22 min read

Ciao, #AppuntiSparsi questa settimana è più svogliata di Mario Balotelli nel giocare a calcio, quindi ci sono tre contributi di qualità ai quali potete accedere scorrendo giùùù fino alla copertina di un libro. Prima c’è roba firmata da appunti-bradipo-stanco, via via, nulla da vedere.

Ma prima ditemi se qua Sorrentino non sembra un micetto che insegue un gomitolo di lana.

1. Valencia – Barcellona

La sentitissima sfida del Mestalla partiva da presupposti molto interessanti e le aspettative non sono state tradite. Il fútbol, non ce ne voglia il Levante, è tornato nella città di Calatrava grazie ad un architetto d’eccezione come coach Marcelino. A +4 sui Murcielagos, il Barcellona ha sfruttato una favorevole situazione di classifica in Champions per far riposare Messi a Torino e arriva al Mestalla con la possibilità di volare a +10 sulle due di Madrid.

Se i padroni di casa viaggiano letteralmente sulle ali dell’entusiasmo (9 vittorie consecutive nelle quali sono stati segnati 30 gol. Il Valencia ha già affrontato Atleti e Real e deve ancora perdere quest’anno), i blaugrana hanno palesato, a cominciare dallo 0-0 sul campo dell’Olympiakos, un leggero calo di brillantezza, per quanto nessuno sia ancora riuscito a batterli tra Liga e Champions.

Il Valencia gioca come ogni squadra di Marcelino comanda: 4-4-2 serrato, linee compatte e ripartenze mortifere. Valverde ha invece riservato ad un Barcellona ancora privo di Dembélé, Sergi Roberto, Mascherano, André Gomes e Rafinha e senza un Piqué squalificato una nuova veste tattica: è 4-4-2 solo in apparenza, perché il trequartista (spesso Paulinho, con tanti saluti ai chiacchieroni estivi, ehm, questa rubrica in primis) è molto più alto di Busquets e Rakitic ed Iniesta diventano mezzali. Un rombo piuttosto fluido. La libertà concessa a Messi rimane totale: schierato da trequartista, l’argentino è sembrato troppo lontano dalla porta. Da qualche anno a questa parte, ogni tecnico del Barcellona sa dell’importanza di mettere Messi al centro del villaggio (0 gol e 0 assist nelle ultime 4, la squadra ne ha risentito).

Terzini del Barça molto offensivi: sfruttano l’ampiezza quando la mezzala di riferimento si accentra. Libertà che, dall’altra parte, è concessa solo a Gaya. Solita posizione sfalsata della sorprendente coppia Kondogbia-Parejo: di quest’ultimo fino a sei mesi fa veniva chiesta la cessione, il francese all’Inter era più che altro un caso sociale.

Il copione del primo tempo è quello previsto: il Valencia tenta di ripartire mentre il Barça tenta di scardinarne la difesa. La posta in palio, però, blocca le due squadre: bravissimi a ingabbiare Messi gli uni (Parejo ne scherma il passaggio, Kondogbia ne risucchia l’aria attorno), attenti in possesso della sfera gli altri. Come si nota anche dalle posizioni medie, dieci undicesimi del Barça giocano nella metà-campo bianca: Umtiti, in uno stato di forma pazzesco, è arrivato a recuperare palloni al limite dell’area avversaria. Nonostante qualche sbavatura di un rientrante Vermaelen, i catalani non hanno sofferto pressoché nulla nel primo tempo. Nè Guedes né Soler hanno impensierito lo spazio dietro le spalle di Semedo o Jordi Alba; Paulinho neutralizza Parejo; Busquets, inoltre, si abbassa molto tra i centrali sia in fase difensiva che per creare gioco: il metodista del Barça semplicemente non commette errori, nemmeno se Zaza gli ronza attorno come un cane rabbioso.

