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Nella stagione sopra le aspettative della Lazio le attenzioni mediatiche sono inevitabilmente attratte dai numeri fuori scala di Immobile, dalla inaspettata esplosione del talento dimenticato di Luis Alberto, dal dominio fisico e tecnico di Milinkovic-Savic e dal sistema tattico flessibile, imposto con metodo e lungimiranza da un underdog della panchina come Simone Inzaghi.

Nascosto nell’ombra di questo scenario di rinascita ad alti livelli per una società con ambizioni e potenzialità economiche medie, esiste, però, una figura che rischia di passare sottotraccia nonostante l’imponenza del suo profilo. Stefan de Vrij è oggi uno dei tre-quattro migliori difensori centrali in Serie A, e fra i più interessanti in Europa in rapporto a continuità di rendimento, età e potenzialità.

Gigante buono

Eppure la storia di Stefan de Vrij non è quella di un fenomeno con la carriera spianata davanti a sé come un’autostrada a tre corsie, bensì quella di un talento precoce rallentato da fattori esterni e debolezze endemiche, recuperato con enorme fatica e infine ritornato su palcoscenici adatti alla sublimazione di un difensore centrale capace di un mix di qualità difficilmente riscontrabili.

La prima caratteristica che salta all’occhio vedendo de Vrij muoversi in campo è la sua fisicità monumentale, una specie di totem che si muove con un andamento maestoso, che genera l’impressione di un gigante prestato al gioco. Una figura che vive su una violenta contraddizione: dall’alto del suo 1,91 e con una struttura fisica simile a quella di un cavaliere templare con tanto di armatura indosso, si muove con una compostezza e una coordinazione quasi innaturali. Come se si trattasse di uno strano supereroe dai poteri magnetici, capace di adattare la struttura molecolare del suo fisico alle azioni che gli accadono attorno.

A volte ha l’eleganza di un ballerino di danza classica, non fosse per il fisico degno di Terminator.

Ma se oggi de Vrij risulta come un giocatore in forte ascesa, sicuro e nel pieno della maturità agonistica nonostante i 25 anni, lo stesso non si può dire per il suo passato, segnato da turbolenze e incertezze su più livelli, sia fisici che – soprattutto – mentali. Lo scorso anno l’olandese ha confessato, in un’intervista rilasciata a Metronieuws, la grande fatica ad imporsi per un percorso mentale minato da una debolezza sottile, endemica: de Vrij è stato a lungo vittima della sindrome di deludere l’altro.

Come raccontato in modo diretto e sincero, non riusciva a dire di no a nessuno, perdendo così di vista priorità e obiettivi per timore di deludere le aspettative altrui. Ha dovuto affrontare la sua debolezza, come se si trattasse della condizione psicologica di un paziente che prende finalmente coscienza di sé dopo anni di smarrimento, durante i quali ha osservato le proprie potenzialità scivolare via sotto il peso di un’eccessiva forma di accondiscendenza per il timore di un fallimento.

“Fortunatamente sono una persona che apprende: sono continuamente alla ricerca di nuovi approcci per migliorare. Forse più da un punto di vista personale che da quello di calciatore. Leggo e ho letto tanto, soprattutto nel periodo del mio infortunio, ed è leggendo che sono arrivato a contattare Bouke de Boer. È il proprietario dell’istituto olandese di training per la programmazione neuro-linguistica, ed è colui che mi ha aiutato nella vita di tutti i giorni. Quando posso vado da lui per discutere di molte cose, abbiamo un ottimo rapporto, e ho imparato molto dal suo modo di valutare le cose.

Per esempio: non riuscivo a dire di no. Volevo aiutare in qualche modo tutti quelli che mi chiedevano qualcosa. Poi, con il metodo, ho capito che per un atleta professionista seguire tutte le richieste che la gente ti pone diventa un gioco a tue spese. Soprattutto a certi livelli c’è bisogno di focalizzare i propri confini: tra ciò che è possibile e ciò che è soltanto uno spreco di tempo e risorse mentali. Ho capito che la cosa più importante è riuscire a trovare un equilibrio personale, ma è fondamentale che le scelte vengano fatte da me.”

