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Nell’attuale Serie A, spaccata in più tronconi o – per estensione – in classi sociali ben definite, dietro l’aristocrazia rappresentata dai cinque club in testa alla classifica – Inter, Juventus, Napoli, Roma e Lazio – convive una classe media che, a fronte di disponibilità economiche e tecniche limitate, sta riuscendo nell’impresa di mettere in mostra giocatori interessanti, futuribili e spendibili per un’ascesa nel medio periodo. All’interno di quel gruppo eterogeneo che nelle scienze sociali sarebbe definito come ceto medio impiegatizio, si muovono alcune individualità che, sorrette da un sistema, stanno rivelando qualità e rendimento oltre le attese superando lo scarso appeal che ad inizio stagione le caratterizzavano.

In questo ipotetico gioco di classe, strutturato come un ascensore sociale-calcistico, alcuni difensori centrali – storicamente investiti degli stilemi di figura proletaria prestata al gioco, sia per caratteristiche tecniche che attitudinali – si stanno ritagliando un ruolo di rilievo sul palcoscenico della massima serie. Prendendo come benchmark di riferimento il rendimento complessivo in stagione, tre difensori di tre diversi club della middle-class italiana stanno silenziosamente elevando il loro ruolo, calamitando attenzioni grazie alle proprie qualità.

Germán Pezzella

La Fiorentina di Stefano Pioli ha vissuto una vera e propria rifondazione in estate con il repulisti generale da parte di Corvino e il frettoloso assemblaggio di una nuova squadra che somigliava più ad una disperata corsa contro il gong del calciomercato che ad un progetto tecnico studiato a tavolino. Nell’iper-attivismo dell’ultima settimana di agosto, infatti, sono sbarcati a Firenze quattro titolari: Théréau, Biraghi, Laurini, insieme a Germán Pezzella. Arrivato in prestito con diritto di riscatto dal rinnovato Betis a guida Quique Setién, l’argentino si è imposto come titolare inamovibile nello starting XI di Pioli, scavalcando nelle gerarchie l’acquisto più oneroso in difesa: il brasiliano Vitor Hugo.

Un approccio sorprendente per adattabilità, affidabilità e concentrazione: è stata la ricetta, neanche troppo segreta, dell’affermazione di Pezzella a nuovo caudillo viola. Una figura che dalle parti del Franchi vive di una narrativa a sé: dai tempi del caudillo Passarella fino al periodo recente, egemonizzato dalla figura fuori tempo di Gonzalo Rodriguez. Il 26enne argentino si sta però imponendo all’attenzione generale come ideale interprete del ruolo di centrale, capace di chiusure con i tempi giusti, con una vocazione naturale all’anticipo e alla pericolosità sui calci da fermo, sfruttando il fondamentale più appariscente del suo bagaglio tecnico: il terzo tempo.

Il suo primo e unico gol in A, contro il Bologna, è un inno al tempismo, all’elevazione in corsa e alla coordinazione in funzione della specifica situazione di gioco. Un gol difficilissimo, che sembra semplice, naturale. In altre situazioni simili Pezzella è andato molto vicino al gol.

Nel sistema di gioco plasmato pazientemente da Pioli, Pezzella è ormai un leader, elemento insostituibile anche più del capitano e compagno di reparto Astori. Nessuno in squadra vanta i suoi numeri: il centrale di Bahia Blanca viaggia con una media di 1,7 contrasti vinti, 2,1 passaggi intercettati e 5,2 spazzate a partita.

E sono numeri che, a ben vedere, si dimostrano in costante ascesa: nelle ultime tre apparizioni, seguendo una crescita complessiva del collettivo viola, Pezzella ha ampliato queste statistiche vitali per un centrale arrivando a registrare 7 clearance e 3 intercetti nell’ultimo match pareggiato 0-0 a Napoli, dove, prosaicamente, ha dato la sensazione di dominare lo spazio intorno a sé con il piglio di un feldmaresciallo, proprio contro una squadra che fa del presidio e dell’attacco degli spazi creati nell’ultimo terzo di campo una sorta di religione monoteista.

Contro la Lazio invece ha provato a regalare il pareggio, spingendo via compagni e avversari con astuzia e lucida follia, per apparecchiare la tavola ad una sforbiciata stilisticamente perfetta.

