelli vinceva l’ottava edizione del Festival di Sanremo con “Nel blu dipinto di blu”, mentre nel mondo tornavano gli spettri di un possibile conflitto mondiale.

Bisogna riavvolgere il nastro e tornare ad una invernale notte di Belfast, dove al Windsor Park la Nazionale allenata dall’allora ct Alfredo Foni venne sconfitta dalla formazione di casa, mancando l’appuntamento iridato, che si sarebbe tenuto, manco a dirlo, in Svezia. Una Nazionale o un Paese, quello di Re Carlo XVI Gustavo, che si candida a vera e propria bestia nera degli Azzurri. L’ultima volta in cui l’Italia non si è qualificata ad un Europeo correva il 1992 e quella competizione si sarebbe giocata proprio in Svezia. E, tralasciando gli episodi più nefasti come il celebre “ biscotto” del 2004, è bene ricordare che l’ultima vittoria esterna risale al 1912: marcatore un tale Franco Bontadini.

Rivelazione

Per concludere, è dover di cronaca riportare che l’apocalisse, nonostante sia stata chiamata a più riprese da diretti interessati e testate nazionali, sembra averci risparmiato. Ma analizzando l’origine del termine, è curioso notare come, prima che assumesse la nota accezione negativa, il termine apocalisse fosse utilizzato alla stregua di “rivelazione”. Secondo un esegeta francese di nome Paul Beauchamp, la lettura apocalittica nasce in momenti di estrema crisi per portare un messaggio di speranza. Un ritratto perfetto della situazione calcistica italiana attuale. Chissà che allora con quelle celebri e, credevamo, sciagurate dichiarazioni, Tavecchio non avesse in realtà vestito i panni del profeta: annunciando una storica svolta ed un cambiamento radicale nel calcio del nostro Paese.

Una rivoluzione che dovrebbe colpire i quadri federali (anche se gli eventi delle ultime ore sembrano portare in direzione opposta), ed interessare il mondo del pallone a partire dai settori giovanili tramite un programma di sviluppo sulla scia dell’Elite Player Performance Plan, che sta rivitalizzando il calcio inglese. Un ulteriore esempio è fornito dalla Germania, che dopo aver toccato il fondo a seguito della prematura eliminazione da Euro 2000, ha posto le basi per un progetto che riguardasse da vicino i giovani calciatori in un programma di crescita fisica, tecnica e tattica avvallato da tutti i club di Bundesliga e Zweite Liga.

Al momento non resta che aspettare, guardare da casa con la giusta dose di malinconia i Mondiali e sperare che qualcosa, ora, cambi per davvero.