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“Città irreale,
Sotto la nebbia bruna di un’alba invernale,
Una folla fluiva sul London Bridge, tanti,
Ch’io non avrei creduto che morte tanti n’avessi disfatti.
Sospiri, brevi e radi, venivano esalati,
E ognuno fissava gli occhi davanti ai suoi piedi.
Fluivano su per la collina e giù per King William Street,
Fin dove Saint Mary Woolnoth segnava le ore
Con un suono morto all’ultimo tocco delle nove.”

-T.S. Eliot, “La terra desolata”.

Non fluiva giù per King William Street quella folla di 70mila tifosi ammutoliti, ma ricordava comunque la città irreale di Eliot; una processione di anime bardate di azzurro si faceva strada, ancora incredula, allibita dal disastro sportivo che si era appena consumato, abbandonando un San Siro improvvisamente caduto in un tombale, irreale silenzio. Un’impotente Italia aveva fallito la rimonta, l’impossibile era successo, l’Italia seconda solo al Brasile per mondiali vinti nemmeno prenderà parte alla spedizione russa di quest’estate.

In Italia, si sa, il calcio è come una religione, un cuore pulsante che batte in ogni strada, in ogni piazza dello Stivale, e una debacle del genere non poteva essere altro che un vero e proprio lutto nazionale. Gianluigi Buffon, guardiano ultradecennale della porta azzurra si scusava in diretta nazionale, mentre una lacrima gli rigava il viso: “Dispiace perché abbiamo fallito un qualcosa che anche a livello sociale poteva essere veramente importante.” Ed è difficile dissentire; per molti tifosi il disastro non è altro che la cartina tornasole di un malessere nazionale più ampio e preoccupante.

Nello scorso decennio, dopo due periodi di forte recessione, l’economia italiana ha faticato più del previsto per uscire dalla crisi;  il 14 novembre, mentre la Gazzetta riservava una pagina cruda, con un primo piano di Buffon disperato e quattro lettere a caratteri cubitali: “FINE”, altre testate giornalistiche riportavano un aumento annuo del PIL dell’1,8%, dato ben oltre le aspettative e massimo storico dal 2011; “Il sistema italiano si è messo in moto” commentava il premier Gentiloni. La notizia passava però in secondo piano, affogata dal fiume di apocalittici articoli sul fallimento azzurro, su quanto amara fosse la sconfitta anche dal punto di vista economico, con più di 100 milioni di euro in diritti tv e sponsorizzazioni carbonizzati dalla sfortunata deviazione di De Rossi.

Anche i politici Italiani non si sono sentiti esentati dal dire la loro in questo battibecco mediatico che ha fagocitato ogni altra fonte di discussione nei media italiani per i tre giorni successivi alla partita; Matteo Salvini non ha perso l’occasione di commentare la sconfitta: “Troppi stranieri in campo, dalle giovanili alla Serie A, e questo è il risultato. #stopinvasione e più spazio ai ragazzi italiani, anche sui campi di calcio”. L’ondata nazionalista capeggiata dal segretario della Lega Nord è però andata a sbattere contro un’attenta lettura dei dati sull’impiego degli stranieri in Serie A.

L’Italia (54,2%) è sì dietro a Spagna e Francia (41,1% per gli spagnoli, 50,5% i francesi) per quanto riguarda la percentuale di stranieri militanti nel massimo campionato, ma nettamente davanti all’Inghilterra (67,1%) e alla Germania (57,7%). Se si estende il discorso alle selezioni Primavera, 142 tesserati su 460 non sono di nazionalità italiana, il 30,8%, percentuale simile a quella delle giovanili tedesche. Confronto con i teutonici che è particolarmente importante, vista la tanto decantata intenzione di adottare un modello simile a quello post Euro 2000 della Mannschaft: i tedeschi sono però ripartiti dalla riforma dei settori giovanili, dalle academy federali e dal ri-ammodernamento delle strutture, non certo dalle frontiere sbarrate.

Il gioco prediletto dagli italiani è senz’altro pregno di problemi, ma non sono abbastanza severi da giustificare una simile isteria. Se il sistema azzurro ha comunque innegabilmente bisogno di uno scossone, l’organismo FIFA non sta certo meglio: lo scandaloso ranking system – di cui poco si dibatte – è in un certo senso l’eminenza grigia che ha spinto l’Italia verso l’abisso mondiale.