Messi si aggira soprattutto nel mezzo spazio di destra: un po’ per attitudine, un po’ per creare grattacapi a Paulista, ma l’ex Arsenal è sempre attento (la Via Crucis di Marcelino dev’essere stata dolorosa) e Garay non ha fatto rimpiangere Murillo. Messi si aggira molto per il campo, cerca di dialogare con Iniesta, crea instabilità: per questo ha colpito il partitone di Kondogbia, piovra davanti alla difesa con 4 intercetti e altrettanti tackle vinti, nonostante un’ammonizione ricevuta nella prima mezz’ora. Sei volte in fuorigioco (più di tutti gli altri giocatori sommati), Luis Suárez ha mandato al Mestalla il gemello inoffensivo. L’occasione migliore nella prima frazione è per gli ospiti: Neto dimentica di parare un tiro di Messi, la palla varca la linea ma l’arbitro non convalida.

La ripresa, tutta un’altra storia. Il Valencia entra in campo col furore giusto che lo contraddistingue e ora riparte che sembra un quadro di Lucio Fontana. Guedes, in particolare, fa scoppiare l’auto-velox, che recita 32km/h. Incredibile è lo stato di fiducia con cui giocano i ragazzi di Marcelino: Kondogbia gioca con calma atarassica (pure troppa: perde certi palloni a volte…), Zaza è un caos (poco) calmo, Parejo si prende responsabilità di manovra, Rodrigo fa talmente tante cose che elencarle non basterebbe un articolo intero. C’è così tanto Valencia nel secondo tempo che il Barcellona diventa piccolo piccolo: quando i Murcielagos aumentano il ritmo, il Barça va in apnea.

I padroni di casa vanno avanti grazie ad una splendida azione sulla catena di sinistra. Gayá sovrappone a Guedes, che porta palla e punta Semedo. Il terzino portoghese si accorge del pericolo-Gayá con un secondo di ritardo: Guedes lo manda al cross e al centro finalizza Rodrigo, che per festeggiare tira fuori una parrucca per ricordare Jaime Ortí, presidente durante lo storico inizio di secolo, recentemente arresosi ad un cancro ai polmoni. (Rodrigo è finito in copertina disegnato da Sarita con ♥). Seguono minuti frenetici e ad altissima intensità, con un Valencia che manca nel killer-istinct. Zaza gioca sempre sull’ultimo difensore, Parejo disturba Busi, ma si rimane 1-0.

E se non lo uccidi, Messi ritorna. Sembra morto, ma esce dal vaso come un serpente e morde. É l’82’ e il Barça ha quasi mollato la presa quando gli lasciano un po’ troppo spazio, lui pesca Jordi Alba (Montoya se lo dimentica alle spalle) e il terzino buca Neto. Gli ultimi minuti sono stanchi, sfilacciati e confusi. Errori banali si susseguono, Zaza allarga le braccia con una ritmicità assurda.

*emoji della faccina che sbava*

La partita del Mestalla lascia due certezze su tutte. 1) Il Valencia c’è per davvero, 2) Messi di giocare allo sport degli altri non ha ancora voglia.

2. Gli otto gol in Borussia Dortmund – Schalke 04

Una partita in cui giocare l’over 7,5 ha sempre molto senso.

1-0. Il 3-4-3 è arrivato anche in Bundesliga: entrambe le squadre schierano lo stesso modulo di partenza, ma lo Schalke si fa sorprendere dopo 12′. Il tridente Konoplyanka-Burgstaller-Di Santo si orienta male sui tre centrali avversari, Toprak, Sokratis e Schmelzer. Quest’ultimo ha tutto il tempo di attivare Guerreiro sull’out di sinistra. L’esterno portoghese sceglie la traccia verticale verso Aubameyang: il Dortmund ha riempito di uomini l’out di sinistra e dopo uno scambio con Götze il gabonese apre verso Pulisic. Oczipka, l’esterno sinistro degli ospiti, è troppo stretto a Kehrer, troppo preoccupato dalla posizione centrale di Yarmolenko. Pulisic ha tempo di crossare, Sahin di deviare la sfera con un colpo di karatè in area, Aubameyang di insaccare sul secondo palo da due passi. Tanti piccoli errori dello Schalke puniti da un Dortmund cinico e fortunato.

2-0. Lo Schalke non tiene la palla per più di cinque passaggi di fila. Su una punizione dalla trequarti di Sahin, Stambouli (in grande difficoltà in tutto il primo tempo nonostante l’ottimo momento di forma) apre il compasso e la spedisce alle spalle di Fährmann. Così.

