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“Non mi piace correre senza palla, anche se so che dovrei farlo”.

Seppur sia estate, c’è un caldo anomalo quel giorno di giugno del 1973 a Düsseldorf. L’atmosfera, se possibile, è ancor più bollente: in un clima surreale l’arbitro sta per fischiare l’inizio dei supplementari quando dai supporter del Borussia Mönchengladbach si leva il grido “Netzer, Netzer, Netzer!”. E forse è lo scialbo spettacolo offerto dai 22 titolari, sfociato sin lì in un anonimo 1 a 1, che permette il miracolo: i tifosi dell’FC Koln, storicamente giurati nemici dei Der Mythos, si uniscono al coro e inneggiano all’ingresso del miglior giocatore avversario.

È la finale della Coppa di Lega tedesca e il giocatore a cui s’inneggia è Günter Netzer, che ha da poco firmato col Real Madrid e che ci tiene a lasciare con un bel ricordo i suoi tifosi ma che, piuttosto inspiegabilmente, la partita l’ha vista dalla panchina. Questo perché l’allenatore, Hennes Weisweiler, tre ore prima della partita gli aveva comunicato le sue perplessità circa la sua forma fisica e mentale (la madre era morta un mese prima). Netzer, convinto che quella di Weisweiler fosse soltanto una ripicca verso il personaggio-simbolo del Gladbach, aveva preso il suo borsone con l’intenzione di andarsene, e solo le proteste dei compagni l’avevano fatto desistere da un rabbioso gesto d’addio al suo club.

Weisweiler già a metà partita aveva deciso che l’orgoglio è una cosa mentre la stupidità un’altra, ricevendo però un nein come secca risposta al suo invito a scaldarsi per entrare. Poi qualcosa nella testa del numero 10 (12 in quella partita) era cambiato: a 30 secondi dalla fine del tempo regolamentare, il compagno Christian Kulik era crollato a terra per i crampi chiedendo il cambio. È così che poco prima del fischio d’inizio dei supplementari Netzer si alza, toglie la tuta, supera il suo allenatore borbottandogli “Ich spiel dann jetzt / È il momento di giocare” e si manda in campo da solo.

ATTENZIONE: SPOILER ALERT! Ma ormai l’avevate intuito…

Per i primi tre minuti neanche corre: passeggia, con la solita aria assonnata. Poi, l’esplosione: riceve la palla per la prima volta dall’ingresso in campo, finta di allargarsi a destra ma sterza bruscamente a sinistra, apre di destro sull’esterno a Rainer Bonhof, il quale gliela rende in modo un po’ goffo ma efficace. Come solo i grandi attori sanno fare, in 20 secondi di cameo Netzer si prende il palcoscenico: il missile mancino di collo che tira s’incastra nel “sette” talmente velocemente che il portiere del Colonia, Gerhard Welz, neanche accenna un movimento.

Mentre il Gladbach mette in cassaforte la sua seconda Coppa di Germania, il leggendario speaker 70enne del club riesce a pronunciare solo due parole: ‘Netzer’ e ‘superstar’. È questo il regalo d’addio di Netzer al club della sua vita e ai suoi tifosi, che è costretto a salutare. Perché la Renania dell’Ovest, dove è nato e cresciuto, ora gli sta piuttosto stretta.

Sex, Fußball & Rock ‘n roll

“Solo i pazzi colpiscono la palla di testa”. (Günter Netzer)

Contrariamente al credo popolare, il suo ingresso nel mondo del calcio professionistico avviene col meno noto FC Mönchengladbach, che lo aveva accolto quando aveva appena 8 anni. Venne prelevato dal Borussia nel 1963, a 19 anni e per pochi spiccioli. All’epoca era considerato poco più che un pungente centrocampista offensivo dalla buona tecnica, tanto che in lui non aveva creduto alcun club di Bundesliga.