L’esatto opposto del prototipo contemporaneo del calciatore che vive in un mondo parallelo fatto di ego smisurato, realizzazione di ogni desiderio e sfrontata sicurezza dettata dalla propria posizione sociale; de Vrij ha ammesso serenamente di aver chiesto l’aiuto di un mental coach, figura sempre più diffusa nel mondo del calcio e in generale degli sport professionistici, per arrivare a focalizzare le priorità e scrollarsi di dosso quell’insieme di pressioni e attenzioni divenute sempre meno gestibili.

Ed è pure uno di quei colleghi perfezionisti e secchioni che si porta dietro il lavoro perfino in ferie. Come quest’estate in Spagna, dove, per rientrare a pieno regime, si è sobbarcato una dose di lavoro extra insieme al preparatore.

Un percorso psicologico e di apprendimento che ha aiutato l’olandese ad uscire da un gravissimo infortunio che lo ha tenuto fuori dai campi di Serie A per 351 giorni, un ergastolo agonistico che aveva gettato molte ombre sul possibile ritorno ad alti livelli del #3 laziale. Una profezia di sventura che si è scontrata con la determinazione e il metodo di de Vrij, pazientemente impegnato su due fronti – fisico e psicologico – per esorcizzare le sue paure più recondite. Una lunghissima rincorsa conclusasi ad agosto dello scorso anno, dopo aver saltato quasi interamente la stagione 2015/16.

E pensare che appena sbarcato in Serie A sembrava un giocatore di football americano: giallo per un clamoroso blocco su Pinilla che lo brucia con facilità, secondo giallo 10 minuti dopo per un banalissimo fallo di mano. A volte è necessario saper aspettare…

I’m a pocket calculator

È così che Stefan de Vrij, superate le fragilità, si presenta oggi come un giocatore dalle qualità imprescindibili nel contesto della squadra rivelazione del campionato. Già lo scorso anno, con una continuità di rendimento invidiabile ma minata da piccoli stop che ne hanno compromesso un’esplosione definitiva, l’olandese si era presentato come uno dei leader emotivi e tecnici dell’undici di Inzaghi. Composto, silenzioso, professionale oltre ogni aspettativa, essenziale nella sua estetica da ragazzone nordico un po’ impacciato e all’apparenza banale, senza tatuaggi, senza un filo di barba: l’anello di congiunzione tra un cyborg e l’ideale guida di un’intera fase difensiva (e non so bene perché, ma il recupero di de Vrij dagli infortuni me lo immagino così).

Perché le qualità che stanno marcando la differenza tra de Vrij e altri grandi interpreti europei del ruolo sono proprio quelle più rare da individuare in un centrale così fisico: innato senso della posizione e una capacità di lettura del gioco che ha poco di umano, quasi fosse programmata con un linguaggio da sviluppatore, da geek del gioco. De Vrij, insomma, è uno dei centrali più cerebrali dell’intero panorama continentale, caratteristica genetica che distingue il giocatore capace di grandi picchi o annate di fuoco dall’interprete di talento, capace di garantire molto più che la monodimensionalità della solidità in marcatura.

A proposito di letture: quanto vale un intervento come questo? 😱

L’olandese è un calciatore stratificato, ricco di influenze tattiche che hanno affinato un talento di base evidente. La Lazio, ormai stabilmente schierata con una linea difensiva a 3, ha in de Vrij il suo primo costruttore – sia nel gioco corto che in quello lungo – e il suo unico, insostituibile leader arretrato. Simone Inzaghi, senza calcare la mano su princìpi di gioco altamente strutturati o su sistemi rigidi, ha il merito di aver messo nelle migliori condizioni possibili i suoi singoli più talentuosi.

A de Vrij, infatti, non è soltanto richiesto un lavoro di intercetti, contrasti, duelli aerei e uscita palla pulita, ma l’elevazione in un ruolo di primo play, capace anche di passaggi taglia-linee a saltare la prima pressione avversaria per consegnare velocemente palla ai trequarti che occupano gli spazi di mezzo e che cercano l’imbucata su un Immobile devastante nell’attaccare la profondità faccia alla porta. Una costruzione verticale, caratterizzata da una tensione in avanti che chiama la squadra a un grande lavoro collettivo in fase di transizione negativa, guidata magistralmente da l’ex Feyenoord.