3-0. Palla a centrocampo. Fox non fa nemmeno in tempo a trasmettere il replay dell’autogol che lo Schalke ha già conquistato un calcio d’angolo. Sahin mette fuori, Pulisic alza uno strano campanile di testa. Kehrer a sua volta cerca di rimettere dentro, ma colpisce male. Konoplyanka prova ad intervenire ma sbatte contro l’arbitro. Il connazionale Yarmolenko serve dunque Aubameyang che sfreccia sul motorino. Stambouli ha zero possibilità di stargli dietro: il cross del gabonese sul secondo palo è perfetto, Caligiuri è un’ala e di marcare non se ne parla e Götze incrocia perfettamente di testa. Tre gol in 20′, un bell’inizio.

4-0. Arrivati al limite dell’area, quelli del Dortmund fanno sembrare Naldo un elegante sul monociclo: il tiro di Aubameyang è però rimpallato. La carambola favorisce Guerreiro, che sbuca dalla sinistra e calcia al volo sul secondo palo. È pure un bel gol. Sono cinque gli uomini che Bosz porta al limite dell’area. Due i cambi di Tedesco alla mezz’ora, sotto 4-0: Harit e Goretzka (non al meglio) per il ’98 McKennie (che mettendosi il giaccone maledice qualcuno/qualcosa) e Di Santo. Trentasei i minuti di gioco che passano tra il quarto e il quinto gol della partita.

4-1. Dopo aver bloccato sugli sviluppi del corner, Fährmann nemmeno ha velleità di contropiede. Probabilmente non vede l’ora di tornare a casa con la famiglia. Serviva un plot-twist diverso dai colpi di suola dell’anarchico Harit, e arriva al 61′.

Un mi-libero-di-sta-palla di Stambouli si rivela un lancio al bacio per la corsa di Burgstaller. Sokratis e Toprak sono troppo distanti, Weidenfeller è fuori dai pali e il pallonetto di testa dell’erede di Huntelaar (sigh!) è perfetto. Tornano a guizzare dal maglione a collo alto i pettorali di Tedesco.

4-2. Quando Yarmolenko si ferma lamentando un fallo sulla destra, Konoplyanka è già sul fondo che punta Toprak. Il centrale turco gli concede ciò che deve: il fondo. Il cross è talmente lento e arcuato che coglie di sorpresa Sahin, saltato totalmente fuori tempo. Alle sue spalle Harit, quasi sorpreso dalla possibilità di poter stoppate, mirare e battere a rete. Forse essere avanti 4-1 a mezz’ora dalla fine fa calcolare male una traiettoria, sicuramente un minimo dettaglio può riaprire una partita. Gli ospiti ci credono davvero, Bosz è lento a fare aggiustamenti e le opportunità per I Minatori fioccano.

4-3. Padrone del campo, lo Schalke mette dubbi nella testa del Dortmund: i neo-entrati Bartra e Castro (copertosi fin troppo Bosz) non riescono ad arginare i colpi d’ariete di Burgstaller&Co. All’espulsione di Aubameyang (ineccepibile seconda ammonizione, 72′) il Borussia alimenta ancor di più il fuoco della rimonta. Weidenfeller porta indietro le lancette dell’orologio e devia sul palo un colpo di testa al tritolo di Guido Burgstaller: l’assedio dei blu va avanti da diversi minuti. All’86’ la giocata-chiave. Per rinforzare la fascia sinistra, Bosz toglie Guerreiro e mette il più difensivo Zagadou. Meyer sta smistando il pallone sulla destra quando Stambouli si butta alla disperata tra le linee del Dortmund: è un taglio che Schmelzer assorbe senza problemi, ma Zagadou si fa attrarre e quando Meyer allarga su Caligiuri il classe ’99 arriva un secondo in ritardo. Caligiuri dialoga bene con Stambouli, uno-due che permette all’ex Wolfsburg di puntare dinamicamente Zagadou. Sopraggiunto anche Sahin a dare man forte (sebbene troppo passivamente), Caligiuri torna verso la lunetta dell’area, e, in movimento del mancino à-la-Robben se ce n’è uno, la spedisce sotto la traversa. Grandissimo gol. Tedesco è carico da far paura.