Quello che in molti non avevano previsto era di trovarselo da avversario appena due anni dopo: perché Günter la prima serie se la conquistò da solo nel 1965, quando, appena 21enne, trascinò i compagni con 17 assist ad una storica promozione. È solo il preludio di un percorso segnato: già nella prima stagione incanta così tanto con le sue pennellate e il suo calcio così naturale che viene chiamato nella Mannschaft ed ottiene una fama di livello nazionale. Ma non solo per considerazioni di tipo tecnico.Il passaggio dagli anni ’60 ai ’70 è un periodo di straordinaria ricerca e cambiamento in tutto il mondo – la TV diviene a colori e il cinema e la musica assumono anche il ruolo di veicoli d’impegno politico, di sperimentazione artistica o di rivendicazione anarchica contro un establishment -, e Günter ne diventa a suo modo un iconico rappresentante. Largo di spalle e con i capelli lunghissimi, Netzer si adatta alla perfezione al cliché di ‘ragazzo ribelle, creativo e indomabile’, seguendo un percorso mediatico simile a quello del (quasi) coetaneo e attore francese Gérard Depardieu, che curiosamente gli somiglia pure.

Se lo analizziamo da un punto di vista di attenzione mediatica, Netzer poteva essere il David Beckham della sua epoca: la sua naturale vistosità, esacerbata dalla sua voglia di stupire e provocare senza, però, mai oltrepassare certi limiti, unita alla brillantezza dialettica, hanno irritato a più riprese i rappresentanti dello status quo tedesco; ma la working class non ne ha mai avuto abbastanza di quella personalità schietta e naïf, che non ha mai fatto niente per celare il suo piglio edonista verso la vita.

“Un anticonformista nella nazione calcistica più cinica del mondo. Un George Best senza i drink: i locali notturni li usava per guadagnare, non per festeggiare.” (Gerd Müller)

Se i liberal probabilmente erano più affascinati da Paul Breitner perché sfoggiava un afro, leggeva e citava il presidente Mao – prima di finire alla corte di Franco -, o dalla classe unica e dalla familiarità di Franz Beckenbauer, per i giovani tedeschi anti-conformisti era Netzer il vero idolo. Né brutto né davvero bello, guidava (e si schiantava con) una Ferrari e, anche se non faceva uso di droghe né di alcool, gestiva un disco-club modaiolo chiamato ‘Lovers’ il cui interno era stato progettato dalla sua fidanzata: ovviamente un’artista brillante, bella e all’avanguardia. Netzer, insomma, viveva il sogno di tutti: avere successo e visibilità, senza doversi impegnare particolarmente.

Come un ribelle individualista, che suona una melodia piacevole e tutta sua. Con tanto da dare e da dire al di sotto di quella patina di brillantezza glam degna di Marc Bolan o Gary Glitter. Dominante, risoluto, supponente e sfacciato: una rockstar nell’epoca delle rockstar; uno che mentre era in ritiro con i Blancos, infortunato, fu invitato al matrimonio di Tina Sinatra a Las Vegas, dove, ca va sans dire, presenziò senza dire niente alla dirigenza del Real. Senza scordare che, di fatto, si trattava di un giocatore straordinario: “È il più grande calciatore di tutti i tempi per qualità di calcio in relazione alla dimensione dei suoi piedi (oltre il cinquanta). Mette la palla su un trifoglio a sessanta metri”, dirà di lui Federico Buffa, e non c’è molto altro da aggiungere riguardo le sue qualità tecniche.

Soprattutto non è sacrilego considerarlo come il miglior passatore ambidestro di tutti i tempi. Che il passaggio fosse a corto, medio o lungo raggio poco importa: sono infiniti i filmati in cui lo si vede mettere la palla sulla testa di un compagno a circa 40 metri di distanza calciando indifferentemente con entrambi i piedi. I suoi lanci tagliavano le difese avversarie come un coltello ben affilato che affonda in un cocomero, ed erano perfetti per timing e rotazione della palla.

Sotto questo particolare aspetto, è da notare come la sfera giri pochissimo quando è in aria, e molto quando scorre rasoterra, rendendo più semplice il controllo del pallone per chi lo riceve. Alla tecnica va aggiunta anche la dimensione cerebrale del talento intuitivo: Netzer passa la palla dove sarà il compagno in relazione a spazio e corsa, quasi mai sul corpo, facendolo con estrema naturalezza. Il celebre scrittore e saggista tedesco Helmut Boettiger descrisse così questa straordinaria skill: “I suoi passaggi respiravano lo spirito dell’utopia.”

