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Tutti gli acquisti della Juventus targata Massimiliano Allegri hanno dovuto trascorrere un determinato tempo per essere correttamente inseriti nel suo sistema di gioco, che Allegri ha saputo sapientemente variare in base alle esigenze: da Dybala a Higuain, da Alex Sandro a Pjanic. Proprio quest’ultimo al momento del suo acquisto è stato oggetto di diversi dubbi in quanto abituato ad un ruolo tecnico, tattico ed “emotivo” ben diverso da quello bianconero odierno.

Oggi Pjanic è un giocatore più essenziale, e necessario per la Juventus: cuce i reparti perfettamente, ha soppesato alcune delle sue mancanze grazie ad un notevole indottrinamento tattico e, banalmente, è migliorato anche grazie a compagni di squadra mediamente migliori rispetto al passato. In verità parlare strettamente di miglioramento non sarebbe corretto: Pjanic ha infatti abbassato alcune delle sue pretese, ha completato il suo gioco aggiungendo progressivamente dei tasselli, sfruttando tutte le sue capacità e senza mai essere esente da critiche quando ce n’è stato bisogno.

La sua trasformazione è stata netta al punto da stravolgere anche le idee stesse del giocatore: anni fa Pjanic ha ammesso di sentirsi più a suo agio come mezzala in un 4-3-3, oggi però il campo racconta una storia molto diversa. In verità, nella sua prima fase bianconera, quando la Juve era ancorata al suo monolitico 3-5-2 e Pjanic giocava mezzala in un centrocampo a 3, il bosniaco – talvolta chiamato ad alzarsi ed agire sulla trequarti – non ha saputo rendere al meglio.

Oggi Pjanic si muove in un 4-2-3-1 (che a seconda delle circostanze specifiche diviene 4-3-3) che lo fa sentire molto più a suo agio; Allegri è stato bravo a fare di Pjanic ciò di cui lui aveva bisogno: una mezzala che sapesse anche rompere il gioco avversario. In coppia con Khedira davanti alla difesa, Pjanic ha trovato la sua dimensione migliore anche in fase di non possesso: si tende a considerarlo un playmaker, ma difensivamente ha imparato a sacrificarsi e a migliorare le letture di gioco senza palla; quest’anno, infatti, risulta il 5° centrocampista del campionato (con almeno 6 presenze) per passaggi intercettati.

L’anno scorso il dato era esattamente la metà per il bosniaco, ma per intuire meglio le qualità difensive di Pjanic bisogna aggiungere altri dati: in primis il fatto che il centrocampista è il 34° giocatore del campionato per media di chilometri percorsi a partita. Tra i giocatori della Juventus è secondo soltanto a Matuidi e sfogliando la classifica di giocatori chiamati a coprire per intero le fasce (ad esempio Hateboer, Castagne e Perisic in alcune occasioni) ed altri con pochissime presenze, Pjanic raggiungerebbe con ogni probabilità la top 20.

Dunque Pjanic, nonostante un passo all’apparenza cadenzato, da aristocratico del gioco, si muove tantissimo in campo: con criterio, in entrambe le fasi di gioco e portando anche quantità riuscendo a farsi trovare spesso nelle linee di passaggio avversarie.

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Un paio di esempi di intercetti puliti, basati su senso della posizione e dell’anticipo.

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Il discorso non è similare per quanto riguarda i tackle: affiancare Sami Khedira (o Matuidi) a Pjanic è la chiave per poter coprire l’intera zona di campo davanti alla difesa, con un apporto difensivo complementare e al tempo stesso qualità nell’uscita palla. Pjanic, infatti, sa usare il suo fisico filiforme in modo intelligente: evita il tackle contro giocatori più strutturati di lui ma non disdegna di proteggere il pallone quando impiegato nel marcare un giocatore creativo.