4-4. Tra sette di recupero, guerriglia alemanna e butta-e-prega (cit.), lo Schalke pareggia al 95′. La traiettoria disegnata da Konoplyanka, teso ma sul secondo palo, inganna Zagadou e Toprak: nella tasca tra i due si infila Naldo, che imprime una potenza pazzesca alla palla. Weidenfeller non avrebbe parato nemmeno manipolando lo spazio-tempo. Tedesco invita i suoi a sbrigarsi perché voleva vincerla la partita, ma – centinaio di suicidi in zona Dortmund evitati – finisce 4-4. Huh.

3. Gamechanger

Appunti Sparsi ha letto Gamechanger (cliccate sul link e comprate anche se non è più Black Friday, da bravi): dopo due episodi torna a farci compagnia l’autore, Ennio Terrasi Borghesan, ormai uno di famiglia.

AS: Il libro apre con tre citazioni: la prima è dell’apolide Jesse Owens, la terza del famoso testamento di Kenneth Bryan Davis. La seconda, invece, è quella forse meno impregnata di significato socio-politico, è un’incitazione da capitano. È Obdulio Varela che ricorda agli artefici del Maracanazo che “quelli là fuori non esistono!”. Insomma, la domanda: come mai hai scelto queste tre? C’è un nesso tra le stesse?

ETB: Sono tre citazioni che racchiudono l’essenza dei tre eventi sportivi che ricoprono un ruolo importantissimo nella narrazione del libro: quella di Owens è – letterariamente – la mia preferita, poiché riassume il fortissimo senso trans-nazionale delle Olimpiadi. Poi mi piaceva molto la chiusura finale su come i Giochi ci guidino al meglio di noi stessi: un mio tratto che ho voluto fare rivivere in Paul è l’amore per i Giochi Olimpici. La frase di Varela, invece, è la sintesi perfetta di quello che è la garra charrúa per gli uruguayi, mentre quella di Davis simboleggia come la ferita della finale di Monaco 1972 sia andata oltre le due settimane di quell’Olimpiade.

AS: Hai chiamato il protagonista Paul Stephenson. Il nome, forse, deriva da quello di due persone che a fine libro definisci “fondamentali nell’anno più consolidante della mia vita”, ma il cognome?

ETB: Sì, il personaggio di Paul è ispirato a due professori che ho avuto nell’anno del mio Master a Londra. In particolare, per la parte del “professionista”, è ispirato a Paul Majendie, un ex corrispondente della Reuters e in assoluto una delle persone più incredibili, affascinanti e arricchenti che abbia mai incontrato nella mia vita. Il cognome? Stephenson mi sembrava un cognome autoritario e “da scrittore”; in una versione iniziale del libro il cognome di Paul era Danton, ma ripensandoci ho preferito dargli un cognome che potesse dargli le iniziali “P.S.”.

AS: Emma, la fidanzata poi moglie di Paul, è l’unica figura femminile rilevante del racconto. A chi ti sei ispirato per la creazione del suo personaggio?

ETB: Emma è fondamentale nella storia di Paul, anche perché la madre di lui, Alice, o la cameriera del ‘The Lord Moon of the Mall’ Arianna sono prevalentemente delle comparse e solo Alice incide in maniera rilevante nella trama. Il nome è un omaggio a Emma Watson, il personaggio in sé è un misto di vari ruoli femminili che ho ammirato in serie o film che ho apprezzato, ma onestamente non saprei indicartene uno in particolare: è un personaggio che ho scritto andando avanti nella storia, e non è ispirato da qualcuno che conosco personalmente.

AS: La caratteristica più peculiare di Paul è quella di scrivere sempre e soltanto con un portamine sull’orecchio. Come ti è venuta in mente? É anche un tuo “vizio”?

ETB: Assolutamente no, quando scrivo ho sempre una penna a portata di mano ma le mie orecchie sono totalmente libere! L’idea di un professionista con uno dei suoi attrezzi di lavoro in testa o sopra le orecchie (uno scrittore, un pittore, uno scultore) è un’idea che ho sempre associato al passato, e mi è venuta bene nel creare un personaggio, come quello di Paul, che è allo stesso tempo “antico” nello stile e nei modi ma moderno nel modo di intendere la professione e la scrittura stessa.

