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Esistono parole straniere, intraducibili in italiano, che hanno il potere di riassumere in poche lettere una sensazione, uno stato d’animo, un concetto. Yuanfen, per esempio, è una parola cinese che descrive una relazione dettata dal destino, un’affinità predestinata, due amori nati per incontrarsi. Più precisamente, viene usata per identificare due persone che non sono mai state a conoscenza l’una dell’altra, ma che per una pura coincidenza dovuta al fato finiscono per incontrarsi e fare grandi cose insieme. Yuanfen, in un certo senso, è il magico legame che ha unito Claudio Ranieri ed il Leicester City, che da perfetti sconosciuti si sono presi per mano e sono saliti sul tetto d’Inghilterra.

La carriera da allenatore

Quello che ha portato Ranieri Oltremanica, però, è un viaggio partito molto tempo fa. La sua carriera da allenatore professionista, infatti, salpa da Cagliari nel lontano 1988 e prosegue al timone di Napoli e Fiorentina, per poi cedere alla tentazione di provare qualche affascinante avventura all’estero. Prima in Spagna, nella positiva parentesi al Valencia e in quella meno fortunata all’Atlético Madrid, poi in Inghilterra, dove per quattro stagioni resta al comando del Chelsea.

-Ranieri!
-Claudio 6, grazie!

Nel 2007 torna in Italia, riuscendo nell’impresa di salvare il Parma da una retrocessione ormai certa, salendo alle luci della ribalta. Nella stagione successiva firma per la Juventus, nel 2009 sfiora per un soffio lo scudetto con la “sua” Roma e due anni più tardi si accomoda sulla panchina dell’Inter, in quella che si rivela essere una delle stagioni più sfortunate della storia della squadra nerazzurra.

L’impressione che dà di sé l’allenatore romano è quella di essere l’uomo giusto nel posto giusto ma al momento sbagliato, vittima di una sorta di maledizione che finisce per cucirgli addosso la scomoda etichetta di eterno secondo. Trasportando in ambito sportivo una parola Yiddish, Ranieri potrebbe essere descritto come uno Shlimazl, ossia una persona cronicamente sfortunata.

Nel 2012 decide di abbandonare nuovamente l’Italia e di prendersi una parziale rivincita portando il Monaco dalla Ligue2 alla Champions League in due sole stagioni. Nel 2014 accetta la panchina della nazionale greca, fallendo però la qualificazione ad Euro 2016 e toccando il punto più basso della sua lunga carriera. Ranieri viene scaricato e dato per finito, abbandonato. L’estate successiva firma a sorpresa per il Leicester, ignaro del fatto che la penna con la quale firma il suo secondo contratto in terra d’Albione sarebbe stata la stessa con la quale avrebbe scritto una delle pagine più belle della storia del calcio.

La favola Leicester

Ranieri è riuscito a trasformare una squadra di giocatori mediocri in un branco di lupi affamati di vittoria e assetati di vendetta nei confronti di una carriera che fino ad allora aveva riservato loro una delusione dopo l’altra, nonostante anni di gavetta e sacrifici. Undici giocatori che per tutta la stagione hanno dato l’anima e che a maggio hanno festeggiato una vittoria che solo qualche mese prima i bookmaker davano probabile tanto quanto Kim Kardashian prima presidentessa donna degli USA o Bono Vox eletto papa.

San Claudio da Testaccio si è travestito da Orfeo e ha fatto vivere uno splendido sogno ai tifosi delle Foxes, compiendo un miracolo sportivo senza precedenti e rendendo reale una favola ai limiti dell’impossibile, là dove la ragione non trova posto. I finlandesi hanno una parola per descrivere tutto questo: haaveilla, sognare ad occhi aperti. E nessuno aveva la benché minima intenzione di svegliarsi.

Da Tinkerman – soprannome affibbiatogli ai tempi del Chelsea dovuto ai numerosi tentennamenti che aveva riguardo alla formazione da schierare – a Thinkerman; da eterno secondo a King Claudio, nel giro di 10 mesi. 300 giorni che hanno rivalutato un percorso lungo quasi trent’anni. Per la prima volta nella sua carriera si è finalmente trovato al posto giusto al momento giusto, approfittando come un avvoltoio delle carcasse delle vere pretendenti al titolo, accomunate da una stagione a dir poco deludente, e legando indissolubilmente il suo nome a quello del Leicester e di Leicester. Ranieri e le Foxes dovevano semplicemente avere la pazienza di incontrarsi. Yuanfen, direbbero i cinesi.

Kasper Schmeichel incorona King Claudio.