Gladbach vs Bayern: Günter vs l’Imperatore

Il periodo tra il 1969 e il 1977 in Bundesliga si caratterizza per lo storico duello tra il Gladbach e il Bayern Monaco, che si spartiscono 9 campionati consecutivi; il Bayern ne vince uno di meno, anche se nel frattempo aveva portato a casa tre coppe europee consecutive. Entrambe le squadre mostrano un calcio estremamente moderno e ricco di fisicità, dove si sviluppa anche un principio primigenio di quei concetti di intensità e ri-aggressione che contribuiranno a creare le fondamenta del calcio moderno tedesco.

“Prima che la squadra arrivasse al successo, la gente non sapeva neppure dove fosse Moenchengladbach: eravamo la provincia, un po’ come da voi il Cagliari di Riva“, dirà in un secondo momento Netzer, prima di spiegare perché la sua squadra non sia diventata un top team in patria: “Moenchengladbach ha ancora oggi una mentalità provinciale. Per questo non fu mai possibile per la città diventare una delle capitali del calcio tedesco, oltre che europeo. Dovevamo sempre vendere i migliori giocatori per fare cassa”.

Ad ogni modo, la stampa dipinge il dualismo tra le due formazioni come fosse un duello hollywoodiano con Netzer, Vogts e Heynckes da una parte, e Beckenbauer, Müller e Höeness dall’altra. A recitare il ruolo degli underdog sono appunto Die Fohlen, i Puledri, così ribattezzati per la giovane età media della squadra. Forti, invincibili e antipatici pur nel loro allure avanguardistico – sono stati i primi a puntare forte sul progresso tecnologico applicato allo sport -, i bavaresi recitano invece la parte dei cinici spietati. Anche perché è facile renderli invisi all’opinione pubblica: sono stati i primi in Germania a pretendere vertiginosi aumenti delle retribuzioni, generando una prima vera forbice tra i salari medi e quelli dei calciatori, che col tempo è aumentata a dismisura.

“È solo buonsenso. Facciamo parte di un curioso teatrino in grado di far arricchire tutti, tranne gli interpreti stessi. È un controsenso, no?”. (Franz Beckenbauer, 1970)

I giocatori del Gladbach erano invece percepiti come casti intrattenitori, giovani venuti dal popolo e aderenti agli ideali popolari, e Netzer non poteva che esserne l’emblema. Anche se, probabilmente, la realtà era un’altra: “Il problema di tutta questa idealizzazione romantica è che si perdono i retroscena. Noi “pragmatici” di Monaco segnavamo più gol dei “riformatori” della Renania. E creavamo anche più occasioni di loro. Però ci vedevano come cinici razionalisti, quando invece per vedere calcio d’attacco e propositivo a quell’epoca conveniva passare da una nostra partita, più che da una loro” dirà nella sua biografia Hoeness.

Ancor più difficile da decifrare è il presunto antagonismo tra i due attori protagonisti: Franz Beckenbauer, benedetto da un talento estremo ottimizzato da un cervello sopra la norma, e il genio istintivo e ribelle Günter Netzer. Che, dal canto suo, ha sempre sbeffeggiato e corretto chi superficialmente definiva Franz un ‘cinico robot’ – suggerendo che il soprannome, Der Kaiser, riecheggiava ‘distacco’ e non ‘conservatorismo’ rispetto all’attualità -, schierandosi pubblicamente dalla sua parte.

È comunque innegabile che, essendo entrambi eccellenti imprenditori di sé, i due abbiano giocato su questo presunto dualismo, modellando i propri personaggi su ciò che la gente voleva pensare di loro. Non è un caso che la prima biografia di Netzer s’intitoli “Rebel am Ball – Ribelle con la palla”; titolo che calzerebbe a pennello, non fosse per la sua formazione tipicamente borghese e per l’approccio edonistico e individualista all’esistenza, in violento contrasto con l’immagine percepita del ribelle senza causa con folte basette e pantaloni a zampa.