I numeri difensivi di Pjanic quindi sono buoni ma non straordinari, tuttavia associando quest’intensità ed applicazione in fase di non possesso con la qualità di base del bosniaco, dipingiamo il quadro di un giocatore realmente peculiare e sommariamente completo, anzi, più che completo, sarebbe più giusto dire completato. In Serie A centrocampisti così tecnici e funzionali all’interno di un collettivo sono pochissimi: Nainggolan (ma in modo totalmente diverso da Pjanic), Perisic (pure lui totalmente diverso) e, recentemente, possiamo inserire Torreira che abbina la sua qualità nell’impostazione all’intensità nel lavoro difensivo, anche provando ad andare oltre i propri limiti fisici.

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Quando si spinge in avanti in modo aggressivo ed è anche libero di creare, esprime molto bene la sua totalità.

Offensivamente Pjanic esprime il meglio del suo calcio: è un giocatore a cui piace stare in mezzo al campo per potersi ritagliare quante più alternative possibili da sfruttare sia in fase di possesso che di transizione offensiva, essendo molto abile sia nel breve che nel lungo raggio, in orizzontale e soprattutto in verticale. Pjanic non ha difficoltà a giocare sotto la pressione avversaria: riesce a gestire efficacemente il pallone anche spazi decisamente ridotti.

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Questo abbassamento del suo raggio d’azione ha avuto come esito anche un ovvio ridimensionamento nelle responsabilità offensive: Pjanic, rispetto al periodo romanista, tenta meno conclusioni, meno passaggi chiave ed anche meno dribbling mettendo a referto un numero sia di gol che di assist inferiore.

Ad esempio: nella Juventus non è neanche chiamato sempre in causa per fare ciò che sa fare meglio, ovvero calciare le punizioni e i corner; infatti quando è più comodo un sinistro è sempre Dybala a calciare. Quando la Juve è costretta a fare a meno di Pjanic o Dybala – o entrambi – le difficoltà nell’impostare l’azione dal basso si palesano in maniera evidente: nella sconfitta contro la Lazio, ad esempio, Pjanic era fuori per infortunio e Dybala non è entrato in campo fino al 65° minuto, generando l’impressione di una Juventus statica e poco incline a sfruttare gli spazi a causa di un giro palla sotto-ritmo, agilmente arginato dal blocco centrale biancoceleste.

Come detto: Pjanic è naturalmente portato ad agire al centro del campo, raramente si defila e solitamente cerca una giocata nello stretto scaricando o trovando l’ampiezza sulle fasce per favorire la corsa di Cuadrado, Mandzukic o Douglas Costa:

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Pjanic dunque va esaltato per l’abnegazione che ha professato nel suo nuovo modo di giocare, per il quale si è saputo mettere a disposizione meglio che in passato, migliorando anche dal punto di vista disciplinare: paradossalmente, nella sua prima annata bianconera il bosniaco ha preso la metà dei cartellini gialli (5) rispetto all’ultima stagione romanista (10).

Il problema fondamentale di Pjanic, però, è comune a molti altri giocatori: il riuscire ad essere decisivo nei momenti che contano. L’anno scorso nei passaggi importanti della stagione – soprattutto in Champions – sono stati altri i giocatori che hanno preso per mano la squadra (Dybala, Dani Alves, Buffon). Un aspetto che limita la definitiva esplosione del Pianista, centrocampista raffinato, che lo stesso Allegri vede come uno dei migliori in Europa, a patto che riesca a dar fondo a tutto il suo potenziale inespresso. Come dichiarato ai media nel maggio scorso:

“Con Pjanic sono arrabbiato perché ha qualità per diventare uno dei tre centrocampisti più forti al mondo, ma ogni volta che perde palla diventa una tragedia. Invece deve essere più convinto delle sue qualità.”

Sarà molto impegnativo per il bosniaco riuscire a limare questo difetto di fondo: Miralem è un ottimo giocatore, un facilitatore della riuscita del lavoro collettivo, ma al momento non è la torta, né è ingrediente imprescindibile per guarnirla: rimane una ciliegina. Dolce e vistosa, ma pur sempre una ciliegina.