AS: La narrazione si svolge tra – correggimi se sbaglio – quattro tempi: passato alternativo, passato, presente alternativo e presente. Entrambi i passati, tuttavia, non sono fissi: si va dalle Olimpiadi del ’36 a quelle del ’72, come il racconto dei presenti è diluito in un arco di otto anni: va dalle Olimpiadi londinesi del 2012 a quelle nipponiche del 2020. Parlaci di quanto è stato difficile far coesistere così tanti salti temporali e se questo ha inciso o meno nella narrazione.

ETB: Il presente del libro è pressoché ambientato ai giorni nostri, con l’eccezione del fast-forward finale, ma per raccontare la storia di Paul e far capire come la soluzione dei viaggi nel tempo e della storia fosse all’interno della sua storia personale ho associato, ai (tra)passati sportivi alternativi, anche dei flashback che spiegavano l’importanza di quegli oggetti. Sono consapevole che l’intreccio narrativo può sembrare un po’ contorto, ma a scriverlo mi è sembrato lineare anche perché ho sempre voluto incentrare il nucleo del racconto sul personaggio e sugli eventi piuttosto che sul continuum cronologico.

AS: Nel libro (finito di stampare nell’Agosto 2017) parli di Isaiah Thomas come un Celtic (il 22 Agosto è stato spedito a Cleveland). Colgo la palla al balzo per ampliare un po’ il discorso, ed è una domanda forte, una provocazione: ha ancora senso di esistere, nel 2017, un prodotto (non parlo solo del tuo libro, ovviamente) che dopo poche settimane è già “vecchio”?

ETB: Se parliamo di qualcosa di scritto, e questo può essere un romanzo come un articolo, per me sì. Penso che il frutto di un processo creativo non abbia una data di scadenza disegnata da certi eventi: un racconto per me ha senso nel momento in cui ha un inizio, uno svolgimento e una fine a prescindere dall’attualità di certi eventi citati, ma anche un articolo che ad esempio ti analizza l’andamento dei Celtics 2016/17 ha ‘senso di esistere’ dopo la trade di Isaiah Thomas, perché ti aiuta a inquadrare un qualcosa che poi influisce sul fatto che “rende vecchio” l’articolo in sé.

AS: Il primo sportivo citato nel libro è Diego Forlán. Non sapessi del tuo rapporto con l’Uruguay sarei sorpreso, ma come mai proprio quei personaggi? Cosa ti ha colpito di più di loro? Si parla ancora, a Montevideo, del Mondiale del ’50?

ETB: Forlán, in Uruguay, è indubbiamente il simbolo sportivo dell’anno – e dell’estate, quella 2010 – che ha cambiato la mia vita. Inserirlo come una parte minima ma importante della narrazione era ‘scontato’: si parla tanto, e a ragione, di come Sneijder e Milito siano stati clamorosamente snobbati per il Pallone d’Oro 2010, ma pure lo stesso Cachavacha – che comunque è stato premiato col premio di MVP del Mondiale – meritava qualcosa in più in graduatoria. Sul mondiale del ’50… Sì, assolutamente! Pensa semplicemente che una delle maglie della Nazionale più vendute nel paese, ancora oggi, è quella vintage con il numero 5 rosso di Varela. Il 16 luglio del 1950 è in assoluto la prima storia di sport che qualsiasi nonno racconta al nipote in tutto il paese.

Un Mondiale (e non solo) da illegale.

AS: A p.16-17 c’è la rivelazione del barista Tom, che sapeva tutto su viaggi temporali, e fornisce ottimi consigli a Paul. Nella sinossi di Amazon si legge che: “Paul Stephenson è uno scrittore inglese che ha coronato il suo più grande sogno: scrivere di sport. Mentre lavora ad un profilo su Usain Bolt si ritrova catapultato, per caso, alle Olimpiadi di Berlino del 1936 e ad assistere alle gare di Jesse Owens. Il passato in cui si ritrova, però, è diverso dal passato che conosce. Scoperto il segreto dei viaggi nel tempo, avrà la possibilità di assistere ai destini paralleli di alcuni eventi che hanno fatto la storia dello sport mondiale. Ogni volta che tornerà nel presente, però, scoprirà che la storia di quello sport è cambiata. Tra sentimenti contrastanti, incontri sorprendenti e consigli affettuosi, dovrà fare conciliare la sua curiosità giornalistica con il rispetto degli equilibri storici.” Nessun viaggiatore temporale fino ad allora, dice Tom, era mai stato in grado di cambiare il flusso degli eventi. Come mai la curiosità di Paul ci riesce?