Nessuna compagine è immune a dei cattivi risultati in un momento inopportuno; l’Italia è tutt’altro che sola nella sfortunata rassegna di stati che hanno fallito la qualificazione; come si suol dire, mal comune mezzo gaudio. L’Olanda delle due semifinali nelle ultime due edizioni, il Cile, fresco di una Copa America e una Super Copa America in due anni, gli Stati Uniti campioni d’America centrale e del Nord e il Camerun, detentore dell’ultima coppa d’Africa, si siederanno sullo stesso divano dei 60 milioni di azzurri a guardare con distacco emotivo la competizione calcistica più importante del globo.
Tuttavia, gli inconsolabili tifosi azzurri pensano che l’impotenza della nazionale non possa essere liquidata come un semplice ed estemporaneo singhiozzo, bensì che sia il riflesso di una tendenza che sta lentamente portando ad un terminale declino. La Serie A è irriconoscibile, imparagonabile a quella degli anni ’90, e le squadre locali non sono più in grado di formare giocatori di talento.
Questo tipo di lamentele portano sempre con sé un granello di verità, ma è difficile ridurre l’evoluzione socio-economica del movimento calcistico italiano a “Non siamo più la Serie A delle Sette Sorelle.” Tra il 1988 e il 1998 i club Italiani hanno effettivamente dominato il mondo, 9 Coppe dei Campioni su 10 annoveravano tra le finaliste un’italiana, che per 4 volte portò a casa il trofeo più prestigioso d’Europa. Ma il più florido periodo del movimento tricolore iniziò lentamente a chiudersi già a partire dai primi anni 2000, quando il sistema venne mutilato da maldestre dichiarazioni di bancarotta e partite truccate.

La brusca battuta d’arresto arrivò in un momento cruciale, proprio mentre il calcio stava raggiungendo un nuovo pubblico in tutto il mondo; questo permise ai club inglesi, spagnoli e tedeschi di espandere le loro entrate a un ritmo molto più veloce, e non è un caso che negli ultimi dieci anni le squadre italiane abbiano onorato “solo” tre finali di Champions League. Nondimeno, gli amanti della Serie A hanno più ragioni per vedere con occhio ottimista questo difficile momento: due di queste finali di Champions sono arrivati negli ultimi tre anni, grazie ad una risorta Juventus.

Più nello specifico, andando ad analizzare un sistema di valutazione statistica del valore tecnico di un club come l’ELO rating system, un algoritmo usato in molti sport che assegna punti ad ogni compagine in base alla qualità degli avversari e all’importanza dei match, l’Italia pare aver recentemente eguagliato la Germania, in termine di “forza” media di tutti i club di prima divisione. Sempre secondo ClubElo.com, la Serie A racchiude quattro dei 20 migliori club del mondo, soltanto uno in meno di Liga e Premier, che comandano questa classifica.

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3 club nei migliori 12, uno dei quali per qualche punto fuori dal podio; meglio solo l’Inghilterra con 4 squadre.

Nonostante le sette vittorie di fila della Juventus, questo campionato sembra più che mai poter spezzare, o quantomeno minacciare di interrompere, il monologo bianconero. Secondo FiveThirtyEight il Napoli è al momento favorita, ma comunque quattro squadre hanno più del 10% di possibilità di trionfare, la Serie A si configura di fatto, ad oggi, come il campionato più combattuto tra i “big-five” d’Europa.

Tornando alle parole di Salvini e all’apparente problema di non produrre più talenti come una volta: negli ultimi 10 anni solo 4 giocatori Italiani sono stati nominati nella shortlist per il Pallone d’Oro, dato che pone l’Italia all’ottavo posto in questa particolare classifica.

La distribuzione per nazione dei giocatori nominati nella shortlist delle ultime 10 edizioni del pallone d’oro (Fonte: Economist).

In realtà l’assegnazione del premio pare essere relativamente spuria, poco dipendente dal paese d’origine del giocatore, ma è comunque un ottimo benchmark per poter comprendere meglio la distribuzione dei migliori giocatori del mondo attorno al globo e, di riflesso, la potenza calcistica di uno stato.

L’indicatore preoccupante è che l’unico giocatore italiano nominato nella shortlist di France Football dal 2007 che è attualmente più giovane di 30 anni è Mario Balotelli, che dal 2014 non rappresenta il suo paese in un match. Si può però sbirciare attraverso l’oscurità e parlare di una generazione di talenti deludente, più che di un movimento intero; l’Italia under-20 quest’anno ha raggiunto le semifinali del Mondiale di categoria, l’Under-21 si è dovuta arrendere, in 10 dal 50esimo, alla Spagna di Saúl nella semifinale dell’Europeo.

La sensazione è che le cause più realistiche per la resa anticipata degli Azzurri siano una alta dose di sfortuna e una gestione tecnica oltremodo discutibile. La Svezia è passata grazie ad un gol fortunoso e mai portando vere minacce dalle parti di Buffon (saranno 37 tiri a 12 nelle due partite), in termine di xG l’Italia ha comunque creato abbastanza, quantomeno per prolungare la partita ai supplementari.