Nella progressiva crescita della Fiorentina e, soprattutto, nella sua ritrovata compattezza, pur non demandando a princìpi di gioco definiti che espongono la squadra a fasi di sofferenza e allungamento al calare dell’intensità e del coordinamento della pressione collettiva richiesta dal calcio di Pioli, Pezzella si sta confermando partita dopo partita come uno dei difensori più lucidi, spietati ed essenziali del panorama italiano. Un giocatore maturo, che conosce già bene i suoi punti di forza – anticipo secco, stacco perentorio e abilità nel coprire la profondità alle proprie spalle – e che sa quando provare la giocata, ma che, forse, conosce ancora meglio i suoi limiti: come delegare i compiti d’impostazione sul gioco lungo e in conduzione della palla ad altri interpreti più adatti per caratteristiche e stile di gioco, ovvero Astori.

Pare essersene accorto anche un demiurgo della panchina come Sampaoli, che, dopo un primo periodo di osservazione, ha convocato Pezzella due volte in Nazionale, sistemandolo come riferimento centrale di un’aggressiva linea a 3 chiamata continuamente a cercare l’anticipo e la difesa dello spazio muovendosi in avanti. E pensare che alla prima convocazione è pure finito al centro di un grottesco equivoco: gli è stata chiesta la carta d’identità all’ingresso del centro sportivo dell’Albiceleste perché nessuno lo aveva riconosciuto.

Niente di sconvolgente per un antidivo che, appena arrivato a Firenze, ha lasciato parlare il campo e l’applicazione sul lavoro rilasciando a malapena un paio di interviste nei suoi quattro mesi italiani, ma che ha già conquistato il tifo viola.

Rafael Tolói

L’Atalanta di Gasperini, dopo l’exploit della passata stagione chiusa con uno storico quarto posto, era chiamata alla prova più difficile, quella della riconferma su certi livelli. Un po’ come capita, parafrasando una vecchia hit di Caparezza, per quegli artisti emergenti che hanno stupito tutti con il lavoro di debutto ma che avvertono pressioni e difficoltà nel fatidico momento del secondo album che “è sempre il più difficile nella carriera di un artista”. Un giocatore che sembra non aver subito affatto il cambiamento di palcoscenico e l’innalzamento delle aspettative è Rafael Tolói.

Granitico, aggressivo, gasperiniano nell’approccio al gioco e nella concezione del ruolo, il difensore brasiliano, ampiamente positivo la scorsa stagione ma oscurato dal golden-boy Caldara, quest’anno sta confermando le sue spiccate qualità difensive. Che sono testimoniate anche dalle statistiche: 3,5 contrasti vinti, 2,3 intercetti, 4 spazzate e 1,1 dribbling riusciti a partita e con una notevole pass accuracy dell’83,2%.

Contro l’Everton un salvataggio di testa che nelle statistiche finirà freddamente elencato come “spazzata”, ma che per i tifosi bergamaschi è una manifestazione di eroismo achilleo.

Per Toloi, forse più degli altri interpreti presi in analisi, vale il ragionamento causa-effetto tra qualità di base personali e sistema e princìpi di gioco di riferimento. In altre parole, Toloi non sarebbe un centrale così affidabile e continuo come lo è oggi se non si muovesse all’interno di un sistema rigidamente definito come quello della Dea. Gasperini ha ormai impresso alla sua squadra una sorta di effige che è il prolungamento ideale del suo modo di intendere il calcio: aggressivo, intenso, basato su duelli individuali disseminati a tutto campo e su una linea difensiva che non può derogare dai tre centrali.

In questo contesto la casella di centro-destra è quella affidata al 27enne originario del Mato Grosso; destro naturale, dotato di un fisico massiccio ma non pesante (1,85 per 76 chili), Toloi è l’elemento perfetto per un gioco di marcature orientate sull’uomo, capacità di difendere in avanti e chiamata all’impostazione attraverso strappi in conduzione per sfruttare gli spazi generati dalle catene laterali che muovono e surriscaldano il sistema atalantino. Oltre alla forza aerea e alla fisicità, infatti, il brasiliano sta mettendo in mostra con continuità un set di qualità più ampio: sono già 3 gli assist in questa stagione, insieme a una propensione alla costruzione della manovra che lo porta a cercare giocate non banali associandosi ai compagni della catena destra.

Qui manda in porta Kurtic evitando il blocco e guadagnandosi uno spazio centrale giocando di sponda con Ilicic, per poi rifinire di giustezza in profondità con l’esterno.