ETB: Perché Paul scopre, nel corso dei viaggi nel tempo, che i tre eventi passati sono legati, chi più o chi meno, alla sua stessa esistenza e al suo scrivere. La sua curiosità è la stessa che lo porta a far sì tesoro dei consigli di Tom, ma anche a vivere i viaggi d’istinto, mosso dalla sua curiosità, dalle esperienze e dal confronto -nel presente ma anche nei flashback in cui emergono spaccati della sua vita- con le persone che l’hanno circondato nella sua vita: anche in questo senso le sue esperienze nel passato sono diverse da quelle degli altri viaggiatori.

AS: È un libro che fa riflettere: se Owens non avesse vinto, quel giorno, oggi non avremmo Bolt, affermi. Alla luce dell’importanza che conferisci allo sport veicolo di messaggi, non è triste che ancora oggi qualcuno lo usi per dividere o come strumento di potere?

ETB: Lo sport è da sempre strumento di potere: le competizioni sportive, originariamente, erano anche il veicolo tramite il quale le città-stato affermavano il loro prestigio. Per me non è triste, è semplicemente naturale: lo sport però nei secoli si è evoluto ed è stato capace sia di rivendicare una sua indipendenza, almeno culturale.

4. Lazio – Fiorentina. Qui Lazio

di Luca Capriotti, direttore di Laziocrazia.eu.

Come ci si sente dopo un derby perso, e un rigore-Var piazzato tra capo e collo da Caicedo, Massa, il replay, sezionato, rivisto, fotogramma per fotogramma? Partiamo dalla fine: la Lazio di Inzaghi recrimina, il DS Tare scende in campo come una furia, Parolo in zona mista protesta, con la sua faccia da bravo ragazzo offeso da un torto irreparabile.

Ma il pareggio, anzi la mancata vittoria scaccia-derby, il mancato aggancio alla Roma, parte da lontano: nel primo tempo la squadra di Inzaghi soffre il tridente viola in un paio di occasioni, ma un de Vrij versione monstre prima chiude la saracinesca, poi porta in vantaggio i suoi. Luis Alberto stavolta non viene seguito anche nella doccia (come De Rossi fece nel derby), Badelj lo lascia più libero, la visione di gioco ritorna a fluire dai suoi piedi, capaci di creare quel che gli altri possono solo immaginare. E la Lazio scorre, piuttosto bene, battaglia, alza il livello, rischia anche di andare a raddoppiare.

Nella ripresa cambia qualcosa: la Fiorentina (lontana dalla Lazio di Pioli eh, sia chiaro) sale di tono (inevitabile). La Lazio decide di non rischiare, ritorna alla passività derby, non riesce mai a scatenare un contropiede grosso, impattante, decisivo. Ha anzi due occasioni da gol nitide e concede un paio di presupposti per azioni da gol serie, senza che gli attaccanti della Fiorentina riescano ad impensierire Strakosha. Concede, cosa più grave, al calcio di impartire la più severa delle lezioni: il rigore, episodio già controverso per definizione, la Var, c’è tutto per la polemica post-partita di cui si diceva all’inizio.

L’episodio incriminato.

La lezione verte su un solo assunto: in Serie A la differenza tra il quarto posto e il resto la fa, a volte, oltre al talento, il viso cattivo, le azioni sporche, la mentalità spietata. Inzaghi nella ripresa non è riuscito a sopperire ad un generale calo fisico, la sua squadra non è riuscita a trasferire i presupposti ottimali del primo tempo in un secondo tempo cinico. Nel momento in cui sono saltati gli schemi, e la Fiorentina li ha fatti brillare, per cercare l’assalto decisivo, il compito della Lazio sembrava semplice: chiudere il match. Con l’alleanza più importante, quella dei metri liberi: le grandi praterie dietro i difensori viola, con la squadra avversaria sbilanciata. E nessuno ci si è lanciato, nonostante l’ingresso di Lukaku. Nessuno ha raffreddato il match. Tutti si sono adoperati in una disarmante e opaca passività alla creazione di tutti i presupposti per la nascita dell’episodio beffa. Che si è concretizzata, puntuale.