Difficile, anzi, impossibile ripetersi l’anno seguente, forse sazi di vittorie e sicuramente troppo carichi di promesse da mantenere e di aspettative da rispettare, in un campionato che nel frattempo aveva imparato a conoscerli. La storia tra Ranieri e la squadra delle Midlands giunge al capolinea in un’anonima giornata di fine febbraio, nel bel mezzo del doppio confronto europeo – poi vinto – con il Siviglia. Dilly ding, dilly dong: è suonata la sveglia e King Claudio è costretto a svegliarsi e ad interrompere uno di quei bei sogni che tutto d’un tratto si trasformano inspiegabilmente in un incubo.

La nobile decaduta francese

Nell’arco della sua lunga carriera Ranieri è sempre stato un cittadino del mondo ed un allenatore globetrotter, costantemente pronto ad accettare sfide affascinanti ed intriganti. Ed è curioso che quest’estate, a breve distanza dal sofferto addio al Leicester, abbia deciso di accettare la panchina del Nantes, squadra di una città che ha come motto “Favet Neptunus eunti”, traducibile letteralmente in “Nettuno favorisce i viaggiatori”, ma che viene ricondotto ad un più vago “Nettuno sorride a coloro che osano”.

La compagine gialloverde – colori derivanti da quelli della scuderia di Jean Le Guillou, primo presidente del club – ha scelto Ranieri per sostituire Sérgio Conceição, il quale lo scorso dicembre aveva preso in consegna il Nantes, portandolo dal penultimo al settimo posto finale, ma che a giugno ha deciso di tornare a casa, sulla panchina del Porto.

Per allenare les canaris – i canarini – Ranieri ha dovuto affrontare la netta opposizione di Raymond Domenech – ora a capo del sindacato degli allenatori francesi – il quale voleva negare la panchina al tecnico italiano, rifacendosi ad una regola della FFF che vieta alle squadre di mettere sotto contratto un allenatore over 65, perdendo un’altra ottima occasione per non peggiorare la sua già pessima reputazione, in patria come all’estero. Ma grazie ad un pizzico di buonsenso e ad una deroga concessa dalla federazione stessa, l’ex allenatore del Monaco ha potuto dare inizio alla sua seconda avventura transalpina.

La categoria delle “nobili decadute” sembra cucita su misura per il Nantes, che nel proprio palmarès vanta 8 campionati francesi – terzo in Francia alle spalle di Marsiglia e Saint Étienne – e 3 coppe nazionali, oltre a 2 supercoppe francesi. L’ultimo successo in Ligue 1 (2000/01), però, coincide beffardamente sia con l’apice dello splendore nantaise che con l’inizio di un lento ed inesorabile declino, che nel 2007 culmina con la retrocessione dei gialloverdi in Ligue2, dopo 44 campionati consecutivi in massima serie.

Quella che il presidente polacco Waldemar Kita consegna al tecnico romano è una squadra rivoluzionata, frutto di nove acquisti e otto cessioni che hanno ringiovanito la rosa, abbassando l’età media a 25 anni. Allo Stade de la Beaujoire sono stati presentati, tra gli altri, Coulibaly, punta centrale proveniente dal Gent; l’ex portiere viola Tatarusanu; il centrocampista brasiliano Girotto; Pallois, esperto difensore centrale del Bordeaux fortemente voluto da Ranieri, e lo sloveno Rene Krhin, ex mediano di Inter e Bologna.

4-4-2: marchio di fabbrica

L’impronta tattica che Ranieri decide di dare al Nantes è sostanzialmente un copia e incolla di quei meccanismi ben rodati che a Leicester hanno riscosso fiumi di consensi. Il marchio di fabbrica è il solido e compatto 4-4-2 che però, a differenza di quanto accadeva con la squadra inglese, cambia spesso fisionomia, seppur minimamente. I punti in comune con lo stile di gioco del Leicester 2015/16 sono la grande organizzazione difensiva nella congestione degli spazi, la ridotta distanza tra i reparti, l’aggressività in fase di non possesso e la rapidità delle ripartenze, spesso ciniche e realmente pericolose.

L’unica differenza, invece, a parte la chiara inferiorità del tasso tecnico della rosa a disposizione, è la varietà nell’utilizzo dei componenti: mentre a Leicester scendevano in campo sempre gli stessi undici “titolarissimi” (Schmeichel; Simpson, Huth, Morgan, Fuchs; Mahrez, Drinkwater, Kanté, Albrighton; Okazaki, Vardy), e subentravano sempre le stesse seconde linee (King, Gray e Ulloa), in questo Nantes Ranieri pesca più a fondo e rimescola più volte le carte, sia per quanto riguarda la scelta degli uomini da mandare in campo, sia nel modulo. Il 4-4-2 di leicesteriana memoria può lasciare spazio ad un 4-2-3-1, così come ad un più simile 4-4-1-1.