Sicuro palla al piede, autoritario nei contrasti sull’uomo, pericoloso in area avversaria sia come colpitore che come testa di ponte per la spizzata sul palo lungo, aggressivo e spinto da una tensione verticale che sembra creata in laboratorio per adattarsi perfettamente alla visione di Gasperini, a 27 anni e dopo qualche passaggio a vuoto che sembrava aver pregiudicato la sua carriera (leggi: Roma), Rafael Toloi si sta finalmente imponendo all’attenzione grazie a un insieme di qualità dapprima maturate e poi ampliate attraverso applicazione e metodo: due concetti sui quali, a Zingonia, potrebbero tenere un master universitario.

Gian Marco Ferrari

Osservando la sorprendente Sampdoria di Giampaolo versione 2017/18 spesso si ha la sensazione di assistere ai movimenti di una creatura armonica, geometrica, sospinta da uno spartito avvolgente, capace di allungare o restringere il campo: come se si trattasse di un organismo fluido che si muove all’unisono.

All’interno di questo contesto un ruolo fondamentale è ricoperto dai centrali difensivi: da un lato un evergreen come Silvestre, tassello imprescindibile per la costruzione bassa della manovra e per un’uscita palla pulita dalla prima linea di pressione avversaria, un leader che sembra migliorare nel tempo come il buon vino; al suo fianco è cresciuto vertiginosamente un giovane arrivato in estate con la mission impossible di sostituire Milan Skriniar, ceduto a peso d’oro all’Inter. Gian Marco Ferrari, a discapito della limitata esperienza in A, si è fatto trovare subito pronto scalzando Regini dalla posizione di centrale di sinistra.

In quanto a posizionamento e copertura della profondità, Ferrari fa fede al suo cognome e corre veloce mantenendo lucidità anche in frenata: Luis Alberto sbaglia scelta, ma è portato all’errore.

A vederlo giocare in una squadra dinamica e dalla limitata fisicità come la Samp, Ferrari sembra un gigante allungato che richiama alla mente una scultura di Modigliani: filiforme, dalle leve lunghe, dotato di un’eleganza fragile, accentuata da movimenti sinuosi e da un’ottima coordinazione che gli permette interventi puliti anche in situazioni delicate all’interno dell’area di rigore. Poi il suo pezzo forte: il sinistro. Un mancino morbido, capace di alleggerire il gioco e uscire dal pressing alto avversario regalando ampiezza verso i terzini, ma all’occorrenza abile nell’innescare l’attacco alla profondità del trio offensivo blucerchiato.

Un giocatore estremamente pulito, ordinato nella gestione del pallone e razionale nelle scelte: costantemente in sottrazione, come se si trattasse di un esponente di una corrente artistica minimale scandinava. Uno stile di gioco corroborato anche dai numeri: 1,5 intercetti, 0,7 falli fatti, 0,2 dribbling subiti e 4,5 clearance a partita; un concentrato di sobrietà, sospinto anche dalla propensione a difendere in avanti con grande densità in zona palla tipica della Samp di Giampaolo, che lo chiama ad un profondo impegno mentale sui posizionamenti preventivi e sull’accompagnamento della linea difensiva, continuamente chiamata ad accorciare o scappare.

C’è inoltre un’altra componente che lo sta elevando a nuova next-big thing italiana nel ruolo: il colpo di testa. Un fondamentale che padroneggia con irrisoria semplicità, sfruttando i suoi 189 centimetri con cinica efficienza: sia in fase difensiva che sui calci da fermo, Ferrari stacca con tempismo ed elevazione da top nel ruolo. Quest’anno, in dieci presenze, ha già segnato due volte sbucando come un condor sui cross tagliati di Torreira sfruttando più il suo innato senso del tempo che la sua fisicità.

Il più bel gol è anche quello dell’ex, contro il Crotone che lo ha lanciato in Serie A. Un gol bellissimo per come si materializza: Ferrari stacca in corsa e frusta la palla nel “sette” più lontano.

Ormai consolidatosi come centrale mancino di riferimento per una squadra che viaggia spedita verso posizioni in odore di Europa, Ferrari, al secondo anno in A, sta sperimentando con successo la prima fase di consolidamento della propria carriera, ritagliandosi pazientemente un ruolo di rilievo all’interno di un panorama alla continua ricerca di affidabilità e qualità.