Go West

Sebbene tra Netzer e Beckenbauer non ci sia mai stata un’aperta ostilità e i due giocassero in ruoli diversi, il tecnico della Germania Ovest Helmut Schön è sempre stato riluttante nello schierarli assieme. Probabilmente ha pesato la scarsa continuità di rendimento di Günter, capace di sprazzi di agonismo e improvvise visioni illuminanti, ma anche di isolarsi per larghi tratti della partita assecondando un’indolenza atavica.

Dato che associare la parola ‘Beckenbauer’ a ‘panchina’ era come bestemmiare in pubblica piazza, Schön preferiva al nostro Wolfgang Overath del Colonia. Questo non impedisce a Netzer di ricoprire un ruolo pivotale nella vittoria dell’Europeo del 1972, in cui esordisce a Wembley nei quarti di finale contro l’Inghilterra a causa dell’infortunio di Overath, e che domina, giocando un calcio di altissimo livello, contro il Belgio e l’Unione Sovietica. “Non voglio far polemica, ma io e Franz ci siamo trovati e coordinati in modo naturale e senza aiuti esterni”, sarà il primo commento di Netzer – nonostante l’incipit, pieno di veleno – appena conquistata la coppa.

Tuttavia, il tassametro delle sue presenze con la Germania si è fermato, piuttosto inspiegabilmente, a 37: benché sia nella rosa vincitrice del Mondiale del ’74, Netzer gioca solo 20 minuti e per giunta nella più drammatica delle sconfitte della Germania Ovest: quella contro la DDR. È comunque interessante notare come Netzer si sia sempre estraniato dalle polemiche sorte negli anni per l’ostracismo riservatogli dalle Die Adler, accontentandosi di avere inserito nella sua personale bacheca due medaglie che in pochi possono vantare.

Non è esente da polemiche neanche il suo trasferimento al Real Madrid, che da molti commentatori tedeschi viene definito come il “precedente” della politica di acquisti di grido tuttora perseguita dalla dirigenza dei Blancos; e non è sbagliato pensare che sia stato un acquisto più politico che tecnico, ovvero la risposta all’arrivo di Johan Cruijff a Barcellona. Nella capitale spagnola Netzer ha vinto due Coppe del Re e tre campionati consecutivi, giocando tanto e bene, ma venendo totalmente oscurato dal clamore generato dallo sbarco di Cruijff in Catalogna.

Appena annunciato il ritiro, la sua fama è paradossalmente cresciuta: è diventato un noto commentatore televisivo, perfettamente a suo agio in diretta tv con i suoi lunghi capelli e vestito con sgargianti abiti d’alta sartoria,che continua a fare notizia attraverso battute sagaci, intelligenti e spiazzanti. Ancora non è chiaro se sia o faccia il Netzer: se sia un intellettuale pigro o uno spensierato uomo di spettacolo. Come da calciatore non si capiva fino in fondo se fosse un predatore discontinuo o un genio indolente. O forse Netzer è, ed è stato, tutte queste cose insieme?

Rimane certamente il tipo di genio che i tedeschi definiscono ‘temperamentale’, schiavo dell’attimo e sostanzialmente felice nel lasciare che gli altri facessero il lavoro sporco al posto suo per poter creare calcio senza filtri e obblighi di sorta. Anche se, in quanto ad applicazione sul lavoro, era in grado di essere eccezionalmente industrioso: basti pensare che durante la sua permanenza a Gladbach curava la scaletta di alcuni programmi TV dedicati al calcio, e che ha gestito una miriade di attività tra cui un celebre night club, un’agenzia pubblicitaria e un’azienda che si occupava della compravendita di diritti televisivi.

Senza, però, staccarsi davvero dallo sport per cui era nato: nel 1981 ha costruito praticamente da solo, in qualità di direttore generale dell’Amburgo, la squadra che avrebbe strappato due anni dopo la Coppa dei Campioni alla Juventus. Un solitario, quasi-ribelle e individualista, che non poteva che divenire un eroe.

“Comprai da lui una Jaguar E-Type usata. Lo chiamai il giorno dopo per lamentarmi del fatto che era un disastro: il tetto perdeva e i freni non funzionavano. ‘Franz, cosa ti aspetti? È un’auto inglese!’, fu la sua risposta”. (Franz Beckenbauer).