5. Lazio – Fiorentina. Qui Fiorentina

di Federico Castiglioni, che quando non mangia lampredotto scrive per questo sito.

Cosa prendere di questo pareggio? Intanto il punto che vale oro, non certo per l’economia della stagione viola, serenamente incanalata verso un galleggiamento tra l’ottava e la quindicesima posizione, bensì per il fatto che è pur sempre un punto in trasferta contro un avversario di gran lunga superiore. Prendiamoci poi il solito Chiesa, cuore polmoni e grinta, e la sistematica capacità di tenere la barra dritta ai compagni con azioni e giocate personali di forza e rottura. Prendiamoci Sportiello, sorpreso sul gol, rivedibile nei rinvii, ma piazza almeno due parate difficili e decisive. Prendiamoci una certa tenuta mentale della squadra, che non ha mollato e che si sforza (non sempre riuscendoci) di fare un gioco, di tenere un ordine in campo.

Poi ci sono i soliti problemi. Una difesa in crescita e generalmente attenta – complice la stanchezza fisica e mentale della Lazio – che va in blackout sui piazzati regalando un vantaggio come a Ferrara, vantaggio pesante nell’economia della gara perché la Lazio in transizione negativa stava subendo le ripartenze viola, lasciando ampi spazi per una certa confusione nelle marcature preventive. C’è una fase offensiva Chiesa-dipendente che manca sempre di quid, anche per un Simeone tremendamente poco lucido (di nuovo) in fase di conclusione. La mediocrità dei terzini in entrambe le fasi. Anche i correttivi in corsa di Pioli lasciano perplessi: oggi come contro la Spal passa al quarto d’ora della ripresa ad una sorta di 3-4-1-2, a questo giro con Astori “alla Bonucci” (anzi, “alla Redondo”, citando il nostro direttore Capanni), Chiesa e Biraghi a fare gli esterni a tutto campo, Babacar in coppia con il Cholito a fare il doppio ariete e un ancora impalpabile Saponara trequartista.

Sono due volte che gli va bene e riprende la gara – grazie a Caicedo per il regalo, avrei preferito la rovesciata di Pezzella per purificarlo dall’errore sul gol ma va bene così – , ma questa strategia da assalto alla baionetta non sembra particolarmente sensata (Chiesa prima trainante a sinistra si è ritrovato a dover anche limitare un pericoloso Lukaku a destra, lavoro triplo per il gioiellino viola), e sospetto sia funzionata più per la pochezza della Spal e lo sfinimento della Lazio che per altro.

Il VAR? Il rigore per la Fiorentina è netto (si riveda la gif sopra), giusta la segnalazione e giusta la decisione, con buona pace di Tare. Lo confermano le moviole, e lo spiega bene l’ex arbitro Marelli, pure al netto di comprensibili recriminazioni sulle dinamiche dell’intervento tecnologico e su una certa dose di ingenuità nel fallo. Casomai un errore probabilmente avviene nel primo tempo: contrasto ai danni di Parolo al limite dell’area, il fallo sembra esserci ma non viene segnalato, il VAR non interviene.  Ma è tutt’altro che limpido se poi il fallo sia dentro o fuori dall’area, ed è quindi logico pensare che senza un’immagine chiara gli assistenti abbiano avallato la decisione.

6. Tweet Sparsi™

Avete notato che anche oggi ci siamo dilungati un sacco? Ma abbiamo parlato di tante cose interessanti, quindi va bene. Due tweet e si torna a vivere un martedì di stenti.

-Come si è arrivati a Gattuso Gennaro Ivan? Una lista.

-Carlos Bacca, il cui cartellino appartiene all’AC Milan 1899, trolla per bene l’AC Milan 1899.

-Quando Ventura disse che Montella sarebbe stato l’uomo giusto.

-L’account del Gladbach prende per il culo gente a nastro.

-Per i fan del genere “Naldo che fa la dab“.

Qui invece si trova uno del Bristol City che si rovescia birra addosso come Stone Cold Steve Austin.