 

Fuori Nakoulma e dentro Djidji per passare dal 4-4-2 al 4-2-3-1.

Nel classico 4-4-2 iniziale Tatarusanu prende posto tra i pali, mentre la linea difensiva vede Dubois sulla destra – capitano nonostante i suoi 23 anni – Diego Carlos e Pallois coppia centrale e Lima sulla sinistra. Uno dei due posti in mezzo al campo è sempre occupato da Touré, mentre l’altro è conteso tra Girotto, Rongier e Krhin. Sull’out di sinistra Ranieri opta per il talento e la fantasia di Thomasson, a destra, invece, punta sulla corsa di Iloki, data la prolungata assenza di Kacaniklic. Il tandem offensivo, infine, è composto dall’argentino Sala e dal Burkinabé Nakoulma, aspettando il rientro dall’infermeria del nazionale islandese Sigthórsson, giustiziere degli inglesi ad Euro 2016.

Il 4-4-2 si trasforma in 4-2-3-1 con una mossa tanto banale quanto complessa: fuori una punta (Nakoulma) e dentro un terzino sinistro (Djidji). In questo modo Lima si alza e prende il posto di Thomasson, il quale si accentra alle spalle di Sala. Una mossa molto più semplice usata da Ranieri è quella di sostituire lo stesso Nakoulma con Rongier, arretrandone il raggio d’azione sulla trequarti offensiva e lasciando al loro posto sia Thomasson che Lima. Che si parli di 4-2-3-1 o di 4-4-1-1 in sostanza cambia poco o nulla, seguendo una ricetta ormai consolidata.

Equilibrio, compattezza, solidità, ritmo e aggressività in fase difensiva; rapidità, cinismo e concretezza nelle ripartenze e nei ribaltamenti di campo. Il gioco di Ranieri è conservativo, più che mai à l’italienne, niente a che vedere con il jeu à la nantaise brevettato e messo in campo da José Arribas, l’allenatore più longevo e vincente della storia del club gialloverde: tra il ’65 e il ’73 Arribas mise in bacheca la bellezza di tre campionati ed è a lui che si deve – così si afferma da quelle parti – la nascita del primo vero tiqui-taca. Un gioco collettivo, rapido e offensivo, incredibilmente insolito per l’epoca, così come quel 4-2-4 adoperato come modulo.

Tornando al presente, l’avvio di stagione dei canarini è a dir poco uno shock: due sconfitte su due – 0-3 contro il Lille del Loco Bielsa e 0-1 in casa contro l’OM – e zero punti in cascina. Ranieri è già costretto a chiedere pazienza ad un tifo storicamente pretenzioso oltremisura, un pubblico che dopo due soli incontri inizia a storcere il naso. Una volta archiviata la batosta iniziale, il Nantes colleziona otto risultati utili consecutivi che portano in dote addirittura 20 punti, frutto delle vittorie contro Troyes, Montpellier, Caen, Strasburgo, Metz e Guingamp e dei pareggi con Lione e Bordeaux. Il Nantes segna poco ma incassa ancora meno; un dato che lo incorona primo in Europa per rapporto tra gol fatti/punti guadagnati (2,22).

Due fantastici gol di Thomasson e Dubois regalano i tre punti al Nantes, rimontando lo Strasburgo.

Il terzo schiaffone stagionale, però, arriva il 25 ottobre, quando il Tours, ultimo in Ligue2, elimina dalla coppa i ragazzi di Ranieri, che dopo pochi giorni escono sconfitti anche dalla partita contro il Dijon. I tifosi si dimenticano di essere terzi in classifica e quindi in zona Champions League ed iniziano di nuovo a mugugnare. La vittoria contro il Tolosa li porta a quota 23, ma niente possono contro l’invincible armada parigina: al Parc des Princes finisce 4-1 per Neymar e compagni. Il periodo negativo sembra continuare la settimana successiva con la sconfitta nel derby contro il Rennes, ma il sorriso torna pochi giorni dopo, grazie alla solita vittoria di misura – 1-0 a tempo scaduto – sul Monaco, che tradotta in numeri significa 26 punti in 15 partite.

Nonostante questo attuale periodo di rallentamento non bisogna commettere l’errore di giudicare negativi il percorso fatto fin qui dal Nantes ed il quinto posto, che a fine stagione varrebbe la qualificazione in Europa League. Ma soprattutto les canaris devono riporre fiducia in un allenatore sempre pronto a stravolgere le carte in tavola e a sorprendere il mondo del calcio, che spesso lo guarda con un mix di diffidenza e curiosità. Ma a Nantes, più che in altre città, dovrebbero saperlo: Nettuno, alla fine, sorride sempre a coloro che osano.