A torto o a ragione, il vero capro espiatorio è stato trovato in Gian Piero Ventura, il 69enne genovese che deve la sua fama più ai successi nelle serie minori che ad altro, si è probabilmente rilevato inadeguato, o quanto meno, col senno di poi, meno adatto di altri, in una nazione, l’Italia, piena di grandi allenatori che stanno raccogliendo gloria anche fuori dalla penisola.

Spagna vs Italia - Gruppo G - Qualificazioni Coppa del Mondo 2018 - Stadio "Santiago Bernabeu" di Madrid.

Fabio Barcellona commentava così a caldo: “L’ostinata volontà di non abbandonare fino in fondo il modulo di gioco scelto e un calcio fatto di linee di gioco statiche e predefinite è in contrasto con le migliori qualità degli interpreti a disposizione, e con il contesto tattico tutto sommato abbastanza decodificabile offerto dalla Svezia. Viene da qui il fallimento della doppia sfida contro gli scandinavi ma è stato, più in generale, il marchio di fabbrica dell’intera gestione di Ventura, che non può che essere definita fallimentare dal punto di vista dei risultati, della qualità del gioco prodotto dalla Nazionale e della gestione dei rapporti interni ed esterni al gruppo.”

L’opinione pubblica non ha digerito l’esclusione del (probabilmente) miglior giocatore offensivo italiano nella partita decisiva, Lorenzo Insigne si è goduto l’agonizzante Italia-Svezia dalla panchina, per poi vendicarsi nelle successive due partite con Milan e Shakhtar, siglando due gol in due prestazioni da fuoriclasse. L’impressione poi è che il Mister non godesse della fiducia dello zoccolo duro azzurro; emblematica in questo senso la rabbiosa reazione di De Rossi a Milano, che si rifiutava di entrare, quasi stupito dalla chiamata del Mister: “Ma io che cazzo entro a fare? Dobbiamo vincere, non pareggiare! “

In ogni caso gli Azzurri non sono mai stati brillanti nei 16 mesi sotto la guida di Ventura; delle 54 nazionali impegnate nella qualificazione sono solo ottavi per differenza tiri creati/concessi (+8,1 a partita) e noni per differenza reti. Tuttavia, nonostante l’indecoroso pareggio con la Macedonia, il bottino di 23 punti avrebbe qualificato gli Azzurri direttamente alla fase finale in 3 degli altri 7 gironi; per fare un esempio: la Francia di Giroud ha comodamente staccato un biglietto per la Russia, nonostante i 23 punti e nonostante il pareggio con Lussemburgo.

A monte, il problema principale è stato trovare un’immensa Spagna nel girone; con la consapevolezza che solo la prima avrebbe avuto accesso diretto, e viste le altre squadre più che abbordabili, il girone si è di fatto ridotto a due partite decisive: andata e ritorno contro la Roja. Non poteva esserci sorteggio peggiore, ma poteva forse essere evitato se non fosse stato per l’incompetenza della FIGC.

Nel luglio 2015, al momento del sorteggio, l’Italia era 17esima nel ranking ufficiale FIFA, nel cesto delle seconde teste di serie, mentre Spagna, Germania, Portogallo ed Inghilterra nuotavano tranquillamente nella boccia delle teste di serie, assieme a qualche sorprendente nome, come Romania e Galles.

Un estemporaneo filotto di risultati positivi ha permesso a Romania e Galles di arrivare come testa di serie al sorteggio, per poi non classificarsi nemmeno nelle prime due posizioni nei rispettivi e più che abbordabili gironi; le due nazionali non sono riuscite a sfruttare la ridicola metodologia di classificazione della FIFA. La formula FIFA assegna più punti per le partite in importanti competizioni e/o contro le squadre più forti, penalizzando massicciamente gli scontri con compagini poco appetibili o le amichevoli; vincere queste partite diventa quasi ininfluente ai fini della classifica, anzi peggiora sistematicamente il ranking (paradossale ma vero: una sconfitta in una partita del Mondiale vale più di una vittoria in amichevole).

In altre parole, una partita di qualificazione vale 2,5 partite amichevoli ai fini del ranking, e una partita nel Mondiale addirittura 4 partite amichevoli. Il ranking finale non è altro che la somma della media semplice delle partite degli ultimi 12 mesi con la media semplice delle partite precedenti (moltiplicate per un coefficiente di deprezzamento annuale). Quindi, essendo la media semplice la somma del punteggio FIFA ottenuto in ogni partita e diviso per la quantità di partite disputate, la scelta di effettuare delle amichevoli, che apporteranno sempre un punteggio drasticamente più basso rispetto a partite di qualificazione, pesa come una zavorra nel calcolo finale del ranking.