Sicuro, glaciale, quasi impossibile da spostare o da sovrastare, de Vrij sfrutta il suo fisico da troll tolkeniano con un’eleganza nobile, fuori scala per un centrale così strutturato. Allo stesso tempo garantisce soluzioni di qualità in uscita e nel gioco lungo – le statistiche indicano 2,6 lanci a partita con una clamorosa pass accuracy del 94,2% -, facendo registrare numeri da urlo nel fondamentale più raffinato per un difensore: l’anticipo. Al contrario di altri interpreti dal valore simile come Manolas e Koulibaly, de Vrij riesce in 2,7 intercetti per gara, soccombendo nella statistica dei contrasti (0,5 per match) dove ha ancora margini di crescita significativi. Sembra che il suo calcio sia fin troppo educato e pulito per sporcarsi in interventi rusticani, preferendo la sottile arte dell’anticipo, della lettura preventiva, del saper frapporre il proprio corpo grazie a un timing di intervento e una capacità di lettura posizionale che sfiorano la perfezione.

Un classico di questa Lazio: la connessione sul lungo de Vrij-Milinkovic nelle fasi di inizio azione contro squadre che attendono con un blocco basso. Due giganti strani, molto strani.

In questo mix di qualità ha influito sia la scuola formativa olandese che il maestro oranje dell’ex golden-boy di Rotterdam: Louis van Gaal. Il demiurgo del Sistema è stato la figura-chiave dell’ascesa di de Vrij, inizialmente schierato come pivot davanti alla difesa proprio per le sue qualità d’intuizione del gioco e le sue capacità di recupero e smistamento palla in verticale e in diagonale. Van Gaal, integralista convinto della versatilità di un singolo se inserito all’interno del suo sistema, ha così arretrato il suo raggio d’azione per permettere una prima costruzione efficace e senza rallentamenti che potesse avere ricadute positive sull’intero collettivo.

Lo stesso schema che applicherà, con un modulo di gioco diverso, al Mondiale in Brasile, con una difesa a 3 che oggi de Vrij sente come una seconda pelle e che potrebbe guidare bendato e con la gabber sparata a tutto volume negli orecchi. Ma la maturazione dell’olandese passa soprattutto dall’Italia, come confermato dalle sue parole:

“Avevo richieste dalla Premier, in particolare da Van Gaal, ma avevo già dato la parola alla Lazio e per me è stata una scelta ideale. In Serie A ho imparato a smussare alcuni aspetti del mio gioco, comprendendo il grande lavoro tattico di reparto che è alla base di ogni buona prestazione. Sapevo di avere delle qualità nella lettura del gioco, ma in Italia le ho ampliate ogni domenica.”

E poi avete mai visto uno allenarsi così per recuperare al 100% anche dopo il rientro da un infortunio? Sembra una sessione di fisioterapia uscita dall’universo di Minority Report.

De Vrij è ormai il leader silenzioso della sorprendente Lazio di Inzaghi, capace di trasmettere sicurezza ed elevare il livello di gioco dei compagni di reparto, decisivo nell’associare quelle trame verticali che lo investono di importanti responsabilità in fase di costruzione, riuscendo perfino a mascherare alcuni dei suoi limiti strutturali: come l’evidente difficoltà nel coprire lo spazio alle sue spalle quando chiamato alla copertura della profondità.

Con il contratto in scadenza a giugno 2018, de Vrij, a meno di possibili ma improbabili exploit – come la qualificazione diretta alla Champions – rimane uno dei pezzi più pregiati in quel deserto di sale che è il mercato dei difensori centrali di rendimento e prospettiva. A Liverpool, Manchester e Torino si stanno già muovendo da tempo, attratti dalle qualità universali che un centrale come l’olandese porta con sé; ma mai come quest’anno la definitiva consacrazione di de Vrij sembra essere divenuta una mera questione di tempo.