Col senno di poi ha pagato la più che ragionevole scelta della FIGC di effettuare 4 amichevoli nei 12 mesi precedenti il sorteggio, un’amichevole è un essenziale banco di prova per dare spazio a nuovi esordienti, ed il risultato finale lascia il tempo che trova, ma le sole due vittorie in quattro amichevoli hanno di fatto disastrato gli Azzurri; d’altra parte squadre come Romania e Galles, avendo giocato – e vinto – una sola amichevole, sono volate in prima fascia. Nonostante la brutta figura dell’Italia nel Mondiale, con un ranking più razionale come quello ELO, gli Azzurri si sarebbero comunque ritrovati al 14esimo posto, sufficiente per essere ammessi come testa di serie, mentre squadre come Galles e Romania si troverebbero rispettivamente al 24esimo e 41esimo posto.

I sorteggi sono pura fortuna, e il fato è sembrato abbastanza avverso per la squadra di Ventura: le tre Parche del mondo del pallone decidono che l’Italia se la deve giocare con la Spagna, per poi rincarare la dose accoppiando gli Azzurri contro l’avversario più difficile agli spareggi. (Secondo il ranking ELO la Svezia si assesta su un buon 22esimo posto).

La FIFA pare stia finalmente ridimensionando la metodologia, ma se c’è una cosa che le altre nazionali possono imparare dalla disfatta Italiana è che ignorare i metodi di valutazione della FIFA è a proprio rischio e pericolo. In ogni caso è comunque troppo tardi anche per molte altre nazioni che si sono qualificate ai Mondiali, dato che i sorteggi si terranno utilizzando il ranking di Ottobre, con risultati quantomeno bizzarri.

Per citarne una, la Polonia, 18esima nel Ranking ELO, è classificata come sesta per il Ranking FIFA, e sarà testa di serie al sorteggio. I polacchi al sesto posto, grazie alla brillante scelta di effettuare una sola amichevole, hanno di fatto fatto slittare la Spagna in seconda fascia, che, avendo effettuato 4 amichevoli, non va oltre la dodicesima piazza nel Ranking FIFA, pur essendo terza secondo il Ranking ELO. La Roja rischia quindi di ritrovarsi ad affrontare una delle favorite già nella fase a gironi; in generale, se si usasse il Ranking ELO, 12 squadre sarebbero in una fascia diversa rispetto a quello FIFA attuale.

Il ranking delle africane è sensibilmente pompato dalle partite di coppa d’Africa di questo Gennaio, mentre le squadre Asiatiche soffrono di un ranking deflazionato a causa degli avversari di scarsa caratura incontrati nella fase di qualificazione. In conclusione, una formula inadeguata come l’attuale non è solo un problema dell’Italia, ma del mondo intero, andando a condizionare massicciamente il torneo russo.

Non è un tentativo di giustificare, di attenuare le colpe di una Nazionale che ha fatto di tutto per non arrivare in Russia: a prescindere da un’organizzazione della fase di qualificazione quantomeno discutibile, una Nazionale come la nostra si sarebbe in ogni caso dovuta qualificare. Ma comunque l’impressione è, citando Francesco Paolo Giordano, che “proprio quando conosce il fallimento più grande degli ultimi 60 anni, l’Italia sia ripartita.”

Ci rialzeremo, come fece la Francia dopo l’esclusione dal Mondiale del 1990, come fece la Germania dopo Euro 2000; in fondo è la sconfitta di una squadra, di un sistema tattico inefficace, non di un movimento intero, e forse solo uno scossone così brusco poteva dare spazio a spunti di riflessione in una Federazione dormiente. Solo chi ha la forza di scrivere la parola fine può scrivere la parola inizio; dopo anni di immobilismo la parola fine, seppur forzatamente, è arrivata, stampata sul quotidiano sportivo più letto, e messa in atto, con fatica, dalla FIGC con l’esonero di Ventura e le dimissioni di Tavecchio.

Dopo ogni fine c’è un inizio: sarà tutt’altro che facile normalizzare un ambiente ed una nazionale improvvisamente orfana di tutti i suoi pilastri, degli storici resti di quelli che in Germania ad alzare la Coppa del Mondo c’erano, ma si ricomincerà, ripartendo dai frutti, ormai maturi, che le nazionali giovanili hanno raccolto negli ultimi anni.

Siamo pur sempre l’Italia, una nazione che ha cucito sul petto 4 stelle, anche negli anni più bui una squadra complessivamente buona che, alla fine, ha fallito miseramente un traguardo più che abbordabile. Ma, si sa, a volte le cose buone devono finire perché le cose migliori possano davvero iniziare.